(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "Minerva; rivista delle riviste"

^jb£ l 



V 







MINERVA 



Vol. XVI. 



MINERVA 

RIVISTA DELLE RIVISTE 



DIRETTA 



FEDERICO G- ARL AND A 



- • Volume XVI 

' -Luetio- Dicembre 1898 



ROMA 

Società Editrice Laziale 
Via del Corso, 219 







846073 . 



VOLUME SEDICESIMO 



Luglio-Dicembre 1898 



INDICE ANALITICO 



Abdicazione (L') dell'uomo, 156. 

Acetilene (L'illuminazione a), 21. 

Aeronautica: le navi dirigibili, 173, 
246, 305- 

Africa: influenze straniere, 358. 

Africa tropicale : il suo avvenire e le 
ferrovie, 198. 

America, Spagna e Francia, 243. 

Anarchia : una dottrina anarchica nel- 
l'antichità, 77. 

— letteraria in Francia, 565. 
Anarchismo (L') e l'Italia, 422. 
Antipatia e simpatia, 314. 
Arte (L') e la morale, 46. 

— e il suo compito sociale, 469. 

— e l'imitazione, 375. 
Assassinii commerciali, 154. 
Australia: la federazione, 558. 



Bakunin : la sua autobiografia e la sua 

evasione, 88. 
Bambino : sua immaginazione, 59. 
Bastiglia (La), 300. 
Biblioteche (Le) pubbliche negli Stati 

Uniti, 228. 
Biologia moderna: suoi progressi, 447. 
Bismarck, 162, 170. 

— e la poesia tedesca, 172. 

— nella storia universale, 193. 

— e l'opinione di Gambetta, 452. 
BlennerhXssett (Carlotta), 445. 
Boschi (I) dell'America, 444. 
Burne-Jones (Edward), 180. 



Canti e musica della Cina, 164. 

Caricatura (La) contemporanea in 
Francia, 178. 

Carità pratica in Olanda, 543. 

Carlismo (II) e il Vaticano, 258. 

Caroline (La questione delle), 67. 

Cavo (Un) transpacifico, 245. 

Cavi sottomarini, 123, 442. 

Chateaubriand e Napoleone I, 267. 

Cina : il movimento di riforma, 254. 

Commercio (II) e la gioventù, 177. 

— inglese e i suoi clienti, 549. 

Comte (Augusto) e i Gesuiti, 369. 

Concordia sociale : un mezzo per rag- 
giungerla, 460. 

Confidente (Un) di Riccardo Wagner, 
270. 

Congresso (Un) di professori di sor- 
domuti, 471. 

Conti : come li facevano i popoli an- 
tichi?, 168. 

Coraggio, 561. 

Colperus (Luigi) e la pace universale, 
363, 526. 

Crisi industriale in Francia : sue cause, 
467. 

Cristo: sue immagini, 150. 

Critica giornaliera francese, 73. 

Cultura (La) delle acque salse, 214. 



« Dante > (II) del Kraus, 555. 
D'Annunzio (Una visita a), 456. 
Debito (II) pubblico inglese, 289. 



VI 



MINERVA 



Democrazia bellicosa e assolutismo pa- 
cifico, 449. 

Dickens (Carlo), 546. 

Dinamite (L'inventore della), 332. 

Dinastia (La) spagnuola, la regina reg- 
gente e la Corte, 108. 
na) di economisti, 133. 

— (La questione della) in Spagna, 175. 
Disarmo (La questione del), 327, 366. 
Distanze (La soppressione delle), 121. 
Dolore (II;, 51. 

Donna (La) nel secolo ventesimo, 74. 

— : la questione femminista in Italia, 79. 

— italiana nelle varie regioni della pe- 
nisola, 81. 

Donne (Le) laureate e la nuova scienza, 

344. 

— impiegate nell'industria ceramica, 

15 )• 

— e uomini : l'abdicazione dell'uomo, 

156. 

Dottrina (Una) anarchica nell'anti- 
chità, 77. 

Drk\ ire) visto dall'estero, 482. 

1 : il loro ritorno in Palestina, 248. 
•MIA I.') forestale in America, 

444- 

omia sociale (L'avvenire della), 

25. 
Educazione (L') del popolo, 85. 

— (La) per la vita domestica, 148. 
Emigrazione (L*) dall'Italia meridio- 
nali', 272. 

;cito (L') francese nel 1898, 1. 
in ((ili) e la direzione della 
guerra, 14. 

ì/.n > muscolare: alcuni suoi aspetti 
psichici, 401. 
Esposizione (La) di opere d'arte del 
Rinascimento possedute da privati a 
Berlino, 250. 

— Rembrandtiana in Amsterdam, 531. 

IP 
Fanciulli: loro ideali, 139. 

— greci, 405. 



Farina (Salvatore), 434. 
Federazione (La) australiana, 558. 
Fedra e Messalina, 560. 
Femminismo: La donna nel secolo ven- 
tesimo, 74. 

— La questione femminista in Italia, 
79. (vedi : Damma) . 

Ferrovie sotterranee di Londra, 23. 

— a vapore: loro trasformazione in 
ferrovie elettriche, 129. 

— (Le) e l'avvenire dell'Africa tropi- 
cale, 198. 

Filippine (La questione delle), 67, 253. 

— : loro valore strategico, 71. 
Finanzi; (Le) degli Stati Uniti, 97. 

— della Prussia, 487. 
Fisica (La) sotto terra, 117. 
Francesco Gn 462, 505. 

ncia, Spagna e America, 243. 
Fucili (Nuovi), 32. 



Gambetta: sua opinione intorno a Bis- 

marck, 452. 
Giappone : sua statistica, 276. 
Giornalismo (II) giallo americano, 155. 

( rLADC 

IH (Un) italiano, 434, 
Goodyear (Carlo), 345. 

■ (L'alimentazione col), 319. 
Gì erra (La direzione della), 14. 
— La) ispano-americana e la sua im- 
portanza nella storia universale, 458. 
HO li in Palestina, 365, 435. 



Hamsin (Knut), 114. 
Hartmann: suoi studi etici, 165. 
Hai ptmann (G,): « Il Carrettiere Hen- 
■, schei », 449. 
Hegeler, novelliere tedesco, 556. 



Ideali (Gli) dei fanciulli, 139. 
Imitazione (E') nell'arte, 375. 
Immaginazione (La) nel bambino, 59. 
Immagini (Le) di Gesù Cristo, 150. 



INDICE ANALITICO 



VII 



Impero (Il futuro) inglese nell'estremo 
Oriente, 153. 

Imposta (La) sui redditi in Prussia, 166. 

Impunità: sue trasformazioni, 418. 

Individualismo (V) e il sentimento so- 
ciale in Inghilterra, 385. 

Industria (L/) e la gioventù, 177. 

Influenze straniere in Africa, 358. 

Insegnanti secondari: loro congresso 
a Parigi, 84. 

Istituto (L') germanico per la storia 
dell'arte in Firenze, 167. 

Istruzione (L') integrale nell'ideale so- 
cialista, 500. 

— manuale, 347, 440. 

k: 

Klondvke (L'oro del), 511. 



Leiter (Giuseppe), 72. 
Letteratura (La) francese d'oggi, 565. 

— per i fanciulli, 352. 
Liberalismo (II) nel Belgio: sua crisi, 

54- 
Libri ricevuti, 191, 384, 480, 576. 
Liebig (Gustavo von) e la fabbricazione 

dell'estratto di carne, 391. 
Linguaggio (II) dell'occhio, 64. 
Linguistica e psicologia, 338. 
Litografia (Il centenario della), 548. 
Lusso e ricchezza, 551. 

IMI 

Mac Mahon e la battaglia di Sedan, 

567. 
Marxismo (La crisi nel), 455. 
Marvsienska, regina di Polonia, 372. 
Messalina e Fedra, 560. 
Moore George: il suo nuovo romanzo 

« Evelyn Innes », 251. 
Monachismo (II) della Chiesa greca, 

517. 
Mongolfiera (L'avvenire della), 305. 
Montenegro (II) e il principe Nicola, 

266, 522. 
Morale (La) e l'arte, 46. 
Moralità: sua origine, 438. 



Motcialov, attore tragico russo, 279. 
Movimento scientifico e industriale, 19. 
Musica (La) nelle Università germani- 
che; 42. 
— e canti della Cina, 164. 

US- 
Napoleone I e Chateaubriand, 267. 

Napoleone II, il re di Roma, 159. 

Naufragi, e insegnamenti che se ne 
ricavano, 311, 492. 

Navi (Le) aeree dirigibili, 173. 

Navigazione (La) interna in Francia, 
467. 

Neera: « Teresa», 257. 

Nicola, principe del Montenegro, 266, 
522. 

Nobel (Alfredo), l'inventore della di- 
namite, 332. 

Novellieri tedeschi, 556. 



Occhio: suo linguaggio, 64. 

Officine idro-elettriche nella Svizzera 

e in America, 19. 
Operai e socialismo, 356. 
— negli Stati Uniti : loro vita, 34 
Oro (L') e altre risorse dell'Occidente 

degli Stati Uniti, 247 ; nel Klondvke, 

5". 

Orti operai (Gli) negli Stati Uniti, 86. 
Oxford (L'Università di) nel 1898, 126. 



Pace armata, 327, 366. 
Pacifico (La lotta nel), 351. 
Palacky (Francesco) considerato come 
filosofo della storia e come politico, 

75- 
Palestina (La) e Guglielmo II, 365, 

435-. 
Pallone (II) aerostatico nella guerra, 

246. (vedi : Aeronautica). 
Parlamento: sua origine, 535. 
Pellicce: loro mercato a Londra e 

in Cina, 539. 
Petrolio (I re del) : loro sconfitta, 149. 
Piscicultura (La), 214. 



Vili 



MINERVA 



Pittura giapponese, 239. 
Politecnici (I) popolari di Londra, 562. 
Politica (La) della Russia nell'Asia 

centrale, 141. 
Popoli morenti, 414. 
Proiettili (I nuovi) fulminatori, 22. 
Psicologia e studio delle lingue, 338. 

■R 

Rappresentazioni teatrali, 349. 
Razza e lingua, 146. 
Re (II) di Roma, 159. 

kandt: suoi quadri esposti ad 
Amsterdam, 531. 

« Hi- MINI-' 1 \ZE E PROEMI italiani» 
(li S. Miìnz, 169. 

w secondo la sua corrispondenza, 

425- 

« I h' buona fami- 
glia >, 257. 
RiniiECK (Ottone), 248. 

te del), 152. 
Ricci sia giustificabile consu- 

marla ael russo, 551, 
Riforma (Il movimento di) in Cina, 

254- 
Riviste (Un decennio di), 350. 
Romanzo (II) della razza, 146. 
ì r (Teodoro), 437. 

i\: «uà politica nell'Asia centrale, 

141. 



Sand (George) e la sua corrispondenza, 

432. 
Say (La famiglia), 1 

io (11 libi ■ 
SchniTzler, novelliere tedesco, 557. 
SciN [Illazione delle stelle: sua causa. 

Sciopero (Quel che costa uno), 464. 

greche, 405. 
« Skpt » (11) irlandese, 465. 
Serpente ijl gran) di mare, 397. 
Shakespeare nel 1S98, 111. 
Simpatia e antipapa, 314. 
Sionismo (II), 24S. 



Sistema politico rappresentativo: sue 
origini, 535. 

Socialismo (II) e il movimento ope- 
raio, 356. 

Sommari di riviste, 90, 183, 
472, 569 

Soppressione (La) delle disi. 

Spagna : la dinastia, la regina 
e la Corte, 108; la questione 1 
stica, 175. 

— a) alla luce della letteratura uni- 
versale, 207. 

— Francia e America, 243. 
Stati Uniti: loro finanza, 97. 

— : risorse dell'Occidente, . 
Statistica umana: un problema, 265. 

— del Giappone, 276. 
Stik \i, 443. 

1 Suoni n, pittore giapponese, 
239- 



stazioni, 349. 

— popolare in 1 rancia, 409. 

he moderne, 221. 
101 (Leone), 354, 361, : 

TJ 

od 1898, 
126. 

— (Un') maomettana, g 

V 

'AGGIO (La lot 
I ondra, 260. 

11 e il cartismo, 

— e il viaggio di Guglielmo II in Pale- 

uà, 364. 

rciATURA a macchina pneuma- 

(Ina casa di), 394, 
yiRCHOW: i progressi della biologia 

moderna, 447. 
VITA (La) letteraria a Londra, 69. 

— (La) operaia negli Stati Uniti, 34. 

568. 
YVaoni k e un suo confidente, 270. 
Wakefield (Edoardo), 544. 



Anno Vili, Xuv. 7 Luglio 1898 Vol. XVI 



L'ESERCITO FRANCESE NEL 1898 

(Da un articolo di A. Veuglaire, 'Bibliothèque Universelk, luglio) 



Questo articolo fa seguito a quello pubblicato dallo stesso autore tre mesi or sono col 
sottotitolo : Lo spirito delle istituzioni militari francesi, che abbiamo riassunto nel fascicolo 
di aprile di quest'anno. Il sottotitolo del presente articolo è : Gli ufficiali e la nazione, e 
in esso il Veuglaire ricerca per quali cause il corpo degli ufficiali non gode la piena fiducia 
del paese, non l'unanime rispetto della nazione, e fra questa e quelli vi è un disaccordo 
che generalmente si mantiene allo stato latente, ma che in certe circostanze non manca 
di manifestarsi. 

Gli ufficiali francesi non formano un corpo unito, compatto, in accordo; 
non sono uniti e non possono esserlo. Anzitutto, la loro origine è diversa: al- 
cuni vengono dalla truppa, altri dall'Accademia di Saint-Cyr, e fra questi e quelli 
vi è gelosia e rivalità, quantunque queste rivalità non abbiano la violenza che 
ad esse di solito si attribuisce, e non manchino lodevoli esempi di amicizia e 
di intimità. Maggiori sono, però, le barriere dovute alle differenze delle classi 
sociali cui gli ufficiali appartengono. Inoltre, non tutti amano egualmente la loro 
professione : alcuni hanno per essa un vero entusiasmo, altri sono indifferenti, 
avendo scelto quella carriera per puro calcolo. E un altro rimprovero che si 
fa all'esercito francese è quello di essere particolarista : ogni arma ha per le altre 
sentimenti di sprezzo, o di gelosia, o d'indifferenza; lo scambievole affetto e la 
stima reciproca, nonostante le apparenze, non esistono. Non solo, ma in una 
stessa arma, in uno stesso reggimento, alla stessa mensa, la fusione non 
e vi si trovano insieme individui che non sono legati da nessun vincolo. 

A ciò contribuisce non poco il sistema d'avanzamento attualmente in vigore : 
l'avanzamento non è per anzianità, ma a scelta ; — il principio, in sé stesso, è 
eccellente, giacché si fonda sul merito personale; ma il guaio é questo, che 
non ce chi possa erigersi a giudice imparziale di questo merito, e che, in un 
periodo di pace, mancano gli elementi di giudizio; anzi, in pace sono apprez- 
zabili delle qualità che in guerra non hanno nessun valore, e viceversa; e non 
di rado si vedono avanzare di grado vagheggini e intriganti, mentre dei tipi di 

Mlnerri. XVI. 1 



veri soldati, rudi, di carattere difficile, rimangono indietro. Non potendo con- 
tare unicamente sul proprio merito, gli ufficiali sono costretti a lottare per es- 
sere promossi, a far forza di gomiti per spingersi avanti, il che naturalmente 
non può contribuire a stringere vieppiù i vincoli del cameratismo. Pochi sono 
quelli che si rassegnano all'oscurità; la maggior parte cercano di « arrivai 
alcuni col lavoro, altri con mezzi meno nobili, quantunque spesso più efficaci ; 
e poiché alcuni riescono e altri no, così da una parte si ha l'alterigia, dall'altra 
il malcontento, lo scoraggiamento, l'astio. 

L'autore contrappone l'esempio della (»ermania. dove, nel corpo degli ufficiali, 
più rari gli scienziati, i letterati, gli artisti, ma tutti conoscono meglio i loro doveri e più 

•nziosamente li adempiono. Siccome, in Germania, nessuno è ammesso nel corpo 
degli ufficiali di un reggimento se noi Mto da quelli che ne fanno 

partengono tutti alla stessa classe sociale, cioè quasi e mente alla. nobiltà, e 

nominati ufficiali, fanno parte della nobiltà della spada [Sckweriadel . di quella nobiltà 
cornee detto nel regolamento dei tribunali d'onore. di senza ma' uira 

•me poi l'avanzamento ha luogo per anzianità, salvo il caso di ineriti e 

ano è certo, purché faccia il suo [uindi 

niente denigramene*, niente odi, niente bassezze o intrighi ; male 

imerati ; le macchie, estremamente rai do coperte, e ii 

scandalo ma inesorabilmente, degli indegni l'er questo, in Germania, la nazione ri 
gli ufficiali cu bloc, mentre in Francia alcuni ne acclama e altri ne fischia. 

Che gli ufficiali dell'esercito non Steno uniti, clic essi non si stimili 
di loro e non formino una massa compatta, il popolo francese lo capisce ; e 
questo sentimenti) viene, in certo modo, esasperato dagli .sforzi che gli ufficiali 
fanno per nascondere la verità. Delle due maniere di ottenere il rispetto, i Te- 
deschi hanno scelto la migliore, che Consiste nel meritarlo; i Francesi pr< 
scono imporlo. 1/ ufficiale francese, vedendo qual forza venga all'ufficiale tedesco 
dal fatto che questo, per la sua nascita, per i suoi privilegi, per le convenzioni 
sociali del suo paese, si trova naturalmente fuori della nazione, vuol tare al- 
trettanto e cerca di mettersi artificialmente fuori della nazione, di quella nazione 
dalla quale è uscito e nei bassi strati della quale ha profonde radici. L'esercito 
vuole sottrarsi alle regole del diritto comune, e non può tollerare che i ma- 
gistrati della giustizia civile o gli agenti della polizia entrino nelle caserme e 
vi tacciano delle inchieste, quasi che le caserme fossero luoghi sacri; si vuol 
perfino proibire alla stampa di occuparsi di quel che accade al reggimento; e 
i militari hanno leggi speciali e tribunali speciali. Trasportato in un ambiente 
siffatto, il giovane ufficiale, in pochi anni passati al reggimento, diventa un altro 
uomo: egli sparla ancora de' suoi superiori, anzi più di prima; ma non per- 
mette più che si dica essere l'esercito indisciplinato o irriverente; non tollera 
che in società si parli di cose militari per criticare o per biasimare; e odia il 



l'esercito francese nel 1898 3 

Parlamento perchè gli sembra una cosa vergognosa che l'esercito debba dipen- 
dere da quell'assemblea di « sottoveterinari » ; e la sua bestia nera è il relatore 
del bilancio della guerra, quel « profano » al quale il capo dell'esercito deve 
fornire spiegazioni, e che spesso, poveretto, si vede accolto con mala grazia e 
con mala volontà sotto la maschera della più perfetta cortesia. È inutile: non 
si vuole che i pékins ficchino il naso nelle faccende militari; il cedant arma togae 
è una pretesa inaccettabile, ed è con aria sovranamente sdegnosa e superba che 
certi generali fanno le visite regolamentari ai prefetti, ossia ai rappresentanti 
del potere civile. 

Gli ufficiali non amano i « civili », ma la cosa è reciproca: questi non 
amano loro. In società viene ricevuto volentieri il capitano X, il generale Y, 
perchè sono stimati per le loro qualità; ma non sono ricevuti indistintamente 
tutti gli ufficiali della guarnigione solo perchè sono ufficiali; anzi, li si com- 
piange perchè esercitano un mestiere così vuoto, ridotto, in pace, a un per- 
petuo tirocinio, perchè conducono una vita monotona, fastidiosa. GÌ' industriali, 
la parte attiva della popolazione, tendono a considerarli come degli scioperati, 
pagati fin troppo bene per quel poco che fanno. Eppure i loro stipendi sono 
magri, così magri che un banchiere o un negoziante di Marsiglia o di Bor- 
deaux, un armatore dell' Havre, un produttore di champagne, possono dire a 
un colonnello: « Il mio primo commesso guadagna più di voi ». In una so r 
cietà democratica in cui si è portati a misurare il valore delle persone dal de- 
naro di cui dispongono, in cui si crede fin troppo che i servigi che uno presta 
sieno proporzionati alla loro rimunerazione, questa esiguità degli stipendi 
può nocere al prestigio degli ufficiali; e ben lo ha compreso l' Inghilterra, la 
quale paga bene e gratifica con denaro sonante chi le rende dei servigi, mentre 
in Francia un generale vincitore è fiero di ricevere la medaglia al valore e si 
sentirebbe umiliato se gli si offrissero centomila franchi. Questo disinteresse è 
il più puro, il più nobile dei sentimenti che sieno rimasti nell'esercito francese, 
e bisogna felicitarsene; ma all'ammirazione per questa elevatezza d'animo si me- 
scola in molti una certa pietà per costumi che non sono più del nostro tempo 
e denotano una cena ingenuità. 

La Francia, che, dopo aver proclamato per la prima i diritti dell'uomo, è 
rimasta profondamente democratica, lo diventa ogni giorno più, e così sopporta 
a malincuore che alcuni de' suoi figli la rinneghino e formino una classe che 
considera come disprezzabile il lavoro di cui essa vive. È vero che altri dei 
suoi figli l'abbandonano pur essi per entrare nella carriera ecclesiastica; ma la 
Chiesa è molto severa, è molto unita e si fa rispettare. Invece, se si lesina il 

1) PBrim o PJquin era la parola, Ji spregio, con cui ai tempi di Napoleone I i- militari designavano i borghesi. 

V. i. R. 



MINERVA 



rispetto a un corpo d'ufficiali in cui ciascuno sparla del vicino e tutti si la- 
cerano l'un coll'altro, e per di più fanno gli altezzosi tenendo lungi da sé tutto 
il resto del mondo, si comincia addirittura a negare questo rispettò quando 
si viene a sapere che in quell'ambiente, nei più alti gradi o nei posti più in 
vista, vi sono dei miserabili che mercanteggiano la loro influenza e vendono 
croci, dei traditori, degli avventurieri, degl'inetti, dei vili. Non a torto, adunque, 
è stato detto ultimamente che nel grido di « viva l'esercito! » non c'era 
piena sincerità. È vero: si ama l'esercito, lo si vorrebbe grande e rispettato; 
ma mentre lo si acclama e si protesta che si vuol tenerlo fuori dei partiti e 
metterlo al disopra delle passioni, si ta una restrizione mentale in quanto si 
riferisce a' suoi capi. Non si ripete più la definizione ingiuriosa del 1870: leoni 
comandati da asini ■ — ma, infine, il generale Billot ha detto e ripetuto che 
l'ufficiale francese non vale il soldato che sta a' suoi ordini. 

Gli ufficiali francesi non devono, dunque, tentare di resistere alla corrente 
che trascina il paese verso i costumi democratici; non devono pensare a co- 
stituire un'aristocrazia, a meno che non vogliano fondarla su di un merito in- 
contestabile, su di un'austerità di condotta, su di un oziosità professio- 
nale e su di un caldo pattriottismo che, senza che essi ricorrano ad altri mezzi, 
procureranno loro il rispetto e la considerazione di cui sarebbe sommamente 
desiderabile che godessero. Il più bel titolo d'onore che essi abbiano a riven- 
dicare portando la « livrea della nazione », è di esserne i primi servitori. 

Qutsta tisi viene sostenuta con calore da Henry Hérenger in un bel libri) da Im 
centemente pubblicato 1), libro di cui il Veuglaire cita numi-rosi pas 

Vi sono non pochi i quali raccomandano di diffondere nell'esercito l'istru- 
zione e l'educazione per contribuire alla rigenerazione del paese; e in ba 
questa teoria si dovrebbe desiderare che non fosse abbreviata la durata del sci- 
vizio militare e che si lasciassero per molto tempo a contatto i vari elementi 
di cui si compone la nazione. Ma d'altra parte, come dice molto bene il 
nerale Trochu, prolungando di troppo la durata del servizio, si fa si che le 
popolazioni agricole abbandonino sempre più il lavoro dei campi, giacche i gio- 
vani si abituano alla vita della città. E poi il reggimento serve anzitutto a tare 
dei soldati ; e se si può volentieri ammettere che le ore d'ozio sieno in qual- 
che modo utilizzate, non si può volere che l'esercito sia sopratutto una grande 
scuola primaria e che gli ufficiali sieno sopratutto degl'insegnanti. A che prò' 
l'uniforme per imparare gli obblighi che si ha verso lo Stato, per prendere 
delle lezioni di civismo ? Se questa teoria prevalesse, ci sarebbe da temere che 
si finisse col giudicare del valore di un ufficiale unicamente in base alle sue 



1) H. BtKLNGCR, /.ci conscitner r.alionale (Paris, A. Colin e C.\ 



GLADSTOl 5 



qualità pedagogiche, mentre non c'è nessuna relazione fra la dolcezza, la pa- 
zienza, la facilità di elocuzione e altre qualità che fanno il buon maestro, e la 
decisione, la risolutezza, la lucidità di concezione che formano i buoni capi- 
tani. Insegnanti e ufficiali hanno questo di comune, che devono impadronirsi 
dell'attenzione e del cuore dei loro allievi, ma con metodi molto diversi. 

Sta bene che gli ufficiali si occupino anche dell'anima e della mente dei 
loro subordinati e che, non paghi d'insegnar loro la pratica del mestiere del 
soldato, cerchino di svilupparli intellettualmente e moralmente, e tengano con- 
ferenze e lezioni, e non temano di conversare familiarmente coi loro uomini, 
e cerchino di bandire dai loro spiriti gli errori e i pregiudizi e di farvi pene- 
trare la luce della verità; ma non è per la via della caserma che le idee sane 
penetreranno nella nazione; non è questo l'ufficio della caserma; e la durata 
del servizio militare può essere ridotta senza inconvenienti in modo conside- 
revole, a condizione, però, che si ricorra a metodi d'istruzione intensivi per 
accelerare l'apprendimento della professione, senza preoccuparsi dell'educazione. 
Il pubblico, da parte sua, non lesinerà la stima a ufficiali ch'esso vedrà intenti 
a tale lavoro; e i soldati, testimoni degli sforzi continui dei loro ufficiali, con- 
statandone il valore professionale e le cognizioni tecniche, avranno fiducia in 
essi e li ameranno. Il giorno in cui il cittadino gallonato si considererà come 
un fratello maggiore della recluta, come un camerata più istruito e non come 
un padrone, il malinteso che oggi c'è fra nazione e ufficiali sparirà. La situa- 
zione cesserà d'essere falsa quando i costumi e le istituzioni avranno compiuto 
la loro evoluzione naturale; evoluzione alla quale attualmente si oppongono 
certi pregiudizi del passato, una certa pusillanimità e lo spirito di routine di un 
popolo che passa a buon diritto per rivoluzionario, senza che questo non gli im- 
pedisca di essere singolarmente conservatore. 



GLADSTONE 

(Da un articolo dell' Atlantic Monthly, luglio) 

Gladstone era di origine scozzese, di razza mezzo celtica e mezzo teuto- 
nica. Suo padre si era dato alla vita commerciale a Leith, ma all'età di 22 
anni si era portato a Liverpool e aveva intrapreso con gran successo il com- 
mercio dei grani. Divenne, in breve, uno dei mercanti principali di quella città, 
uomo di grande influenza e potere, non meno per la forza del suo carattere 
che per la misura della sua ricchezza. I suoi interessi si erano estesi molto al 



MINI R VA 



di là del commercio dei grani. Egli era proprietario di piantagioni di zucchero 
con grandi tenute e parecchie centinaia di schiavi nella Giamaica e Demerara ; 
era proprietario di 'bastimenti, azionista di banche. Né questo bastava all'energia 
dell'intraprendente scozzese; egli era attivo e aggressivo nelle lotte politiche del 
giorno, cospicuo nelle lotte più acerbe e sempre esposto ai trattamenti più duri 
da parte dei caricaturisti locali. Fu eletto due volte al Parlamento, nel 1 8 1 8 e 
nel 1820, ma non si fece notare molto nella Camera dei Comuni. Egli era un 
uomo piuttosto di forza che di finezza; severo con tutti, aveva mantenuto la 
disciplina della sferza nelle sue piantagioni fino all'ultimo, e le sue grandi te- 
nute di Demerara avevano acquistato una sinistra notorietà negli annali degli 
abolizionisti di quel tempo. Quando il Parlamento inglese decretò l'emancipa- 
zione con compenso, egli ricevette più di 75,000 sterline per l'emancipazione 
de' suoi schiavi. 

Questo energico e prospero mercante scozzese ebbe quattro tìgli, dei quali il 
più giovane fu Guglielmo Ewart, cosi nominato in onore di un amico sco 
padre. (É noto come in inglese si dà a un bambino non soltanto il nome, ma 
anche il cognome, di un amico o di altro personaggio che si vuol ricordare). 

William Ewart Gladstone nacque il 29 dicembre 1809. Prima che .; 
12 anni ìu mandato a raggiungere due de' suoi fratelli nel Collegio di Eton, di 
dove, nel 1828, passò all'Università di Oxford. Allevato in un'atmosfera di 
torismo, egli era ben preparato a ricevere, nella mente e nel cuore, lo spi- 
rito e l'influenza della grande Università. Oxford era allora alla vigilia di quel 
singolare movimento di rinascenza ecclesiastica a cui va unito il suo nome. 
Allora vi predicava Newman; Pusey vi insegnava; e c'erano come studenti En- 
rico Manning e Giacomo Hope, compagni del Gladstone. Il giovane Gladstone, 
fortemente inclinato da natura al sentimento religioso, e dotato di una atti- 
tudine mentale che rende facile la fede religiosa, fu ispirato a Oxford da ima 
profonda devozione alla Chiesa. Ma questa devozione si cambiò in una passione 
per la Chiesa costituita in Chiesa anglicana, e quella diventò la forza dominante 
nel suo conservatorismo e nella sua vita per molti anni appresso. Compren- 
dere questa potente influenza di Oxford sul Gladstone è quasi comprendere 
lui stesso, e forse ottenere una chiave per spiegare le fasi più imbarazzanti della 
sua carriera. 

La passione religiosa non gì' impedì, pero, di attendere seriamente agli altri 
studi e a prepararsi per la sua futura carriera parlamentare. Già nei circoli uni- 
versitari egli si era distinto talmente nelle discussioni, che il Parlamento gli fu 
aperto appena lasciava le soglie dell' Università. 

Se c'era in Inghilterra un tory più petrificato nel suo torismo che qual- 
siasi altro, questi era il duca di Newcastle. Egli era proprierario del borgo par- 



GLADSTONE 



lamentare di Newark-upon-Trent, e offrì la candidatura di quel borgo al giovane 
Gladstone, nel quale egli vedeva un abile interprete delle teorie conservatrici. Il 
giovane Gladstone accettò, e fu eletto con una considerevole maggioranza, ed 
entrò nel Parlamento che si radunò il 20 gennaio 1833. 

Egli si trovo, così, all'età di 23 anni, sulla soglia di una carriera politica. 
Senza dubbio, sembrò una fortuna l'aver potuto entrare in Parlamento così 
presto; ma, certamente, non lo era. Nessun uomo di quell'età, quando i ger- 
mogli della fanciullezza non sono ancora sviluppati, è preparato a impegnarsi 
con qualsiasi partito e qualsiasi credo; meno che mai uno che venga fresco 
come il giovane Gladstone da una coltura di serra come quella di Oxford. Egli 
aveva bisogno di alcuni anni per maturare le sue convinzioni, col maturare della 
mente, e per questo perdette la sua libertà. Egli fu compromesso, legato sal- 
damente ai dogmi politici di suo padre, della sua Università, del suo patrono 
il duca di Newcastle. Xè questo era il peggio. Macaulav, nel suo modo in- 
cisivo, ha notato il pernicioso effetto intellettuale di una prematura coltivazione 
del « talento per la discussione » : « Noi potremo piuttosto aspettarci — egli dice, 
- — una grande opera originale sulla scienza politica, — un'opera per esempio 
come la « Ricchezza delle Nazioni » — , da un farmacista di villaggio o da un 
ministro nelle Ebridi, piuttostochè da un uomo di Stato il quale fin dall'età di 
2 1 anni è stato un eloquente parlatore nella Camera dei Comuni » . Il danno mo- 
rale che procede da questa stessa causa è stato anche messo in luce dal Bagehot 
nel suo saggio sul Peel. Nò il Macaulav, né il Bagehot hanno esagerato il danno 
di coscienza e di mente a cui un giovane politicante è esposto, specialmente 
quando entra nell'arena delle discussioni parlamentari ad un periodo di vita 
troppo precoce. Gladstone fu lanciato in quei pericoli all'età di 23 anni. Dob- 
biamo ricordare questo fatto quando teniamo a mente le successive fasi della 
sua vita politica. Inoltre, è da ricordare che la vita politica dell'Inghilterra stava 
allora passando per una grave crisi : tutto era messo in discussione : la reazione 
contro la rivoluzione francese era finita, e cominciava ora una potente contro- 
reazione. Ma il giovane Gladstone, nel mezzo dei fiotti e delle tempeste di 
un'epoca simile, sensibile ad essa, eccitato da essa, in ogni fibra della sua na- 
tura sensitiva, era stato incatenato dal duca di Newcastle a un palo nella sabbia! 
Naturalmente, egli non aveva coscienza di questo suo stato di servitù. Egli si 
sentiva libero quando puntava la sua lancia in difesa del campo,, che non 
avrebbe potuto abbandonare, se anche avesse voluto ; ma la servitù sfortunata- 
mente era un fatto. 

Era allora al potere il ministero Grey, che attendeva con lodevole energia 
a riformare abusi e torti, in mgkì campi della vita pubblica. La minoranza torv, 
guidata dal Peel, coraggiosamente ma inutilmente, lo combatteva. Gladstone, na- 






Muralmente, sostenne la sua parte di oppositore. Egli parlo contro l'abolizione 
di nocive sinecure, parlò contro la restrizione delle pene corporali nell'esercito, 
contro l'emancipazione degli ebrei, contro la riforma della Chiesa irlandese, 
contro l'abolizione delle prove religiose per l'ammissione all'Università, contro 
l'inchiesta sugli effetti delle leggi sul grano, contro l'abbreviamento della du- 
rata settennaria del Parlamento, e, cosa anche più notevole, contro quell'atto 
immortale che, a partire dal i" agosto 1834, emancipava fino all'ultimo schiavo 
delle colonie britanniche. NelPopporsi a questi provvedimenti il Gladstone fece 
il suo primo importante discorso, non opponendosi alla emancipazione finale, 
ma alla fretta nella liberazione dei neri, insistendo che si desse loro il tempo 
di prepararsi alla liberta. 

Nel [841, dopo una elezione generale, il Peel andò al potere, e, sebbene egli 
losse. una niente fondamentalmente conservativa, era pero una mente ape: 

in grande potere nella applicazione pratica dei principi alle circostanze. 
Fu un. fortuna per il Gladstone di poter combattere sotto la guida di un cosi 
grande capitano. Egli aveva conservato fin qui la Mia devozione all'organizza- 
zione di una Chiesa di Stato; le sue idee egli manifestò nel libro pubblicato 
nel [838 : Sullo Stato nelle sue relazioni con U », libro che sarebbe 

da lungo tempo dimenticati» se il Macaulav non l'a immortale COtl 

una celebre critica, e se gli avversari politici dell'autore non avessero cosi sfM 

to soddisfazione a citarne le dottrine. Lo scopo ultimo del libro era di 
dimostrare che la propaganda della verità religiosa è uno degli scopi principali 
del governo, assumendo, naturalmente, che la verità religiosa sia incorporata pura- 
mente nelle dottrine e negli insegnamenti della Chiesa inglese. Il libro non giovo 
molto al Gladstone, poiché non piacque, naturalmente, agli avversari, e dispiacque 
ai seguaci della Chiesa il vederla difesa su basi quasi interamente politiche. 

tiesto punto avvenne fortunatamente una diversione nelle tendenze e 
nelle occupazioni del Gladstone. Il Peel, nel formare il suo Ministero, chiamo 
a sé il Gladstone, e lo fece Vicepresidente del Comitato del Commercio, che 
sarebbe come dire Sottosegretario per l'agricoltura, industria e commercio. Egli 
si diede immediatamente tutto agli studi economici, e cosi fu insensibilmente 
allontanati) da una quantità di preoccupazioni ecclesiastiche e teologiche che 
avevano oppresso e inceppato la sua mente. Egli aveva ora trovato la sorta di 
soggetti che poteva trattare con l'abilità più fine, i dettagli ch'egli poteva pa- 
droneggiare col più grande potere, il genere di esposizione nel quale egli po- 
teva eccellere. Egli era entrato, cosi, nella sua vera carriera. 

A poco a poco, si modifico il suo modo di considerare la Chiesa : questa 
non fu più il principale oggetto delle sue vedute politiche. Questo voleva dire 
strappare la pietra fondamentale del suo conservatorismo e rendere inevitabile 



GLADSTON'E ' 9 

un generale sgretolamento delle opinioni eh' egli aveva ereditate e accettate. 
I suoi doveri di ufficio lo trascinarono nella corrente di una discussione eco- 
nomica che occupava tutta la vita politica dell' Inghilterra, in quegli anni. Certo, 
quella discussione era più di ogni altra atta a lavar via dalla sua mente, come 
aveva fatto dalla mente del Peel, il torismo della vecchia maniera. 

Il movimento allora iniziatosi finì nel 1846, con l'abolizione dei dazi sui 
grani e con la soppressione definitiva del protezionismo nella politica britannica. 

Il Peel ebbe la gloria di capitanare questo movimento ; ma anche il Gladstone 
seppe stare a fianco del suo capitano, e camminare arditamente con lui. 

In seguito al nuovo atteggiamento del giovane deputato, il duca di Newcastle, 
naturalmente, non volle saperne di appoggiarlo ancora nel borgo di Newark-upon- 
Trent. E nelle elezioni generali del 1847 il Gladstone dovette cercarsi un altro 
collegio : fu eletto dall'Università di Oxford. Negli anni seguenti egli non prese 
parte prominente nella vita politica del suo paese. Nel 1850 era a Napoli a 
passarvi l'inverno con la sua famiglia, quando, indignato delle mostruose op- 
pressioni del governo borbonico, scrisse al Times, indirizzandole a Lord Aberdeen, 
le celebri lettere che commossero l'Europa e svegliarono da per tutto un sen- 
timento d'indignazione contro il Re Bomba. 

In quello stesso anno avveniva la morte di Roberto Peel, in seguito alla 
quale i liberali si trovarono disuniti in modo che fu facilitata la salita al po- 
tere dei conservatori con Stanley e Disraeli. Subito dopo, però, quando Disraeli 
presentò il suo progetto di bilancio finanziario, il Gladstone lo criticò, con un 
discorso così minuto nei dettagli, così lucido nelle idee, così potente per elo- 
quenza, che il Ministero fu battuto; e nel Ministero nuovo, presieduto da 
Lord Aberdeen, Gladstone fu chiamato a farne parte come Cancelliere dello 
Scacchiere. In questa qualità egli fu il principale sostegno e la forza del Ga- 
binetto Aberdeen, il quale, se fu felice nella politica interna, fu invece sfor- 
tunato assai nella politica estera. Appartengono a questo periodo l'alleanza col 
nuovo imperatore francese e la guerra di Crimea, guerra non necessaria, senza 
scopo deciso, e condotta malissimo. Caduto il Ministero, il Gladstone si consolò 
ritornando ai suoi cari studi, ed è. in questo periodo ch'egli pubblicò gli studi 
su Omero e sull'età omerica. Fu di nuovo Ministro delle finanze nel 1860, nel 
Gabinetto presieduto da Lord Palmerston. Non ostante la sua grande abilità 
come finanziere, nel 1865, nelle elezioni generali, egli perdette il suo seggio 
di Oxford, poiché le sue opinioni erano diventate troppo liberali per quella Uni- 
versità; fu rieletto dal Lancashire, ed egli si trovò così più libero e disimpe- 
gnato che mai per il passato; era spezzato l'ultimo filo di connessione col con- 
servatorismo, ed egli prese posto al fianco di John Bright e degli altri liberali 
più avanzati, come uno dei tribuni del popolo. 



10 MINERVA 

Nel 1868 riportò al Parlamento la questione della Chiesa irlandese; mise 
a nudo l' ingiustizia di obbligare i nove decimi degli Irlandesi a pagar le decime 
per una Chiesa diversa e anzi avversa alle proprie credenze; presento una mo- 
zione in questo senso, e il Governo fu battuto. Fatte l'elezioni generali, il suo 
partito rientrò con la maggioranza, e Gladstone fu incaricato di formare il nuovo 
Gabinetto. Kgli si trovò cosi, nel suo anno 59 , allo zenit del suo potere, ma 
non ancora della sua fama. Dal 1868 al 1874 questo primo Gabinetto di Glad- 
stone ebbe a lottare con gravissime difficoltà, e a prendere importantissime 
misure. Anzitutto, dovette privare dei suoi privilegi la Chiesa irlandese, secondo 
il desiderio espresso dagli elettori. Ma, tolto il privilegio della Chiesa, rimaneva 
il sistema di proprietà fondiaria che opprimeva e dissanguava l'Irlanda. Nel 1870, 
Gladstone presentava alla Camera un progetto per risolvere questo pernicioso 
problema (Irish land bill): la discussione duro parecchi mesi, mi alla fine il 
bill fu approvato nell'agosto. Nel lettori, quasi fossero stanchi del 

ino savio e progressivo del Gladstone, elessero una maggioranza di deputati 

• sari, per cui il Ministero fu obbligato a din» lì successe il Disraeli 

con un Gabinetto conservatore. 

Libero dalle cure dell' ufficio, il Gladstone tornò tranquillamente ai 
studi, e pubblico un opuscolo che fece allora molto rumore • Sui Decreti del 
Vaticano ». Egli aveva ceduto la direzione del partito liberale al marchese di llar- 
tington, uomo di gran mente e di gran cuore, ma non ricco di quella indomita 
energia ch'era uno dei caratteri gladstoniani. 

Ir atrocità bulgare obbligarono il Gladstone a rientrare nella lotta, il che 
voleva dire, per un uomo fatto come lui, a combattere nelle prime file. De- 
nuncio la politica del Governo scandalosamente protettrice del turco, e nelle 
elezioni del 1880 il paese dimostrò di essere di nuovo con lui; i liberali fu- 
rono eletti con grande maggioranza : il Gladstone fu di nuovo incaricato di 
formare il Gabinetto. Questo nuovo Ministero di Gladstone fu molto sfortunato; 
egli si trovo con un esercito impegnato nell'Afganistan, con una guerra contro 
i Boeri, provocata da torti che un giusto Governo britannico avrebbe dovuto 
riparare; con una situazione in lìgitto che condusse alla rivolta di Arabi e al- 
l'intervento degli Inglesi sul Nilo, alla missione di Gordon a Kartum, al suo 
sacrifìcio per opera dei inalidisti, e a una spedizione di salvataggio, la quale 
giunse troppo tardi. 

Tutti questi fastidi erano sufficienti a piegare le spalle anche di un uomo più 
giovane assai di Gladstone. Ma questi non furono che gli infortuni minori; 
i guai maggiori vennero dall'Irlanda. Il Bill del 1870 non si dimostrò, nella 
pratica, sufficiente: i proprietari seguitavano a cacciar via i coloni, ed era nato, 
in tutto il paese, un sentimento di odio e di rivolta irrefrenabile. Si era co- 



GLADSTONE I I 

stituita la famosa land league, e un nuovo partito dell' home rute, guidato dal 
Parnell, domandava, come ultima concessione, una legislatura separata per l'Ir- 
landa. Il Gladstone presentò e fece approvare dalla Camera un progetto per 
soccorrere temporaneamente i coloni espulsi; ma il progetto fu schiacciato nella 
Camera dei Lord da una straordinaria maggioranza. Questo fatto provocò lo 
scoppio delle ostilità da parte della land league ; avvennero incendi, boicottaggi, 
assassini; lo stesso Segretario capo dell'Irlanda, lord Federico Cavendish, fu 
ucciso, come è noto, in Dublino. Tutti questi fatti, e sovratutto nell'inverno 
del 1885 l'abbandono del generale Gordon a Kartum, voltò l'opinione pubblica 
contro il Ministero, il quale, nel giugno, dopo un voto contrario, fu obbligato 
a dimettersi. 

Pochi mesi dopo, però, il Gladstone era chiamato, per la terza volta, ad essere 
Presidente del Consiglio, ma questa volta egli era virtualmente nelle mani del 
partito irlandese, senza il cui appoggio non poteva avere la maggioranza. Glad- 
stone aveva ora 77 anni; per la terza volta aveva raggiunto il sommo del 
potere; non aveva speranza di salire più oltre; credette venuto il tempo di 
afferrare, come si dice, il toro per la corna, e risolvere la questione irlandese 
radicalmente e per sempre. Egli presentò il suo progetto di home rule, nel quale 
concedeva all'Irlanda un Parlamento separato. Disgraziatamente, il suo progetto 
non era chiaro né preciso ; non contentò guari gli Irlandesi ; disgustò, offese, 
irritò tutte le altre parti del Regno. Una buona parte degli stessi liberali abban- 
donarono il loro capo, e formarono una frazione, forte di oltre 80 membri, col 
nome di Unionisti. 

Gladstone si appellò al paese, ma fu battuto. Per la quarta volta, tornò al 
potere nel 1892, e subito riassunse la questione dell' home mie. Il suo pro- 
getto fu approvato dalla Camera, ma respinto, come era da aspettarsi, dai Lord. 
Il Gladstone vide l' inutilità di un nuovo scioglimento o di una lotta contro i 
Pari : attese al disbrigo di altre faccende fino al fine della sessione, e nell'aprile 
seguente si dimise. La sua carriera politica era finita. 

Disgraziatamente, questa fine non fu così grande e gloriosa come avrebbe 
potuto essere. Il suo progetto di home rule, nel quale egli si ostinò per tanto 
tempo, non preciso, non pratico, mal digerito, non può a meno di diminuire 
alquanto il Gladstone nella sua riputazione di uomo di Stato ; è difficile, sopra- 
tutto in vista degli ultimi atti della sua vita politica, di metterlo a pari coi Bismarck 
e coi Cavour. 

E tutto questo e doloroso: egli aveva fatto tanto per l'Inghilterra, perla 
Brettagna, per l'Irlanda! Egli aveva lavorato così a lungo, così speranzosamente, 
così gagliardamente, così duramente! Egli aveva abbattuto, senza favore o paura, 
tanti abusi e tanti torti! Egli si era ricordato così fedelmente di tutto il pò- 



12 MINERVA 

polo, aveva sopportato con tanta calma gli egoistici risentimenti di una classe 
egoista! Egli aveva riscaldato il cuore stesso del mondo col suo generoso en- 
tusiasmo! Per mezzo secolo egli era stato una figura così inspirante agli occhi 
di tutta l'umanità, cosi cavalleresca nel lottare per il diritto! Si sente che tutto 
il popolo di razza britannica avrebbe dovuto radunarsi a dire a lui « salve 
« addio » quando si ritirò dalla vita pubblica. 

Il posto di Gladstone nella storia inglese sarà alto e in disparte da qualsiasi 
altro; sarà, a nostro giudizio, un'eminenza assegnata a qualità morali, anziché 
a poteri intellettuali. Si vedrà che pochi uomini di grandi doti e di grande 
ambizione hanno cercato, con tanta lealtà, il diritto, o hanno lottato per esso 
con tanto coraggio. Quando egli sfidò il disprezzo e la collera della Chiesa, 
la quale era stata sempre di più per lui che per la massima parte de' suoi preti, 
e quando con lo stesso atto sfido il suo proprio passato per rendere giustizia 
al popolo di un altro credo, e quando fece una giusta pace coi Boeri in pre- 
senza di uno scatenarsi della rabbia in li assurse ad una grandezza 
di carattere che sarà misurata nel tempo avvenire con occhi più chiari dei 
nostri. 

La malia persuasiva della sua eloquenza non sarà guari compresa dai: 
nera/ioni avvenire. Essa non consisteva nella parola, nella frase, nel! 
o nel pensiero; essa veniva per la massima parte dallo spirito che infoi: 
l'alito dell'uomo, sonava nella sua voce, guarda\a fuori da' suoi occhi. I 
personale a lui, derivata sovratutto dalle qualità morali, elio sembravano e 
la sua distinzione maggiore. Nessun uomo de' suoi tempi ha avuto tanto potere; 
forse non è troppo dire che nessun uomo di qualsiasi tempo 1' ha superato per 
questo lato. Hppure, egli non fu mai logicamente forte. I suoi scritti argomen- 
tativi, anche quelli che sono composti con maggior cura e ponderazione, mostrano 
notevoli difetti di ragionamento. Tuttavia, la sua poderosa influenza su menti di 
Ogni sorta è un fatto certo, Fu detto una volta che « Gladstone poteva persuadere 
chiunque a qualunque cosa - lui stesso incluso -; » e senza dubbio l'epigramma 
contiene una significante verità. Datemi un uomo di natura grande e fine e saldo 
in ogni sua parte, ma iniettate in lui un po', giusto un po', di eccesso dal lato 
morale ed emozionale - un po' più di sentimento che il giudizio logico non possa 
controllare - e noi avremo l'uomo persuasivo, che è qualche volta troppo per- 
suasivo, anche a sé stesso. In grande scala, come con Gladstone, produce un 
raro e splendido potere per l'opera ch'egli aveva da compiere - un raro e splen- 
dido carattere per la delizia e l'ammirazione dell'umanità; mantenne lui nella 
forza e nella bellezza della gioventù fino alla morte. Fece anzi di più : poiché 
egli era più giovane di spirito, più giovane nelle generosità e nelle ospitalità 
della sua mente quando l'opera sua era finita che quando cominciava. Egli al- 



GLADSTONE I 3 

meno in questo pratico e dubitante secolo decimonono trovò sorgenti di fede 
in Dio e nell'uomo, e bevette ad esse fino alla fine. 

In aggiunta a questo riassunto dello studio dell' Atlantic Monthly intorno all' illustre uomo, 
riproduciamo alcune osservazioni con le quali si chiude un articolo su Gladstone pubbli- 
cato nella Revuc des Deux Mondes del i° luglio da F. de Pressensé. Rifatta accuratamente 
la biografia di Gladstone, egli dice : 

La storia di quest' uomo è la storia di un paese e di un secolo, giacché 
Gladstone ha incarnato, meglio di qualsiasi de' suoi contemporanei, l' Inghilterra 
del suo tempo. L' unità della sua vita si mostra chiaramente al di sopra di tutte 
le variazioni : Gladstone è stato un gran liberale, un radicale, Y uomo del pro- 
gresso e del popolo, perchè è rimasto conservatore nel senso più profondo e 
vitale della parola. Egli credette con tutta l'anima nella solidità delle istituzioni 
sociali e politiche dell'Inghilterra, e per questo osò combattere gli abusi ed eri- 
gere un magnifico edifizio di audaci riforme; egli aveva fede nel popolo e nel 
trono, nelle masse e nelle classi, e per questo sembrò che talora scuotesse fin 
le basi dello Stato; egli sapeva che il liberalismo è immortale e che nulla può 
distruggere questa forza benefica, e per questo non esitò a rompere il vecchio 
partito liberale e a gettarlo nella caldaia di Esone perchè ne uscisse ringiovanito 
e vivificato. E ciò che ha fatto di Gladstone una figura cosi alta e cosi pura, 
ciò che mette la sua grandezza al di sopra di tutte le rivalità, ciò che fa sparire 
nell'ombra certe sue debolezze, è anzitutto e sopratutto la sincera religione, 
l'alta fede in Dio. 

Che cosa resterà dell'opera sua ? Dal punto di vista della politica, sembra 
ch'egli lasci il partito liberale in cattive condizioni e compromesse tutte le cause 
alle quali aveva servito. Quanto alla sua opera di legislatore, è noto che l'uomo 
politico raramente lavora per l'eternità e neppure per lunga durata di tempo. 
Come scrittore, non ha dato nulla che possa sfidare i secoli. L'eloquenza è 
quanto v'ha di più effimero al mondo e sparisce con lo sparire dell'uomo che 
l' ha usata, e altri subentrano al suo posto e trascinano con parola infiammata 
assemblee e popoli. E finalmente può anche accadere che la forma particolare 
della sua religione, quella ch'egli credette d'aver posto su base eterna, subisca 
anch'essa la legge universale per cui le cose umane si trasformano continua- 
mente, nascendo, crescendo, declinando. 

Queste riflessioni sono desolanti e fatte per iscoraggiare i più animosi. Ep- 
pure, di quella lunga vita d' uomo resterà qualche cosa di prezioso che non si 
perderà mai. Guglielmo Gladstone ci ha lasciato in eredità un xxijjia tfc iti, 
un bene che non perirà : non solo, cioè, ha lasciato l'esempio di una vita ono- 
rata e incontaminata, ma ci ha dato una lezione che per il nostro tempo ha 
una utilità immensa: quella dell'opportunismo praticato con coscienza. Il mondo 



MINERVA 



ha veduto stoici, asceti e santi; e li rispetta e li venera; ma in Gladstone ha 
veduto un uomo che ha conosciuto gli alti e i bassi della vita pratica; un uomo 
che era un realista, e aveva l'ingegno sottile, e coltivava la casuistica, e non 
temeva i « distinguo ». Egli sapeva aprire la sua vela al vento di una dottrina 
solo quando questo vento soffiava con forza sufficiente; egli aveva il dono di 
far coincidere i suoi cambiamenti d'opinione con le variazioni delle correnti 
popolari; per confessare una conversione aveva bisogno di essere alla vigilia di 
agire, e non agiva senza un concorso di circostanze favorevoli. Un uomo po- 
litico siffatto avrebbe potuto essere pericolosissimo; ma egli si ispiro sempre a 
un ideale che mai perdette di vista, quello della continua elevazione: egli non 
i mai di salire a orizzonti più larghi e più alti ; e, seguendo il consiglio 
di Emerson, legò il suo aratro a una stella perchè lo trascinasse. Guglielmo 
Gladstone mostrò quanta coscienziosità ci possa essere in un uomo di Stato; 
e questa e una lezione d'importanza capitale in un'epoca come la nostra in 
cui l'opportunismo entra perfino nel campo degl'intransigenti e troppi sono 
quelli che troppo spesso fanno servire l'ipocrisia dell'assoluto a meglio sfruttare 
il relativo. E così, quasi per giusto privilegio, fu dato al Gladstone di invertire, 
in certo qual modo, l'ordine naturale delle cose col godere nella vecchie» 
età in cui di solito tutto l'essere si raffredda e si restringe — di un continuo 
allargamento e di un crescente riscaldamento dell'anima, la feconda espansione- 
dei suo inverno facendo contrasto alla banale ricche/za di tante primavere e di 
tante estati che non hanno domani. 



GLI ESERCITI E LA DIREZIONE DELLA GUERRA 

(Da un articolo di Reinuoi.d Gunther, Westtrmann's Monatshcfe, luglio) 



Uno Stato che vuol fare una politica forte deve mantenere anzitutto in 
buono stato lo stromento della guerra, l'esercito. La Germania ha dato l'esempio 
e tutti hanno dovuto conformatisi. Gli eserciti colla coscrizione non obbligatoria 
sono necessariamente inferiori e si reggono soltanto dove l'opinione popolare, 
come è il caso in Inghilterra, a diritto o a torto ritiene che la posizione 
grafica e le forze del naviglio da guerra sieno sufficiente difesa, o dove, come 
è il caso nel Belgio, una minoranza prepotente ed egoista si rifiuta al servizio 
militare universale. 

L'esercito popolare è solo in grado di raccogliere in se tutte le forze fi- 
siche, morali e intellettuali della nazione. Ogni cittadino sano, ricco o povero, 



GLI ESERCITI E LA. DIREZIOXE DELLA GUERRA 



colto o ignorante, nobile o plebeo, viene costretto nei suoi anni migliori al 
servizio militare. È una rude scuola, ma è veramente una scuola. In Italia 
nessun soldato lascia la bandiera senza aver ricevuto una elementare istruzione, 
che non sempre ha portato seco dal comune. La generalità del servizio obbli- 
gatorio lo nobilita agli occhi del popolo, mentre nei paesi dove il servizio è 
libero, vien considerato come un mestiere poco rispettabile. 

L'unione di esercito e popolo diventa sempre più intima dove si faccia 
strada la convinzione che l'ufficialità non è una casta chiusa e una carrieA. 
riservata alla nobiltà, ma che invece da ogni classe popolare si può salire nel- 
l'esercito a tutti i gradi, anche ai supremi. 

Uno dei più forti legami dell'esercito è naturalmente lo spirito nazionale. 
Vi sono anche degli eserciti che si potrebbero dire internazionali, e si tengono 
insieme per un concetto di Stato. Il maggiore esempio è quello dell'Austria; 
ma già in questa fine di secolo lo spirito nazionalista che v' è penetrato ne 
minaccia seriamente l'esistenza avvenire. Non così la milizia della Repubblica 
Svizzera che comprende Tedeschi, Francesi, Italiani e Ladini, ed ha adottate 
le diverse lingue; mentre l'Austria si ostina a mantenere il tedesco come lingua 
ufficiale unica dell'esercito. Anche la Russia ha un esercito composto di diverse 
nazionalità, ma finora ha saputo reggerlo così strettamente da non lasciar adito 
al pericolo nazionalista. 

Quanto al pericolo dei partiti politici interni esso è negli eserciti assai mi- 
nore di quel che generalmente si creda. Bisogna riflettere che le reclute entrano 
a far parte dell'esercito in cosi giovane età che l'immensa loro maggioranza 
non s'è ancora peranche interessata alle questioni politiche del paese. Durante 
il servizio sentono irresistibilmente l'influenza dell'ambiente, e la maggior parte 
ritornando alle loro case si ricordano con orgoglio e con intima soddisfazione 
della loro vita militare. Il militarismo, così spesso attaccato a torto, è tuttora, 
nelle presenti condizioni sociali, un'istituzione altamente benefica. Il popolo stesso 
lo sente; forse in modo non chiaro, ma ne è in fondo convinto. Né le scuole, 
né il lavoro delle officine e delle campagne possono formare del fanciullo un 
uomo, che sappia far uso di tutte le sue forze fisiche e morali, quanto lo può 
l'esercito. In un'epoca nella quale la grande industria intacca sempre più pro- 
fondamente il carattere e la salute del popolo, il servizio militare obbligatorio 
che costringe tutti i giovani cittadini, durante i migliori anni dello sviluppo 
fisico, a una vita forte e regolare, alternata igienicamente di fatica e di riposo, 
è una istituzione provvidenziale, è una sociale necessità. Ogni gruppo di reclute 
che si presentano alle porte di una caserma, ogni gruppo di congedati che 
abbandonano il servizio sono lo specchio migliore della educazione militare. 



:6 MINERVA 

A eccezione della Francia, e, in seconda linea, della Germania e della Sviz- 
zera, gli altri Stati che hanno introdotto il servizio generale obbligatorio non 
chiamano sotto le armi tutto il contingente del piede di pace. Russia, Austria 
e Italia, per considerazioni finanziarie, si astengono dall'estendere il servizio a 
tutti i coscritti per legge. In guerra dovranno calcolare sopra una massa di 
truppe complementari, superficialmente istruite e appena sufficientemente armate 
ed equipaggiate. Però, se la truppa attiva è bene istruita, se la qualità è buona, 
non devesi esagerare il danno della sua minore quantità. Troppi si sono la- 
sciati prendere in passato dalla follia del numero; e la storia è pronta a pro- 
varlo. Napoleone che passo il Niemen con 370,000 uomini credette di avere 
in pugno la vittoria per semplice effetto della massa. Ma entrò in Mosca con 
90,000 uomini e ripassò il Niemen con 8,000. 

La Francia ha educato militarmente il 7,8 per cento della sua popolazione, 
la Germania 6,5, l'Italia 5,}, l'Austria-Ungheria 5, la Russia s, 9. Conseguen- 
temente potranno mettere in campo, tra prima e seconda linea, la Russia 2,5 
milioni d'uomini, la Germania 2,}, la Francia 2,2, l'Austria 1,3, l'Italia o, v 

Sono cifre enormi che naturalmente non bisogna intendere nel senso che 
uno Stato possa improvvisamente disporre di un tal numero di combattenti, 
bensì entro lo spazio di alcuni mesi, prolungandosi la guerra. nidi Stati 

militari d'Europa potranno al settimo giorno di mobilizzazione lanciare al con- 
fine ottocento mila uomini, con i cavalli e i carriaggi rispettivi, avranno fatto 
il massimo possibile sforzo, e solo nelle quattro o cinque settimane seguenti 
potrà aver luogo successivamente la mobilizzazione d'altre forze. 

Altro vantaggio dei grandi eserciti nazionali è quello di rendere cosciente 
direttamente tutto il popolo degli orrori che si accompagnerebbero a una 
guerra, e quindi cauta l'opinione pubblica nei conflitti internazionali. La mo- 
bilizzazione di tali eserciti sconvolgerebbe così profondamente tutta una nazione, 
porterebbe con sé sacrifizi finanziari cosi enormi, che da queste considerazioni 
soltanto rimase assicurata, dal '7 1 in poi, la pace d'Europa. È una pesante 
necessità, ma una necessità salutare. Solo un popolo in armi è padrone dei 
suoi destini! 

Quanto alla direzione della guerra, si sn che la politica, la quale apre e 
chiude il periodo delle ostilità, entra anche nello sviluppo dell'azione militare. 
Non sono più oggidì le guerre antiche, per soggiogare un popolo -e distrug- 
gerne l'esistenza. Scopo d'una guerra moderna è di tare accettare al nemico 
una propria volontà, di farlo rinunziare a una sua. Si può annientare mili- 
tarmente il nemico, ma la prudenza politica vieta di tirare conseguenze estreme 



1; Per dò eh« spetta all'Italia, il calcolo è evidentemente errato. 

N. <L R. 



GLI ESERCITI E LA DIREZIONE DELLA GUERRA 



dalla vittoria. D'altra parte due Stati forti e vitali, nell'urto d'una guerra, si 
apportano reciprocamente tali danni, che anche il vincitore desiste volentieri e 
volentieri accoglie la pace. La politica poi, coli' intervento diplomatico dei neutri, 
coli' influsso dei partiti interni, coi mutamenti dell' opinione pubblica ha sempre 
una gran parte nello svolgimento del piano d'azione. Né bisogna credere 
che un piano d'azione prestabilito possa essere mai tradotto esattamente in 
fatto. Nella vecchia questione, se nella guerra tutto dipenda dalla tattica, cioè 
dall'azione immediata degli uomini di guerra, o tutto invece dipenda dalla stra- 
tegia, cioè dalla direzione suprema della guerra, desunta da considerazioni sto- 
riche, filosofiche e naturali, la verità probabilmente è nel mezzo. 

« È un'illusione, scrive il maresciallo Moltke, quella di credere che sia pos- 
sibile prestabilire di lunga mano un piano di battaglia e condurlo ad esecu- 
zione fino al termine. Il primo scontro colla massa nemica apporterà, secondi 
l'esito, una nuova condizione di cose. Molte cose diventano impossibili che si 
erano abilmente preparate, ed altre che non si sperava di poter tentare diven- 
tano facilmente eseguibili. Ciò che compete alla suprema direzione della guerra 
è di saper afferrare rapidamente il significato dei fatti e ricostituire in conse- 
guenza il piano d'azione ». Una sola idea fondamentale è evidente nei grandi 
guerrieri moderni, da Napoleone a Moltke: quella di non disperdere le forze, 
come anticamente facevasi, nella occupazione del paese, ma invece di battere 
rapidamente il nemico respingendolo nella sua capitale, per giungere alla fine 
nella medesima a dettargli le condizioni di pace. 

Anche i Francesi avevano ideata nel 1870 una rapida marcia sopra Berlino, 
gettando due eserciti oltre Reno; ma la mobilizzazione non ebbe luogo : 
necessaria rapidità, mentre i Prussiani in due settimane avevano 300,000 uo- 
mini oltre confine. Dopo d'allora si fecero sotto questo rispetto notevolissimi 
progressi. Tutti gli Stati si sforzano di abbreviare al possibile i termini 1 
mobilizzazione, comprendendo quanto importi prevenire il nemico e portare la 
guerra sul suo territorio con una rigorosa offensiva. L'avvenire potrebbe tuttav:.; 
portar seco di ben diverse esperienze. La furia, la nervosità, la precipitazione 
di una parte potrebbero far cattiva prova di fronte alla calma e alla perseve- 
ranza dell'altra. 

Altra grande necessità è quella di una forte riserva di danaro. Nei primi 
giorni di una guerra i milioni sfumano con una spaventosa rapidità, e mentre 
s'apre il tempio di Giano, le Banche invece si chiudono. Quindi la necessità di 
provvedimenti presi in tempo, e indispensabili agli Stati quanto la preparazione 
del materiale di guerra e la costituzione dell'esercito; provvedimenti per man- 
tenere un fondo metallico di riserva di guerra, i cui immensi interessi pe: 
vanno a conto di quel che costa la pace armata. Un conto pesante; ma se la 

Minerva, XVI. * 



I» MINERVA 

mancanza del denaro necessario dovesse costare una guerra perduta, bisogna 
riflettere che questa sventura, anche a non considerarla che dal punto di vista 
della moneta sonante, pareggia il reddito di cinquantanni di pace. 

I principi tattici vanno anch'essi perfezionandosi a ogni nuova esperienza 
che risulta dalle guerre moderne. Fondamentale è che « importa sopraffare il 
nemico con forze maggiori in determinati punti, limitandosi a sostenere le po- 
sizioni nel resto della linea di battaglia ». Questo sistema richiede una grande 
intelligenza, prontezza e libertà d'azione in tutti i capi secondari del combat- 
timento, e può dar luogo a molti avvenimenti impreveduti. Nel farvi fronte, 
nel tirare le possibili conseguenze dai successi parziali, sta l'abilità del capo su- 
premo. Le battaglie dirette ed eseguite esattamente secondo un piano presta- 
bilito non sono più della nostra epoca. 

1: un'idea comune che le nuove guerre debbano essere di breve durata, perchè 
la strage delle battaglie sarà terribilmente aumentata. Le recenti esperienze non 
sembrano però confermare tale opinione, fatati esciuta la forza dei mezzi 

d'azione, è anche cresciuta la potenza dei mezzi di resistenza, e non poco tempo 
deve trascorrere prima che l'esaurimento di un popolo gli imponga d'implo- 
rare la pace. 

Quanto alla perdita di vite umane, le guerre moderne sono invece assai meno 
funeste delle antiche. Nella guerra dei sette anni gl'imperiali perdettero 126,000 
uomini, sopra 400,000. Nella guerra di Crimea gli alleati ebbero uccisi uno 
su quaranta uomini, feriti uno sopra sette, morti di colera o di tifo uno sopra 
sei. Nella guerra austro-prussiana del '66, sii campi della Boemia rimasero 3,473 
prussiani, 10,404 austriaci (per effetto della superiorità del fucile prussiano). 
Finalmente nella guerra franco-prussiana del '70-71, i morti sul campo o di 
ferite in campo furono, da parte prussiana, 28,278; i feriti 88,543, i morti 
di malattie o di disgrazie 12,1 \~; cifra complessiva dei morti 40,425. Da parte 
francese le statistiche sono assolutamente deficienti e fantastiche; basti dire che 
la cifra dei morti varia da 60,000 a 139,000. 

Se si confrontano colle cifre dei morti le cifre delle masse combattenti, ri- 
sulta evidentemente che le perdite delle guerre moderne sono ben lontane dal 
terribile ammontare delle guerre antiche. E anche probabile che in avvenire 
sieno ridotte a minore entità le perdite per malattie infettive. Inoltre ogni mi- 
glioramento delle armi da fuoco portò con se una progressiva diminuzione di 
ferite mortali. 

Immense, non calcolabili in cifre rimangono le perdite materiali e finan- 
ziarie. Quelle della Francia si vogliono computare a quattordici miliardi. Certo 
è che nessuno Stato deve risparmiare sacrifizi quando si tratti di allontanare 
con efficaci provvedimenti il terribile pericolo di una guerra disgraziata. In pari 



MOVIMENTO SCIENTIFICO E INDUSTRIALE 19 

tempo è interesse universale evitarne quant' è possibile o differirne lo scoppio. 
Tutte le grandi potenze ne sono convinte; nò ad altro mirano le grandi al- 
leanze della moderna Europa. 



MOVIMENTO SCIENTIFICO E INDUSTRIALE 

(Da un articolo di D. Bellet, Journal des Economi sies, 1 5 giugno) 



Cinque sono gli argomenti di cui l'autore si occupa in questa sua rassegna scientifica : 
i grandi impianti idro-elettrici della Svizzera e dell'America ; i vantaggi dell' illuminazione 
a gas acetilene ; la lotta fra il cannone e la corazza e i nuovi proiettili fulminatori ; la dipin- 
tura eseguita meccanicamente, eia nuova ferrovia sotterranea che si sta costruendo a Londra. 
Riassumiamo ciascuno di questi interessanti capitoli. 

La Svizzera fa progressi sempre più rapidi nell'utilizzazione delle forze idrau- 
liche, che essa ha la fortuna di possedere in grandissima quantità; e siccome 
non ne perde, si può dire, nemmeno una piccola parte, così il prezzo della forza 
motrice è andato rapidamente diminuendo. Per esempio, l'officina elettrica di 
Friburgo vende la forza motrice 395 franchi per cavallo-ora all'anno, il che, 
anche ammettendo che il lavoro compiuto non sia continuo ma intermittente, 
fa sì che un cavallo-vapore di forza venga a costare non più di 3 centesimi al- 
l'ora. Un'altra officina idro-elettrica sull'Aar provvede all' illuminazione facendo 
pagare un centesimo all'ora una lampada della forza di 16 candele. 

Una fonte di forza motrice meravigliosa che ora comincia a essere utiliz- 
zata è il Reno, il quale, si è calcolato, potrebbe fornire da 4 a 5 milioni di 
cavalli-vapore su ciascuna delle sue sponde. Presentemente si sta costruendo una 
grande officina a Rhelnfelden, nel cantone d'Argovia, e precisamente a valle della 
confluenza dell' Aar, là dove il Reno, dopo essere sceso per una serie di sca- 
glioni, da Reichenau a Basilea, di 300 metri circa su di un percorso di 250 
a 300 chilometri, forma tre rapide che rappresentano un dislivello di 7 metri 
almeno. Dapprima si pensava di utilizzare tutta la cascata, e si calcolava, con 
una spesa di 12,500,000 franchi, di provvedere regolarmente 11,000 cavalli va- 
pore; però, fatti meglio i calcoli, si trovò che, contentandosi di una cascata di 
metri 4.90, si possono ottenere, per mezzo di 20 turbine, 15,000 cavalli spen- 
dendo 5,600,000 franchi, non tenuto conto delle macchine elettriche. Per mezzo 
di una grande diga costruita nel fiume, l'acqua viene condotta a un canale largo 5 2 
metri che la porta all'officina; questa consta di 20 locali, in ciascuno dei quali 



20 MINERVA 

si stabilirà una turbina di 840 cavalli; i locali avranno : .So di altezza* 

su io di lunghezza e 5.50 di larghezza; le turbine gireranno con una certa len- 
tezza, ma riceveranno una massa d'acqua di 17,000 a 24,000 li:- indo.. 
La corrente che si potrà fornire agli stabilimenti che non tarderanno a sorgere 
nei dintorni, sarà alternata a tre fasi, col che si otterrà di poterla trasmei 
più economicamente a grande distanza. La Compagnia ha comperato terreni este- 
sissimi lungo il fiume, e certamente troverà da venderli a buone condizioni. 

Anche negli Stati Uniti, dopo la prova fatta col Niagara, contìnua il lavoro 
con questo indirizzo. Fra le grandi istallazioni di questo genere merita di es- 
nominato il canale del San Lorenzo che attualmente si sta costruendo: esso 
non avrà che 5 chilometri di lunghezza, ma, grazie alla differenza di livello fra 
il punto della presa d'acqua e lo sbocco del canale, formerà una cascata di mei 
La larghezza del canale è di in. 68.50, la profondità di 7.62, e la quanti: 
che esso condurrà sarà maggiore di quella che s'è potuta prendere dal \ a 
Lo stabilimento che sorg il più grande del mondo: .. 

lunghezza su circa 40 di larghe/za e 18 di altezza, e il volume d'acqua di cui 
disporrà rappresenterà una forza di 150,000 cavalli, della quale : 
lizzerà la metà. Intorno alla stazione centrale si dirameranno i cavi disbribu- 
tori della corrente; e si annunzia che un sindacato si 
cavalli-vapore per la fabbricazione dell'acetilene. 

Altro grande stabilimento è finalmente quello che si sta costruendo, pure 
sul San Lorenzo ma dalla parte del Canada, sulle rapide Lachine, nei dintorni 
di Montreal. Già nel 1868 si pensava di trar partito da ques: 
non se ne fece nulla, perchè non si conosceva ancora il mezzo pratico per tra- 
smettere la forza motrice a distanza. Ora si è costruitoti 

, largo 300, profondo 4, il quale conduce l'acqua allo .nto co- 

ro su poderosi pilastri in muratura sul canale stesso; fra que>ti pilastri ci 
sono 40 corsie, in ciascuna delle quali stanno due turbine della forza 
cavalli l'una. L'edificio che contiene queste turbine e le macchini -el 

triche da esse messe in azione ha 300 metri di lunghe/ 
teramente di materiali incombustibili. La corrente prodotta dalle dinamo è 
dotta fino ai sobborghi della città per mezzo di fili aerei sostenuti da pilastri 
metallici; questi fili, che hanno uno sviluppo di 9 chilometri circa, si riuni- 
scono in un grosso cavo accuratamente isolato e protetto che, passando sotto 
terra, mette a capo a una stazione, dalla quale poi la corrente viei I ibuita 

in tutta la città per mezzo di un'ampia rete. Già fin d'ora la Società è in grado 
di vendere la luce elettrica con la riduzione di un terzo e la corrente per la 
• forza motrice con la diminuzione di un quinto sui prezzi prima d'ora prai 
in quella città. 






MOVIMENTO SCIENTIFICO E INDUSTRIALE 21 



Alcune esplosioni, dovute a pura imprudenza, avevano fatto temere che l'ace- 
tilene fosse un gas molto pericoloso; ora, invece, è dimostrato che esso pre- 
senta pericoli molto minori di quelli del gas ottenuto dal carbone; e inoltre è 
noto che si dispone ormai, per la produzione dell'acetilene, di apparecchi che 
rispondono egregiamente al bisogno e permettono di ottenere un'eccellente il- 
luminazione in condizioni di sicurezza soddisfacenti; tant'è vero che, in Francia 
e in altri paesi, vi sono degli impianti che funzionano già da qualche tempo: 
per esempio, la città di Crémieux, nell'Isère, è tutta illuminata ad acetilene; e lo 
stesso si dica di molte piccole città o borgate che, non potendo impiantare un'of- 
ficina per la fabbricazione del gas ordinario, hanno preferito l'acetilene al petrolio. 

In una conferenza tenuta recentemente all'Accademia di medicina di Parigi 
il dottor Motais ha studiato il nuovo gas dal punto di vista dell' igiene nel senso 
più largo della parola, ed è giunto a conclusioni che meritano di essere segnalate. 

Uno dei vantaggi dell'acetilene è questo, che può essere prodotto da chic- 
chessia per uso proprio per mezzo di un gazometro di dimensioni non molto 
grandi. L'unica sostanza indispensabile per questa minuscola officina è il car- 
buro di calcio; occorre dunque vedere anzitutto se questa sostanza sia per 
se stessa pericolosa. Il gas acetilene si sviluppa dal carburo di calcio quando questo 
viene a contatto con l'acqua; anzi, il carburo di calcio è così sensibile che 
basta l'umidità contenuta nell'aria per far sviluppare, sia pure in proporzioni 
minime, il gas acetilene. Viceversa, il carburo presenta grande resistenza di 
fronte ad altri agenti, per esempio al fuoco, agli urti; basta pertanto, per ren- 
derlo innocuo, chiuderlo ermeticamente in un recipiente stagnaio. 

L'acetilene è caratterizzato da un forte odore simile a quello dell'aglio; 
questo odore non si sente quando il gas brucia; ma quando si produce una 
fuga qualsiasi, la sua presenza è subito avvertita, molto prima che esso possa 
formare insieme coli' aria una miscela infiammabile ed esplosiva (il che av- 
viene quando a ioo parti d'aria si sieno mescolate da 7 a io di acetilene). 
Siccome poi la sua densità si avvicina a quella dell'aria, così esso si diffonde 
uniformemente e non sale in alto accumulandosi come fi il gas comune. 

Anche la tossicità dell'acetilene, quando si spande nell'aria di un locale, è 
stata esagerata di molto : è vero che esso ha un'azione lievemente tossica, ma, 
perchè ciò accada, occorre che si trovi mescolato all'aria che si respira nella 
proporzione del 40 per cento; del che è impossibile non accorgersi, dato il 
suo forte odore. 

Quanto a' suoi vantaggi immediati, è facile segnalarli. Anzitutto, i prodotti 
«della sua combustione sono molto meno nocivi di quelli che si sviluppano da 



2 2 MINERVA 

un becco a gas ordinario. In secondo luogo, esso riscalda molto meno del 
gas, della lampada a petrolio, e non la cede nemmeno alla lampada a olio. 
A luce eguale, è dunque chiara la sua superiorità su tutti i sistemi d'illumi- 
nazione, eccettuata la luce elettrica; e questo, del minore riscaldamento, è van- 
taggio prezioso per le scuole, per gli uffici, ecc. t dove non si possa ancora 
impiantare l'illuminazione elettrica, tanto più che la sua luce è bianca, non 
modifica all'occhio i colori delle cose, ha una fissità quasi assoluta e un potere 
illuminante uguale a quindici volte quello del gas ordinario. 



La lotta fra la corazza e il cannone dura sempre accanita; e la superiorità,, 
tutto sommato, spetta finora alla corazza. Non già che, almeno negli esercizi 
di tiro, che è quanto dire nelle condizioni più favorevoli per il cannone, questo 
non riesca a forare le più forti corazze; ma per ottenere questo risultato bi- 
sogna ricorrere a cannoni potentissimi, molto pesanti, molto costosi; e anche 
il proiettile dev'essere molto massiccio per riuscire a forare la lastra metallica 
contro la quale viene lanciato, e appunto perchè massiccio, non può contenere 
una quantità di esplodenti tale da produrre serio danno. 

Il problema di recare il massimo guasto all'involucro metallico di una co- 
razzata sarebbe risolto se si potesse riuscire a far giungere in vicinanza della 
nave un proiettile dalle pareti sottili, contenente un enorme carico di melinite, 
nitroglicerina o altro di questi formidabili esplodenti: sarebbe una specie di 
proiettile-torpedine, il quale, scoppiando, produrrebbe sopr' acqua lo stesso ef- 
fetto che produce sott'acqua la torpedine. Ma qui si ha un altro e grosso in- 
conveniente, il pericolo, cioè, che il proiettile-torpedine, data sopratutto la 
sottigliezza delle sue pareti, scoppii nell'interno del cannone che lo lancia. Per 
ovviare a questo pericolo, il capitano americano Zalinski ricorre all'espediente, 
usato già nei tubi lancia-siluri, di difendere il proiettile con una specie di cu- 
scinetto d'aria compressa; ma questi cosi detti cannoni pneumatici non hanno 
dato finora risultati soddisfacenti. 

Un altro americano, Hudson Maxim, fratello dell'inventore delle celebri 
mitragliatrici, è ricorso a un proiettile-torpedine pieno di una carica enorme 
di cotone fulminante, sostanza molto meno pericolosa degli altri esplodenti ac- 
cennati, che è usata nelle marine di quasi tutti i paesi per le torpedini ordi- 
narie ; e ha preso delle precauzioni per impedire che l'esplosione avvenga dentro 
il cannone, al momento del lanciamento che si farebbe a polvere, o prima 
che il proiettile urti contro un ostacolo qualsiasi, compresa l'acqua. Il Maxim 
ha calcolato che un proiettile siffatto con una carica di iooo chilogr. di co- 
tone fulminante, può distruggere una nave anche cadendo nell'acqua a una 



MOVIMENTO SCIENTIFICO E INDUSTRIALE 



cinquantina di metri dalla nave stessa; lo spessore della corazza non servirebbe 
a nulla, giacché il proiettile non dovrebbe forarla, e solo la vibrazione pro- 
dotta nell'aria dal formidabile scoppio basterebbe a rompere la piastra metal- 
lica e quindi a farvi penetrare l'acqua circostante. — L'invenzione del Maxim 
non è stata ancora messa in pratica, anzi vien molto discussa; ma certo è 
questa la via su cui si faranno le invenzioni che trasformeranno del tutto le 
condizioni delle guerre dell'avvenire. 

* 

* * 

Una bella applicazione della meccanica è quella della macchina pneumatica 
per verniciare, che fece la sua apparizione a Chicago nel 1892, in occasione 
dell'Esposizione Colombiana, e per mezzo della quale si colorirono le arma- 
ture metalliche e i muri degli immensi edifici della mostra. Già allora questa 
macchina aveva preso la sua forma definitiva e pratica; si compone essenzial- 
mente di un recipiente chiuso, che contiene la tinta beli' e preparata, ossia nel 
voluto grado di fluidità; per mettere in azione l'apparecchio si fa penetrare nel 
recipiente dell'aria compressa la quale produce un vero fenomeno di polve- 
rizzazione e spinge la tinta in un tubo dal quale esce un getto fortissimo aderendo 
saldamente alla superfìcie da dipingere e penetrando fin nelle più piccole fessure. 

Da quella volta il sistema si è diffuso grandemente, sopratutto negli Stati 
Uniti, e incomincia a introdursi anche nella Gran Brettagna. I risultati sono eccel- 
lenti. Ultimamente, la « Equitable Gas Co. » di New York, dovendo far dipingere 
un gazometro del diametro di metri 27. 45 e altrettanto alto, ricorse alla dipin- 
tura meccanica: con 3 uomini e 2 proiettori la coloritura di quei 1550 metri 
quadrati di superficie fu compiuta in un giorno; la spesa per la mano d'opera 
fu di franchi 32. 50, e si adoperò la stessa quantità di tinta che ci sarebbe 
voluta per eseguire il lavoro a mano. Si noti che, lavorando a mano, un uomo 
non riesce a dipingere in un giorno più di 140 metri quadrati. 

Non meno notevole è l' esperienza della Compagnia ferroviaria « Illinois 
Central » , la quale oramai fa dipingere a macchina tutte le sue carrozze. Ora, 
per un vagone coperto della lunghezza di m. io. 50, la coloritura a macchina 
non richiede più di 4 ore di tempo e costa fr. 3.03, mentre prima occorre- 
vano 1 1 ore e la spesa era di fr. 8. 48. Si dice che col nuovo sistemi si ot- 
tiene un risparmio sulla quantità della tinta. In ogni caso, anche tenendo conto 
dell'ammortamento della spesa per l'apparecchio, le macchine per colorire ga- 
rantiscono un'economia del 50 per cento almeno. 

* 

* * 

Londra possieda gii uni grande ferrovia sotterranea composta di due linee 
curve parallele, la « Metropolitan » propriamente detta e l'« Inner Circle », per 



24 MINERVA 

mezzo delle quali i passeggeri vengono trasportati rapidamente da una delle 

nnita della città fin nel centro degli affari. Ora una Compagnia ha intra- 
preso la costruzione di una nuova ferrovia sotterranea, quasi rettilinea, a due 
binari, ciascuno dei quali passerà per una galleria distinta; la linea partirà da 
Liverpool Street, il grande centro del movimento della città, presso la stazione 
della « Great Kastern Railway » e di altre importanti stazioni, e passando per 
la Banca, sotto Holborn, e poi sotto Oxford Street, traverserà sotterraneamente 
Hvde Park e andrà a finire nell'Ovest della città, a Shepherd's Bush, dove si 

i la stazione generatrice della corrente elettrica. 

Lo scavo della doppia galleria della « Central London Underground Rail- 
way » è già cominciato e prosegue senza soverchia difficoltà: quantunque si 
tratti di una linea il cui sviluppo non è inferiore a io chilometri e mezzo, 
tuttavia si calcola che i lavori saranno finiti in due anni. Non è davvero un'im- 
presa facile lo scavare due gallerie al disotto di immensi e pesantissimi edifizi 
e di vie molto frequentate; la parte più difficile di questo immane lavoro è 
certamente la grande sta/ione circolare sotterranea che starà sotto il punto 
d! incontro di parecchie vie, segnatamente Lombard Street, Threadneedle Street 
e altre, di fronte alla Banca, al Rovai Exchange, a Mansion House, ecc. Vi sa- 
ranno poi altre i } stazioni, e ciascuna di esse avrà almeno due pozzi d'ac- 
cesso dalla strada con un ascensr ;i sotterranei saranno tutti 

titi di mattonelle smaltate bianche che rifletteranno la luce delle lampade 
elettriche sparse a profusione. 

gallerie, una delle quali servirà per l'andata, l'altra per il ritorno, avranno 
un diametro di m. }. JO e saranno due veri e colossali tubi fatti di lamine 
d'acciaio dello spessore di 22 millimetri; a ogni stazione, le due gallerie si 
riuniranno, per un percorso di più di 114 metri, formandone una sola de! 
diametro di m. 6. 40. 

Sulla nuova ferrovia sarà adottata la tra. ttrica, e le locomotive, che 

rimorchieranno treni di 7 carrozze in cui potranno trovar posto Jjé viag- 
giatori, riceveranno la corrente elettrica da una terza rotaia collocata fra le due 
che formano il binario. Le locomotive saranno fin da principio in numero di 3 5 ; 
i treni partiranno dapprima ogni 2 minuti e mezzo, poi ogni 2 minuti, con 
una velocità minima di 23 chilometri all'ora. Le fermate alle stazioni non du- 
reranno più di 20 secondi, tempo che per gli Inglesi è più che sufficiente per 
scendere o per salire. Si calcola su di un movimento di 85 milioni di viag- 
giatori; la tariffa sarà uniforme, per qualsiasi distanza: 3 pence per la i a classe, 
2 per la 2*. Quanto alla spesa, quantunque non si debba pagare indennità di 
sorta ai proprietari di terreni, tuttavia si calcola che la nuova ferrovia verrà 
a costare 14,600,000 franchi al miglio (1609 metri). 



L'AVVENIRE DELLA NOSTRA ECONOMIA 



L'AVVENIRE DELLA NOSTRA ECONOMIA SOCIALE 

(Da un articolo di K. Jentsch, Die Zeli, i r e r8 giugno) 



Un fenomeno notevole è quello che si avverte ai nostri giorni nel campo stesso dei 
socialisti : la reazione contro le teorie di Carlo Marx intorno al capitalismo, ai suoi guai 
e ai rimedi da proporsi. Il marxismo puro, ormai limitato ai socialisti sognatori o igno- 
ranti, che ripetono, magari senza capirle, le parole del maestro, cede il campo a una più 
attenta e illuminata disamina de' fenomeni sociali e delle attuali condizioni della società; 
e questo studio conduce gl'intelligenti a modificare sensibilmente le loro idee intorno al 
presente e quindi anche quelle intorno all'avvenire. Questa nuova tendenza si mani- 
festa, per esempio, nell'articolo dell'avanzatissimo periodico viennese che qui sotto rias- 
sumiamo. 

Dei vari guai inerenti al sistema di produzione del capitalismo, il Marx ne 
considerò specialmente uno : la costante diminuzione degli utili prodotta dalla 
concorrenza; per effetto di questa diminuzione i piccoli imprenditori vengono 
rovinati e cadono nel proletariato, e le industrie si concentrano nelle mani di 
pochi; questi, benché diminuita la proporzione degli utili, tuttavia, per la grande 
estensione delle loro imprese, realizzano grossi guadagni; ma anche questi gua- 
dagni finiranno col diminuire, e allora tutta la produzione si arresterà, l'edifì- 
cio artificiale crollerà, i pochi espropriatori saranno espropriati alla lor volti 
dai molti espropriati, e la società diventerà proprietaria di fondi, terreni e ca- 
pitali, e darà una nuova organizzazione all'economia sociale. 

Ora, si noti : per giungere a questa catastrofe il proletariato dovrà essere 
ridotto all'estremo della miseria ; ma come mai un proletariato cosi immiserito 
potrà eseguire il compito gigantesco di una tale riforma? E questo un pensiero 
così fantastico, che non merita nemmeno di essere preso in considerazione. Mi 
il proletariato odierno non sarà messo certamente a questa prova, giacche l'attuale 
ordinamento sociale sembra voglia durare ancora almeno un paio di secoli. 

Ciò che dice il Marx intorno al guaio da lui avvertito nel sistema capita- 
lista avrebbe pieno valore se questo sistema fosse pienamente attuato; ma da 
ciò esso è ancora molto lontano. Anzitutto sul continente europeo e in Ame- 
rica, e segnatamente in Germania e nell'Austria-Ungheria, c'è un numeroso 
ceto di contadini e di nobili, piccoli proprietari rurali, le cut condizioni sono 
■di gran lunga meno misere di quel che le descrivono, esagerandole, gli organi 
del partito degli agrari. L'asserzione, poi, di più di un socialista che anche 
nell'economia rurale la grande industria prevalga sulla piccola e quest'ultimi 
non possa più reggersi, è assolutamente fantastica. Cosi pure negli altri suoi 
rami la piccola industria, che pur non cessa di lamentarsi, è molto lontana 
dalla rovina, lì vero che alcuni mestieri, per esempio quello del tessitore, sono 



2 6 MINERVA 

stati assorbiti dalla grande industria; altri tirano innanzi miseramente, non più 
miseramente, però, di cento o ducento anni fa: altri hanno perduto una parte 
del terreno su cui versavano una volta la loro produzione, ma viceversa hanno 
trovato nuovi sbocchi non meno rimuneratori, per esempio i fabbri e gli sta- 
gnai negl'impianti di telegrafi, telefoni, condutture di gas e d'acqua, officine 
ferroviarie. Inoltre, la continua e progressiva specializzazione delle industrie e del 
lusso crea sempre nuovi campi di produzione industriale, come ad esempio la 
tecnica dentistica, la fabbricazione di nuovi strumenti chirurgici, di apparecchi 
ortopedici, di attrezzi di ginnastica da camera, la costruzione e la riparazione 
di velocipedi, ecc. ecc.; e quelli che si dedicano con diligenza a questi rami 
speciali dell'industria, aggiungendovi di solito anche il commercio, non hanno 
da lagnarsi della loro condizione. E finalmente i migliori lavoratori trovano 
posto nelle grandi fabbriche di mobili, carrozze, macchine, ecc. a condizioni 
cosi buone, che non rimpiangono l'indipendenza degli artieri di una volta. Tutto 
quel grande insieme che è formato dalla costruzione di macchine, locomotive,, 
carrozze ferroviarie, navi, dagli impianti elettrici e dai trasporti, e che costitui- 
sce uno dei principali rami della grande industria, non ha assorbito la piccola 
industria, ma si e aggiunto alle industrie di prima come cosa nuova, prede- 
stinata all'esercizio in grande, e quindi non solo non ha tolto il lavoro a nes- 
suno, ma ha creato nuove fonti di lavoro. 

Nelle grandi industrie prevale, naturalmente, in modo straordinario il nu- 
mero della gente dipendente su quello degli indipendenti; ma nel complesso 
di tutte le industrie non si d etere che si trovi una enorme quantità di 

lavoratori di fronte a un esiguo numero di proprietari indipendenti. In Prussia» 
nel 1895, su $,876,085 persone occupate nell'industria, si contavano 1,648,633 
proprietari, 252,862 stipendiati stabili, cioè impiegati d'amministrazione, sorve- 
glianti, ecce 3,974,588 fra operai, garzoni e membri delle famiglie dei pro- 
prietari anch'essi occupati a lavorare. Siccome questi ultimi possono calcolarsi» 
in cifra tonda, a un milione, e inoltre fra gli stipendiati stabili si trovano anche i 
capi d'arte meglio pagati e che hanno migliori prospettive, cosi si può dire che, di 
tutte le persone occupate nelle industrie, solo la metà appartiene a quella classe 
che i socialisti chiamano proletariato. 11 personale di sorveglianza e i migliori operai 
appartengono a quella classe che vien chiamata il nuovo ceto medio, e che, 
a differenza del ceto medio di una volta, composto di agricoltori e, di artieri 
che lavoravano per clienti locali, non sta, per così dire, su di una base in- 
crollabile, ma dipende in ^ran parte dalle condizioni del marcato mondiale. Sic- 
come, però, il pericolo di un crollo di tutto il sistema attuale è molto lon- 
tano e solo una piccola parte viene colpita dalle crisi periodiche, cosi la con- 
dizione di questa categoria di lavoratori è in generale migliore di quella di un 



l'avvenire della nostra economia sociale 27 

artiere indipendente, e in generale ne sono contenti, e si sentono solidali ai 
padroni e non offrono nessuna presa alle seduzioni del socialismo. I dipendenti 
di grado superiore, cioè i direttori di officine, ricevono stipendi da ministri e 
quindi sono zelanti sostenitori del capitalismo, legati ai proprietari segnatamente 
dalle percentuali che ricevono sugli utili, e decisi avversari di qualsiasi movi- 
mento operaio. Fra gli stessi operai, poi, anche i più avanzati disertano quando 
vengono promossi capi d'arte e ricevono uno stipendio maggiore e possono 
sperare in un impiego tranquillo e sicuro. 

Se da una parte i piccoli proprietari e i numerosi impiegati privati formano 
già sufficiente contrappeso al proletariato, d'altra parte ci sono i Governi che 
pensano a rafforzare la classe della gente pacifica e contenta aumentando con- 
tinuamente il numero degli impiegati; la pace armata concorre anch'essa da 
una parte a sottrarre ogni anno al lavoro produttivo centinaia di migliaia di 
giovani col far prestare loro servizio militare, dall'altra a procurare occupazioni 
ad altre centinaia di migliaia con la fabbricazione di armi, uniformi, ecc. E fi- 
nalmente si ha una infinità di gente in pensione, di gente che vive di rendita, 
e di parassiti di tutte le specie, il cui numero cresce di consueto col crescere 
della ricchezza come la sua ombra. 

Così è accaduto che, almeno in Germania, anche prescindendo dai nuovi 
sbocchi aperti ai prodotti industriali nei paesi d'oltremare, non sono mancati 
finora i consumatori nell'interno stesso del paese, e che il progresso della pro- 
duttività del lavoro ha trovato minore impedimento di quello che l'osservazione 
teorica avesse preveduto. E così è cresciuta di continuo la ricchezza dei po- 
poli, la vera ricchezza, quella cioè, che consiste nell'abbondanza di beni d'uso 
e di godimento. Questo continuo aumento della ricchezza reale ha avuto 
per conseguenza in Germania un aumento degli stipendi degli impiegati, com- 
presi i maestri, le cui paghe sono ora il doppio o il triplo di quello che erano 
trent'anni fa, mentre quelle degl'impiegati superiori addetti alle industrie sono 
cresciute in proporzione molto maggiore. Siccome poi in questo periodo di 
tempo i prezzi dei generi alimentari non sono cresciuti, anzi in parte dimi- 
nuiti, e quelli dei prodotti industriali sono diminuiti tutti senza eccezione e di 
molto, così le entrate reali, di questa classe di persone sono cresciute molto 
di più delle entrate normali; e come l'aumentata produzione fece crescere la 
ricchezza, così questa aiutò quella con l'introduzione e la diffusione di una 
quantità di oggetti di lusso, di gingilli, ecc. Stando così le cose, non si è ma- 
nifestata ancora decisamente nella proporzione degli utili la tendenza alla di- 
minuzione; ancor oggi ci sono imprese industriali che danno dividendi di più 
del io per cento, e di quando in quando degli industriali che mettono in ap- 
plicazione nuove invenzioni realizzano per alcuni anni benefizi del 50 °j o e più. 



28 min: 

Questo sviluppo economico contrario alle previsioni del marxismo è favo- 
rito inoltre ai giorni nostri dalla corrente politica favorevole del tutto al cesa- 
rismo; il quale cesarismo sorge quando gli Stati sono cosi grandi e le loro 
condizioni cosi complicate, da rendere tecnicamente impossibile un vera ed ef- 
ficace partecipazione del popolo al governo del paese — unica eccezione l'In- 
ghilterra, dove il parlamentarismo, grazie a un complesso di circostanze che qui 
sarebbe troppo lungo esporre, è riescito a superare, fino a un certo punto, queste 
difficoltà — e la capacità che ancora rimane al popolo di amministrare e di 
governarsi da sé trova uno sfogo nel campo più limitato delle amministra- 
zioni comunali, provinciali e delle associazioni. La borghesia, lungi dal subire il 
cesarismo come una dura necessità, lo accerta con entusiasmo, facendo cosi av- 
verarsi la predizione di Rodbertus, il quale nt'anni fa, diceva che la nostra 
borghesia farebbe precisamente come la borghesia romana al tempo di Cicerone, 
rinuncerebbe, cioè, ai suoi diritti politici e alla libertà per poter vivere e ar- 
ricchirsi e godere indisturbata. La borghesia, alta e bassa, non chiede nuovi di- 
ritti politici, paga di aver ottenuto quel che voleva con le rivoluzioni e con 
le lotte per la costituzione, di aver, cioè, abbattuto le vecchie barriere storiche 
che erano di ostacolo all'uomo nel suo desiderio di arricchirsi, segnatamente 
quelle delle corporazioni, e di aver liberato la popolazione rurale dalla schia- 
vitù «iella gleba, li poiché il borghese non è del tutto materialista, ma 
icori in lui un po' di idealità, cosi a questa il cesarismo ha cura di dare 
soddisfazione col distribuire croci e decorazioni e titoli di cui la gente è ghiotta 
quanto mai. 

tal modo il crollo del sistema capitalista, che dovrebbe condurre al potere 
il proletariato, diventa cosi lontano da esser perduto di vista, e a una rivolu- 
zione violenta non si può pensare, pacche quelli ai quali il crollo suddetto riu- 
scirebbe vantaggioso sono ben lungi dal formare la metà della popolazione e 
privi di mezzi, impotenti e ignoranti, mentre gli altri sono in possesso di 
tutti i mezzi che danno la forza morale e materiale. L il socialismo deve per- 
dere la sua forza di attrazione appena i lavoratori abbiano riconosciuto che 
enza speranza ; giacche l'unica cosa che poteva renderlo seducente era 
la prospettiva del successo, la speranza del paradiso terrestre. 

ni l'autore viene a parlare dei mali del sistema economico attuale ed espope le ra- 
gioni per cui lo proclama irragionevole e immorale. 

Senonchè solo un osservatore superficiale potrebbe essere ingannato dalle 
apparenze al punto da dichiararsi contento dell'attuale andamento delle cose. 
Chi osserva a fondo vede che, con tutti i suoi vantaggi, il nostro sistema eco- 
nomico è irragionevole. È assurdo che il lavoro produttivo, sempre pronto e 



L'AVVENIRE DELIA NOSTRA ECONOMIA SOCIALE 29 



capace di coprire di beni l'umanità, non possa trovare sfogo nel consumo se 
non con questo, che il consumo venga tenuto vivo a fatica e con mezzi vio- 
lenti contrari a natura, quali la creazione di parassiti non solo, ma d'intere 
classi d'impiegati superflui, ai quali sono da aggiungersi tutti i giornali super- 
flui, tutta l' istituzione della reclame, i fabbricanti e venditori di gingilli ir. 
i servi e le serve della stupida e capricciosa moda. Un altro di questi mezzi 
è l'eccitare al consumo insensato, nella categoria del quale vanno posti anche 
i viaggi e le escursioni che non hanno altro scopo se non quello di cambiare 
il luogo in cui si mangia. E finalmente nomineremo le esagerate spese mili- 
tari, quelle per armi e per navi. 

Il nostro ordinamento economico è inoltre immorale, per varie ragioni. È 
immorale, per esempio, che la nostra società sia costituita in modo che ogni 
progresso della tecnica debba essere la rovina di migliaia di persone, e che la 
felicità dell'uno debba essere l' infelicità dell'altro, e che ciascuno debba gua- 
dagnare a scapito altrui, e per isfuggire alla povertà sia costretto a ingannare, 
a raggirare, a rubare, ad assassinare (quanti infelici periscono ogni anno nelle 
miniere perchè, per non diminuire i dividendi, non si prendono i provvedi- 
menti suggeriti dalla prudenza!), ad abbattere, a calpestare senza piet.: i e 
correnti. La nostra società si fonda sulla miseria delle masse; e la sup: 
ingiustizia è questa : che a coloro che compiono lavori faticosi e pericolosi per 
la vita non viene dato un compenso tale da costituire un equivalente dell, 
tica e del rischio al quale si espongono; anzi, i lavori più penosi e più pe- 
ricolosi sono quelli che vengono più miseramente pagati. 

Questa è appunto un'altra immoralità: che il compenso dei servizi che un 
individuo presta alla società stia non di rado in rapporto inverso alla loro 
ricolta e al loro valore; e in generale, nell'attuale ordinamento, se si eccettuano 
gl'impiegati, non si può parlare ne di una ragionevole scelta degl'individui, né 
di una giusta ripartizione degli oneri e dei compensi; e nella lotta sfrenata per 
i buoni posti, quelli cioè in cui c'è molto da guadagnare e poco da fare, il 
successo dipende dalla nascita, dalle protezioni, dall'audacia e dalla mancanza 
di scrupoli; e l'attitudine e la capacità non entrano in considerazione se non 
in un campo molto limitato. E il risultato finale è questo: che quelli che stanno 
peggio devono rimanere per tutta la vita nell'infimo strato della piramide so- 
ciale, e che il peso che grava su questo strato si fa tanto più grave quanto 
più la piramide s'alza, e che i pesi più grandi opprimono quelli che meno pos- 
sono difendersene; e la peggiore manifestazione di questo sistema si ha nel la- 
voro dei fanciulli e nella crudeltà con cui questi vengono trattati. Carlo Marx 
commise l'errore di considerare, di tutta la società, solo quella parte che im- 
mediatamente produce, sicché sembra che per lui l'umanità non si componga 



30 MIXER VA 

se non di imprenditori e di lavoratori. Egli non tenne conto di questo fatto: 
che la società si ramifica sempre più, e che non solo spuntano sempre nuove 
industrie e quindi piccoli industriali indipendenti, ma anche una quantità gran- 
dissima di professioni che non hanno nulla da fare direttamente con la pro- 
duzione. Perciò egli stimò troppo alto il numero dei proletari e sbagliò nel cal- 
colare che essi possano diventar tanto forti da impadronirsi del potere. Invece, 
quanto più piccolo diventa il numero dei salariati che direttamente producono 
in proporzione al numero totale della popolazione, tanto più sfavorevole si fa 
la loro condizione. La società ha il sacrosanto dovere di pagare questi suoi 
membri indispensabili in proporzione al loro ingrato e rude lavoro, e di far si 
che abbiano di che vivere anche quando il lavoro manca; riconoscendo di non 
poterlo fare, riconosce l'immoralità del proprio fondamento. 

Tutto ciò promette di durare ancora per qualche tempo, ma a quali con- 
dizioni e con quali pericoli! Chiunque pensa dovrà domandarsi fin quando sarà 
possibile promuovere l'assurdo consumo di lusso, quali nuovi impieghi si po- 
tranno creare, fin dove si possa giungere col pensionamento di ufficiali in 
ancor giovane per aumentare il numero dei consumatori, e quanti barbari e po- 
poli primitivi rimangano ancora ai quali si possa imporre di comperare le cian- 
frusaglie della nostra civiltà. La vantata « apertura » della Cina ci procurerà in 
quelle popolazioni dei concorrenti piuttosto che dei compratori; e la concor- 
renza fra i popoli è tale, che la terra è diventata troppo piccola, non per nu- 
trire l'umanità, ma per soddisfare alle brame del capitalismo. Il Ministro degli 
esteri di uno Stato conservatore per eccellenza, il conte Goluchowski, diceva 
il 20 novembre dello scorso anno: « Grande e difficile è il compito che, se 
tutti gì' indizi non e' ingannano, dovrebbe dare il suo carattere alla prossima 
epoca. Come il secolo decimosesto e decimosettimo furono pieni di lotte re- 
ligiose; come nel decimottavo sorsero le idee liberali; come il secolo presente 
è caratterizzato dalla questione delle nazionalità, così il secolo ventesimo si an- 
nunzia per T Europa come un secolo di lotta per l'esistenza nel campo della 
politica commerciale, e i suoi popoli dovrebbero trovarsi uniti per poter riu- 
scire nel difendere le condizioni della propria esistenza ». Ora, il pericolo per 
resistenza dei popoli europei consiste appunto in questo, che ogni Stato vuole 
esportare e nessuno vorrebbe importare. 

Come finirà questa lotta, nessuno lo può prevedere. Ma c'è un mezzo per 
scongiurarne i pericoli; un mezzo che, dove si può applicare, è di effetto sicuro; 
e questo mezzo consiste nell'aumentare le esistenze medie e piccole indipendenti, 
nel far sì che fra la popolazione industriale e la popolazione rurale vi sia tale pro- 
porzione, che quest'ultima prevalga. Occorre, dunque, sopratutto aumentare la po- 
polazione rurale. Se si ha una maggioranza di agricoltori proprietari che non di- 



L AVVENIRE DELLA NOSTRA ECONOMIA SOCIALE 3! 



pendano, come la popolazione industriale, dalle coudizioni del mercato mondiale 
€ soddisfacciano alla maggior parte dei propri bisogni coi loro propri prodotti, 
€ accanto a questa maggioranza di contadini una minoranza di artieri che, vi- 
vendo in mezzo ai contadini, sieno sicuri di una clientela locale ; se questi due 
elementi essenziali di tutta la popolazione soddisfanno solo a una piccola parte 
dei loro bisogni con merci venute di lontano e mandano solo una piccola parte 
dei loro prodotti ai lontani mercati, — tale popolazione godrà di tutti i van- 
taggi del regime capitalista senza soffrirne i danni e senza cadere nelle contra- 
dizioni del medesimo. Si osserverà che in una siffatta società agricolo-borghese 
non avrebbe potuto sorgere la tecnica moderna, e ciò è vero ; ma ora che essa 
è sorta, può servire anche a una società simile e venir da essa sviluppata senza 
turbare l'organismo sociale. Gli esempi di tali società non sono mancati nel 
secolo nostro e hanno fatto ottima prova : così le colonie nord-americane quali 
erano intorno alla metà del secolo, e quelle dell'Australia e della Nuova Ze- 
landa quali sono ancor oggi, e le colonie tedesche nel Brasile, e perfino alcune 
regioni nell'interno dei vecchi Stati europei. 

Il rimedio proposto non è nuovo: è quello propugnato da Aristotele, dagli 
economisti del medio evo, da Adamo Smith, dal Carev, da tutti i nostri Go- 
verni e dai partiti conservatori, che sostengono la necessità di mantenere, raf- 
forzare e allargare il ceto medio, e la colonizzazione interna, e il mercato in- 
terno. Ma i mezzi coi quali si vorrebbe giungere ad attuare questo ideale sono 
quanto mai meschini, e le misure per mantenere e aumentare il ceto dei con- 
tadini si limitano principalmente ai dazi protezionisti, alla proibizione dell'im- 
portazione di animali, al tenere alti artificialmente i prezzi dei prodotti agrari; 
e finalmente in Prussia si pratica la colonizzazione interna in modo che, per 
non parlare di altre pazzie, ogni colono viene a costare allo Stato 60,000 marchi. 
La vera politica del ceto medio non si può fare se non creando, parallela- 
mente all'aumento della popolazione, nuovi contadini — gli artieri non man- 
cano, — nuove tenute su terreni a buon mercato e in condizioni tali che non 
ogni colono abbia subito una casa fornita di tutti i comodi moderni, né abbia 
a cento passi di distanza la scuola e la chiesa, ma ciascuno si aiuti da sé come 
si aiutarono i primi coloni in America. 

Per i particolari della fondazione di siffatte colonie l'autore rimanda a vari suoi scritti, 
segnatamente all'opuscolo « Weder Communismus noch Capitalismus > (Né comunismo né 
capitalismo, e a quello intitolato «Nette Ziele, tteue IVege » (Nuovi scopi, nuove vie). 



32 MINI 

NUOVI FUCILI 

(Da un articolo di Gustavo Schròdkr, Nord nini Sud, luglio) 

Si vis pactm para bcììum. La vecchia massima ha fatto prendere un tale 
sviluppo, in questi ultimi decenni del secolo, alla tecnica delle armi da fuoco, 
che non c'è bisogno d'essere ufficiali di complemento per sentire il grande e 
generale interesse di questo studio, per desiderare di averne, anche tra profani 
della guerra, qualche precisa notizia. 

Xella prima metà del secolo le armi da fuoco erano ancora ben primitive, 
e press' a poco conformi in tutti gli eserciti. La distinzione principale era tra 
schioppi e carabine, distinzione fondata sulla qualità della canna. Xaturalmentte 
erano tutti fucili ad avancarica. Del fucile a retrocarica s'era da molto tempo 
concepita l'idea uto il vantaggio, ma senza poterne eliminare le diffi- 

coltà insormontabili; fino a Nicolò 1 icora il I K>n pervenne 

alla sua invenzione, se non attraverso la forma del fucile ad ch'era 

tuttora un'arma Nove anni di studio del celebre armaiuolo di 

Errurt lo portarono finalmente alla scoperta del fucile ad 
primo fucile a percussitì :a. 

Una lui ■ espone la Morìa delle armi da fuoco portatili, co- 

minciami" «lai primi ar netti per giungere in ultimo al fucile I 

notizie compilate e facilmente reperibili non hanno che un interesse storico e archeol< 
Proseguiamo inv< • lerare lo s\i!uppo ilei fucile modi 

Il fucile Dre ancora dall'essere un fucile per :ro alcuni 

rispetti si gii :io inferiore a qualche fucile ad avancanca di quelli 

ch'erano in uso el secolo. Ma i suoi due grandi vantaggi, cu 

rapidità del tiro e la possibilità di servirsi continuamente dell'arni.: 
obbligati a scoprire la persona, gli dovevano assicurare il sopravvento. 

li merito dei ione militare prussiana l'aver preceduto di trent'anni 

tutte le altre ne v il nuovo fucile. Le autorità tecniche ne riconobbero 

i pregi fin dal 1836, e qualche anno più tardi 60,000 uomini avevano il nuovo 
fucile. Fu riservato dapprima ai tiratori per il combattimento in ordine sparso, 
quindi distribuito a tutta la truppa. 

Fino all'anno 1866 la Prussia non trovò imitatori. Si esperimentavano bensi, 
nei diversi Si modelli di fucili a retrocarica, ma sempre con una certa 

prevenzione contro il principio, che impediva di giungere a una determinazione 
radicale. Sembrava ripugnasse agli altri di copiare il fucile prussiano, e vi tro- 
vavano sempre i:n:. gran quantità di difetti. Ma nella guerra di . ca (1864) 



NUOVI FUCILI 3 3 



il fucile ad ago dei Prussiani dimostrò così evidentemente la sua superiorità 
che gli oppositori ammutolirono, e la grande guerra austro-prussiana del 1866 
confermo strepitosamente la gloria del fucile Dreyse. 

Dopo d'allora gli incessanti studi sul perfezionamento dell'arma portarono 
al modello 1870, e quindi al « fucile tedesco » Mauser modello 1871. Alle 
cartucce antiche si sostituirono le metalliche. Questa innovazione portò con se 
una modificazione della macchina : v' introdusse cioè il congegno per espellere le 
cartucce esplose. Cessava di funzionare P ago che doveva traforare P antica cartuccia 
ed era sostituito dal bolzone che opera col solo urto contro il fondo metallico. 

E siamo giunti così agli ultimi perfezionamenti dell'arma da fuoco. I pro- 
gressi incessanti dell'artiglieria richiedevano che il fucile dal canto suo non ri- 
manesse indietro. Poiché, finché vi sono guerre, lo scopo del combattimento 
è l'annientamento dell'avversario, quindi il gran mezzo è sempre la grande massa, 
ossia un buon fuoco accelerato di fucileria. Non si chiede altro ai rflovi fucili : 
fuoco rapido! 

Ora per ottenere in un dato tempo il massimo numero di colpi, il singolo 
colpo deve richiedere il minor possibile peso di munizione. Conseguentemente 
bisogna diminuire quanto si può il calibro dell'arma, diminuirlo fino al punto 
minimo che ancora basti a produrre ferita tale da mettere fuori di combatti- 
mento. Inoltre devesi considerare che ogni battaglia ha il suo momento di fuoco 
rapido decisivo. Quindi il vantaggio sarà del fucile che può introdurre contem- 
poraneamente un maggior numero di cartucce e ad ogni colpo ritrovare auto- 
maticamente pronto il percussore. È il principio dei moderni fucili a ripetizione 
o a magazzino, con espulsione automatica delle cartucce esplose, per cui il 
soldato non ha più altro compito che quello di puntare, e premere il grilletto 
tante volte quante sono le cartucce, fino ad esaurimento del magazzino. 

Uno degli ultimissimi modelli è il Mauser 1895, introdotto nel 1897. In 
fondo alla canna, lavorata d' un sol pezzo, appare la custodia sotto alla quale 
sporge il. grilletto e avanti a questo la forma trapezoide del magazzino. Nel 
magazzino le cartucce sono disposte orizzontalmente l' una sopra dell'altra. Colla 
pressione automatica di una molla metallica dal basso, la cartuccia superiore 
vien sempre tenuta pronta all'altezza voluta per partire. Un espulsore automatico 
fa balzare verso destra le cartucce esplose. Quando l' una dopo l'altra tutte le 
cartucce sono state portate a livello, esplose ed espulse, il magazzino vuoto 
cade da sé. 

Tutto questo in minor tempo che non occorre a raccontarlo. Tutte le car- 
tucce vengono sparate immediatamente una dopo l'altra, all'intervallo di una 
frazione di minuto secondo. Non si punta che al primo colpo e la mira me- 
desima serve per i successivi fino ad esaurimento del magazzino. Ciò natura!- 

Minerta, XVL 



34 MINERVA 

mente nei casi dove sia necessario il fuoco accelerato. Ma anche nel fuoco lento 
a bersaglio preciso rimangono grandissimi i vantaggi del Mauser, sopratutto la 
resistenza (oltre 2000 colpi successivi senza bisogno di ripulire, purché ogni 
300 colpi si faccia raffreddare la canna). 

Un'altra arma di modello recentissimo è l'automatico Hotchkiss (the Hotchkiss 
Automatic Machine Gurì) del 1896. 

Iu chiamato mitragliatrice, ma è veramente un fucile, poiché l'arma non ha 
che una canna. I singoli colpi però si succedono con tale rapidità che l'effetto 
riesce pari a un'assoluta simultaneità e l'arma assume quindi in certo modo il 
carattere di mitragliatrice. e la stessa caratteristica dei Maxim, usati dagli Inglesi 
nelle guerre coloniali, che gli indigeni chiamano diavoli sputanti palle. Nei Maxim 
il numero dei colpi è illimitato (una sola banda contiene ordinariamente 30 car- 
tucce, e nulla impedisce di far seguire una banda all'altra immediatamente). 
Due uomini bastano a tenerlo in azione; uno che continuamente nutra il dia- 
volo di palle, e un altro per mantenere inalterata la direzione contro gli effetti 
della retrospinta. 

Coll'automatico Hotchkiss, che e introdotto in Inghilterra e in Francia sulle- 
navi da guerra, e in Germania anche nelle manovre di fortezza e di montagna, 
si tirano da 500 a 600 colpi al minuto. L'arma pesa quindici chilogrammi, 
circa il doppio di un fucile militare ordinario. Si scompone e ricompone 
grandissima facilità e prestezza. Due uomini servono all'azione, sia a braccio libero, 
sia mediante sostegni, i quali sono diversi secondo che l'arma è adoperata in cam- 
pagna, in marina o in montagna. Nella guerra in campagna s' usano anche, per 
maggiore rapidità, piccoli affusti a due ruote. In montagna si trasportano sui 
muli. Anna, sostegno, all'usto, cartucciere con 600 pezzi e coperta impermeabile 
pesano complessivamente 97 chilogrammi. 

Queste due armi, Mauser e Hotchkiss, sono gli ultimi portati della tecnica 
moderna. Se una guerra dovesse ancora sconvolgere l'Kuropa, queste macchine 
inconsapevoli sarebbero forse tra i fattori più importanti dell'avvenire umano. 



LA VITA OPERAIA NEGLI STATI UNITI 

(Da un articolo di H. Clkmhnt, Réforme Sociale, 16 giugno) 



L'occasione al presente artieolo è stata data da un'importante opera che il profes- 
sore Emilio Levasseur ha di recente pubblicata 1) e in cui ha raccolto i risultati di una 
scrupolosa inchiesta da lui compiuta durante un soggiorno di parecchi mesi in America. 



1) E. Levasseur, L'Ouvrier tmcr-ctiin, i voli. Parigi, Larose, 1898. 



LA VITA OPERAIA NEGLI STATI UNITI 3 5 



Il bel lavoro del Levasseur ci presenta un quadro completo dell' industria americana con- 
siderata dal triplice punto di vista del lavoro in sé stesso, delle condizioni fisiche e morali 
in cui vive la famiglia operaia, e delle urgenti questioni sociali nel nuovo mondo. Sulla 
scorta dell'opera del Levasseur il Clément dà un' idea generale della questione operaia in 
America; e comincia col riprodurre alcune cifre che bastano a mostrare l'enorme sviluppo 
economico che l'Unione americana ha avuto in questo secolo. 

Nel 1790 gli Stati Uniti avevano una superficie di circa 5 milioni di chi- 
lometri quadrati e una popolazione di circa 4 milioni di abitanti; nel 1890 la 
superficie dei paesi dell'Unione era di 9 milioni di chil. q., la popolazione supe- 
rava i 62 milioni. Proporzionale a questo enorme movimento è lo sviluppo 
dell'industria: nel 1850 si contavano 123,025 stabilimenti industriali con un 
capitale di 2,665 milioni di franchi, 957,000 operai, e una produzione del 
valore di 5 miliardi; nel 1890 gli stabilimenti erano 355,415, il capitale saliva 
a 32,625 milioni di franchi, gli operai erano 4,712,622, il valore della pro- 
duzione 46,860 milioni. Queste cifre mostrano che non solo l'industria ame- 
ricana è andata prosperando in modo meraviglioso, ma anche è cresciuta la 
produttività degli operai, giacché, mentre il numero di questi ultimi diventava 
cinque volte più grande, la quantità delle merci prodotte lo diventava nove 
volte. La ricchezza, da parte sua, non è rimasta indietro; nel 1850 era di 37 
miliardi di franchi (1,540 per abitante); nel 1890 salì a 325 miliardi (5,180 
per abitante). Le reti ferroviarie, che prima avevano 14,514 chilometri, nel 
gennaio del '96 ne avevano 289,437; la lunghezza delle linee telegrafiche, che 
nel 1871 era di 93,770 chilometri, nel 1894 era di 351,350; il commercio 
con l'estero da 1,500 milioni di franchi nel 1850 salì, nel 1892, a 9,285 
milioni. 

Un fenomeno caratteristico nello sviluppo dell' industria americana è quello 
della concentrazione, della quale basti citare un esempio, modesto ma istrut- 
tivo: nel 1860 vi erano negli Stati Uniti 213 fabbriche di tappeti che pro- 
ducevano per un valore di 35 a 40 milioni di franchi; nel 1890 le fabbriche 
erano 173, il valore della loro produzione 250 milioni circa. Questo movi- 
mento è dovuto all'estensione delle manifatture, al generalizzarsi della divisione 
del lavoro, nonché alla rapidità e al buon mercato dei trasporti, all'aumento 
del consumo e sopratutto ai mirabili progressi del macchinario. L' industriale 
americano comprende che qui sta il fondamento del successo, e quando viene 
inventata una nuova macchina oppure si trova un perfezionamento a una mac- 
china, a un telaio, non esita a sacrificare tutto il suo materiale e a sostituirlo 
con materiale nuovo o perfezionato. 

L'autore cita alcuni esempi dei grandi vantaggi ottenuti con le macchine. Nella regione 
montagnosa del Sud cinque operaie, lavorando a mano, convertono in uua giornata 5 libbre 



36 MINERVA 

di cotone in 8 yard di calicot, 1) con l'aiuto di un capitale di 500 franchi, e il lor< 
lario non supera franchi 1.25 al giorno; invece, nella Nuova Inghilterra cinque op 
attendendo a macchine che valgono 25,000 franchi, convertono in un giorno 500 libi 
cotone in 800 yard di stoffa e guadagnano giornalmente 5 franchi a testa. Cinq 
filatura, sistema Rabbeth, compiono oggi tanto lavoro quanto ne compivano una volta otto 
fusi dei soliti, eppure non impiegano una maggiore forza; è cosi che il Draper, il più 
grande fabbri -ante di fusi del mondo, può dire che l'industria ha realizzato un'economia 
di 250 milioni di (ranchi sulla mano d'opera. Nelle fabbriche di lanerie una sola operaia 

a otto telai, mentre in Francia non può attendere a più «li due. 
sitore a mano produceva 45 yard di stoffa di cotone alla settimana; oggi, in\' 
(tendo a 16 e tino a 28 telai, produce 9,000 yard. Infine, Adamo Smith citava un <>: 
in cui, gì une alla divisione del lavon ; quali compiva un !.. 

arrivavano a fabbricare 48,000 spille al giorno ; descrive u 

del Massachusetts in cui 70 mao ai, un macchinista 

bricano ogni giom appuntati sul! 

iperaio inve< e di 4,800. 

É naturale che la piccola industria non possa lottare contri ìde e 

vada sparendo: per tener dietro agli ultimi progressi, per comperare i bre 
d'invenzione ecc., occorrono capitali enormi, che solo i grandi stabilii 1 
possono procurarsi coll'aiuto dei loro ma dell'i 

stria in grande da splendidi risultati quando gli affari vanno bene, ma r: 

:oloso in tempo di e il suo pritr. - è quello d 

lare le campagne e di creare imn aerazioni di operai che 

toposti a tutte le eventualità della mancanza di lavoro. In questi 
zioni, malsane sotto tutti i punti di vista, n. ive il proletariat 

colano migliaia d'uomini in quartieri infetti, in case prive d'aria e di luce e in 
una promiscuità contraria cosi alle r< ne alle leggi della 

rale. Si deve ammirare, senza dubbio, la forza produttiva della macchina ; ma 
d'altra parte bisogna riconoscere che la grande industria centralizzata non i 
l'uomo l'ideale della vita; che la macchina richiede uno sforzo continuo 
nicioso per la salute dell'operaio; che l'officina distrugge la vita di famiglia e 
spinge all'intemperanza, al vizio, alla criminalità e alla miseria. Perei 
sopprimere le macchine perfezionate, senza voler tornare alla piccola officina di 
famiglia, sarebbe bene pensare che e' è una differenza fra uno strumento 1 
operaio e che questi è un uomo e quindi merita la sollecitudine del padrone ; 
che, pur migliorando il proprio materiale e i processi di fabbricazione, il pa- 
drone deve prendere le misure necessarie per migliorare le condizioni del suo 
personale. SenonJiò, nella febbre di produzione che domina in America, sembra 
che la gente non si preoccupi troppo del lato morale e sociale della questione. 



(i ) La libbra inglese corrisponde a cliilogr. 0.4556, l'yard a m. 0,9144. 



LA VITA OPERAIA NEGLI STATI UNITI 37 



Dal punto di vista materiale, l'industria americana prende tutte le precau- 
zioni possibili per evitare gli accidenti, e cosi non fa che proteggere se stessa, 
giacche la legge e la giurisprudenza di tutti gli Stati tendono sempre più a sta- 
bilire la responsabilità dei padroni. E i regolamenti sono precisi: il numero 
delle ore di lavoro è diminuito: non più di 9 o io ore al giorno, non più 
di 9 al sabato; e tutelato è il lavoro dei fanciulli e quello delle donne. Del 
resto, gli operai sono organizzati in modo da imporre la propria volontà; i 
loro sindacati, forti di più di un milione e mezzo di aderenti, prevalgono sulle 
coalizioni dei padroni; e cosi gli operai hanno fatto crescere i salari, hanno 
fatto diminuire la durata del lavoro e migliorarne le condizioni. Ma d! ciò non 
si contentano, e si lasciano andare alle utopie del socialismo e, come in In- 
ghilterra, domandano che sia fissato in via legislativa un massimo di lavoro 
corrispondente a un minimo di salario. 

Eppure, l'operaio americano non può lagnarsi di quel che guadagna. Non 
si possono fissare delle cifre assolute, ma si può dire che, irj.. media, i salari 
sono di 170 franchi al mese per gli uomini, 125 per le donne, 58 per i fan- 
ciulli. Naturalmente, queste cifre sono troppo alte per certi lavoratori, per esempio, 
per quelli rurali, ma viceversa sono molto più basse per altri : i carpentieri e 
i pittori guadagnano 450 franchi al mese, certi minatori del Montana e i ti- 
pografi che compongono a macchina guadagnano da 20 a 25 franchi al giorno, 
i laminatori delle fabbriche di corazze da 60 a 70. Nell'industria del ferro e 
dell'acciaio viene, dopo gli operai scelti, un gruppo importante di lavoratori che 
guadagnano da io a 20 franchi al giorno; la maggior parte, poi, guadagnano 
da 7^ a 8 franchi. Secondo un calcolo fatto dall'Aldrich, l'aumento dei salari 
dal 1860 al 1891 varia dal 138 per cento (conceria, agricoltura) al 225 (fabbriche 
di birra), sicché la media è del 161 per cento. Attualmente, la scala dei salari 
* sale gradatamente dal salario giornaliero dei fanciulli che va da 33 a 66 cents 
(il cent equivale a 5 centesimi circa), passando per quello dei lavoratori rurali 
che varia da o. 38 cents a dollari 1.33 (fr. 6. 65), per quello dei filatori e tes- 
sitori che è di 1 a 2 dollari, per quello dei manovali (doli. 1. 25 a 2), dei 
meccanici (2 a 3), fino a quello dei primi operai delle ferrovie, acciaierie e 
vetrerie, che va da 5 a io dollari; e bisognerebbe anzi aggiungere degli operai 
che sono veri artisti. Fra questi gradi, che non possono essere indicati se non 
approssimativamente e in modo molto vago, trovano posto i salari di tutte le 
altre professioni. 

Questi salari sono incontestabilmente più alti di quelli che si hanno in In- 
ghilterra, in Francia, in Germania; essi fanno sì che la famiglia di un operaio 
può esser nutrita dal solo lavoro del suo capo, e quindi la madre può dedi- 
carsi tutta alla casa. Da questo punto di vista, dunque, la condizione sociale 



3 8 MINERVA 

dell'operaio americano è superiore a quella dell'operaio europeo. È vero, però, 
che si ha in America la piaga dello sweat system (sistema del sudore) consistente 
in questo, che il lavoro non viene affidato direttamente agli operai, bensì a un 
mediatore che fa sudare il lavoratore e lo sfrutta pigliandosi parte del suo gua- 
dagno; con questo sistema i salari scendono a un livello bassissimo — 405 fran- 
chi per settimana, per le donne anche meno — e bastano appena a impedire 
di morir di fame a chi è costretto a ricorrervi. Contro questo inumano sistema 
si sta combattendo accanitamente, e nessuno può non augurare che si vinca. 

Date le condizioni, in generale favorevoli, del lavoro e del salario, si com- 
prende come gli Stati Uniti abbiano potuto sfuggire per molto tempo agi' in- 
convenienti degli scioperi. Il numero di questi ultimi aumentò in proporzione 
inquietante solo dopo la guerra di secessione: dal 1741 al 1880 se ne ebbero 
1,491; dal 1881 al 1886, 3,902; dal 1888 al 1894 la media fu di 1,292 al- 
l'anno. La colpa principale di questo aumento spetta all'agitazione socialista ; del 
resto, il diritto di coalizione è riconosciuto per legge in tutti gli Stati, e la 
giurisprudenza, andando più in là dei testi scritti, è eminentemente favorevole 
non solo alle rivendicazioni legittime degli operai, ma a tutte le manifestazioni 
dei sindacati e delle associazioni che mirano a falsare il contratto del Ir 
ricorrendo all'intimidazione. 

Agli scioperi rispondono i padroni col lockoidt, ossia col licenziamento in massa 
degli operai; dal 1881 al 1886 si ebbero 2,214 lockouts, i quali non diedero 
migliori risultati degli scioperi. Se gli operai e i padroni hanno il diritto di 
stringersi in coalizioni, e quelli di rifiutarsi a lavorare, questi di chiudere i loro 
stabilimenti, e ciò quando sorgano gravi difficoltà a proposito del salario, della 
durata o delle condizioni del lavoro, non si capisce quale vantaggio possa ri- 
sultare da uno sciopero o da un ìoekout, ossia da una resistenza brutale a pre- 
tese contrarie, quando si potrebbe venire a una conciliazione per via di un'ami- 
chevole intesa o ricorrendo a un arbitrato. 

Esposte così le condizioni del lavoro, l'autore passa a esaminare la vita di famiglia 
dell'operaio americano. 

Studiando la vita intima dell'operaio americano, si rimane subito colpiti dal 
grande spreco che si constata in casa sua causa la sua mancanza di economia 
e sopratutto causa due difetti di sua moglie : il disordine e l'amore del lusso. 
La donna americana non è una massaia; essa non sa fare la minestra; non 
sa nemmeno utilizzare il brodo in cui ha fatto bollire la carne, e lo butta 
via, e si serve dell'estratto Liebig; essa non conosce l'arte di utilizzare la roba 
avanzata e di farne dei piatti economici; in generale i cibi consistono in uova, 
carne di bue o di maiale conservata, affumicata o arrosto, patate bollite, pesce 



LA VITA OPERAIA NEGLI STATI UNITI 39 



fresco o affumicato, frutta in conserva, dolci, pasticci, tutta roba che costa cara, 
ma che si prepara facilmente e presto. Stando alla relazione della delegazione 
degli operai francesi all'Esposizione di Chicago, la spesa media di una famiglia 
di New York per viveri sale a fr. 1,226 all'anno. Secondo la Commissione del 
lavoro, che ha studiato i bilanci di 232 famiglie, questa spesa sarebbe di fran- 
chi 1,312; e il Levasseur cita un orefice di Rhode-Island, ammogliato, senza 
figli, che guadagnava 6,500 franchi all'anno e ne spendeva per mangiare 3,150, 
ossia il 48.46 per cento. Confrontando i prezzi dei generi alimentari in America 
e a Parigi, si vede che qui la vita è più cara almeno del 20 per cento in con- 
fronto con New York, Boston e Chicago. Se, dunque, gli operai americani 
spendono di più, non è perchè il denaro valga in America meno che in Francia, 
ma perchè si nutriscono meglio, mangiano più carne, e perchè le loro mogli 
sono meno econome. È vero, però, che la solita bevanda degli Americani è 
l'acqua ordinaria o ghiacciata, e che questa mancanza di vino fa sì che si ri- 
chieda un'alimentazione più sostanziale. Quanto agli spiriti, essi ne bevono fuori 
dei pasti, in casa e sopratutto nei bars e nei saloons; e l'alcoolismo va facendo 
continui progressi. 

Anche le spese del vestire sono più forti, e per ragioni identiche. Prescindendo 
dai vestiti su misura, che sono estremamente cari, gli abiti fatti si pagano quanto 
in Francia; ma la donna americana non conosce l'arte di rammendare; al più 
piccolo strappo si compera addirittura un vestito nuovo; e così, in ogni fami- 
glia, si arriva a spendere in media, per il vestire, da cinque a seicento franchi 
all'anno. 

Le abitazioni sono più comode, ma più care che in Europa; constano di 
solito di quattro camere, una delle quali è il salotto, e una stanza da pranzo, 
e costano in media 600 franchi all'anno. In certe grandi città, come New York 
e Boston, la gente si ammucchia in modo incredibile, e si vedono fino a sei 
o sette persone che vivono in una sola camera; per non parlare poi dei quar- 
tieri della miseria e del vizio — gli slums — senz'aria, senza luce, veri centri 
d'infezione pullulanti di una moltitudine sudicia; eppure, per vivere in quelle 
miserabili stamberghe si paga da 250 a 500 franchi all'anno. Bisogna, però, 
riconoscere che grandi sforzi si fanno da molto tempo per migliorare le abi- 
tazioni operaie, distruggendo le malsane e costruendone di nuove. A questo 
scopo sono sorte delle grandi società che costruiscono case operaie, salubri e 
belle (pigione da 250 a 600 franchi all'anno), e altre che raccolgono in forma 
di regolari contribuzioni i risparmi dei loro membri prestando loro i fondi per 
costruire delle casette. Queste società sono molto importanti: stando a una 
statistica ufficiale, nel 1893 ce n'erano 5,838 locali e 240 nazionali, con 
1,745,000 soci e 2,250 milioni di franchi di capitale, e avevano costruito 3 14,75 5 



40 MINERVA 

case; non è dunque esagerata la frase del capo dell'Ufficio del lavoro in Ca- 
lifornia, che le ha chiamate « uno dei più importanti fattori della nostra so- 
cietà moderna ». 

L'operaio ha poi vari mezzi di assicurare il proprio avvenire, sopratutto le 
Casse di risparmio, tutte libere e indipendenti dalla politica e dallo Stato, che 
nel 1896 erano in numero di 988; i depositanti erano 5,065,497; i depositi sa- 
livano a 9,535 milioni. Vi sono poi le società di mutuo soccorso e le Trade- 
Unions che distribuiscono agli aderenti soccorsi in caso di malattia e di man- 
canza di lavoro; le società di assicurazione sulla vita, che hanno larga diffusione 
in mezzo agli operai e gl'impiegati; le Friendly Societies che contano 4 i|2 mi- 
lioni di membri e hanno distribuito, fra sussidi per malattia e capitali assicurati, 
più di 160 milioni di franchi; e finalmente le istituzioni e le padronali, 

finora abbastanza poco diffuse. 

L'autore conclude che, tutto sommato, l'operaio americano, in generali-, non soffine pri 
il, è ben vestito, ben nutrito, bene alloggiato, e trova ancora modo di risparmi 
«li provvedere all'avvenire ne più né meno de' suoi colleghi d' In^hilt Quindi 

alla questione operaia, alla lotta fra capitale e lavoro e all'opera dt ■'. 

Le fortune colossali, favolose, dei miliardari americani irritano la d 

spingono al socialismo, il quale le eccita ad abbattere l'attuale 
namento sociale, a liberarsi dalla schiavitù cui li a del 

dollaro ». Il grande rimedio sognato dai riformatori è quello di regolare per ! 
le relazioni fra padroni e operai, d'irreggimen: 

primere ogni libertà. Eppure, l'operaio americano si trova in condizione di ap- 
are i benefizi di quella libertà, di quella iniziativa privata che ha creato per 
lui tante e cosi potenti opere di ass alle quali è da 

rità privata in tutte le sue varie e ose forme; e il patronato sociale e in- 

dustriale che si presenta sotto la forma più colossale nella città fondata dal Pullman ; 
e la partecipazione agli utili che, quantunque discussa, ha dato eccellenti risul- 
tati in un gran numero di stabilimenti ; e molte e molte altre istituzioni fon- 
date dalle classi superiori per migliorare le condizioni della classe opera 
contare le istituzioni miste, come l'arbitrato sugli scioperi che è quasi universal- 
mente adottato e ha reso all'industria segnalati servigi. 

Senonchè niente di tutto ciò giova a soddisfare la maggioranza degli operai 
americani, i quali sognano uno Stato chimerico in cui non vi sia più posto per 
la miseria e il lavoratore non abbia da dividere il suo guadagno con nessuno. 
Questo labor movanoli è (atto per molti di idee mal definite, mal precisate, e 
molti si dicono o si credono socialisti perchè trovano che l'attuale stato so- 
ciale non è perfetto e reclamano riforme e propugnano l'associazione e la coo- 
perazione. Ma vi sono pure molti che non si fermano alle mezze misure □ 



LA VITA OPERAIA NEGLI STATI UNITI 4 I 



mezzi sistemi e adottano recisamente le teorie del collettivismo con tutte le sue 
conseguenze, come l'abolizione della proprietà individuale, l'espropriazione pa- 
cifica o forzata di tutti quelli che possiedono, la comunione della terra e degli 
strumenti di lavoro e di produzione. La vera espressione di questo socialismo 
è il materialismo storico del Marx, e non è socialista chi non lo accetta nelle 
sue linee generali. Le leggi sulle quali il Marx fonda il suo sistema sono false 
e sono state confutate cento volte ; le sue teorie sul valore, sul sopravalore e 
sul sopralavoro non hanno fondamento in economia politica, come il suo prin- 
cipio della lotta di classe non ne ha sul terreno storico; eppure esse riman- 
gono il pernio del socialismo così detto scientifico. Queste idee s'infiltrano da 
una trentina d'anni nelle officine americane, e invano 1' « Ordine dei Cavalieri 
del Lavoro » e la « Federazione americana » tentano di resistere a questo mo- 
vimento. Il neo-unionismo è, come in Inghilterra, schiettamente socialista; esso 
non si limita alla questione delle ore di lavoro o a quella dell'aumento del sa- 
lario, ma reclama per gli operai il frutto integrale del loro lavoro, la soppres- 
sione del sistema capitalista e quindi del salariato, nonché la nazionalizzazione 
del lavoro; e ferve la propaganda, non più per trattare coi padroni o per op- 
porgli resistenza, ma per impadronirsi del governo e fondare il regno delle idee 
nuove. È vero che vi sono dei gruppi più moderati, in apparenza, di altri, e 
che, come in tutti i partiti, anche in questo c'è una destra e una sinistra ; ma 
in fondo ci troviamo davanti a un vasto insieme di idee nuove che fanno nel 
paese progressi incontestabili e invadono a poco a poco tutte le classi della società. 
Vediamo ora le conclusioni che il Levasseur trae dal quadro, cosi completo, 
scrupoloso e imparziale, delle condizioni materiali e morali dell'operaio ameri- 
ricano. Gli Stati Uniti ci presentano uno spettacolo di prosperità e di vitalità 
unico al mondo ; si tratta di sapere se ciò continuerà e se, per la costante evo- 
luzione del progresso, si vedrà in questo grande paese l'avvento di quell'era di 
felicità che i sognatori di ogni tempo promettono a coloro che soffrono. La na- 
zione americana vedrà senza dubbio aumentare il suo splendore commerciale, 
e ciò per l'energia, l'intelligenza e il desiderio di guadagno che si trova nei 
padroni, per la potenza di lavoro e la forza produttiva degli operai, per la grande 
estensione e per il vario clima del paese, e sopratutto per la sua posizione geo- 
grafica che gli ha permesso di non esaurirsi in spese militari. L'industria se- 
guiterà nel suo movimento ascendente, continuerà a fondare grandi stabilimenti, 
e, siccome le occorreranno capitali sempre più grandi, si sostituiranno ai pa- 
droni le grandi società per azioni. I salari elevati e il perfezionamento dei mezzi 
di produzione faranno si che i suoi prodotti inonderanno l'Europa malgrado 
tutte le barriere del protezionismo; e questa esportazione farà aumentare la 
ricchezza del paese, farà ingrossare le agglomerazioni urbane e la popolazione, 



42 MINERVA 

la quale in trent'anni supererà i ioo milioni. Si accentuerà sempre più il mo- 
vimento di concentrazione industriale più sopra accennato, e mentre diminuirà 
il numero dei padroni, crescerà incessantemente quello dei salariati ; per cui i sin- 
dacati operai saranno più numerosi e più forti, e acquisteranno dappertutto la 
personalità civile e avranno una funzione ufficiale nei rapporti fra capitale e la- 
voro. Da parte loro, i padroni si coalizzeranno opponendosi all'invasione dei 
sindacati operai; e ne verrà una lotta acuta di queste due forze che dovrebbero 
unirsi per il bene dell'umanità ; una lotta che farà correre grave rischio alla li- 
bertà di commercio e alla pace sociale ; né le istituzioni di previdenza, più svi- 
luppate di quel che lo sono oggi, nò l'arbitrato, più diffuso d'oggidì, varranno 
a far migliorare la situa/Jone. Il Levasseur spera tuttavia che queste agitazioni 
non indeboliranno la robusta costituzione del popolo americano, e che il ven- 
tesimo secolo sarà per esso un'era di progresso e di felicità. 

Il Clément, invece, non è «li opinioni rosi ottimiste. Egli riconosce che il popolo ame- 
ricano ha «Ielle qualità capaci di scongiurare per molto tempo il pericolo, sopratutto uno 
spirito pratico che lo fa badare alle cose concrete e fa sì ch'esso non si lasci abbindolare 
dalle parole; ma, in mezzo agli elementi <li grandezza, vi sono dei pernii «li rovina : la vita 
febbrile, la corsa al dollaro, il «lesiderio sfrenato di godete dell'ora presente, di guadagnar 
molto, non per risparmiare, ma per spendere. 1 capitalisti sono troppo «luri e «linieri: 
i doveri che loro incombono verso gli operai: questi sono troppo esigenti, vogliono l' im- 
possibile; e le difficoltà dell'ora presente non sono attenuatene dall' insegnamento nèdalla 
pratica della religione. 

In mezzo a tutti questi elementi — conclude il Clément — la ri viltà americana pro- 
duce l'effetto di una caldaia troppo riscaldata, che manchi di valvola e di manometro, l'incile 
non sarà raggiunto il massimo della pressione, la macchina sociale ed economica degli Stati 
Uniti funzionerà con un'attività prodigiosa; ma, mancando ogni freno moderatore, < 
te m er e che un giorno o l'altro avvenga una inevitabile catastrofe. 



LA MUSICA NELLE UNIVERSITÀ GERMANICHE 

(Da un articolo di MAURICE EMMANUEL, Rnw de Paris, i° giugno) 

In Germania vi sono venti Università. Sedici hanno l'insegnamento della mu- 
sica. La scienza della musica (Musikwissenschaft) vi può essere scelta tra le ma- 
terie accademiche e servire per le prove scritte e orali della laurea in filosofia. 

Ora, la musica è un'arte, la più sensitiva e la più indipendente delle arti. Come 
si può farne un ramo di filosofia ? Come si può farne materia di un esame e 
titolo per un diploma? Si risponde — che 1' Università germanica abbraccia ve- 
ramente l'università delle conoscenze umane, e quindi, come alle arti del disegno, 



LA MUSICA NELLE UNIVERSITÀ GERMANICHE 43 



fa il suo posto onorevole anche alla musica nel vasto insieme della sua dottrina. 
Ma è questa una pura pretensione di programmi artificiosi, un'affettazione pe- 
dante di volere a ogni patto rinchiudere tutto nel quadro sistematico della scienza ? 
O questo insegnamento della musica corrisponde invece realmente in Germania a 
un bisogno? E con quale spirito e con quali mezzi viene impartito? 

Bisogna premettere che la musica, in Germania, è, senza metafore, una fun- 
zione vitale della società. Tutti sono musicisti. Mentre nei nostri paesi latini i 
musicisti di mestiere stanno ristretti fra di loro, quasi aborrendo il dilettantismo 
musicale, gli artisti tedeschi fraternizzano coi dilettanti, meno perfetti ma sempre 
seri cultori dell'arte, che sono legione in tutte le classi sociali. Da ciò quelle 
collettività musicali caratteristiche della Germania, i cui elementi provengono dai 
più diversi ambienti. 

Professori d'orchestra, professori e allievi di conservatorio, coristi scelti fra 
gli operai, fra i borghesi, fra gli studenti dì lettere e di scienze, uniti dal medesimo 
proposito e fino a un certo punto dalla stessa educazione, costituiscono in ogni 
città tedesca delle società musicali di indiscutibile valore. Il reclutamento di dilettanti 
volenterosi e valenti è così facile fra tanto numero, che i direttori hanno solo la 
difficoltà della scelta. Non solamente la passione della musica è generale in Ger- 
mania, ma la coltura musicale, ma l'abilità tecnica vi si propagano fin dalla scuola. 

Gli elementi della musica sono conosciuti da tutti. Non v'è scuola, d'ogni grado 
e d'ogni specie, che non abbia il suo insegnamento musicale ; al quale poi ven- 
gono in aiuto le audizioni orchestrali, così frequenti e ottime in ogni più pic- 
cola città. In tal modo senza sforzo, per la sola influenza dell'ambiente, il Te- 
desco progredisce mirabilmente nell'arte per la quale ha d'altronde tanta natu- 
rale disposizione. 

Bisogna anche riconoscere che egli non vede nella musica la sola soddisfazione 
della sensibilità, ossia una sorgente di fantasie e d' emozioni ; ma anche e sopra- 
tutto un elevato esercizio dello spirito, un linguaggio intellettuale. È perciò che 
ama tanto la musica pura, esclusivamente istrumentale, che parla vagamente a tutta 
l'anima umana ; mentre la musica vocale, dovendo seguire le parole e colorirne 
il significato, è schiava di un sentimento determinato, ossia, logicamente, deve 
essere precisa. Ne consegue che, nella musica vocale, costante preoccupazione 
dell'uditorio tedesco è di comprendere il testo ch'ella vuol vestire. Il piacere non 
potrà essere completo se non quando l'accordo fra l'idea musicale e l'idea let- 
teraria sarà così perfetto che i due pensieri diventino inseparabili. Perciò i Tede- 
schi adorano Schubert, così drammatico nelle sue brevi canzoni, adorano Wagner, 
poeta e musico alla guisa dei tragici greci. E quest'altra conseguenza ne proviene. 
Il pubblico tedesco, delicatissimo ed esigente per la musica pura, si mostra incre- 
dibilmente tollerante per i peggiori artisti di canto. In sostanza esso attende sopra- 



\ \ MINERVA 

tutto all'idea espressa con le parole, ed è contento quando l'artista sillaba il 
canto con chiarezza ed espressione; le qualità vocali passano in seconda linea. 
Per effetto di questa indulgenza l'arte individuale dei solisti è assai mediocre in 
Germania. Di rara' eccellenza invece si mostrano i cori, poiché nella musica vo- 
cale collettiva le voci, divenute come impersonali, e applicate a dei testi di senso 
indeterminato, lasciano libera l'attenzione all' idea musicale, come nella musica pura. 

Dopo queste osservazioni si comprenderà meglio anche la pedagogia musi- 
cale tedesca. Nei Conservatorii si cura la solidità e l'estensione della coltura più 
che non la perfezione della virtuosità. Si ritiene più prezioso per un artista d'ac- 
quistare nella gioventù una buona coltura generale che d'affermare fin dai primi 
anni un talento esclusivo. Mentre altrove si ammettono nei Conservatorii dei fan- 
ciulli di nove anni, in Germania l'età minima per l'ammissione I i quattro, 
fino a sette, anni più tardi. Si esige che l'istruzione generale preparatoria sia tale 
da permettere all'alunno d'abbracciare nella sua complessità il vasto programma 
del conservatorio. H infatti vi si fanno dei veri corsi universitari. Lo studente 
vi prende i suoi appunti mentre i professori no delle teorie e fanno delle 
lezioni quali non possono intelligenze molto sviluppate. 
Questo insegnamento ha, pero, sempre un carattere particolarmente tee;: 
è quindi un superfluo duplicato il corso musicale della Un 

ha assunto la scienza della musica nei suoi vasti programmi, non soltanto, come 
abbiam già detto, in conseguenza dei suoi principii enciclopedici, ma perchè soddisfa 
attitudini troppo universalmente possedute e bisogni troppo universalmente sentiti 
per poter essere negletti. Hssa vi dà opera in due modi, con due di le- 

zioni: le une, per la e '.egli uditori, sono di coltura musicale; le altre ac- 

luli soltanto ai musicisti, hanno propriamente carattere di corso filologico, 
e a ques' .0110 anche gli allievi del conservatorio, nelle città dove la 

musica lia la sua propria casa. Cosi la Facoltà filosofica e la scuola d'aru 
ternizzano. I Tedeschi considerano il linguaggio dei suoni come una forma 
alta e completa del pensiero, gli attribuiscono tanto valore intellettuale, gli fanno 
così larga accoglienza nella vita, che non sembra loro nemmeno concepibile di 
relegarlo in determinate officine, per formarne dei professionisti. 

Qui l'autore descrive in alcun*.* pagine la musica tonale moderna, in comparazione colle 
musicali degli antichi. Ciò a rendere più chiara, per il lettore digiuno di cognizioni 

musicali, l'esposizione delle diverse parti in cui un corso di musica si può .suddividere : 

lilla nostra scala, naturale ed immutabile); Armonia (o scienza 
della struttura per tutti gli accordi soggiacenti a una melodia tonale); Musica antica (che 
è una lingua antitonale e antiarmonica. una lingua artificiale, in luogo d'una scala unica 
contandone sette e più, e si riduce a una linea melodica la quale non comporta nessuna 
armonizzazione benché si presti alle più sottili inflessioni); Contrappunto y l'arte di sovrapporre 
delle linee melodiche in vari) numero, quattro il più spesso, e di organizzarle secondo 



LA MUSICA NELLE UNIVERSITÀ GERMANICHE 4 5 



affini ma non eguali a quelle dell'armonia tonale); Fuga (che segue le leggi del contrappunto, 
le linee melodiche sovrapposte, ma v'introduce il principio della tonalità moderna); Fornu 
musicali (ossia distinzione dei'generi e dei tipi diversi della composizione musicale); Storta 
della musica in tutti i tempi, particolarmente difficile per la parte più antica che propriamente 
è oggetto della Filologia musicale (ossia studio dei sistemi musicali anteriori alla musica 
tonale, o prearmonici : scale antiche, gamme del medio evo, canto corale di stil severo e 
a contrappunto . 

Hanno un insegnamento musicale veramente superiore, con lezioni pubbliche, 
colloqui ed esercizi pratici, le Università di Berlino, Bonn, Heidelberg, Lipsia, 
Monaco, Praga e Vienna. In minori proporzioni, ma sempre considerata accademi- 
camente, trovasi la Scienza delia musica nelle Università di Breslavia, Friburgo, 
Giessen, Goettingen, Halle, Kiel, Koenigsberg, Marburg, Tubingen e Graz. V'hanno, 
nel primo gruppo, dei professori ordinari, dei professori straordinari e dei liberi 
docenti; nel secondo, dei direttori di musica e degli insegnanti speciali. Sono 
nel numero parecchi autori e musicisti di grido, che sanno essere in pari tempo 
ottimi docenti universitari. Ma basterà ricordare i due fondatori dell'insegnamento 
musicale accademico in Germania: Spitta a Berlino e Hanslick a Vienna. Spitta, 
morto recentemente, era stato chiamato fin dal 1875 alla sua cattedra e fu il 
maestro di tutti gli eruditi che si distinsero più tardi in questo campo. A una 
somma competenza tecnica fondata su studi speciali, univa una vera cultura ; e 
fu il creatore della filologia musicale. La sua biografia di Bach, la sua edizione 
dell'antico maestro Schutz (sedici volumi di cori) sono monumenti capitali che 
segnano nella critica dell'arte un'era nuova. Vi si trovano associati la scienza 
esatta e il più delicato gusto artistico. Col metodo dello Spitta molti tesori furono 
scoperti che l'arte, senza l'erudizione, avrebbe perduti. 

Hanslick, il celebre critico viennese, s'era dato da giovane alla composizione. 
Ma il suo gusto per l'analisi fece di lui un critico, e la sua genialità gli valse la 
fama di filosofo della musica. La sua celebrità data fin dal 1854, dalla pubblica- 
zione del suo libro sulla beitela della musica. D'allora in poi egli è stato l'arbitro 
del gusto musicale in Austria, e il segno di ardenti discussioni in ogni parte 
della Germania. È accusato d'essere troppo subiettivo, mentre lo Spitta è il filologo 
modello della musica, nelle cui opere la scienza rigorosa e lo spirito di libero 
critico eclissano la filosofia dottrinaria. 

La cattedra o la libera docenza in scienza musicale è riservata ai dottori in 
filosofia (si sa che in Germania la laurea in filosofia abbraccia lettere, scienze 
ed arti) i quali abbian dato prova in uno speciale esame di concorso di quelle 
conoscenze che si domandano in un musicista filologo. Uno speciale diploma in 
scienza della musica è ottenuto dal laureando in filosofia quando presenti una tesi 
scritta, sostenga gli esami nelle varie materie di detta scienza e sappia discutere 
in solenne tornata accademica una tesi orale. 



46 MINERVA 

Quanto al programma d'insegnamento, i professori usano largamente della 
libertas accukmica di cui in Germania sono sì fieri. Uniscono talora alla teoria 
dei diversi rami di studio sopra indicati degli esperimenti pratici, eseguiti dal 
coro degli allievi; degli esempi o delle citazioni al pianoforte. Altri fanno delle 
vere scuole di paleografia e diplomatica musicale. Vi si decifrano i testi, vi si col- 
lazionano le varianti, vi si propone il testo critico. È un lavoro che richiede pre- 
cisione scientifica e fino intelletto d'arte. Spesso dal lavoro collettivo del mae- 
stro e degli alunni nascono delle edizioni preziose di antiche opere inedite d'alto 
valore, veri tesori dimenticati. 

Qualche Università possiede dei saloni particolari per le esecuzioni di com- 
ponimenti vocali polifoni, dove gli studenti — non soltanto quelli di filosofia, ma 
spesso anche gli appartenenti alle Facoltà di diritto e di medicina - interpretano 
i maestri del Rinascimento e le opere di Bach. 

A Berlino gl'insegnamenti sono divisi e specializzati- Bellermann dirige gli 
studi tecnici e d'armonia e di contrappunto, ed ha fama tra gli storici della mu- 
sica greci ; l'ieischer insegna la paleografìa musicale e l'evoluzione degli strumenti; 
Friedlànder attende coi suoi allievi alle edizioni critiche di musica classica. I 
a Lipsia e a Monaco. A Heidelberg il prof. Wolfrum è specialista per la storia 
del corale religioso e per la musica ecclesiastica protestante, mentre Ratisbona 
è il centro del canto ecclesiastico romano. 

Tutta la parte pratica di queste scuole è misurata al suo giusto punto; vale 
a dire non oltrepassa l' insegnamento accademico, non invade la palestra del con- 
servatorio; ma come non si può intendere la bellezza della letteratura ava 
aver imparato il greci», non si può seguire un corso di filologia musicale s 
cognizioni tecniche. D'altra parte, la conoscenza delle leggi e delle torme della 
musica raddoppia il piacere intellettuale dell'uditore, gli fornisce dei fili condut- 
tori seguendo i quali può cogliere bellezze inavvertite ai profani, può godere 
interamente e profondamente l'opera d'arte. 

Così è logica, cosi è completa questa scienza della musica nelle Università 
maniche. K nulla si potrebbe levarne senza diminuirla. 



L'ARTE E LA MORALE 

(Da un articolo di Hugenio Muntz, Revue Bleue, 1 1 giugno) 



L'autore, la cui competenza speciale in questioni artistiche è ben nota, comincia col- 
l'osservare che la crisi che l'arte attraversa oramai da un secolo è dovuta sopratutto al 
vecchio concetto accademico che limita il suo dominio e ne esclude le arti industriali e le 



L ARTE E LA MORALE 4 ~ 



applicazioni pratiche. Cosi limitata, l'arte deve necessariamente isterilire. Il Muntz reclama 
invece l'arte popolare, la quale sarà sempre superiore all'arte per l'arte, all'arte dei raf- 
finati che diventa un'astrazione ed è colpita dall'indifferenza" o dall'odio delle masse. Egli 
contrappone le eloquenti e drammatiche concezioni di Fidia, di Giotto, di Michelangelo, 
di Raffaello, nelle quali s' incarnano tanti e così alti ammaestramenti, ai saggi di bravura 
del Yelasquez, osservatore impeccabile, ma nel cui cervello limitato non passò mai un 
pensiero generoso ; e ricorda la tesi sostenuta dal Guyau nell' Art au point de vue socio- 
logiqiie, che l'arte non solo subisce l'influenza dei costumi, ma a sua volta esercita sui co- 
stumi un'azione, giacché il genio è capace perfino di crearsi un ambiente sociale nuovo, e 
il suo scopo più alto è quello di € produrre un'emozione estetica di carattere sociale ». Però, 
siccome le opere d'arte parlano anzitutto al sentimento e all'immaginazione, cosi l'ar- 
tista, anche quando crea un oggetto utile, anche quando proclama una verità, anche quando 
si fa propugnatore di qualche bella legge morale, ha lo stretto dovere di parlare allo spi- 
rito per mezzo del cuore e della fantasia. Se si procedesse altrimenti, se si prendesse 
consiglio unicamente dalla ragione, si confonderebbe l'arte con la filosofia, con la mo- 
rale, con la pedagogia, con un'altra disciplina qualsiasi. 

Prima d'indicare la missione morale dell'arte, gettiamo un rapido sguardo 
al passato. Ci convinceremo, così, che, lungi dall' innovare, basta rimettere in 
onore una tradizione che ha fatto la grandezza dell'antichità non meno che 
del medio evo. La storia dell'umanità primitiva ci mostra che una società può, 
bensì, far a meno dell'arte, ma non quando aspiri a qualche cosa di più di 
un semplice vegetare. Un'agglomerazione d'uomini assorbita unicamente dal la- 
voro manuale, dalla lotta contro la fame e il freddo — per esempio, gli abi- 
tanti della Terra del Fuoco — non può avere un'arte. Ma appena essa si mostra 
capace e degna di vivere, appena mostra di aver tanta energia da provvedere 
al proprio sostentamento, da imporre la propria volontà alla natura matrigna, 
ecco sorgere l'arte, la quale segna le tappe percorse dalla società umana sulla via 
della civiltà, ed eterna la memoria della vittoria dell'uomo sulla natura, e tra- 
manda ai posteri il ricordo delle generazioni precedenti. 

Nessuna nazione comprese meglio dei Greci la missione sociale e morale 
dell'arte. Essi la associavano intimamente all'educazione. Gli artisti greci, che il 
Brunetière ha trattato ultimamente con tanta severità, lavoravano a creare una 
razza forte e bella col rappresentare soltanto dei tipi perfettti, e col glorificare 
l'atletismo contribuivano a formare una gioventù forte e coraggiosa. A Delfo, 
a Olimpia, le vie erano fiancheggiate da statue di lottatori, di corridori, di gui- 
datori, oppure di uomini notevoli per bellezza di forme o per grandezza, come 
il gigante Polidamante, figlio di Nicia; e questa doppia corrente — educazione 
fisica ed educazione morale — produsse un ideale che, come dice Erberto 
Spencer, « incarnò una potenza e un' intelligenza sovrumana » venti secoli prima 
che il Nietzsche inventasse il suo « superuomo ».E l'erezione di un monu- 
mento comune a tutta una città, come il Partenone, stringeva insieme tutte le 



48 MINERVA 

classi della società, e l'abbellimento di un santuario nazionale, come quello di 
Olimpia o di Delfo, univa tutti i Greci in un vincolo di fratellanza. 

L'arte greca esercitò un'azione così profonda perchè parlava una lingua che 
tutti comprendevano : ricchi e poveri, dotti e ignoranti, operai, marinai, conta- 
dini. E come un buon mussulmano non è in pace con la sua coscienza se 
non ha visitato' la Mecca, così un libero greco, quale che fosse la sua condi- 
zione, non si stimava pienamente contento se non dopo aver ammirato il Giove 
Olimpio di Fidia. Accadde persino che questa comunione nel belio ravvicinasse 
le classi sociali, appianasse le differenze di livello ; il sentimento d'uguaglianza 
si trova, infatti, più diffuso in mezzo a quei popoli nei quali l'arte 
strata più facilmente accessibile a tutte le intelligenze. E finalmente, l'arte, per 
quel certo carattere di solidità e di convinzione che manca alle facili produ- 
zioni dei poeti e che dipende dalla difficoltà o dalla lentezza del la\< 
volta anche dal prezzo della materia prima, più di una \ iuscita a con- 

re nel popolo sentimenti e credenze che non erano più quelli del 
, esteti, ecco i Romani, gravi, positivi, utilitari. ! 
altro popolo si assiste a una fusione così solida, se anche non così mani' 
dell'irte e della civi!: in mezzo ai Romani. Ancor oggi Q< 

clie, avendo fatto parte di quell'immenso Impero, non proclami con monu- 
menti indistruttibili di mattoni, di pietra o di marmo - que- 
dotti, teatri — i principi di governo o di legislazione cari ai conquist 
mondo antico, la loro cura del b materiale come la loro preoccupa- 
zione della cultura intellettuale, la loro iaHc in un ideale veramente interna- 
zionale. 

Nel medio evo, al quale si muove continuamente il rimprovero dell' 
rantismo, troviamo ancora altamente affermata la missione dell'arte. Come l'arte 
romana e la greca e l'egiziana, cosi anche l'arte dell'età di mezzo si m< 
popolare per eccellenza coll'applicarsi a consacrare le istituzioni dando loro una 
forma visibile e palpabile, e nello stesso tempo col render ragione alle intime 
aspirazioni dei più umili fra i credenti. Ogni città rimase occupata per molte 
generazioni nel costruire le sue fortificazioni, la sua cattedrale, il mio palazzo 
municipale, tutti quei grandiosi monumenti che formavano una cornice desti- 
nata a contenere i cittadini, a ispirare in essi l'amore della città natia, a riem- 
pirli di legittimo orgoglio. È il medio evo che proclamò questa bella massima : 
« Le pitture delle chiese sono il vangelo degli analfabeti » (Concilio di Arras, 
del 1025). Quando si pensa all'azione dell'arte nel medio evo, bisogna dire 
che l' Europa occidentale non ha riconosciuto i servigi che un tale fattore è 
capace di prestare alla causa dell'educazione: in ogni tempo, dall' imperatore 
Giustiniano fino all'attuale archimandrita di un convento qualsiasi del monte 



L ARTE E LA MORALE 49 



Athos, la fissità dei soggetti e dei simboli, la quale fa si che essi possano pe- 
netrare anche nei cervelli più limitati, è stata la più potente leva con cui si 
sia sollevata l'immaginazione popolare. 

Nell'arte del Rinascimento, non giova negarlo, la torma prevale sulla sostanza. 
Addio propaganda religiosa o morale; addio rivendicazioni sociali che l'arte del 
medio evo aveva formulate con tanta crudezza, ma talvolta anche con tanta elo- 
quenza ! Eppure, anche nell'arte del Rinascimento troviamo una quantità di nobili 
esempi, di alti ammaestramenti, di eccitazioni a sentimenti generosi. 

Era riservato al secolo decimottavo di revocare in dubbio l'azione moralizza- 
trice dell'arte. Giangiacomo Rousseau credette di poter stabilire una correlazione 
ineluttabile, fatale, tra il progresso dell'arte e la dissoluzione dei costumi ; e rim- 
pianse la rozza civiltà dei Persiani, degli Sciti, dei Germani, e s' intenerì per « quei 
tetti di paglia e quei rustici focolari, dove una volta abitavano la moderazione e 
la virtù »; e rimproverò ai Romani d'aver innaffiato del loro sangue la Grecia 
e l'Asia solo per arricchire architetti, pittori, scultori e istrioni. Confondendo così 
il lusso con l'arte, il Rousseau non pensava che altro è la vanità, lusingata dal pos- 
sesso individuale d'una statua o d'un quadro di valente autore o di un vaso pre- 
zioso, altro la vista di un maestoso monumento pubblico, quell'ammirazione mi- 
steriosa e rispettosa, quel legittimo orgoglio, quella passione della gloria, che non 
possono non contribuire all'elevazione di una società, di una città, di una nazione. 
Chi vorrebbe sostenere, col misantropo ginevrino, che la libertà e la virtù sono 
inconciliabili con l'arte? Non è vero che la preoccupazione della difesa e della 
conquista e il coraggio militare prevalgano sulla propaganda puramente pacifica; 
basti ricordare che i più bei capolavori sorgono in Atene subito dopo le guerre 
persiane; che nel medio evo, in Francia, in Germania, in Italia, la costruzione dei 
più magnifici edifizi coincide col fiorire del sentimento militare ; che a Firenze, a 
Siena e in tante altre città, le cattedrali e i palazzi municipali sorgono in mezzo 
alle lotte più accanite tra Guelfi e Ghibellini. 

Possiamo, dunque, affermare che, se il patriottismo declina e i costumi si cor- 
rompono, ciò accade fuori di ogni azione dell'arte; e aggiungiamo subito che, 
nelle epoche di decadenza, l'arte riceve il contraccolpo dei costumi pubblici e di- 
venta ausiliaria della corruzione, mentre, nel periodo ascendente di una nazione, 
è essa che spinge ai più alti trionfi ; e ciò perchè, consistendo la sua essenza nella 
ispirazione, essa è indolente e perfino refrattaria di fronte al male, ed è viva e 
feconda solo quando si tratta di favorire la causa della bellezza o del progresso. 

Riassumendo, l'esperienza del passato c'insegna che una duplice missione in- 
combe all'arte: educare i contemporanei e legare ai posteri modelli destinati a 
educare alla lor volta le più lontane generazioni. Donde la conclusione cfr< 
dove la critica moderna non vede che uno svago intellettuale ad uso delle classi 

Mmerta, XV!. . • 



5<> MlS'i 

superiori, l'antichità, il medio evo e, fino a un certo punto, anche il Rinascimento 
avevano riconosciuto un fattore pedagogico, sociale ed economico inapprezzabile. 
Né altro oggetto ebbe l'arte ufficiale di Luigi XIV o quella di Napoleone I. 

Ora è tempo che l'arte intervenga di nuovo nell'educazione del popolo. Come 
è pericoloso che una nazione si occupi unicamente di statue o di quadri - esempio 
i Greci della decadenza e gli Italiani del Cinquecento, - cosi è male sacrificare un 
fattore così potente. I legislatori moderni non hanno fatto all'arte il posto che le 
conviene, sia come strumento di educazione, sia come strumento di propaganda. 
Ci affanniamo a far penetrare dappertutto l'istruzione, e intanto lo Stato continua 
a professare hi teoria dell'arte per l'arte. « Un'opera d'arte - dice il Tolstoi J ) - 
e bella in proporzione diretta del numero d'uomini ch'essa interessa. I capolavori 
per cenacoli non valgono nulla. Ora, domando io, dove trovate nella vostra Eu- 
ropa occidentale un solo tentativo serio per interessare il popolo alla pittura o alla 
scultura? » E il Brunetièrc afferma 2 ) che « l'arte, chi ha per oggetto 
stessa. . . l'arte che non tien conto delle impressioni che e capace di fare sui sensi 
o ili suscitare negli spiriti, qiu ^er quanto grande sia l'artista... tende ne- 

sariamente all' immoralità 

Queste sono parole d'oro. Per conquistare le simpatie del popolo, e indi 
sabile che l'idea e il sentimento, da troppo tempo sacrificati, riprendano i 
diritti accanto ai prodigi del pennello o dello scalpello; è indispensabile che pittori 
e scultori tengano conto delle aspirazioni, non di una elite soltanto, ina di lu- 
nazione; che senza sacrificare la dignità della loro esaltare 
forza e con chiarezza, i sentimenti sopiti nel cuore dei più umili fra i loro concit- 
tadini ; che, pur tenendo il dovuto conto dell'aristocrazia intellettuale, si sforzino 
a creare capolavori nella cui ammirazione i felici della terra e i poveri di spirito 
possano incontrarsi. 

La nozione dell'importanza sociale e morale dell'arte, da tanto tempo i 
rata e quasi svanita, è stata testé rimessa in onore da quella nazione che finora 
era ritenuta specialmente refrattaria all'arte : presso gì' Inglesi il culto della bel' 
sta per diventare una vera religione di Stato. « La conoscenza di ciò che è bello 
è il vero cammino e il primo gradino verso la conoscenza delle cose che sono 
buone e di buon frutto; le leggi, la vita e la gioia della Bellezza nel mondo mate- 
riale di Dio sono parti così eterne e così sacre della sua creazione, come nel 
mondo degli spiriti la virtù, e nel mondo degli angeli l'adorazione ».Si direbbe 
che chi parla così è Platone, e invece è John Rnskin. E appunto grazie ai vigorosi 
sforzi di John Ruskin e del suo gruppo, il gusto inglese, che una volta era il più 
selvaggio che si conoscesse, si è nobilitato, si è purificato: lo dimostrano i mobili 

l) Qu'tst-ce que l'arti pubblicalo in due edizioni francesi, una delle quali curata dal de \V\iewa. 
lì L'Art fi la Morale (pag. a8). 



IL DOLORE 51 

artistici di cui l'Inghilterra inonda l'Europa, procurando non solo una soddisfa- 
zione al suo amor proprio, ma anche facendo un buon affare. E i buoni affari e 
il progresso della pubblica prosperità contribuiscono non poco alla soluzione della 
questione sociale. 



IL DOLORE 

(Da un articolo di L. Furst, Nord und Sud, maggio) 



In senso fisico il dolore, questo inseparabile e sgradito compagno dell'uomo, 
non è che una sensazione. Il nostro corpo, in continua attività e in continuo 
contatto col mondo esterno, prova delle sensazioni che vanno, in progressione 
ascendente secondo le eccitazioni, dal gradevole allo sgradevole, dallo sgradevole 
al doloroso. Il dolore dipende dalla quantità e dalla qualità delle eccitazioni ; ma 
la sua determinazione è puramente individuale; e, secondo i vari individui, va 
dalla quasi insensibilità all'eccessiva sensibilità o ipereccitabilità. 

Essendo il dolore il risultato di una eccitazione che agisce sui nervi sensorii, 
possono essere punto di partenza di un sentimento di dolore tutte le parti del 
corpo che sono provvedute di siffatti nervi ; e siccome, a eccezione dei capelli e 
delle unghie, non v' è organo del nostro corpo che manchi di nervi, così ne viene 
che in realtà può « dolere » ogni parte del corpo ; e un organo proverà sensa- 
zioni dolorose più frequenti e più forti, un altro più deboli e più rare, secondo 
che è più ricco o più povero di nervi e di elementi nervosi sensibili. 

L'autore passa in rassegna le varie sensazioni dolorose che possono venire dalla pelle, 
dagli organi dei sensi, dal cervello e dal midollo spinale, dai muscoli, dalle articolazioni, 
dalle ossa, dagli organi della digestione, ecc., e nota come la distinzione fra dolori pun- 
genti, acuti, laceranti e cosi via, sia una distinzione puramente subiettiva ; però, la sensa- 
zione dolorosa è proporzionale non solo alla forza dell'eccitazione, ma anche, in quanto si 
riferisce alla qualità, al genere dell'eccitazione e alla costituzione dell'organo sul quale 
questa agisce. 

Quando un nervo viene eccitato, questa eccitazione viene sempre condotta 
ai centri del sistema nervoso; essa o giunge solo fino al midollo spinale e pro- 
voca direttamente dei riflessi, oppure prosegue fino alla sostanza grigia della cor- 
teccia cerebrale e qui desta sensazioni coscienti o rappresentazioni. Eccitazioni 
deboli, che non raggiungono il maximum necessario per produrre il dolore co- 
sciente, di regola rimangono inosservate per la nostra percezione cerebrale, a 
meno che non vi prestiamo speciale attenzione. Quanto ai modi in cui espri- 
miamo il dolore, spesso si può dubitare se essi sieno espressione di una sensa- 



)2 MIXKRVA 

zione riflessa o di una sensazione cosciente. Dai movimenti speciali che si fanno 
quando si prova una forte sensazione dolorosa, come il saltare, il guizzare, il 
fare delle smorfie col viso, fino ai suoni, alle parole, al grido di dolore, è tutta 
una serie di manifestazioni che, quasi impercettibilmente, oltrepassano il confine 
del semplice riflesso del midollo spinale e in parte sono già indubbiamente di 
natura cerebrale. Il limite fra dolore spinale e dolore cerebrale non è dunque 
nettamente determinato. 

Quando il dolore giunge i una certa intensità, diventa fenomeno morboso; 
e allora parliamo di iperestesia e di nevralgia. L'uomo che, prescindendo da sen- 
sazioni dolorose lievi e passeggiere occasionate dall'esterno, non prova sensa- 
zioni dolorose per cause interne, idiopatiche, sorte apparentemente da se, e che 
turbine; il suo benessere, si sente sano e sta bene. Pero, appena è preso da 
un dolore determinato che lo coglie alla sprovvista, appena sente i suoi organi 

accorge della loro esistenza, egli non ist.i più bene. Quando stiamo proprio 
bene non sentiamo i nostri muscoli, ne le articolazioni, nò il cuore, ne lo sto- 
maco, nò il fegato, nò i denti, nò il cervello; ma quando ci accorgiamo che- 
questi organi esistono, proviamo già l'impressione che o qualche cosa non \ 
e siccome il dolore ò quasi sempre il primo sintomo sensibile di malattia, ci sen- 
tiamo indisposti, ammalati. 

L'iperestesia, o troppa sensibilità, può estendersi a tutto il sistema nei 
ma di solito si limita a una regione nervosa determinata, dentro della quale 
eccitazioni deboli bastano già a provocare sensazioni violente : a persone che si 
trovino in tale condizione la luce del giorno, quella di una lampada senza para- 
lume, il canto di un canarino, il suono di un violino, il parlare di una persona 
ad alta voce diventano «.ose insopportabili; il più piccolo tocco a un punto 
ultrasensibile della pelle basta a farli gridare; un odore moderato di fiori basta 
a fargli venire l'emicrania; in una parola la loro resistenza a certe eccitazioni 
è diminuita di molto. 

Affatto diverso e il caso della nevralgia, nella quale si tratta di un forte dolore 
nel percorso di un nervo sensorio determinato e limitatamente alla regione in 
cui questo si dirama. Questo nervo duole continuamente o a intermittenza; gl'in- 
tervalli di calma si alternano con gli attacchi fortissimi, ai quali segue una di- 
minuzione del dolore, e cosi via; il tipo intermittente può prendere una forma 
addirittura malarica, e il dolore fare la sua apparizione regolarmente ih deter- 
minate ore del giorno, oppure con uno o due giorni di intervallo; in questi 
casi abbiamo probabilmente da fare con una specie di infezione malarica, e 
infatti riesce efficace il chinino. Quanto alle nevralgie che non presentano questo 
tipo regolare, quali si osservano specialmente nella età matura e nelle donne, 
esse non hanno nulla a che fare con tale infezione ; si tratta o di una dispo- 



IL DOLORE 5 ì 

sizione nevropatica ereditaria o di una disposizione contratta in causa di torti 
commozioni, dell'affaticarsi eccessivo, di infreddature, ecc. Talvolta gli effetti tos- 
sici dell'alcool o della nicotina determinano una nevralgia cronica; oppure la ne- 
vralgia si presenta in forma acuta, come per esempio nel crampo ai polpacci, 
quando, facendo certi movimenti, i muscoli esercitano una pressione su di un 
nervo. Pur troppo, non conosciamo ancora le mutazioni che avvengono nei nervi 
quando alcuno soffre di emicrania, quando è afflitto da attacchi di tic douloureux, 
o dei dolori ischiatici gli rendono difficile il camminare; però, abbiamo ragione 
di ritenere che in tali casi si tratti di un processo infiammatorio del nervo o 
del suo involucro. 

Poiché il dolore è, in generale, un compagno sgradito, l'uomo ha saputo 
farne un mezzo di punizione, e dalla verga che alcuni adoperano tuttora per 
correggere i bambini, fino alle raffinate torture con cui si strappavano le con- 
fessioni agli accusati, è tutta una serie di pene molto interessante per la storia 
della civiltà. E a queste forme di dolore deliberatamente provocato vanno ag- 
giunte le strane aberrazioni dei penitenti e flagellanti che facevano strazio del 
proprio corpo per zelo religioso/ 

A queste pratiche fanno contrapposto quelle che mirano a ottenere l'insen- 
sibilità. La lotta contro il dolore è vecchia quanto l'uomo ed è stata sempre 
difficile. Dapprima, per reprimere le sensazioni dolorose, si ricorreva alle armi 
psichiche, e l'estasi religiosa metteva fanatici, monaci, dervisci in un certo stato 
di insensibilità; e, come ipnotizzati, essi resistevano a dolori che per altri sa- 
rebbero stati insopportabili, e si trapassavano i muscoli con spade, dardi, lance, 
e le guancie con spilli, e camminavano su vetri sminuzzati, e afferravano metalli 
roventi; rimanendo impassibili. Esempi siffatti di una patologica insensibilità 
al dolore ricorrono ancor oggi in Oriente; mentre nei nostri paesi civili la 
tolleranza del dolore, salvo rare eccezioni di individui estatici o isterici, non 
giunge più a un grado così stupefacente. Tanto più sviluppata è, viceversa, in 
alcuni uomini la forza di volontà che fa sfidare il dolore con impavidità e lo 
fa sopportare da forti; ma, pur troppo, nature simili sono rare, e la maggior 
parte degli uomini, sopratutto quelli che mancano di vera cultura, appena hanno 
un dolore da sopportare, diventano insopportabili essi stessi; mentre le persone 
di animo gentile cercano di non importunare e di non affliggere quelli che stanno 
loro intorno, e ostentano indifferenza e magari serenità. 

La forza di volontà cerca di vincere il dolore; la scienza e l'umanità cercano 
di mitigarlo; e ciò facendo si è riusciti a guarire più di un male, a rendere 
possibile più di una operazione chirurgica. In quella parte del corpo in cui si 
ha un processo infiammatorio o in cui deve penetrare il coltello del chirurgo, 
si può produrre l'anestesia locale per mezzo del freddo, ossia col ghiaccio, col- 



54 MINERVA 

l'etere, coli' etilene, oppure iniettandovi delle soluzioni di cocaina o di mor- 
fina, per modo che, tolta la sensibilità, vien tolta per qualche tempo ogni sen- 
sazione di dolore. Sappiamo anche che si può produrre per qualche tempo 
l'anestesia generale per mezzo del cloroformio, dell'etere, della morfina, del 
trional, ccc. y e togliere ogni possibilità di percepire una sensazione dolorosa così 
al midollo spinale come ai gangli della sostanza grigia del cervello. Queste con- 
quiste dell'arte medica sono una vera benedizione per l'umanità sofferente. 

Non solo il corpo ha i suoi dolori, ma anche l'anima. Il dolore dell'anima 
è bensì puramente psichico, non è prodotto da eccitazioni alla periferia e sorge 
nel centro da rappresentazioni e sensazioni subiettive; pero, esso esiste real- 
mente ed è molto diffuso in mezzo agli uomini sotto una infinità di forme; 
di modo che l'uomo non può mai godere la gioia pura e perfetta. Non per 
questo l'uomo deve lasciarsi sopraffare dal IVeltscbmer^ ; non per questo deve 
abbandonarsi al pessimismo, ma deve cercare in o la forza di vincere 

i dolori psichici, di sollevarci al di sopra di essi, di non considerare il mondo 
attraverso il velo della malinconia. Le gioie non sono sempr. te ai più 

nobili nò ai più buoni, e molti buoni devono sopportare dolori e privazioni ; 
ma poi vengono i giorni sereni, : io si verifica il caso che « il dol< 

breve e la gioia eterna ». 

L'Autore accenne alle rappreseiu.i/iom dei dolore date dall'arte in tuu«- le me menilo 
stazioni: drammatica, poesia, musica, canto, pittura, scultura; e dice (he l'arte li.i emetto 
sempre nobilitare il dolon- o almeno dei re di 

conforto. 

Il grande dolore è mute DOS trova parole, e, le e improvviso, può 

far irrigidire l'uomo; ma se le grandi anime soffrono in silenzio, per molti 
il lamento è sollievo. Oriti doth much lamtiit (Amleto). Alcuni, sono i colpi 
del dolore, s'induriscono, s'inaspriscono; nella maggior parte degli uomini, 
pero, si verifica il detto: Tu jais l'hommt, o douleur ! I grandi uomini sono 
grandi anche nel dolore; ma l'uomo semplice, modesto, che non può preten- 
dere di mettersi a paro con essi, non deve dimenticare le parole del poeta: 
conchiglia è malata perchè porta b perla; Ringrazia il cielo del dolore che 
ti nobilita ». 



LA CRISI DEL LIBERALISMO NEL BELGIO 

(Da un articolo di M. Vauthikr, Rti'ut dr Parti, 1 5 maggio) 



Per ben comprendere il carattere della crisi che il liberalismo belga, battuto in breccia 
dai clericali e dai socialisti e roso dalla disgregazione interna, attraversa in questo momento, 
l'aUtore comincia col rifarne la storia, la quale, naturalmente, coincide con la storia politica 



LA CRISI DEL LIBERALISMO XEL BEL 5 J 

del Belgio nel nostro secolo. In seguito, egli esamina le tendenze e le condizioni dei tre par- 
titi politici — liberalismo, clericalismo e socialismo — che attualmente si combattono, e chiude 
il suo studio indicando la via che i liberali devono seguire se vogliono rafforzarsi e riacqui- 
stare il terreno perduto. 

Le origini del liberalismo belga sono da cercarsi in Francia, o, per meglio 
dire, nella filosofia francese del secolo xvm, in quell'insieme di idee, politiche, 
umanitarie, sociali, che dalla Francia irradiò in tutta l'Europa. Dal 1793 al 18 14, 
il Belgio divise le sorti della Francia, e l'impronta che vi lasciò la dominazione 
francese fii decisiva e indelebile : quei venti anni bastarono a distruggere del tutto 
il vecchio regime e a fare del Belgio uno Stato moderno; e le idee francesi del 
secolo xvm fecero parte del patrimonio intellettuale di cui visse la borghesia 
liberale. 

Cessata la dominazione francese, divenuto re dei Paesi Bassi Guglielmo d'Orange, 
monarca imbevuto bensì dello spirito moderno, ma che, al pari di Giuseppe IT, 
considerava, nonostante le istituzioni rappresentative, la volontà del monarca come 
fonte di ogni autorità, il clero belga, cui il re cercò di sottomettere alla pro- 
pria autorità, togliendogli il potere grandissimo di cui godeva, si avvicinò ai li- 
berali, avversi anch'essi a quel governo in cui non vedevano attuati gli ideali che 
avevano adottati dal 1789; e questo ravvicinamento fu la causa determinante 
della rivoluzione del 1830, che ebbe per conseguenza la espulsione della casa 
d'Orange. L'adesione dei clericali belgi alla libertà politica non fu, però, una sem- 
plice manovra; essa fu un atto leale e meditato; e a forza di praticare la libertà 
politica e di utilizzarla, essi finirono col provare per essa un sincero attaccamento. 
Compiutasi la separazione dell'Olanda dal Belgio in seguito ad avvenimenti 
che qui è superfluo ricordare, il Congresso nazionale belga promulgò, il 7 feb- 
braio del 183 1, una costituzione profondamente liberale, alla cui compilazione 
lavorarono d'accordo liberali e clericali; ma poi questi ultimi cominciarono ad 
atteggiarsi ad arbitri del paese, e davanti a questa audace pretesa i liberali si ri- 
scossero, reagirono, e, appoggiati dal favore pubblico, riuscirono a prevalere e 
a conquistare il potere che tennero, con brevi interruzioni, dai 1847 al 1884. Tale 
vittoria essi ottennero ponendo come caposaldo del loro programma l'emanci- 
pazione dello spirito umano, combattendo il potere temporale del clero e pro- 
pugnando la laicizzazione della società civile. Contribuirono a favore della bor- 
ghesia e quindi alla vittoria del liberalismo anche circostanze d'ordine economico, 
quali il rapido aumento della popolazione urbana, lo sviluppo dei centri indu- 
striali, il moltiplicarsi dei capitali e dei valori mobiliari; e così, di fronte a una 
Europa dominata in gran parte da tendenze reazionarie e assolutistiche, la bor- 
ghesia trionfante dimostrò che il rispetto della più completa libertà è compa- 
tibile con la stabilità e col giuoco regolare delle istituzioni politiche; e la co- 
stituzione belga fu citata come degna di essere seriamente meditata. 



MINERVA 

Senonchè, i liberali, illudendosi sui veri sentimenti del paese e sulla forza di 
resistenza delle teorie da essi propugnate, commisero un grave errore: la legge 
del 23 settembre 1842 aveva stabilito che l'insegnamento della morale e della 
religione fosse obbligatorio e impartito da ministri della Chiesa; i libri destinati 
a questo insegnamento dovevano essere approvati dall'autorità ecclesiastica, la quale 
esercitava sulle scuole primarie un diritto d' ispezione, mentre però la sorveglianza 
e la direzione di queste scuole spettava al Comune e allo Stato. Orbene: con- 
tro questa legge rivolsero i loro sforzi i liberali dopo le elezioni del 1878, che 
avevano loro dato una fortissima maggioranza; e la legge del 1 luglio 1879 can- 
cello dal programma l'insegnamento della religione, conservando solo quello della 
morale, e tolse al clero il diritto di controllo e d'ispezione, mettendo tuttavia 
a disposizione dei ministri del culto un locale nella scuola per impartirvi l'in- 
traento religioso prima o dopo le ore di lezione. 

Questa legge, che pure era giudiziosa e moderata. attuare nel paese 

lotte appassionate; i cattolici protestarono energicamente; nelle campagne istitui- 
rono deile scuole private di faccia alle scuole governative che furono disertate ; 

sero alle prediche, alle scomuniche, a tutti i mezzi possibili ; il Governo, 
da parie sua, non fu sempre abile, e moltiplicando le spese in favore di una 
istruzione che era senza dubbio antip I della popolazione, 

scontento i contribuenti. Dop ini di accanita lotta, i liberali furono vinti, 

e le elezioni del i.SSj ricondussero al potere i clericali; ed ecco la legge de! 

■ettembre iNKj (completata poi da quella del 15 settembre 1895), che, 

OD ristabilisci unente quella del 1 v :uira, a titolo facoltativo, 

['insegnamento della religione, e stabilisce questo e il punto essenziale 
che la scuola governativa pu sostituita, quando il Cornuti lenta, 

da una scuola privata « adottata », ossia, in realtà, diretta dal clero, e che i 
sussidi dello Stato sieno distribuiti egualmente alle scuole governative, alle scuole 
« adottate >■> e a quelle dette « adottabili ». 

I liberali erano stati sconfitti perchè avevano voluto correr troppo e non ave- 
vano saputo tener giusto conto delle circostanze; ma un errore come questo non 
è di quelli che hanno conseguenze irreparabili; uno scacco elettorale raramente e 
definitivo; e il partito liberale, trovate nuove forze nell'opposizione, avrebbe do- 
vuti) riacquistare dopo alcuni anni, come di solito avviene in politica, il favore 
del corpo elettorale. Invece, ciò non accadde: il partito cattolico, benché coni. 
mettesse non pochi e non lievi errori, si consolidò ancor più nelle elezioni sue. 
e. Ciò significa che all' indebolimento del liberalismo concorre anche qualche 
altra causa; e questa è il suo disgregamento. 

Da che deriva questo disgregamento? Anzitutto, dal tatto che il liberalismo 
non ha conservato le due idee essenziali di libertà e di giustizia, con le quali 



LA CRISI DEL LIBERALISMO NEL BELGIO ]~ 



era sorto, e che, strettamente unite l'una all'altra, acquistavano appunto da questa 
unione singolare efficacia. L' idea di eguaglianza è essenzialmente democratica, 
e da principio il liberalismo le rimase fedele, almeno nelle sue aspirazioni, giacche 
era ancor troppo vivo il ricordo delle enormi disparità e degli abusi dell'an- 
tico regime, e per abolire questi abusi c'era voluto il concorso delle classi popo- 
lari e della loro forza brutale. Col tempo, però, quello spirito democratico si 
modificò, si attenuò, perdette, in certo modo, il sapore primitivo: la borghesia 
liberale, arricchitasi in conseguenza di un insperato sviluppo economico, perdette 
il ricordo preciso dell'origine popolare e rivoluzionaria della sua potenza, e un 
po' alla volta giunse, con perfetta sincerità, a confondere i propri interessi con 
quelli del paese ; così l' idea di libertà si staccò da quella di giustizia, perdendo, 
per effetto di questa separazione, una parte della propria virtù, tanto che col nome 
di libertà s'intese il più spesso la « libertà economica », cioè la facoltà lasciata 
alla iniziativa individuale di svolgersi per acquistar la ricchezza. Non si può, senza 
essere ingiusti, riniacciare al liberalismo indifferenza assoluta di fronte alle classi 
diseredate ; # ma è certo che esso si mutò e, al pari di molti sistemi religiosi o 
filosofici, s' immeschinì e si andò materializzando, e per tal modo perdette della 
sua forza di espansione. 

Una crudele sorpresa fu per la borghesia belga la minacciosa apparizione del 
socialismo che, potentemente organizzato e facendo una propaganda efficacissima, 
non poteva non diffondersi in un paese industriale come il Belgio. Il socia- 
lismo propose alla classe operaia un programma illusorio fin che si vuole, ma 
attraente; ed essa lo accettò con trasporto. Del resto, gli operai non possono 
dimenticare che essi devono al socialismo, o almeno all'agitazione promossa nel 
suo nome, la conquista dell'eguaglianza politica e del diritto elettorale. Essi non 
ottennero tutto quello che volevano, giacche la legge dell'aprile 1893, appro- 
vata dalla Camera dopo lunghi dibattiti, sancì quella forma transitoria della plu- 
ralità di voto intorno alla quale non è qui il luogo di discutere e che proba- 
bilmente non avrà lunga vita ; ma, ad ogni modo, il sistema elettorale attualmente 
in vigore è nettamente democratico, e quello antico, che si fondava sul censo, 
è definitivamente soppresso. 

Le elezioni, che ebbero luogo col nuovo sistema nel 1894, furono per i li- 
berali un vero disastro : i rappresentanti che essi avevano alla Camera e al Se- 
nato furono quasi tutti eliminati; il numero dei deputati cattolici crebbe, e i 
socialisti conquistarono 3 1 seggi e formarono, almeno alla Camera, il nerbo del- 
l'opposizione. 

Dovremo dire perciò che il liberalismo nel Belgio è bell'e morto, che esso 
non è più se non un ricordo ? Sarebbe esagerazione. Convien ricordare che le am- 
ministrazioni comunali delle grandi città sono tutte nelle loro mani, e che il to- 



58 MINERVA 

tale dei voti da essi riportati nelle elezioni politiche supera quello dei voti rac- 
colti dai socialisti. Il partito liberale è vittima di una ingiusta delimitazione dei 
distretti elettorali, e a questa ingiustizia si dovrà, tosto o tardi, porre rimedio. 

Esaminando le condizioni dei tre partiti, il cattolico, il socialista, il libe- 
rale, si vede anzitutto che il primo di essi non si trova, nonostante le appa- 
renze, in condizioni molto liete; non deve illuderci la loro importanza nume- 
rica in Parlamento; essi sono minacciati continuamente dal suffragio universale; 
ora sono anche preoccupati dal partito socialista cristiano ; e poi è certo che nelle 
classi popolari, dove deve lottare contro la formidabile concorrenza del socia- 
lismo, il partito cattolico non può sperare di trovare numerosi aderenti. 

Il partito socialista esercita un'azione politica effettiva solo dopo le elezioni 
[894; e benché dall'esperienza fatta in tempo cosi breve non si possa trarre 
un giudizio definitivo, tuttavia bisogna riconoscere che finora esso non ha tatto 
alla Camera buona prova, e, a parte le intemperanze di linguaggio e le inutili 
invettive, i suoi rappresentanti non sono ancora riusciti ad accordarsi su di una 
linea di condotta, a formulare un programma la cui attuazioni. lOfl pros- 

sima e desiderabile, almeno utilmente discutibile. 

eniamo al partito liberale. Uomini liberal: incora m 

t moltissimi; vi sono delle idee liberali, v'e un programma liberale: l'indipen- 
denza del potere civile, la resistenza alle usurpazioni del clero, la scuola neutra, 
la secolarizzazione dei servizi pubblici - tutti questi sono principii che nulla 
lamio perduto del loro valore; e il principio della libertà individuale continua 

Nero affermato sempre con eguale risoluzione, anzi per certi liberali ha ; 
addirittura il valore di un d< into come contrapposto alle te 

nomichedel socialismo. Ma il programma non basta; occorre un principio d'azione 
possa raccogliere le volontà esitanti e disperse; e questo principio è il rav- 
vicinamento fra la società moderna e la democrazia operaia. Questa è la questione 
principale, non le dissertazioni e le polemiche intorno al collettivismo e al co- 
munismo. Non basta dimostrare la vanità di codesti miraggi : quel che importa 
è di compiere un'opera di pacificazione, di far sì che il proletariato non si lasci 
traviare dalla pericolosa opinione che l'avvenire dell'umanità dipenda dall'esito 
di una guerra di classi. E quest'opera pacificatrice non si potrà compiere se non 
quando la borghesia affermi risolutamente la sua fede nella democrazia e mostri 
una vera simpatia per la sorte delle classi popolari. Non si può ragionevolmente 
pretendere che il liberalismo faccia adesione al socialismo; ma i liberali dovreb- 
bero cessare dal combattere sistematicamente certe idee e certe forinole solo perchè 
vengono raccomandate dal socialismo o perchè non s'accordano coi dogmi profes- 
sati da certi economisti. Quello che importa è di studiare un'idea per sé stessa, 
senza prevenzione di sorta, tenendo conto soltanto di quello che essa vale; di stu- 



l'immaginazione nel bambino 59 



diare una riforma, da qualunque parte venga proposta, guardando se essa miri 
o no a rialzare le condizioni morali e materiali delle classi popolari, e quindi 
a consolidare un regime democratico. 

L'autore chiude insistendo su questa necessità di rigenerare il liberalismo ispirandosi 
al genio della democrazia. In tal modo — egli dice — il liberalismo acquisterebbe una nuova 
giovinezza, e troverebbe una ragione d'essere e un principio d'azione, un ideale da seguire, 
una fonte di passioni, d'illusioni e di speranze; esso riuscirebbe a liberarsi dal materia- 
lismo che ora l'opprime, e comprenderebbe che vi sono degl'interessi d'ordine morale e in- 
tellettuale ai quali si deve la preminenza: e infine, ravvicinandosi arditamente al popolo, 
troverebbe un aumento di forza materiale che lo metterebbe in grado di resistere efficace- 
mente agli sforzi della reazione. 



L'IMMAGINAZIONE NEL BAMBINO 

(Da un articolo di T. Steeg, Revite Encychpédique Larousse, 18 giugno) 



I principali capitoli dell'opera di James Sullv « Studi siili' infanzia », della 
quale è uscita testé la traduzione francese, trattano dell'immaginazione, di questa 
facoltà che, sul principio della vita, domina tutte le altre e si mescola così 
strettamente alla percezione degli oggetti esterni, ai ricordi che essi lasciano, 
alle emozioni che determinano. Il bambino, quando vede, quando giuoca, quando 
imita, immagina; e immagina ancor più quando racconta: qui l'immaginazione 
è « maestra di falsità », ed è, d'altra parte, la fonte delle domande che ci scon- 
certano, delle risposte che ci sorprendono, di metafore talvolta profonde, di 
ingenui intenerimenti. 

L'immaginazione è ciò che v'ha di più oscuro nell'uomo; e lo psicologo 
crede di penetrarne il mistero esaminandola in quella forma più rudimentale 
che essa riveste nel bambino; ma anche questo rudimento è difficile ad ana- 
lizzarsi, tanto sono complessi i suoi elementi, così molteplici le sue manife- 
stazioni. Queste manifestazioni occorre anzitutto seguire e notare; e il Sullv 
ne ha raccolte una quantità e ne ha ricavato delle deduzioni, meno scettico 
o più frettoloso di quei professori della scuola normale di Worcester, nel Mas- 
sachusetts, che, dedicatisi allo studio filosofico del bambino, raccolgono mate- 
riali da dodici anni e dicono che questo lavoro dovrà durare uno o due secoli 
prima che possiamo arrischiarci a stabilire delle leggi. 

II bambino percepisce il mondo esterno in modo affatto diverso da noi: 
la magica influenza dell' immaginazione sui sensi veste a' suoi occhi gli oggetti 
di proprietà che noi non vi troviamo, e, viceversa, li spoglia di qualità essen- 



60 MINERVA 

ziali. Per esempio, un bambino di due anni e cinque mesi, guardando i mar- 
telli del pianoforte mentre sua madre sta sonando, grida: « Oh, il piccolo bar- 
bagianni! » Un altro bambino di quattro anni, dopo aver scritto una F rivoltata, 
le mette a sinistra una F nella posizione giusta, e guardando le due lettere F H 
dice: « Parlano insieme ». Un altro, vedendo la mattina l'erba bagnata di ru- 
giada, dice: « L'erba piange ». Una bimba cambia di posto i ciottoli della 
strada perchè pensa che devono annoiarsi a star lì fermi e a vedere sempre le 
stesse cose. 

Un fenomeno torse più semplice, e in ogni caso meno comune, di questa 
prodigalità immaginativa è il fenomeno, osservato da pochi anni, dell'ami! 
colorata. Esso esiste in alcuni adulti, ma certo in essi non è altro che il ri- 
cordo d'impressioni della prima età. giacche lo si nota molto più di frequente 
nei bambini. Fra gli scolari di Boston, ventuno su cinquantatré, ossia circa il 
40 per cento, descrivono il colore del suono di certi strumenti: uno trova che 
il suono del piffero è pallido, un altro lo trova scuro. Una bimba di sei .inni, 
osservata dal Sally, attribuisce a ciascuna cifra un colore: l'uno e bianco, il 
due scuro, il tre violetto, il quattro scuro, il cinque rosa, ecc. Quali sono le 
singolari associa/ioni, le bizzarre analogie che qui si hanno? È più facili 
fermarne l'esistenza che trovarne il meccanismo. Le paure irragionevoli dei 
bambini non hanno probabilmente altra nella maggior parte de: 

non si riesce .1 guarirle perchè non si arriva a comprenderk come un 

lànciulletto di quattro anni spiega al padre il terrore delle tenebri 1 che 

credevo che fosse l'oscurità? Un grande mostro di color nero con una 
.1 e due occhi ». E un altro al quale viene domandato perchè non vuol 
restare in un luogo scuro, risponde: 1 Perchè non mi piacciono gli spazza- 
camini 

Questa trasformazione fantasista degli oggetti, che e naturale nel bambino, 
gli riesce anche divertente e lo aiuta ne' suoi giuochi: seggiole, canapè, pol- 
trone diventano successivamente cavalli, vetture, treni, battelli: e una fanciul- 
letta nutrirà un amore materno per una bambola consistente in un intorme 
pezzo di legno, perchè quella è la « sua » bambola, quella cioè, che essa ha 
creato con la propria immaginazione. Quando giuocano, i bimbi sono, per cosi 
dire, schiavi della finzione, e vogliono che lo sieno anche gli altri. Una madre 
racconta di una sua figlioletta di quattro anni che stava giocando alla botte^.i 
con la sorella maggiore; quest'ultima faceva da bottegaio. A un certo punto 
la madre entra nella stanza in cui le figlie stanno facendo il loro giuoco, e 
bacia la maggiore; ed ecco che la piccina si mette a gridare singhiozzando: 
<( Ma mamma, tu non baci mai il bottegaio! » Quel bacio avea rotto l'illu- 
sione del giuoco. 



l'immaginazione nel BAMBINO 6l 

Non è possibile seguire qui il Sully in tutti i particolari dell'inchiesta da 
lui fatta per conoscere le idee dei bambini intorno alla natura, intorno a se 
stessi, intorno a Dio. Qui l'immaginazione suscita i primi moti della riflessione 
e si mescola stranamente coi risultati della medesima. Notiamo uno o due fatti. 
I piccoli Americani spiegano i fenomeni naturali con l'aiuto di comparazioni 
meccaniche: il tuono è prodotto da un gemito di Dio, oppure dal suo passo 
pesante sulla volta celeste, o da colpi ch'egli dà col martello, o dal rumore 
del carbone che gli vien portato. La maggior parte dei fanciulli che abitano 
in campagna, interrogati intorno al vento, lo attribuiscono, con una singolare 
inversione della causa e dell'effetto, al movimento degli alberi. Gli esseri vi- 
venti, che dapprima crescono come loro, devono, secondo loro, tornar piccoli 
alla fine della vita ; e una piccina di tre anni dice impertinentemente alla madre : 
« Quando io sarò grande e tu piccola, ti batterò con la verga come hai latto 
tu ora » . E un bambino di tre anni e mezzo dice alla madre : « Quando io 
sarò grande e tu sarai piccola, ti porterò in braccio, ti vestirò, ti metterò 
a letto ». 

Davanti a una fantasia così ricca si è tentati di dire con Gustavo Droz : 
« Vi è più poesia nel cervello di questi amorini che non in venti poemi epici ». 
Sicché dapprima saremmo tutti poeti senza accorgercene, e poi cesseremmo di 
esserlo e per sempre, meno pochissimi eletti? Le fantasticherie, le finzioni, le 
metafore infantili imitano le intuizioni e le scoperte dell'artista e del dotto; sì, 
ma allo stesso modo in cui, come dice Leibniz, « le consecuzioni empiriche 
degli animali imitano i ragionamenti dell'uomo ». 

Questo ravvicinamento può sembrare umiliante, ma è legittimo. Noi siamo 
in diritto di domandarci se il bambino provi o no l'emozione destata dallo 
spettacolo della bellezza, se egli cerchi con maldestri tentativi di riprodurlo o 
di crearlo. Per conoscere la vera natura dell'immaginazione, ne' suoi primordi, 
dobbiamo osservare il fanciullo artista. 

Si dice che il bambino è artista; artista a modo suo, più o meno, ma ar- 
tista. Per persuadercene dobbiamo ricercare in lui le prime apparizioni del sen- 
timento estetico, i primi sforzi per tradurlo o per comunicarlo. Questo tece, 
dieci anni or sono, Bernardo Perez nel suo libro : L'art et la poesie che^ l'en- 
fant; ora il Sully riprende tale studio facendo osservazioni più precise e più 
dirette. 

Prima di creare la bellezza, l'artista deve sentirla vivissimamente. Ora, il 
bambino prova davanti agli spettacoli della natura, non diremo quegli stessi 
sentimenti che proviamo noi, ma almeno quell'emozione di una natura parti- 
colare che si chiama emozione estetica? Se questa esiste, è così mescolata ad 
altre, che riesce ben difficile il distinguerla. L'attenzione del bambino è richiamata 



6 2 MINERVA 

anzitutto dalle cose brillanti, splendenti ; e i colori che più gli piacciono sono i più 
vivi. Egli ama vedere uniti quei colori che gli piacciono separati; ma gli sfugge 
l'effetto artistico che può risultare dalla loro combinazione, giacché egli non 
vede l'insieme, ma guarda successivamente i particolari. Cosi pure gli manca 
il senso della proporzione, dell'accordo e della simmetria, e ciò perchè è in- 
capace di abbracciare con lo sguardo un grande numero di cose in una volta. 

I paesaggi lo lasciano indifferente. « Ti ricordi della valle di Argelès? » do- 
manda il Perez a un bambino che è passato per quel luogo delizioso. — « Oh, 

tanto bella; da Argelès a Barèges si contano i pali chilometrici: ce ne 
sono trenta ». Un altro bambino ammira entusiasticamente la montagna perchè 
è più grande della sua casa ... « forse quattro volte più grande ». Un piccino di 
quattro anni fa alla propria governante questa lusinghiera dichiarazione : 
molto bella, hai un naso grosso, rosso rosso ». 

I. emozione estetica presuppone una certa veduta d'insieme, la compren- 
sione dell'accordo delle parti e del tutto, insomma una potenza di sintesi di 
cui un cervello ancor troppo giovane e incapace. E come il bambino non ap- 
prezza la bellezza quando questa gli si presenta negli esseri e nella natura, così 
difficilmente ne comprende e ne gusta la riproduzione artistica, e solo a lungo 
andare riesce a concepire il rapporto fra la rappresentazione e l'oggetto rap- 
presentato. Un giorno, un bambino di quattro anni fece visita a una signora 
che proprio allora aveva ricevuto un quadro rappresentante un paesaggio in- 
ernale con delle persone che si recano alla chiesa, alcuni a piedi, altri in slitta. 

II giorno dopo, tornato dalla signora, vede il quadro, e, guardando ora questo 
ora la signora, domanda: « Signora, com'è che non sono ancora arrivati? » 
Gli è che nel bambino, come nell'uomo selvaggio, come, del resto, in tutti noi, 
l'immagine tende a vestirsi di un sembiante di realtà; con questa differenza, 
che, mentre noi possiamo reagire contro tale tendenza e limitarla a una « semi- 
illusione estetica », e goderne senza esserne ingannati, al bambino la vivacità 
stessa dell'immaginazione impedisce di rendersi conto della funzione rappre- 
sentativa dell' immagine. Il carattere essenziale delle opere d'arte gli sfugge, 
dunque, quasi del tutto; e cosi gli manca non solo il potere, ma anche l'idea 
di produrne. 

Più volte sono state rilevate le analogie dell'arte e del giuoco: ne' suoi 
giuochi, il bambino imita e inventa; e imitazione e invenzione- sono i carat- 
teri dell'attività artistica : questo è vero. Ma nel bambino le immagini determi- 
nano gli atti in modo immediato e, per così dire, fatale, e i movimenti suc- 
cessivi vengono piuttosto a porsi l'uno accanto all'altro che non a combinarsi 
e a organizzarsi, come accade nella creazione dell'artista, il quale riproduce, a 
modo suo, la creazione della natura. I giuochi del bambino attestano sopratutto 



L'IMMAGINAZIONE N'EL BAMBi 6} 

la vivacità e l'amabile incoerenza del suo spirito; se presentano qualche unita, 
questa è un'unità di riuscita dovuta alla fedeltà dei ricordi, non un'unità con- 
cepita e deliberatamente realizzata, quale la esige l'opera d'arte. Se il bambino 
è artista, lo è per caso; il che è quanto dire che non lo è. E per persuader- 
cene basta esaminare i suoi primi disegni, la cui bizzarra esecuzione dipende 
non tanto dall' inabilità della mano quanto dalla natura della sua immaginazione 
e dall'inabilità del suo spirito. Que' suoi mostruosi disegni hanno un grande 
interesse psicologico, perchè dimostrano che, se egli non sa disegnare, gli è 
sopratutto perchè non sa vedere. La complessità della natura lo imbarazza : 
egli non può considerare un tutto, né sa rendersi conto del posto e della re- 
lativa importanza delle parti; e perciò ricorre ai ricordi, e disegna figure con- 
venzionali o immagini vedute nei libri. Quello che sopratutto colpisce in quei 
disegni è il loro carattere arbitrario e simbolico : una grossa testa e quattro 
lunghe linee sottili (due per le braccia e due per le gambe), ecco la prima 
rappresentazione umana; e l'occhio è enorme, la bocca smisurata, le orecchie 
mancano, oppure hanno una grandezza spropositata. Un po' alla volta il disegno 
sembra proporzionarsi: sotto la testa si vede un corpicino, le braccia si pie- 
gano, vi si aggiungono le dita; ma al bambino manca sempre l'idea della so- 
miglianza, per cui egli non disegna le figure che vede in natura ogni giorno, 
ma enumera, per così dire, con la matita quel che egli sa intorno al corpo 
umano. Settanta bambini su cento, disegnando per la prima volta una testa di 
profilo, le fanno tutti due gli occhi; e la bocca è chiusa, ma si vedono i 
denti. Così, se gli si mostra lo schizzo di un cavallo, veduto di dietro nel 
momento in cui entra nella scuderia, protesta indignato perchè l'animale è 
senza testa. L'immaginazione così ricca e colorita del bambino qui si oscura, 
o meglio sparisce quando la si vuol dominare, e cede il posto a una logica 
rudimentale e astratta. 

Alcuni studiosi hanno notato che il cervello del bambino possiede, in una 
certa misura, la facoltà di suggestione illusoria particolare al cervello dell'ipno- 
tizzato; ed è appunto così: in quest'ultimo abbiamo una personalità che si di- 
sorganizza, nel bambino una personalità che si va organizzando. E così si ca- 
pisce perchè sembra che 1' immaginazione del bambino sparisca nel momento 
in cui le altre facoltà del suo spirito si sviluppano. Lo stato mentale dei primi 
anni può dirsi un polverìo d' immagini indipendenti che si chiamano l'una con 
l'altra in virtù di affinità per noi ancora segrete, e si raggruppano in capric- 
ciose e incantevoli combinazioni : questa la causa delle sortite inaspettate, delle 
metafore poetiche, delle innocenti menzogne. L'attenzione nascente trionferà 
poi di questa tirannia e di questa dispersione; e le immagini saranno unite fra 
di loro, unite agli oggetti, unite alla storia dell' « io », e subiranno la gloriosa 



schiavitù del vero, e le loro combinazioni saranno meno numerose, meno se- 
ducenti, meno effimere, perchè saranno sottomesse alle leggi più severe della 
esperienza e della ragione. Così il bambino come l'artista sembrano emanci- 
parsi da queste leggi; ma il primo perchè le ignora, il secondo perchè le ol- 
trepassa e produce una realtà nuova in virtù di una logica superiore. L'analogia 
tra l'uno e l'altro, è, dunque, solo superficiale : il bambino è il balocco della 
propria immaginazione, l'artista viceversa; quello sogna, questo crea. 



RIVISTA DELLE RIVISTE 



Appleton's Popular Science Monthly (luglio), New York: 

Il linguaggio dell'occhio. — Nessuna parte del viso umano attira tanti 

come l'occhio. Quando noi ia non guardiano alle labbra — 

a»- Latti t. rapidamente distrati movimento — ma agli occhi 

delle persone con «ri parliamo. Tanto onesto <i e natura tliare 

l'abitudini li «li guardare a bocca. In n mente, abbiamo un 

s.n^o di Cosa incompl- II' unire mente con mente, per mezzo della 

/ione, non c'è "i\ continuo nardi, il quale la una specie .li < ontintio • 

mento ali- uno pronunziate. I i no dirsi dei saluti e delle si 

di mano: se nello Stesso momento non c'è UH (le incontro de il saluto 

e la Stretta perdono molto de 

Perchè questo contìnuo incontrarsi dagi accompagna ogni ,><>rti 

umani ? L'occhio. « nnestra dell'anima », è un esponente degli intimi pensieri, più si- 
che la lingua, e, vedendo che la parola è molto sp' non per dire il pensiero ma 
per nasconderlo, noi guardiamo all'occhio per la conferma la denegazioni tte le 
orecchie intendono. 

In parte, però, questa abitudine > Ms.it. i su un istinto innato, che noi abbiamo ereditato 
da remoti antenati, e che riscontriamo anche presso molti animali. I bambini, molto tempo 
prima di acquistare la conoscenza delle parole, riescono a ino he stanno 

intorno per mezzo deirli occhi. Ln bambino di pochi no nardi agli occhi 

di coloro che lo circondano, precisamente COfJM ti una persona adulta. Il cai 
l'occhio del suo padrone, e le scimmie adoperano questo mezzo per accertarsi che cosa 
sta nella niente di colon» che sono intorno. Molti animali selvatici comprendono «piando 
sono guardati. Così una lepre nel suo covo spesso lascia die un uomo le passi vii-ino, 
quando il di lui sguardo è rivolto altrove; ma quando vede lo sguardo voltati 
lei, essa sembra conoscere che è scoperta, e in un attimo salta via e fugge. 



RIVISTA DELLE RIVISTE 



Il dottor Holmes ha osservato il modo automatico in cui guardiamo gli occhi di coloro 
che ci passano daccanto nella strada, e così stabiliamo una specie d'intelligenza con molte 
persone, le quali, del resto, ci sono completamente estranee. Non è troppo il dire che la 
mente comincia a comunicare con la mente, quando s'incontrano gli occhi. I maestri di 
scherma insistono molto perchè i loro allievi tengano sempre l'occhio fisso su quello del- 
l'avversario. Molto probabilmente la natura stessa ci darebbe questo elementare insegna- 
mento, se ci trovassimo faccia a faccia con un reale nemico. Tutti i lottatori, sia che ab- 
biano ricevuto una speciale istruzione, o no, tengono sempre l'occhio fisso in quello del- 
l'avversario. Che queste abitudini siano istintive, risulta dal fatto che tutte le scimmie, 
quando sono animate da intenzioni ostili, guardano fissamente negli occhi, né lasciano 
deviare lo sguardo. 

L'espressione dell'occhio è grandemente influenzata dalla fronte. L'occhio dell'aquila 
ha una particolare espressione dipendente da questo, ch'esso è quasi coperto da una fronte 
bassa. L'aquila ha, in una forma esagerata, alcune caratteristiche oculari, le quali, in un 
uomo, sono un indizio sicuro di qualità formidabili. Uno sguardo chiaro e fisso, di sotto 
ad una fronte abbassata e accigliata, ha un grande significato, per un uomo. In tutto il 
regno della natura un occhio fisso indica coraggio: chi l'ha, è sicuro della sua forza, e 
non ha bisogno di guardare qua o là, né per soccorso, né per una via di scampo. Molti 
selvaggi cercano di darsi questo sguardo, quando vogliono intimidire il nemico; e si dice 
che i coscritti cinesi sono esercitati in questa manovra, con tanta cura con quanta i nostri 
sono esercitati al bersaglio. Le parole di comando sono: « Pronti a guardare fieri! Guar- 
date fieramente ! Attaccate il nemico ! » 

Molto probabilmente abbiamo un avanzo di una simile strategia negli elmi che si usano 
in certi eserciti, i quali generalmente danno un aspetto fiero, e ombreggiano l'occhio, in 
guisa da dargli un'espressione severa e soldatesca. 

Gli scultori e i pittori esagerano quasi sempre la fronte e la sua ombra, quando rap- 
presentano figure umane idealizzate. È cosa essenziale, per il tipo virile della bellezza, di 
possedere questo segno di virile qualità. Tutti sappiamo quanto debole e non impressio- 
nante sia l'occhio prominente, non ombreggiato dalle sopracciglia o dalla fronte. La ragione 
di questo è che le persone con simile occhio hanno un aspetto di sorpresa simile a quello 
di un animale spaventato. È uno dei dolorosi doveri del medico di osservare i cambiamenti 
faciali che hanno luogo in varie malattie: in una di queste, conosciuta sotto il nome di 
gozzo esoftalmico, gli occhi tendono a diventare sempre più prominenti ; in conseguenza 
di che il viso assume un aspetto che rappresenta così esattamente l'espressione di un'im- 
provvisa paura, che spesso è difficile credere che il malato non sia in preda al terrore. 

Noi siamo costantemente influenzati dalla tendenza automatica a formare dei giudizi 
intorno al carattere di una persona dall'espressione dei suoi occhi, anche quando siamo 
in contatto con gente i cui occhi sono stati alterati da qualche accidente o da malattia. 
Così, quando una persona soffre di un volontario vacillamento dell'occhio a destra e a 
sinistra, non è punto facile credere alla sua sincerità. Quasi tutti noi sentiamo un istintivo 
pregiudizio contro le persone losche. Il fatto che i due occhi guardano in due direzioni 
diverse crea un involontario sospetto di doppiezza e di simulazione. Quasi tutte le scimmie 
vanno in collera e assumono un'attitudine sospettosa, quando sono guardate da una per- 
sona losca. Se ragioniamo bene, dobbiamo riconoscere che questo sentimento di sfiducia 
verso uno che è losco è completamente assurdo, e che l'obliquità di visione non può essere 
indice di morale perversa ; ma nondimeno il pregiudizio dura, ed è forte. 

Minerva, XVI. 5 



Probabilmente l'universale supersti/ ernente il malocchio è sorta dal sinistro 

aspetto di un losco. 

Bret Harte, nel suo racconto « L'occhio destro del Comandante ». ci dice come quasi 
tutta una tribù indiana fu condotta alla rovina dal . fatto che il suo benevolo capo aveva 
comprato un occhio di vetro da un astuto negoziante yankee : secondo il racconto, 
quest'occhio alterò talmente l'espressione del comandante, che perfino i suoi intimi comin- 
ciarono a temere di lui, e presto corse la voce fra tutti gl'Indiani ch'egli era in possesso 
del diavolo. 

mozione si manifesta negli occhi sovratutto per mezzo dei nervi simpatici. Questi 
sono quasi interamente al di là del controllo della nostra volontà. L'na delle loro funzioni 
principali sta nel regolare il calibro dei vasi sanguigni. Molte persone sono penosamente 
consapevoli ch'esse sono assolutamente incapaci di : dall'arrossire. (juando arros- 

siamo, i ganglii simpatici del collo, che controllano la circolazione faciale, lasciano dilatare 
le piccole arterie, onde la superficie della pelle diventa soffusa di rosso, (ira, la superficie 
■echio, sebbene apparentemente non vascolare, è in realtà piena di una fitta rete di 
microscopici canaletti contenenti un li' >no cosi piccoli, che perfii» 

i corpuscoli ro ingtte non vi possono entrare, se non in circostanze eccezionali. 

però, come gli altri vasi della circola -llati dai nervi simpatici; e, 

quando questi lo comandano, quelli si allargano e *i riempiono di linfa, in modo da dare 
a e alla congiuntiva mi aspetto lustro e splendente. Tutti sappiamo che l'occhio 
ita lucente sotto l'intluen/a della febbre, e questo avviene e\ nte per il fatto 

piccoli canaletti linfatici, cóme i vasi più grandi che portano il sangue all'epider- 
do dilatati e pieni di liquido. 
Fino a poco tem, c'era molto accordo intorno all'azione della pupilla sotto 

di una emozione. L'autore riferisce di ito che cani. tnmie 

dilatano enormemente le pupille, quando ' . e intendono di aggredire: ma 

a un certo punto, quando la «oliera non ha più freno, • lanciano contro il loro 

tormentatore, le pupille subitamente gj < ontraggono. Il che l'autore vorrebbe spiegare 
a questo modo: (piando l'animale è in co ia col nemico, ma non ha 

ancora deciso il modo più effetti lo, è importante che gli occhi possano ab- 

bracciare quanto più è possibile del nemico e di ciò che lo circonda; ma (piando avviene 
realmente l'attacco, l'attenzione dell'assalitore è pienamente concentrata sopra un punto 
particolare del corpo del su .rio. 

Altre emozioni, oltre alla collera, sembrano produrre un allargamento delle pupilN-. 
ma non è facile determinare la ragione di questo fenomeno. Come in molte delle fun- 
zioni che sono sotto il controllo del sistema simpatico, l'esercizio accresce la tendenza. 
Quindi, ogni volta che vediamo una persona, le cui pupille si dilatano e si contraggono 
molto rapidamente, possiamo subito inferire che abbiamo a fare con una natura emozio- 
nale ed eccitabile. 

Come abbiamo detto sopra, molte volte i giudizi che noi facciamo sul carattere di una 
Da dall'atteggiamento de' suoi occhi sono basati sopra meri istinti, e sembrano sor- 
gere da quegli inferiori centri mentali che noi possediamo in comune cogli animali infe- 
Ma è degna di menzione, però, una generalizzazione, la quale fu fatta alcuni anni 
or sono : quando gli occhi sono piuttosto prominenti e velati a metà da palpebre cadenti 
(tipo ben distinto in Lord Beaconsfield), è, quasi senza eccezione, un segno di superiori 
qualità mentali. 



RIVISTA DELLE RIVISTE 6j 

North American Review (giugno), \e\v York : 

Che cosa dovremo farne delle isole conquistate? — L'autore - senatore John T. Mor- 
gan - premette che la guerra colla Spagna, alla quale gii Stati Uniti sono stati trascinati 
da irresistibili sentimenti di umanità e dal dovere che essi hanno di fronte alla civiltà cri- 
stiana, non si limiterà, nelle sue conseguenze, alla costituzione di un governo libero in 
Cuba, tale da assicurare la pace e l'armonia di quell'isola colla federazione americana. 
L'opposizione della Spagna alle richieste degli Stati Uniti perchè la pace fosse restituita 
a Cuba, le ha ormai fatto perdere le isole Filippine ; cosi le farà perdere il dominio delle 
Caroline, di Cuba e di Porto Rico. 

Dato ora che, al termine della guerra, gli Stati Uniti siano arbitri del destino di quelle 
isole, si presenta forse per la prima volta nella storia della nazione il problema: « Che 
cosa farne di queste conquiste? » 

La prima ipotesi che si presenta, la restituzione di queste colonie alla Spagna, potrebbe 
essere discussa solo nel caso in cui, instaurata una repubblica federale in Ispagna, a simi- 
litudine di quella americana, le colonie insulari volessero entrare a farne parte come Stati 
sovrani. In questo caso, previo il pagamento delle indennità in compenso della guerra e 
i provvedimenti atti a tutelarsi per l'avvenire, tale soluzione sarebbe ammissibile. Ma essa 
non appare, in pratica, verosimile. La Spagna, che avrebbe potuto, elargendo l' indipen- 
denza a Cuba, assicurare la pace all'isola e i maggiori vantaggi a se stessa, vi si è ri- 
fiutata; la monarchia non ha voluto rinunziare a tenere quel paese sotto un odioso giogo, 
che le permettesse di sfruttare fino all'esaurimento quel popolo: ed ora spetta al popolo 
americano di dare il giusto indirizzo a quelle popolazioni, lasciate in balia di loro stesse. 

Esaminando le attitudini degli abitanti di quelle isole a reggersi da se, l'autore os- 
serva che i frequenti contatti dei Cubani col libero governo degli Stati Uniti, l'essere stati 
molti degli uomini più eminenti dell'isola educati nelle loro scuole, ha sviluppato quelle 
attitudini , tanto che ora un governo autonomo repubblicano è già stato stabilito e funziona 
in Cuba. Al termine della guerra, se la repubblica cubana entrerà a far parte dell' Unione, 
lo farà di sua spontanea e libera elezione, senza alcuna coercizione per parte de'suoi vicini. 

Quanto a Porto Rico, la sua capacità a costituire un governo autonomo è più discu- 
tibile : la sua popolazione non può aumentare, in un'area così ristretta, di tanto quanto è 
necessario per assicurare la propria indipendenza come Stato; mentre, d'altra parte, la sua 
posizione geografica le dà troppa importanza per altre lontane nazioni, perchè si possa am- 
mettere la possibilità della sua autonomia. È quindi probabile che, salvo il caso in cui Cuba 
e Porto Rico si possano unire in una federazione repubblicana, gli Stati Uniti protegge- 
ranno le popolazioni di Porto Rico stabilendo una occupazione militare in taluni punti del- 
l' isola e lasciandole libere di regolare le questioni di amministrazione interna colle loro 
assemblee locali. I porti saranno aperti al commercio di tutte le nazioni, col solo obbligo 
a tasse di tonnellaggio o di dogana; e nessuna questione potrebbe sorgere con nazioni 
estere, che non potesse essere definita semplicemente dal comandante militare o marittimo 
ivi stabilito. 

Un problema di più difficile soluzione è quello che riflette !a sorte delle Filippine e 
Caroline, al chiudersi della guerra. In queste isole, — dice l'autore — dalle quali gli Spa- 
gnuoli sono cacciati per forza delle nostre armi, non mancheremo di riservarci, a suo 
tempo, quei punti di approdo che riterremo più opportuni per stabilirvi posti militari, sta- 
zioni di carbone e porti di rifugio per le nostre navi mercantili e da guerra. 



68 MINERVA 

Sarebbe stoltezza estrema l'omettere di assicurarci tali capisaldi ; anche nell'eventualità 
che le isole dovessero essere lasciate a un governo locale o cedute ad altri governi. 

La necessaria cura dei nostri interessi e la difesa delle nostre coste esigeranno l'an- 
nessione delle isole Hawai e la costituzione di una colonia navale nella baia di Pango-Pango 
(isole Samoa), alla quale abbiamo diritto per forza di trattati. Un porto militare nelle Fi- 
lippine, che sena di punto di congiunzione tra queste isole e l'Asia, ci sarà d'immensa 
utilità in caso di guerra e ci porrà sullo stesso piede delle altre potenze nel dominio del 
commercio nell'Oceano Pacifico meridionale. La posizione delle Hawai, equidistanti dai punti 
della nostra costa del Pacifico dai confini del Messico all'isola di Attu, ci darà la prepon- 
deranza marittima nel Pacifico settentrionale. 

Taluno può considerare come un'indiscrezione che una repubblica, come la nu 
pensi a proturarsi delle stazioni navali in quei mari nei quali l'Europa monarchica si è 
demente impadronita di tutte le isole: ma noi non possiamo non mettere la nostra 
politica in armonia coll'energica iniziativa del nostro popolo nel procurarsi il !>• 
larghi sbocchi commerciali. Però, la nostra azione oltre i confini dello Stato si limiterà 
a stabilire quelle stazioni militari che saranno riputate necessarie per la protezione dei no- 
stri i: giacché la politica di conquista ripugna alle nostre istituzioni, come ci ripu- 
• ì>be ogni dominio coloniale nel quale i coloni non godessero dei pieni e interi diritti 
dì cittadini degli Stati Uniti. 

In una parola, il nostro governo ha, nel limite del diritto delle genti, tutta l'autorità 
^rcitare la propria influenza al di là dei contini dello Stato, quanta ne può avere 
lunijiie altro governo civile: e l'esercito e la marina degli Stati Uniti possono, nell'o 

nostre leggi, tutelare i nostri diritti, in pare e in guelfa, non solo entro la cerchia 
dei nostri Stati, ma in ogni parte del mondo. 

ii v'ha dubbio che noi possiamo legalnn 9 orre le 1 ilippine, o (niellai 

delle isole che venga in nostro potere per le vicende della guerra, a un governo militare, 
crediamo opportuno: determinando quali tratti di territorio ci convenga annetterli 
permanentemente per ragioni militari, forti ficandovici. 

Quanto alla questione se gli abitanti delle Filippine possano governar 
che rimai re ; e per la quale occorrerà loro l'appoggio amichevole o degli Stati 

Uniti o di qualche governo giusto e liberale. K troppo presto ora per pronunciarci in 
merito: ma l'esempio delle Hawai lascia sperare che anche gli abitanti delle Filippine, una 
volta liberi dal giogo dei loro oppressori, potranno assurgere a una civilizzazione vera- 
mente illuminata e cristiana. 

Fra le popolazioni delle Filippine, l'elemento malese è quello che possiede le mag| 
attitudini di governo ; che, nei lunghi anni di servaggio e di tirannia, per parte degli Spa- 
gnuoli, ha sempre resistito e reagito, e che ricorda, con rancore, tutta una storia di op- 
oni per parte di conquistatori a loro estranei per razza, per la lingua e per l'inu- 
manità del trattamento. 

Questi indigeni, non inferiori per intelligenza ai Giapponesi, pari agli Hawaiani per 
mitezza d'animo, inclinati alle arti e all'agricoltura, virtuosi e valorosi, danno affidamento 
di poter un giorno costituire uno Stato prospero e felice. 

Si pensi che delle mille o milleduecento isole che formano quel grande arcipelago, 
sole poche sono finora state esplorate dai bianchi. L'occupazione spagnuola non si è mai 
spinta più in là della costa: e nell'interno, le discordie e le guerre intestine hanno con- 
tinuamente imperversato. 



RIVISTA DELLE RIVISTE 69 



Non è qui fuor di luogo osservare come l' influenza dei missionari americani potè assai 
per la rigenerazione cristiana delle Filippine, come ha avuto molta parte in quella del- 
le Hawai. Il Governo degli Stati Uniti, pur non prendendo parte né a questa propaganda, 
ne ad altra — religiosa o politica — non si ritrarrà dall' appoggiare quelle popolazioni, 
come la fortuna della guerra l'ha ora posto in grado di fare. L'annessione non sarà il ri- 
sultato inevitabile di questo stato di cose : giacché gli Stati Uniti sono una potenza ame- 
ricana e le Filippine sono all' infuori della sua sfera d'influenza, essendo esse una terra 
asiatica. 

Gli Stati dell'Unione sono tutti, o quasi, cristiani, e la Chiesa e lo Stato sono indi- 
pendenti l'una dall'altro. Nell'emisfero orientale succede l'opposto e le discordie sorgenti 
da tale stato di cose sembrano lontane dall'essere rimosse. Sarebbe quindi un andare in- 
contro a difficoltà e a pericoli per la nostra stessa costituzione di annetterci terre, in 
Europa o in Asia, fino a che un'evoluzione riformatrice — effetto della libera elezione dei po- 
poli e non di coercizione — non abbia riavvicinato i sentimenti di quei popoli stessi ai nostri. 

Non ci annetteremo quindi né le Filippine, né le Caroline, salvo che questo sia indi- 
spensabile per evitare la loro distruzione o per salvaguardare la nostra sicurezza nazionale. 

Però gli Stati Uniti non potranno mai consentire a che le Filippine, strappate alla 
Spagna, ritornino sotto la corona spagnuola. Nessun' sentimento di odio ci anima contro 
il popolo spagnuolo ; ma è la dominazione borbonica che ha determinato lo scoppio delle 
ostilità: sono i torti inflitti dalla monarchia spagnuola in tutte le sue colonie americane, 
sia agi' indigeni, sia ai coloni tutti, salvo quelli favoriti dalla Corona. 

La lunga e paziente tolleranza degli Stati Uniti è stata interpretata come debolezza dalla 
Spagna, finché ci limitammo a chiedere per Cuba pace e umanità. Solo dopo che il Go- 
verno spagnuolo vi sterminò crudelmente gì' indigeni colla fame e coi massacri ; solo dopo 
che anche sudditi americani furono inclusi nel terribile bando di Weyler ; solo dopo che 
la nostra benevolenza fu ricompensata colla rea distruzione del « Maine », gli Stati Uniti 
hanno invocato le leggi naturali di umanità e le loro leggi nazionali per liberarsi da un 
vicino come il Governo spagnuolo. . 

Cuba libera sarà festeggiata come sorella dall'Unione americana; e il nostro paese 
avrà, nell'esteso campo che si offrirà alla sua attività, nelle autentiche colonie spagnuole 
da Porto Rico alle Filippine, il meritato guiderdone a una guerra intrapresa pei motivi 
più nobili e più umani che abbiano mai inspirato un grande popolo. 

Noi non pensiamo a conquiste che ci disonorerebbero. Le altre potenze non hanno 
nulla a vedere colla guerra: noi non chiediamo il loro soccorso e non ci curiamo delle 
loro ambizioni. Saremo i primi ad arrestarci non appena la posizione del nemico sia tale 
da ispirarci mercede. Tanto il Governo quanto il popolo degli Stati Uniti confidano che, in 
questa guerra, non sarà necessario d' inviare ima flotta o un esercito sulle coste di Spagna. 

Finita la guerra e il dominio spagnuolo nelle colonie cosi maltrattate da quel Governo, 
la Spagna diverrà una nazione più illuminata e più pròspera, per la reazione che la guerra 
avrà sulle sue istituzioni nazionali. 

Un paese che non sa governare e far prosperare le sue colonie, non ha ragione di 
lagnarsi se è costretto ad abbandonarne il dominio. 

La vita letteraria a Londra. — Come altrove, così a Londra, dice William H. Ri- 
deing, la vita letteraria non è astretta nei confini delle altre professioni: non occorrono 
esami, non diplomi, non termini stabiliti di tempo per entrare nell'agone letterario: tutti 



70 MINERVA 

coloro che hanno una seria preparazione e quelli che appena sanno sporcare un foglio dì 
carta, possono, se vogliono, chiamarsi letterati, senza per ciò incorrere nel rigor delle 
leggi. Nessuna carriera, come quella delle lettere, è così poco protetta dalle incursioni di 
quelli che non ne fanno parte : e nessuna ha così poco spirito di corpo come essa. Inoltre, 
un letterato, all' infuori de'suoi lavori speciali, non è preso sul serio, non è considerato 
capace di occuparsi con competenza dei pubblici negozi o di altri rami dell'attività umana. 
Thackeray fu battuto nelle elezioni, Antonio Trollope (pure eccellente uomo d'affari) non 
fu creduto degno di un seggio in Parlamento. Sir Walter Besant, che poco tempo fa, ad 
un banchetto letterario dato in suo onore, sosteneva che gli uomini di lettere avrebbero 
dovuto in Inghilterra venire insigniti di titoli e di dignità in proporzioni uguali a quelle 
dei dottori, degli avvocati, degli scienziati e degli industriali, era ascoltato da un pubblico 
di suoi confratelli con un sorriso che pareva dire che la sua adulazione eccedeva vera- 
mente i limiti. 

Il letterato di professione ria concorrenza (e talvolta ne ha la peggio) 

con scrittori la cui occupazione normale è un'altra (p. es. Gladstone <> Balibar , e pei quali 
lo scrivere un libro è una ricreazione intellettuale. 

Non sarebbe agevole cosa il definire la vita letteraria di Londra, tanto 
ne' suoi aspetti, nelle persone che comprende, nei quartieri della < ittà nei quali si svolge. 
Dalle povere scrittrici, miseramente vestite di uno sdrucito abito n< :soire 

da un oscuro andito di un giornaluzzo da un soldo, all'autore elegante e 
tiene carrozza e cavalli e il cui motto potrebbe essere 
scandaloso? » tra questi due -stremi la distanza è grandissima. 

Ci sono le riunioni estive nelle locande di campagna dell' « Omar 

, c'è la \ randì dubs letterari, L\ 

noe um, il 

Ila repubblica delle lettere, aperta a tutti ondizioni sociali, a tutte 

le età, si riscontrar -mi di rimunerazione degni di i 

esempio i compilatori di articoli di notizie biografiche, gli scrittori di libri d'avventure 
pei ragazzi, o quelli che preparano le edizioni popolari di di 00 in Londra 

pagati forse mena che un copista colla macchina da scrivere in America. 

Una nota autrice di romanzi, che scrisse in appendice sul BUtckwootTs Magatine delle 
novelle in talune delle (piali si riscontra la finezza di un l'.alzac, non guadagna col su<. 
ingegno più di un cento lire sterline all'anno; e deve rimediare ancora collo scrivere cor- 
rispondenze a giornali di provin 

Un'altra scrittrice, che produsse pia di cinquanta romanzi, stampati e ristampati in 
Inghilterra, nel Canada, negli Stati Lniti, in Australia, e alcuni dei quali sono ancora 
letti e richiesti al giorno d'oggi, non ha mai potuto fare più di .300 lire sterline all'anno, 
e ha dovuto, pochi anni fa, ricorrere per un sussidio. 

Vi sono invece gli autori di romanzi che hanno subito impressionato la fantasia pi 
lare (come il Prigioniero di /.ernia, ie Miniere del Re Salomone, il Cristiano, ecc.), i quali 
traggono dalla penna considerevoli profitti. Prezzi come 7O, 100, anche 175 dollari per mille 
parole non sono considerati esagerati: e un guadagno di due scellini per ogni copia di 
un libro che si vende sei scellini non è anormale. Ino degli autori più in voga ha re- 
centemente ricevuto is.ooo dollari per la pubblicazione di un suo romanzo in appendice 
negli Stati Uniti e circa la stessa somma per la pubblicazione di quello, circa lo stesso 
periodo di tempo, in un Max 



RIVISTA DELLE RIVISTE 71 



Dopo che fu pubblicata in questi periodici, l'opera diventò nuovamente proprietà del- 
l'autore, che la pubblicò a sei scellini la copia in Inghilterra, e a un dollaro e mezzo la 
copia negli Stati Uniti. Se ne vendettero abbondantemente 150,000 copie, con un profitto 
certo di un 45,000 dollari: che, uniti ai 36,000 dollari detti più sopra, danno un totale 
di 81,000 dollari: certo molto più di quanto abbiano guadagnato per un loro libro e 
George Elliot e Disraeli e Thackeray. — E ancora quel libro non avrà finito di dar gua- 
dagno al suo autore : che ci saranno ancora le edizioni economiche, la pubblicazione in 
appendice nelle lontane colonie del Capo, dell'Australia, della Nuova Zelanda, del Canada ; 
poi, i diritti di traduzione in altre lingue: in fine, del romanzo si farà un dramma, e tutto 
questo potrà portare all'autore altri 50,000 dollari, o anche due o tre volte tanto. 

Ai nostri giorni il pubblico, stanco del lavoro, cerca un po' di ricreazione dello spirito 
nel romanzo, che è, ora, la forma letteraria che dà maggior guadagno, specialmente dopo 
che i lavori letterari sono protetti anche fuori Stato da leggi internazionali europee. 

Ciò non esiste in America, i cui fogli rubano a man salva dove loro talenta. Un 
caso curioso è successo tempo fa. Un giornale di Liverpool tolse dal New York Times 
una novella, credendola d'autore americano, quindi non protetta in Inghilterra. Essa era, 
invece, proprietà del Cornhill Magazinc , al quale era stata rubata dal foglio americano. 
Il Cornhill intentò subito un processo alla gazzetta di Liverpool : e questa ebbe un bello 
scusarsi, protestando il suo errore: il processo ebbe corso e terminò con un compromesso 
pel quale il Cornhill si ebbe un centinaio di lire sterline d'indennità. 

E così che lo scrittore d'ingegno il quale ha la fortuna d'incontrare il gusto del pubblico 
guadagna quanto lo specialista in materia legale o medica. Non si può passare sotto si- 
lenzio l'agente letterario, vero affarista, che fa della reclame da circo equestre agli autori 
che lo interessano. C'è qualche persona per bene, fra essi, ma sono poche. La più parte 
non capiscono nulla di letteratura, credono che editori e pubblico sono somari ai quali 
si può gabellare qualsiasi roba e s'ingegnano a creare dissensi fra autori ed editori per 
profittarne. Sono utili solo in questo, che risparmiano a talune nature delicate e sensitive 
di autori la pena grandissima di trattare d'affari. .Ma questi agenti non si contentano di 
ciò ; e, siccome i loro profitti sono in ragione diretta del numero di manoscritti che fanno 
accertare, così non accordano tregua al giovane autore che si è messo nelle loro mani, 
non gli lasciano il tempo di lavorare accuratamente e lo sfruttano con detrimento della 
sua fama e del suo interesse. 

Il valore strategico delle Filippine. — Il signor Truxton Beale, autore di quest'ar- 
ticolo, osserva come la teoria del Monroe, sostenuta con estrema tenacia nella politica 
estera di questi ultimi anni dagli Stati Uniti, mentre è stata a un pelo dal condurli ad 
una guerra col popolo col quale hanno il maggior numero di scambi e che è il loro più 
naturale alleato nel futuro (gl'Inglesi), e ciò a causa di un'infinitesima parte del conti- 
nente sud-americano (allude alla questione del Venezuela), ha — d'altra parte — avuto 
per effetto che uno dopo l'altro sono stati chiusi al mercato americano i porti dell'Asia, 
per parte di quelle nazioni europee che ancora corrono appresso all'utopia del xvm se- 
colo, di stabilire colonie pel solo smercio dei loro prodotti. 

In pratica, ognuno dei porti dell'America meridionale dista dai porti degli Stati Uniti 
quanto da quelli europei : ed ivi anzi quelli dovranno sempre lottare fieramente colla 
concorrenza europea. Invece la costa cinese, posta com'è di fronte alla costiera ameri- 
cana del Pacifico, può dirsi alla porta di casa: e, se gli Stati Uniti sapranno accudire ai 



J2 MINERVA 

loro interessi, potrà diventare loro quasi esclusivo mercato, dacché gli Europei, per ar- 
rivarci, dovranno girare o pel Capo Horn o pel Capo di Iiuona Speranza, attraversando due 
volte — con rischi e disagi — la linea dell'equatore, oppure percorrere la dispendiosa e 
pure lunga rotta del Canale di Suez. 

L'autore osserva che la configurazione della Cina è tale che il suo commercio cogli 
altri paesi deve avvenire pei suoi porti. L'andamento generale delle sue catene montane, 
a differenza di quelle di Kuropa e d'America, corre da Est ad Ovest: i tentativi degli 
Inglesi di aprire vie commerciali fra l'interno dell'India e la Cina non sono riusciti per 
l'impossibilità di attraversare la catena dei Tien-Scian. i commerci dunque devono seguire 
le grandi vie fluviali fino alla costa. 

I n campo immenso si offre all'attività americana in un paese dove una popolazione 

• densa, con nessuna idea di un profittevole impiego di lavoro e di capitale, occupa 
territori ancora vergini di grandi intraprese, con depositi minerari e bacini carboniferi fra 
i più importanti. Tocca agli Stati Uniti di non lasciarsi ivi tagliar fuori dagli Kuropei. 

• hanno fatto nell'America del S 

Per la protezione dei nostri futuri i in quelle regioni le filippine possiedono 

i tre grandi requisiti di un punto strategico marittimo: la loro posizione, che minaccia di 

• > le rotte dalla Cina all'Europa: la loro forza intrinseca ppor- 
tunamente e di gran lunga a ta: e le risorse Interne, «li un gra li più 

milioni di abitanti, di 115,000 miglia quadrate e di una fertilità insuperabile. 

delle Filippine da Singapore e da 1 Ioni; Kong ci porrebbe in 
cogli alleati britannici a difendere il Marno che 

ermania, pur di assicurarsi il pomato di uno scoglio, per lei importante, nel Mire 
Germanico (Helgolamb ha rinunciato a un impero 

Die Nation (3 luglio), Berlino: 

Grandezza e decadenza di Giuseppe Leiter. — Da alcuni mesi si fa un gran parlare 
di questo giovane americano in confronto OOl (piale i grandi speculatori dei nostri ; 
n.m sono che miseri pigmèi; le 'dazioni sul grano richiamarono su di 

lui l'attenzione di tutto il mondo, e 1' Europa sopratutto lo >estia 

nera e gli attribuì tutta quella ir, odioso il personaggio del tiranno 

nei vecchi drammi popolari. 

Eppure bisogna dire che gli fecero torto. Chi e quest ;>pe Leiter? E il figlio 

viziato di uno dei più grandi milionari dell'Unione ameri «vane pieno di ambi. 

— nell'ultima campagna per l'elezione presidenziale lotto bravamente contro il Bryan, — con 
quella scarsa nozione dell' importanza economica della quantità che spesso si trova nei figli 
Ai uomini molto ricchi, si gettò in una speculazione che, secondo le sue previsioni. 
\e\a fruttargli guadagni colossali, e verso la fine dello scorso anno cominciò a comperar 
Urano, non « su carta » ma in natura, e a rivenderlo specialmente in Inghiltera e in Francia. 
Intanto seguitava a comperare. I prezzi salirono, e come accade sempre (mando i prezzi 
del grano salgono, fra un raccolto e l'altro la richiesta aumentò sempre. Scoppiò la guerra 
fra la Spagna e l'America, e tutti vollero provvedersi di grano per far fronte a qualsiasi 
eventualità. I prezzi salirono in modo favoloso, specialmente sui mercati dell'America in 
cui fiorisce la speculazione : nello scorso maggio il grano, che oggi costa meno di 70 ceiUs 
al bushel (il bushel equivale a 36 litri), fu pagato 1 dollaro e 85 cent.; e si calcolò che 
con la sua speculazione Giuseppe Leiter avesse guadagnato più di 30 milioni di franchi. 



RIVISTA DELLE RIVISTE J} 



Durava ancora la meraviglia suscitata da un guadagno così enorme, quando il cavo te- 
legrafico recò la notizia che Giuseppe Leiter con le sue speculazioni aveva fatto misera- 
mente naufragio: i prezzi del grano diminuirono con la rapidità con cui erano saliti, e il 
crack fu inevitabile. Come era accaduto ciò? Per effetto di quella grande e inflessibile 
legge naturale secondo la quale anche anche i più grandi speculatori devono descrivere 
la loro parabola, e al periodo ascendente, se uno non si ferma in tempo, succede inevita- 
bilmente quello della discesa. 

Reso ardito dai successi della sua grande speculazione, il giovane milionario aumentò 
sempre più le operazioni comperando in sempre maggior quantità merce effettiva (cash 
ZL-lieal) e a termine (future); e continuò a comprare anche quando il prezzo sali a un'al- 
tezza inaudita, perchè credeva che di grano ci fosse veramente carestia. E questo fu pre- 
cisamente il suo errore. L'attrattiva del prezzo erroneo fece uscire da ogni parte e com- 
parire sul mercato una quantità di grano di cui nessuno avrebbe sospettato l'esistenza. In 
una sola settimana affluirono dalla campagna sui mercati interni d'America più di 6 mi- 
lioni di bushel, il doppio di quanto ne era affluito in ciascuna settimana dello stesso mese 
nello stesso anno, e più di quanto ne era venuto fuori in tutto il mese d'aprile. Queste 
inaspettate riserve lanciate sul mercato e la previsione di un ottimo raccolto ruppero le 
terga alla speculazione : il giovane americano potrà chiamarsi contento di cavarsela con 
la perdita di un paio di milioni di dollari. Del resto, la famiglia Leiter è così ricca da 
potersi pagare il lusso di un'esperienza cosi interessante. 

Morale della storia : è più pratico e più istruttivo il veder segnati dallo sviluppo na- 
turale delle cose i limiti della speculazione e puniti gli eccessi che non il rannicchiarsi 
dietro la barriera di provvedimenti protezionisti che nella maggior parte dei casi riescono 
inefficaci. La lezione toccata al signor Leiter è un monito per gli speculatori troppo audaci. 
La speculazione è necessaria, solo l'eccesso nuoce; ma i confini fra la speculazione sana 
e la speculazione malsana non possono mai essere segnati per legge; e perciò il caso del 
Leiter acquista una grande importanza educativa, giacché è una nuova conferma di ciò 
che l'esperienza del passato c'insegna: che, cioè, tutte le speculazioni che mirano all'esa- 
gerazione inaudita dei prezzi e che vengono fatte su generi che si trovano in notevoli quan- 
tità sul mercato mondiale, di regola falliscono. La natura delle cose non si può violentare ; 
ed è bene che di quando in quando gli uomini ne abbiano la prova. 

Critica giornaliera francese. — Quantunque il Bourget esponesse, nove anni or sono, 
nei suoi Études et poriraits, dei dubbi intorno all'esistenza di una critica in Francia, tut- 
tavia si può con sicurezza affermare che in nessun tempo furono, in Francia, scritte e (quel 
che più importai lette tante critiche quante oggi, e che in nessun tempo la critica ha avuto 
forme più fine e originali. È vero che le « Impressioni di teatro » e i « Contemporanei » 
del Lemaitre finora sedici volumi che hanno avuto in media da sei a otto edizioni^, come 
pure i quattro volumi della Vie Httéraire di Anatole France non sono critica nel senso 
attribuito a questa parola dai pedanti ; ma sono e rimangono gioielli di brio, di umorismo, 
di pensiero e di lingua, parecchi dei quali saranno più duraturi delle pubblicazioni a pro- 
posito delle quali sono stati scritti. E chi esamina la nuova serie dei PoHtiques et mora- 
listes du XIX siede di Emilio Faguet, in cui vengono analizzate con acutezza e profon- 
dità le teorie di Saint-Simon, Fourier, Lamennais, Ballanche, Edgar Quinet, Vittorio Cousin 
e Augusto Comte, dovrà riconosce che accanto agli € eleganti » della « critica impressio- 



74 MINERVA 

nista » non mancano le teste indipendenti che discutono sul terreno dei fatti e serenamente 
intorno alle cause e agli effetti delle teorie socialiste e positiviste. 

Gli Etiules de liitérature contemporaine di Giorgio Pellissier (di questi sopratmto si oc- 
cupa l'autore del presente articolo, A. Bettelheim), se anche non istanno a pari con quelli 
dei maestri della critica come Faguet. Lemaitre, Bourget, Brunetière, Anatole France, me- 
ritano tuttavia di richiamare la nostra attenzione. Il Bettelheim dichiara di convenire col 
Pellissier nella maggior parte de' suoi giudizi. Bello l'epigramma a proposito di certi ul- 
timi romanzi del Bourget: « Si le libertin ne me piai sai t guere, le caputiti ne me piai f pai 
davantage ». il Pellissier caratterizza molto gustosamente i romanzi contemporanei di Ana- 
tole France e fa ragione molto bene del dogmatismo del Brunetière. Egli va forse troppo 
innanzi nel lodare il giovane lirico Bellessort; none indulgente — eppure, a giudizio del 
Bettelheim, lo è anche troppo — col novelliere Kduardo Rod. Egli perora caldamente la 
causa di alcuni autori poco o punto conosciuti, come per esempio Ferdinando Fabre che 
descrive tanto bene il clero francese. e il poeta lirico Kstaunié; e per il pittore Puvis 
de Chavannes e per lo storico Fustel de Coulanges trova parole che fanno onore ai 
sentimento artistico e lo mostrano ricco di erudizione. Importanti le note intorno alla 
nuova metrica francese; un po' più fiacche le osservazioni sulle tragedie e sulle teorie 
drammatiche di Voltaire Ma quelli che più di tutto piacciono sono i brio i con 

cui il volume si apre: ritratti che diremo agrodolci, dipinti confine umorismo, come, per 
esempio, quello del Yerlaine e quello rget I >*-l 1 Heredia loda la forma imi- 

bile, ma lo chiama in fondo un poeta freddo, un Malherbe flan: ver- 

sione » dell' Huysman egli vede la c<>- tirale di uno stomaco prema 

guasto ; e al Voghe rimprovera di adoperare troppe similitudini e di far soverchia poi 
di parole. È una (ritira insomma, quella del l'elli^sier, non frivola, eppure br 
cevole, che fa pensare alle indimenticabili Causeries e undis dei 

Die Zeit (i i giugno), Vienna: 

La donna del secolo ventesimo. — Il periodo della lotta dalla quale dipende il rimi" 
mento sociale e psicologico della donna durerà molto probabilmente fin quasi alla tuie <!• 
colo ventesimo, e terminerà quando la donna, maritata o no, sa giuridica!] 

all'uomo; quando la so< i ordinata in modo che l'attuale concorrenza tra i due 

sarà terminata «osi da soddisfare tutti •• due: quando il lavoro domestico avrà acquistato forme 
tali che la donna sarà meno duramente oppressa di quanto lo è ora. Ed e< 
Ellen Kev — nome ben noto nel movimento femminista — descrive il tipo della donna avvenire. 

Solo verso la fine del secolo ventesimo si avrà un nuovo tipo di donna, tipo che ri- 
sulterà da profondi contrasti composti in armonia: una grande varietà e ut 
unità, una cultura finissima e una natura primitiva, una marcata virilità e la rivela- 
zione completa della più profonda femminilità. (Juesta donna comprenderà la serietà del 
lavoro scientifico, della ricerca della verità, del libero pensiero, dell'attiviti artistica; 
essa comprenderà la necessità delle leggi naturali e del processo di evoluzione, e avrà il 
sentimento della solidarietà e l'idea degli interessi della società. Essa saprà di più e pen- 
serà più chiaramente «Iella d«>nna attuale, e per questo sarà più giusta; sarà più forte e 
perciò sarà migliore; sarà più savia e quindi anche più mite. Essa vedrà più largami 
e così perderà « erti pregiudizi che oggidì si chiamano ancora virtù. Sarà sempre essa che 
formerà i costumi; ma ciò farà non più sul fondamento delle convenzioni sociali, bensì 
SU quello delle leggi del suo proprio essere. Essa avrà il coraggio di pensare con la testa 



RIVISTA DELLE RIVISTE 



/ ) 



sua, di vagliare le nuove idee del suo tempo, e oserà provare econfessare sentimenti che 
ora reprime o dissimula. Forte della sua piena libertà di movimento, favoiita dal più 
completo sviluppo della sua personalità, essa saprà cercare con più sicuro istinto e con 
maggior energia una esistenza conforme in tutto e per tutto al suo proprio « io ». Saprà 
lavorare più intensamente, più intensamente riposare, più intensamente trar partito da 
tutte le semplici fonti di gioia che le stanno a portata di mano. Così il suo sentimento 
della vita si farà più elevato, la sua esperienza più profonda: la sua vita psichica, il de- 
siderio della bellezza, i sensi si svilupperanno e si affineranno ; essa sarà sensitiva per ec- 
cellenza, pronta a vibrare rapidamente, e perciò potrà godere e anche soffrire molto 
più di quel che possa godere e soffrire la donna d'oggidì. In tal modo essa darà nuovi 
pregi alla vita sociale e all'arte, alla scienza e alla letteratura ; ma la sua più grande im- 
portanza per la civiltà sarà quella di difendere l'umanità dai pericoli della cultura troppo 
raffinata per quel non so che di misterioso, di primitivo, di sentimentale e d'impulsivo 
che è proprio della sua natura; essa contribuirà sopratutto allo sviluppo dell'anima, mentre 
l'uomo contribuirà allo sviluppo dell' intelligenza; essa allargherà i! campo del sentimento, 
egli quello della ragione; l'uomo realizzerà l'ideale della giustizia, la donna quello dell'amore. 

La donna del secolo ventesimo avrà imparato molto, non solo, ma molto avrà anche 
dimenticato, sopratutto delle pazzie femministe e antifemministe dei nostri giorni. Essa 
vorrà con tutto il suo essere la felicità dell'amore ; e la felicità che essa darà e sentirà 
sarà più grande, più profonda, più duratura di qualsiasi cosa che finora sia stata chiamata 
felicità. Probabilmente le mancheranno molti caratteri della moglie e della madre d'oggi; 
ma essa si applicherà con tutte le forze alla difficile arte di essere amante e madre ad un 
tempo. Siccome conoscerà e apprezzerà le condizioni psichica- e fisiche della salute e 
della bellezza, saprà scegliere con maggior discernimento e più conscia della propria re- 
sponsabilità di quel che lo sia oggi, il padre de' suoi figli ; e genererà e alleverà crea- 
ture sane e belle, e lei stessa conserverà la propria grazia e gioventù più a lungo delle 
donne di oggidì, e piacerà per tutta la vita perchè sempre la abbellirà trovando sempre 
nuove manifestazioni alla propria grazia. Essa parlerà probabilmente meno della donna 
d'oggi, ma il suo silenzio e il suo sorriso saranno più eloquenti ; e sarà sempre spon- 
tanea e sincera, ma sempre misurata. 

E questa donna esiste già oggi nei sogni dell'uomo, e su questi sogni la donna si va 
formando. L'ideale della donna moderna è per l'uomo non già la donna-uomo, ma la 
piena e completa rivelazione dell'eterno femminino. E questo nuovo tipo di donna ha 
fatto già capolino qua e là, non solo ai nostri tempi, ma anche nei secoli passati: 
nel medio evo fu lei che scrisse le lettere d'Eloisa, nel Rinascimento la dipinse Leonardo 
nella figura di Mona Lisa ; nel secolo decimottavo fu lei che tenne circolo in figura di 
Signorina Lespinasse; e nel nostro secolo ha scritto canti d'amore — Elisabetta Browning, 
e calca le scene — Eleonora Duse. 

— (iS giugno): 

Francesco Palacky considerato come filosofo della storia e come politico. — A 
proposito delle feste ultimamente celebrate per il primo centenario della nascita di Fran- 
cesco Palacky, il prof. Masaryk riassume in questo artìcolo l'idea dell'illustre storico boemo 
intorno al suo popolo e intorno allo Stato austriaco. 

Per i Boemi il Palacky ha questa importanza, che non solo scrisse la loro storia, ma 
la interpretò filosoficamente, e segnò loro la via dell'avvenire; per questo i Boemi lo 



j6 MINERVA 

venerano come « padre della patria ». E poiché il suo programma politico ha il fonda- 
mento teorico nella sua interpretazione filosofica della storia, così a questa interpretazione 
occorre volgere anzitutto la nostra attenzione. 

Nella prefazione all'ultimo volume della «e Storia della Boemia » il Palacky espone in 
poche parole quale sia stato lo scopo principale di tutta la sua opera: rettificare il giu- 
dizio della Controriforma intorno al passato del popolo boemo. La Controriforma era riu- 
scita a rappresentare la Riforma boema come un'aberrazione di cui il popolo dovesse ver- 
narsi ; il Palacky, invece, volle dimostrare che il movimento riformatorio iniziato da 

anni Hus ha una vera importanza storica, che in esso la storia boema toccò il suo 
apogeo, e che quindi la Controriforma fu un'ingiustizia storica e segnò un regresso. Egli 

nda: ebbe il movimento hussita una importanza morale e fu esso moralmente giu- 
stificato r 1 E risponde affermativamente, facendo vedere come la Chiesa medievale a. 

tto il cristianesimo primitivo, facendo della semplicissima dottrina di Cristo una scuola 
plicatissima, ripugnante alla libera ragione. Siccome contro questa corruzione e contro 
quella dei costumi che s'era infiltrata nella Chiesa non bastava più l'opposizione dentro 
a, era necessario che una parte del rno si ponesse fuori di 

sa: e questa appunto è la provvidenziale importanza del protestantesimo, e in primo 
luogo della Riforma boema. Per tal modo il mondo cristiano rima ma fu sanato, 

e il Palacky vede in questo dualismo l'azione dei due principii che inlluiscono sulla na- 
tura umana: il principio di autorità rappresentato dal cattolicismo, quello della 
gione dal protestantismo. E la forma che questo prese nella Chiesa boema è consi«: 
dal Palacky come la più perfetta che finora si abbia avuta, giacché si fonda sopratutto 
sulla murale e non sui dogmi, e ammette il principio dell'evoluzioni-. Cosi il : 
rico mostra al su.) popolo il passato circonfuso di vivida luce pe: li ammae- 

stramento e di guida per l'avvenire. 

Lo stabilire in qual modo ciò possa avvenire costituisce la difficoltà del problema; 

liè fra il passato e il presente c'è una opposizione religiosa e politica, l'opposizione 
isnio e protestantesimo, fra Riforma e Controriforma, fra indipen ; pen- 

l politica. 1 il Palacky supera questa difficoltà e scioglie il problema rie orrendo alla 
ftìlosofia tedesca e più specialmente alla t: ligiosa di Kant, e nell'ideale umani- 

tario «!■ H sulla filosofia kantiana trova la desiderata conciliazione di tutti 

mtagonismi. Il Kant pose 1'- Ila religione nella morale; il Palar 

questa teoria, e ciò fa sparire ai suoi occhi l'importanza dell'opposizione dogmatica fra 
il cattolicismo e il protestantesimo, fra il presente e il passato; nell'umanità di Herder 

trova l'idea fondamentale della Riforma boema, e in questo ideale uni. i vit- 

toria sull'antagonismo religioso, nazionale e politico fra il passato della Boemia e il pre- 
sente, e nello stesso tempo anche di quello fra la Boemia e l'Austria. Cosi l'idea domi- 
dei rinascimento boemo è naturale continuazione di quella dei diritti dell'uomo pro- 
pugnata dalla Rivoluzione francese e di quella della Riforma. 

Su questa base storico -filosofica, il cui punto centrale è il pensiero umanitario, si fonda 
sostanzialmente il programma politico di Francesco Palacky. Già l'Herder pose in stretta 
relazione l'ideale umanitario con la nazionalità; e in Boemia, fin dai tempi di Giuseppe II, 
l'idea nazionale ebbe importanza grandissima; ma mentre prima del Palacky si sognava 
di una fratellanza slava, il Palacky, mettendo davanti agli occhi del popolo boemo la sua 
grande storia, fece predominare sull'idea generale slava l' idea speciale boema. Già prima 
del 1S48 egli aveva asserito che l'azione storica dello Stato era finita e che al suo posto 






RIVISTA DELLE RIVISTE 



dovevano sottentrare nuove forze sociali, la nazionalità e l'opinione pubblica: l'Austria 
doveva rinunziare alla sua idea ormai antiquata e puramente negativa della Controriforma 
e della difesa della Chiesa e cercare di attuare l'ideale positivo dell'umanità; col che ve- 
niva a cadere l'antagonismo fra l'idea boema e l'idea austriaca; e l'ideale umanitario si- 
gnificava politicamente i diritti dell'uomo, non solo per gli individui ma anche per i po- 
poli, e giuridicamente veniva a significare il diritto naturale. Fondandosi su questo di- 
ritto naturale, il Palacky chiedeva la libertà, l'eguaglianza e la fratellanza di tutti i po- 
poli ; e poiché ciò non poteva farsi sulla vecchia base dello Stato centralizzato, questo 
doveva democratizzarsi e cedere il posto a una federazione di popoli aventi tutti pari di- 
ritti. Il federalismo è dunque l'essenza del programma politico di Francesco Palacky ; pro- 
gramma che poi, a dire il vero, oscillò fra tendenze opposte, ora fondandosi sul diritto 
di Stato e quindi propugnando una politica nazionale moderata sulla base dell'accordo cci 
Tedeschi, ora- sul principio di nazionalità per cui i Boemi devono stringersi agli altri 
Slavi e seguire una politica nazionale slava radicale. Il Palacky, del resto, sosteneva che 
piccoli Stati, sopratutto nel centro dell'Europa, non possono reggersi, e per questo pro- 
pugnava il principio della federazione o associazione Che se in politica oscillò, in un punto 
importante rimase sempre conseguente : nel ripugnare da ogni violenza, nel raccoman- 
dare per tutta la vita la tattica dell'umanità, la necessità di tenersi costantemente al diritto 
e alla giustizia. 

Quanto al suo programma sociale, esso fu schiettamente conservatore : egli fu contrario 
non solo al comunismo, ma anche al suffragio universale ;enon riconobbe il socialismo se non 
fondato sui principii del cristianesimo primitivo, quindi tendente a togliere le disuguaglianze 
per mezzo dell'amore e della beneficenza. Contro questo programma sociale che condussi 
il Palacky a unirsi con la nobiltà, sorse il partito radicale democratico che si costimi ne] 
1874, e questo fu il partito dei giovani czechi. 

Il vero merito di Francesco Palacky fu questo, ch'egli dimostrò l'importanza che 
nella storia universale lo sviluppo storico e filosofico del popolo boemo, e più specialmente 
riconciliò il presente col passato facendo vedere la relazione intima che c'è fra questo e 
quello; e studiò e riflettè per tutta la vita, con pure e nobili intenzioni, intorno alla 
stione delle relazioni della Boemia con l'Austria. È un'opera, questa, che supera di molto 
la soluzione puramente politica della questione boema, almeno per quelli che. insieni- 
Palacky, sanno considerare la politica giornaliera sub specie aciernitati* e vedere nelle lotte 
dei popoli il sentimento e il desiderio dell'infinito. 

— ( 2 5 giugno): 

Una dottrina anarchica dell'antichità. — È sorprendente la fecondità intellettuale e 
Grecia del quinto e del sesto secolo. Tutte le correnti che siamo soliti ritenere un pro- 
dotto della modernità si riconoscono nella vita pubblica di quei tempi remoti. Individua- 
lismo e collettività, riforme etiche e « immoralismo », morale aristocratica e spirito demo- 
cratico, razionalismo e misticismo, perfino comunismo e anarchismo. 

Quest' ultimo, che le indagini storiche non avevano peranco messo in luce, fu, al pari 
della contraria dottrina del comunismo platonico, un prodotto del grande movimento etico 
sociale incominciato con Socrate. Di fronte alla comunità dei beni e all'onnipotenza dello 
Stato, intesa a raggiungere la più alta perfezione morale di vita comune, quale Platone 
domandava, sorge Zenone, capo della scuola stoica (342-270 a. C), e al medesimo fine do- 
manda invece la libera comunità senza Io Stato. 



78 MINERVA 

L'ima e l'altra dottrina non erano semplicemente create dai loro autori ; bensì avevano 
radici e origini più lontane, e che fino a un certo punto possiamo rinvenire. 

Già Aristippo, dal punto di vista della sua egoistica dottrina del piacere, aveva negata 
la necessità dello Stato. Nulla di più prezioso, diceva egli, della libertà individuale, che 
dal vincolo della vita sociale viene menomata; e a che cosa serve una patria, se ogni an- 
golo di terra è egualmente distante dall' A verno, se non abbiamo che una breve vita da 
godere fugacemente? E a Socrate che gli chiedeva se preferisse appartenere, nello Stato, 
alla classe dominante o alla classe obbediente, rispondeva : A nessuna delle due. 

Un'altra corrente d'idee che ancora più evidentemente andava a finire nell'anarchismo 
è quella dello stato di natura. Duemila anni prima di Rousseau si invocava nella Grecia 
del V secolo il ritorno alla natura. Le descrizioni dell'età dell'oro, nella quale mancavano 
bensi i vantaggi e i beni della civiltà, ma l'uomo godeva una vita libera pacifica e felice, 
servirono a una letteratura politica che attaccava l'ordinamento sociale del tempo. A que- 
st'ordine d'idee doveva trovarsi vicina anche la scuola cinica; per la quale l'uomo ideale 
era l'uomo che non sente bisogni, indipendente dagli altri uomini e dalle cose e perciò 
unico veramente libero, sufficiente ^o come il primo uomo, l'er logica conseguenza 

la scuola cinica doveva rifiutare il matrimonio, la famiglia, la proprietà, lo Stato, tutte le 
istituzioni (Itila civiltà. Se non che Diogene si limitò a rinnegare la famiglia; le altre audaci 
deduzioni furono per la prima volta confessate apertamente da Zenone. Pur troppo, non 
abbiamo conservate le sue opere, ma dai frammenti e dalle citazioni d'altri autori pos- 

10 con sufficiente chiarezza ricostruire il suo ideale umano. 

Due istinti ha i'uomo per natura, ristinto egoistico della propria individuale conser- 
vazione, e l'istinto he d stimola comune con altri esseri della nostra 
ie. Onesti due principi bastano alla continuiti del genere umano e a una vita sociale 
giusta e 1 libiamo che da seguire questa vita conforme alla natura 

->), senza curarci d'altri beni convenzionali, quali sarebbero la proprietà, l'o- 
nore e simili. Zenone rompe qui e oltrepassa anche il concetto di patria e della nazio- 
nalità ellenica, e domanda una società cosmopolita. Platone, invece, anche nella dipintura 
«Iella sua società ideale, non s'era mai dipartito dalla stirpe ellenica, ed è precisamente 
in questo riguardo che Zenone fu considerato al polo opposto del sistema piato .'?*'•}* 

Zenone respinge l'onnipotenza dello Stato, la sua tutela, le 
sue ieggi, e trasporta l'onnipotenza de\la legge nell'interno dell'uomo. : he l'uomo 

riconosca e segua i principi naturali, per poter vivere socialmente in pace, come vive in 
pare un gregge. 

Inutile quindi un'amministrazione di giustizia e una salvaguardia di pubblica sicurezza. 
Inutile la scuola in quanto voglia essere formatrice di costume. Inutile il matrimonio, perchè 
i rapporti fra uomo e donna non hanno bisogno di leggi. Ne il pubblico culto e i templi 
sono necessari all'adorazione della divinità; né più esisterà il denaro od altro mezzo dei 
cambi, scambiandosi invece i prodotti di natura secondo i pochi bisogni di una semplice vita. 

Così, mentre la scuola cinica trovava ancora nel senno politico greco un ritegno alle 
me conseguenze delle due premesse, Zenone il primo giungeva nella storia del mondo 
a proclamare la teoria dell'anarchismo. 

Queste dottrine contrastavano siffattamente colle vecchie tradizioni elleniche, che ben 
pochi se ne fecero seguaci ; e mentre in Zenone filosofo si ammirò la ferma conseguenza 
e la lucidità del raziocinio per cui uscendo dalla scuola cinica, senza perdere il contatto 
colla medesima, si fece capo e maestro d'una propria scuola, la stoica, fu invece deplo- 



RIVISTA DELLE RIVISTI 79 



rata dai suoi stessi discepoli la parte politica delle sue dottrine. Fu detto che per la ri- 
pugnanza alle sue teorie sociali rimase assai menomata anche la sua influenza nel campo 
filosofico, e sappiamo di Atenodoro, direttore della biblioteca di Pergamo, che pure era 
stoico, e cancellò nei suoi esemplari i passi del maestro che davano scandalo. Tutti gli 
stoici si tramandarono però una teoria sociale, se non anarchica, ispirata sempre a un 
ideale cosmopolita, la quale fu tra le cause del distacco della Grecia dalle antiche tradi- 
zioni patrie per finire a quell'indifferentismo e cosmopolitismo ellenico che caratterizzarono 
la Grecia decaduta. 

Non si potrà negare, dal punto di vista moderno, l'interesse di queste prime e lontane 
affermazioni delle più radicali tendenze odierne. Se vuoisi riassumere la dottrina politica 
di Platone (lavoro obbligatorio di tutti, e ripartizione dei beni secondo i bisogni razionali 
d'ognuno), essa non è altra cosa dal comunismo. E cosi se vogliansi ridurre i principii di 
Zenone a una formula fondamentale, ne risulta senz'altro la formula anarchica : Ognuno 
lavora secondo la sua capacità, liberamente misurata, e consuma secondo i suoi bisogni. 

Fare una critica della teoria zenonica sarebbe quindi fare una critica del sistema anar- 
chico. Noteremo piuttosto che Zenone stesso non considerò già la sua dottrina come 
una visione poetica o filosofica, ma è certo che la ritenne perfettamente capace d'essere 
tradotta in realtà, e la stessa cosa ci si afferma di Platone rispetto al sistema suo. Se non 
che V illusione di quest'ultimo si spiega più facilmente per la natura stessa della sua dot- 
trina e perchè pensava di tradurla in realtà nella sfera ristretta di un popolo scelto e dietro 
la guida di una severa pedagogia sociale. Zenone, invece, che unisce tutto il mondo nel- 
l'amore, tocca il sommo dell' accecamento dottrinario nel misconoscere il cuore umano. 
Potrebbe far meraviglia che una grande intelligenza dell'antichità sia giunta a tanto, se 
non sapessimo che Lessing e Fichte ebbero un simile ideale, bensì in rapporto all'ultimo 
avvenire, ma pure seriamente presagito e confessato. Guanto alla storia, essa non può a 
meno di notare che simili teorie nell'antica Grecia furono tra i sintomi della finale deca- 
denza e rovina, politica ed economica, della nazione. 

Le Correspondant (io giugno), Parigi: 

La questione femminista in Italia. — Trattando di questa questione, la signorina Me- 
legari accenna anzitutto alle cause che finora si sono opposte all'estensione del movimento 
femminista nel nostro paese. Queste cause sono : il numero prevalente dell'elemento ma- 
schile, il quale fa si che le donne nubili sieno poche e quindi manchi quel <C terzo sesso > 
che si ha. per esempio, in Inghilterra; poi l'amore ancora preponderante nel cuore della 
donna, la vita di famiglia intimamente organizzata, la religione conservatrice, il livello 
più basso di cultura della donna italiana in confronto con quelle di altri paesi, e finalmente 
l'idea, inveterata nel popolo, della padronanza dell'uomo sulla donna. 

Per tutte queste ragioni l'organizzazione del femminismo in Italia è di data recente e 
ì suoi risultati sono tutt'altro che brillanti. Una delle prime e principali sue propugnatrici 
è stata Gualberta Alaide Beccari, direttrice del giornale La Donna, il quale cessò le sue 
pubblicazioni nel 1S94 e fu sostituito dalla Vita Femminile, diretta dalle signorine Mariani, 
Malnati e Amadori. Prima di queste, il femminismo fu propugnato, oltre che dalla Bec- 
cari, da Anna Maria Mozzoni, che rappresentò l'Italia a Parigi al Congresso dei diritti 
delle donne nel 1878, dalla celebre improvvisatrice Giannina Milli, da Paolina Schiff; con 
scarso esito, però; e anzi le italiane che più contribuirono alle riforme legislative in fa- 
vore del loro sesso e allo sviluppo dell'insegnamento femminile, si guardarono dall'ina!- 



80 MINERVA 

berare la bandiera del femminismo, fedeli al motto di Erminia Fuà Fusinato : « Secondo 
me, il termine emancipazione della donna significa : emancipazione dalla miseria e dalla 
ignoranza ». 

Dopo l'Esposizione femminile Beatrice organizzata nel 1890 a Firenze, si formò un co- 
mitato per propugnare in favore della donna l'educazione integrale e i diritti civili e po- 
litici ; e nel 1894 Paolina Schiff fondava a Milano una federazione di Leghe femministe 
con sedi a Bologna, Milano, Torino, Venezia, Firenze, Roma, alcune delle quali ora non 
esistono più, mentre le più attive sono quelle di Milano e Torino. Queste associazioni, i 
l ui statuti differiscono in qualche punto l'un dall'altro, portano nel loro programma tutti 
i diritti politici per la donna ; ma non li propugnano ancora apertamente, perchè vedono 
che il terreno non è preparato, e finora, per prudenza, si sono limitate a iniziative d'or- 
dine filantropico ed educativo, piuttosto che sociale e politico : casse di assicurazioni ma- 
terne, società protettrici delle istitutrici, riforma degli ospizi e istituti per fanciulle povere, 
fondazione di scuole professionali per figlie d'operai, ammissione delle donne nei Consigli 
amministrativi delle opere pie, conferenze d' igiene per operaie, ecc.. ecc. Il numero delle 
donne appartenenti a queste leghe è, però, molto limitato: su 15 milioni di donne non 
se ne contano che 150; la maggior parte sono figlie di professori, maestre pubbliche o 
private, scrittrici. 

Poiché le vere condizioni delle donne italiane non Bono abbastanza conosciute, la fe- 
ione suddetta ha preso l'iniziativa di una inchiesta per far al pubblico il 

vero stato della questione ; e sui risultati di questa inchi< tracciata una carta geo- 

grafica dello sviluppo e delle forme che l'attività femminile prende nelle varie regioni 
d'Italia. Si vedrà allora che, per quel che riguarda le nuove professioni, le donne in 
questi ultimi anni hanno fatto qualche progresso: considerevole è, pe; esempio, il nu- 
mero delle impiegate alle poste, ai telegrafi, e ai telefoni; alcune hanno dei posticini 
nelle amministra/ioni delle ferrovie, nelle Banche, nel commercio. nelle 

biblioteche; il numero maggiore è però sempre quello delle insegnanti, che sono più 
di 40,000. 

Da ventidue anni sono aperte alle donne italiane 1<- università; ma, dopo i primi en- 
tusiasmi, succedette una sosta, tanto più che alle laureate in legge non è ]>erm< 
cizio dell'avvocatura, e quelle in medicina non trovano clienti. In tutto il Kegno non -i 
contano più di 140 studentesse; e si noti che non tutte continuano negli studi, ma molte 
li interrompono. Le scuole professionali sono oggetto di continue cure da parte delle fem- 
ministe; ma queste scuole non giovano ad aumentare il numero delle professioni acces- 
sibili alle donne; e a tale scopo servono di più le scuole commerciali. 

Tutto sommato, si può ben dire che in Italia l'opinione pubblica è ancora indifferente 
od ostile alla questione dei diritti della donna. Più favorevole al femminismo si mostra, 
invece, la legislazione. Il Codice civile, promulgato nel 1865, permette alla donna di am- 
ministrare da sé i propri beni non dotali, di esercitare il commercio e di disporre dei 
propri guadagni. Nel 1S77 essa fu ammessa a testimoniare negli atti pubblici e nelle cause 
civili. Nel 1890 la legge sulle opere pie le accordò il diritto di far parte del Consiglio 
di amministrazione di queste opere, e la legge 15 giugno 1S93 per l' istituzione dei 
collegi dei probiviri stabilisce che nelle liste elettorali siano comprese le donne. Quanto 
al diritto di suffragio nelle elezioni amministrative, più di una volta, a cominciare dal 
1876, ne fu fatta proposta alla Camera; ma la proposta non fu mai votata. Il Governo 
italiano si è, però, mostrato quasi sempre favorevole al miglioramento delle condizioni 



RIVISTA DELLE RIVISTE 8l 



della donna, sopratutto in quanto si riferisce all'insegnamento. Così pure molti progetti 
di legge sono stati presentati per regolare il lavoro delle donne secondo i principii della 
igiene e dell'equità; ma finora le relazioni delle Commissioni incaricate di esaminarle si 
sono accumulate l'una sull'altra senza esser mai sottomesse al voto del Parlamento. 

Il numero delle associazioni femminili è in Italia molto ristretto ; ci sono alcune coo- 
perative, alcune società di mutuo soccorso, ma non è nulla di serio né di organizzato. 
Nelle associazioni socialiste ci sono delle sezioni femminili, ma allo stato embrionale. 
L'operaia italiana, con la sua naturale intelligenza e finezza, potrebbe dare un potente 
aiuto al femminismo ; ma è difficile che essa si lasci guadagnare alla causa dell'emanci- 
pazione, e ciò per le stesse ragioni che valgono per le classi superiori. In generale, le ita- 
liane non sono ancora pronte a formare fra di loro un aggruppamento serio : prima di 
arrivare a questo, è necessario che il loro spirito si sia fortificato, che esse abbiano con- 
quistato la libertà interna, frutto di un costante sforzo intellettuale e morale. Esse non 
saranno mai le fiere e indomabili scandinave, non le perseveranti e indipendenti anglosas- 
soni ; ma potranno costituire un elemento buono e forte, che con risoluzioni calme e 
giuste potrà migliorare le condizioni economiche della donna e rialzarne l'azione morale 
senza turbare le sue funzioni sociali. 

— (io luglio): 

La donna italiana nelle varie regioni della penisola. — La stessa scrittrice pub- 
blica un altro articolo in cui, dopo aver constatato che la donna italiana dei nostro se- 
colo è meno conosciuta di quella degli altri paesi, e dopo aver messo a riscontro l'ita- 
liana del passato con quella dei nostri giorni ed esposto le cause della trasformazione di 
quest'ultima, nota i caratteri comuni a tutte le donne italiane in generale e quelli speciali 
delle abitatrici delle principali regioni della penisola. Saremmo tentati di riprodurre per 
intero l'eccellente articolo, cosi profondo, così pieno di finissime osservazioni ; non potendo 
farlo, ne diamo almeno un largo sunto, uscendo dai limiti nei quali siamo abituati a tenerci 
in questa rubrica, con una indiscrezione di cui chiediamo venia all'egregia scrittrice. 

Anzitutto un'osservazione preliminare: se negli uomini, che pur sono pareggiati nel 
servizio militare e nella vita pubblica, si vedono ancora, dopo trentotto anni di unità po- 
litica, le tracce degli elementi disparati dovuti alle guerre di cui la penisola fu teatro in 
tutti i periodi della sua storia, di modo che riesce difficile stabilire dei caratteri generali 
applicabili a tutte le regioni, tanto più ciò vale per le donne, nelle quali si è maggior- 
mente mantenuta l'impronta delle origini primitive e della mescolanza di razze. Le diffe- 
renze sono meno sensibili nella categoria ristretta delle signore che viaggiano. 

La trasformazione che ha cambiato il tipo tradizionale della donna italiana, cioè della 
creatura appassionata, violenta, ma senza psicologia e quindi senza interesse, nella donna 
moderna, è cominciata verso il primo quarto del nostro secolo, e fu dovuta al patriottismo. 
Le italiane del secolo xvn e del xvm erano, in generale, ad eccezion fatta per quelle di 
alcune città dell'Italia settentrionale, Vicenza. Venezia e Bologna, frivole, civettuole, di 
una morale molto larga ; non si occupavano di politica, non di letteratura. Fu il patriot- 
tismo che, coi dolori e coi sacrifizi da esso imposti, le rialzò, le richiamò al vero scopo 
della vita, ne fece delle madri e delle cittadine, le ricondusse a sentimenti eroici e disin- 
teressati. Quando gli uomini non vissero più unicamente per il piacere, le donne diven- 
tarono anch'esse serie e forti, e nel periodo eroico delle lotte per la nostra indipendenza 
si adoprarono anch'esse con tutte le loro forze, e con gli uomini divisero i pericoli, l'e- 

Jfinerva, XVI. 6 



82 MINERVA 

silio (e questo contribuì ad allargare le loro idee), il dolore delle sconfitte, la gioia delle 
vittorie. 

Ed ora ecco i caratteri comuni alle donne italiane di tutte le province. Il più generale 
è quella perfetta naturalezza che si nota nel loro comportamento e nel parlare : esse sono 
le donne meno vane di tutta 1'Kuropa, lontane da ogni posa, da ogni affettazione. Questa 
qualità della donna italiana si manifesta sopratutto nelle sue relazioni coli 'uomo, che por- 
tano l'impronta della più grande semplicità e franchezza. La sorda lotta fra l'uomo e la 
donna descritta dai romanzieri decadenti è molto meno accentuata in Italia di quanto lo 
sia negli altri paesi d'Europa; e quanto all'amore; questo sentimento non occupa più nelle 
signore il posto che occupava fino a vent'anni fa; i loro costumi sono diventati infinita- 
mente più puri; gli scandali, le separazioni sono rare; solo nel popolo la passione con- 
ferva ancora tutti i suoi diritti, e le tragedie amorose e i delitti passionali sono molto fre- 
quenti. Il sentimento della maternità, che nel secolo scorso aveva un' importanza cosi 
scarsa nella vita delle donne, ha preso nella nostra epoca uno sviluppo che si può dire 
eccessivo, perchè fa si che, sopratutto nelle classi medie, i figli, massime i bambini, 
i veri tiranni di casa; e a questa tirannia si piegano perfino gli uomini, e dei mariti me- 
diocri o infedeli sono talvolta padri tenerissimi. Questa intimità della vita di famiglia contri 
bmsce a stringere fortemente i vincoli fra i due coniugi, tanto più che i matrimoni non si fanno 
una volta, quando i giovani venivano fidanzati dai genitori, senza neppur conosi 

Le italiane dei giorni nostri, confrontate con quelle di altri pa- ataniente con 

le inglesi e con le francesi, sono loro inferiori per larghezza di spirii* 

azione pratica e per sviluppo di attività, ma viceversa sono superiori per natura! 
spontaneità e istintiva tine/za. Le giovani dai venti ai venticinque anni non sani: 
sole da un capo all'altro dell' Eui inglosassoni, non hanno l'arte, propria 

•ne, di dar eleganza agli oggetti più modesti, di riunire l'utili 
intellk optici, originali, e abbastanza sincere. 

Di tutte le donne italiane, le romane sono le più fiere e le più ribelli al lavoro 
popolane passano la maggior parte della giornata a chiacchierare coni' e piuttosto 

r cendere il fuoco per far da mai mno a provvedervi dal friggitore; di 

portano fardelli; camminano, a mani vuote, accanto al marito* ai figli, senza peo 
nemmeno a prendere la loro parte del peso di cui sono carichi; in Campagna 
lungi dal compiere il rude lavoro delle lombarde. < Juesta caratteristi, 
nerale, in tutte le classi sociali: (piando il ma a, la moglie 

le mogli dei negozianti che spesso lavorano nella bottega del marito, ma 
si ras^< -nano a essere semplici strumenti, bensì acquistano tale autorità che gli uomini 
non concludono un affare se prima non le hanno consultate. Non minori sono le pretese 
delle signore, le (piali hanno un'idea altissima di quel che è loro dovuto, ma non pos- 
ino allatto lo spirito di abnegazione o di umiltà; esse vogliono vite, non 
servire. Di fronte poi alle donne delle altre città d'Italia affettano una superiorità che tal- 
volta arriva all'insolenza. Il rispetto di cui sono state circondate per secoli e secoli e la 
fede nella loro origine superiore hanno dato alle donne di Roma una fierezza di porta- 
mento che manca alle altre italiane, le (piali, viceversa, possono vantarsi di uno sviluppo 
intellettuale e morale più completo. È vero che, al contatto delle idee che affluiscono a 
Roma da tutta l'Italia e da tutta l'Europa, le romane si sono anch'esse sviluppate; ma 
ciò vale sopratutto per le classi alte; la borghesia non partecipa che molto debolmente 
al movimento, fecondo di utili iniziative, dei giorni nostri. Le popolane, poi, pensano so- 



RIVISTA DELLE RIVISTE Sj 



pratutto al godimento materiale della vita: indifferenti alla toletta — anche le più ricche 
fra esse non portano cappello — spendono sopratutto nel mangiare e nel bere; nessuna 
civetteria anima i loro grandi occhi sereni, i loro gesti sobrii; ma sotto quella impassibi- 
lità cova il fuoco di violente passioni che di quando in quando prorompono dando luogo 
a sanguinosi drammi. 

La napoletana è l'opposto della romana : non più la matrona maestosa, impassibile, 
dalle forme giunoniche, dalla fronte bassa; ma la creatura impetuosa, vibrante, dagli oc- 
chi di fiamma, verbosa, schiava dell'uomo. Istintivo a Napoli il sentimento della famiglia ; 
per il marito, per i figli la napoletana è capace di tutto ; non la spaventa il sacrificio, non 
il delitto. La popolana è ignorante, ma intelligentissima; peccato che sia di una pigrizia 
ereditaria incredibile : la sua vita è dominata dall' amore, e in giovanissima età ha già 
l'amante di cui teme gli sfregi e che perseguita con la sua gelosia. Nella borghesia si 
ritrovano alcuni tratti caratteristici del popolo, e la vita di famiglia è intensa e si estende 
a tutta la parentela; le donne fanno vita molto ritirata e fino a pochi anni fa non usci- 
vano sole per le strade; le mogli dei negozianti, poi, considerano addirittura come un 
disonore il venire a contatto col pubblico. Nella borghesia la cultura è quasi nulla, e an- 
che qui supplisce l'ingegno naturale; le donne poi sono virtuose. Viceversa, l'aristocrazia 
è galante ; ogni signora ha la sua piccola corte composta di tre o quattro fedeli, e l'abi- 
tudine del « cavalier servente » dura tuttora, benché il nome sia sparito. In generale, 
1 aristocrazia nera è di costumi meno severi della nobiltà liberale. In tutte le classi sociali, 
però, la napoletana è un essere tutto espansione e spontaneità; ingenua e astuta, franca 
fino all'indiscrezione, devota fino al sacrificio, tenera, facile, buona. Essa ama la grandio- 
la magnificenza, il lusso, perfino nel parlare: è eccessiva e violenta nelle manifesta- 
zioni della gioia e del dolore, ma, come accade in tutti i temperamenti focosi, non sente 
fortemente, presto dimentica, nessun impulso è in essa durevole. 

La toscana non somiglia né alla romana né alla napoletana : è più fina, abile, scettica ; 
non maneggia il coltello come la popolana di Napoli, ma sa maneggiare abilissimamente 
la lingua; non ha la bellezza scultoria delle figlie del Lazio, ma ha la grazia e lo spirito. 
Le fiorentine sono chiamate a ragione le parigine d'Italia; vestono sempre con gusto, sono 
sobrie, non buttano via il denaro nel mangiare ; sono più colte delle loro sorelle meri- 
dionali, più spiritose, talvolta anche mordaci. Le donne del basso popolo, le ciane, se 
provocate, possono diventare delle furie, e prorompono in torrenti d'imprecazioni di una 
ricchezza tale da far meravigliare. Nell'aristocrazia e nella borghesia non si hanno di questi 
s :oppii : il benessere le ha rese indolenti, e sono troppo scettiche per reagire e indignarsi 
sul serio per cose da nulla; ma quando sono in giuoco i loro interessi, sanno difendersi 
coll'ironia, colFintrigo, coll'astuzia. Nelle fiorentine è molto sviluppato il senso artistico, e 
per persuadersene basta entrare nelle loro case, belle, linde, graziose. Perfino la più sem- 
p'ice contadina (le donne di campagna lavorano anch'esse, ma non faticano quanto le lom- 
barde) dispone ogni cosa con una certa eleganza. 

La piemontese è molto patriota di cuore, ma poco italiana di razza; non ha la grazia 
foga delle sue sorelle dell'Italia centrale e meridionale, ma in compenso possiede 
serie qualità di massaia e di madre di famiglia; ordinata e savia, consena sempre una 
certa correttezza; ama il moto, la vita attiva, lo sport, e adora il ballo. La donna del po- 
polo e delle classi medie lavora di buona lena. Anche nella nobiltà le abitudini sono sem- 
plici: niente lusso, niente sontuosità; l'aristocrazia piemontese è stata sempre povera: 
perciò a Torino il denaro non serve a procurare considerazione : si è stimati per il nome 



84 I RVA 

che si porta o per il grado ufficiale che si occupa, non per l'eleganza o per il lusso che 
si spiega. Le piemontesi delle classi alte sono di aspetto distinto, spesso graziose, potreb- 
bero essere prese per francesi, giacche non hanno nulla che ricordi la razza italiana. Piut- 
tosto devote, si occupano attivamente di opere di carità, nelle quali recano uno spirito 
d'ordine e di metodo. Più forte che non nelle altre regioni d'Italia è la separazione fra 
aristocrazia e borghesia, e persistono ancora le tradizioni feudali. Finche Torino fu la ca- 
pitale d'Italia, anche le donne presero parte alla vita pubblica; ora che l'antica residenza 
re di Sardegna è diventata una città di provincia, i salotti politici si sono chiusi, 
l'orizzonte si è ristretto; dura solo il ricordo dell'eroismo che trasformò il piccolo remilo 
in un grande paese. 

Le lombarde sono, dopo le romane, le più belle donne d'Italia; ma delle romane sono 
ben più vivaci; gli occhi lampeggianti, la folta chioma, l'alta statura indicano una razza 
forte, che vuol godere e vincere. La milanese ama il lusso, la toletta, la vita comoda; 
l'aristocrazia e la borghesia sono ricche, il popolo agiato; le donne non hanno bisogno 
di lavorare; solo in campagna sopportano le più dure fatiche. Pregiudizi feudali niente. 
se a Torino regna l'aristocrazia, a Milano domina la plutocrazia. Dal punto di vista fem- 
minile, Milano è una città molto avanzata e nello stesso tempo molto retrograda; non vi 
è ancora comprato il r.. milito sociale della donna nel mondo, ma le operaie sono orga- 
nizzate meglio che altrove per la difesa dei loro interessi ; anche le scrittrici sono più in- 
coraggiate che non nelle altre città della penisola, e godono di maggiore indipendenza in 
confronto con le torint le veneziane. 

La veneziana, languida e indolente, è portata, dalla vita della laguna, alla pigri/ 
alla fantastiche conservati gli antichi costumi: è la città dei pia 

•ioni, della vita notturna. Eppure, quarta città che, intellettualm- : 
ralmente, può dirsi ritardataria. è quanto mai liberale, ed e dominata, non politicali 
ma socialmente, dallo spirito repubblicano. Niente pregiudizi; i più grandi, i più gì 
nomi non isdegnano ili unirsi ai nomi borghesi: eflètto della reazione contro l'esclusivismo 
Austriaco. Le veneziane sono state forti patriote: dopo il '48, fino alla liberazione, hanno 

;o il lutto, non hanno preso parte ad alcuna festa, hanno 1 e lottato 

l'astensione contro il regime detestato; ora che lo scopo è ottenuto, riposano; hanno ri - 
la vita di prima nella pace e nel silenzio della laguna. 

Le sei regioni che abbiamo passato in rassegna non rappresentano tutta la femminilità 
d'Italia. Vi sono altri tipi ancora: la ligure, che non si avvolge più nel mezzaro biai 
ma conserva la maestà del portamento; la sarda, agreste, originale, vendicativa; la si< i 
liana, selvaggia nelle passioni, misto di tre razze: greca, africana e normanna; la ro- 
magnola, idealista, impetuosa, rivoluzionaria di spirito e bella di corpo ; e tante e tante 
altre ancora. 

Revue Encyclopédique Larousse (18 giugno), Parigi: 

Il Congresso degl'insegnanti secondari a Parigi. — A questo Congresso, che fu 
tenuto dal 14 al 16 dello scorso aprile, furono rappresentati 144 istituti di istruzione se- 
condaria ; oltre ai delegati di questi istituti, molti altri insegnanti vi presero parte, sicché 
il Congresso riusci più numeroso di quello dell'anno scorso, il primo, in cui fu istituita 
in associazione provvisoria di mutuo soccorso. 

Delle deliberazioni prese da questo Congresso, quelle che hanno un interesse più ge- 
nerale sono le seguenti. Anzitutto, è stato votato un regolamento generale da applicarsi 



RIVISTA DELLE RIVISTE 85 



ai Congressi futuri : possono assistervi tutti gl'insegnanti secondari in attività di servizio, 
in congedo o in pensione, e i professori degl'istituti privati iscritti nel ruolo d'anzianità ; 
i congressisti delegati dispongono di un numero di voti eguale al numero dei loro man- 
datari. 

Il Congresso si è occupato in modo speciale delle opere di assistenza e di assicura- 
zione e ha preso una deliberazione della massima importanza : l'associazione provvisoria 
aveva raccolto in un anno più di 12,000 franchi e aveva distribuito numerosi soccorsi alte 
famiglie degli aderenti ; per continuare su questa via è stata fondata definitivamente gna 
società di mutua assistenza, ne è stato discusso e votato lo statuto, e la quota annua è 
^tata fissata a io franchi. 

Per mancanza di tempo è stata differita una questione che figurava all'ordine del giorno: 
la riduzione dei programmi di storia e di geografia. In generale, poi, molto si è insistito 
sulla necessità di rialzare il livello degli studi scientifici e sopratutto di dar loro un ca- 
rattere pratico, e in questo senso il Congresso ha votato una mozione. 

Finalmente il Congresso si è occupato dell'estensione universitaria, intorno alla quale 
si trovano importanti notizie nel Rapport sur Véducation populaire en i8g6-gj presentato da 
Edoardo Petit al Ministro della Pubblica Istruzione. Il Petit sta lavorando intorno a una 
nuova relazione nella quale sarà descritta l'opera svolta ultimamente in questo campo a 
Parigi e in provincia dai professori e persino dagli studenti : quest'anno hanno parteci- 
pato a questo insegnamento popolare circa duemila insegnanti secondari ; e il prof. Chau- 
velon, nella relazione presentata su quest'argomento al Congresso, dice fra altro: «Questo 
prolungamento dell'azione universitaria, questo movimento di estensione (poiché è questa 
la parola ormai consacrata dall'esperienza decisiva dell'Inghilterra! non sarà durevole e 
non darà frutto se non sarà ordinato... Bisogna che, nello stesso ordine d'idee, ogni liceo, 
ogni collegio sia, a modo suo, una piccola università, un centro d'azione o. per dir me- 
glio, di estensione universitaria... Ripetiamo che il problema è difficile; si tratta di una 
opera che richiede molto tempo. Sappiamo dopo quanti anni (quaranta e più) e con qual 
metodo sperimentato di lunga mano le tre grandi Università inglesi sieno riuscite ad as- 
sicurare ai loro concittadini il beneficio di un'educazione elevata e popolare nello stesso 
tempo, la quale ha sparso tante idee giuste e — quel che più importa — ha volgarizzato 
il gusto dello studio e l'abitudine della riflessione. Sono cose, queste, che non si copiano, 
né s'improvvisano ». Il Congresso finì col votare una mozione nella quale si chiede che 
i professori possano organizzare liberamente l'estensione universitaria, però, tenendosi sem- 
pre lontani da ogni azione politica. 

Il prossimo Congresso sarà tenuto nel 1899; nel 1900, poi, si terrà a Parigi un Con- 
50 internazionale dell'insegnamento secondario. 

Nouvelle Revue ( i 5 giugno), Parigi : 

L'educazione del popolo. — L'autore di questo articolo» Gustavo Téry, si propone di 
dimostrare una cosa: che coloro i quali, in Francia, si occupano con tanto zelo dell'istruzione 
del popolo, hanno battuto finora una strada falsa, e che bisogna cambiar sistema. La «So- 
cietà nazionale per le conferenze popolari » ha organizzato durante lo scorso anno 30,000 
conferenze; e questa è certamente una bella cosa; ma i risultati sono mediocri e lo scopo 
che l'opera si propone non è ottenuto. 

Le cause di questa non riuscita sono parecchie. Anzitutto, nelle città in cui si tengono 
conferenze e corsi per adulti, le prime diventano delle riunioni di borghesi, dove l'operaio 



86 MINERVA 

non osa penetrare; quanto ai corsi d'istruzione, in primo luogo gli operai non sanno nem- 
meno che cosa veramente sieno, e quindi sarebbe opportuno che lo si facesse loro sapere 
per mezzo di una attiva e benintesa propaganda nelle officine d'accordo coi principali ; 
in secondo luogo, bisognerebbe che i corsi fossero coordinati e sopratutto meno ufficiali, 
meno didattici, meno pedagogici, più pratici; che fossero piuttosto delle amichevoli con- 
versazioni, lontane da qualsiasi severità cattedratica, aventi per oggetto cose d'interesse im- 
mediato; e perciò occorrerebbe che i conferenzieri fossero reclutati non esclusivamente fra 
gl'insegnanti, maestri o professori, ma anche e sopratutto fra medici, avvocati, ingegneri, 
architetti, industriali e commercianti. Per la stessa ragione bisognerebbe che l'educazione 
del popolo non si facesse solo nella scuola, giacché la sola parola « scuola » basta ad al- 
lontanare non pochi, i quali — sarà una debolezza, ma è cosi — ognaoo di * nu- 
dare a scuola » cosi grandi. 

Finalmente — e su questo punti» il ratutto il Téry — bisognereb 

tare l'insegnamento per mezzo del divertimento; e in d l'esempio dell'In- 

ghilterra, dove, per attirare i popolani, tutte le opere istituite per il popolo, come 
Haal, i l 'alazzi del popolo, ecc., moltiplicano gli svaghi e le seduzioni, e offrono sp 
coli teatrali, concerti, escursioni, giuochi, thè. L'operaio che si rifiuta di « tornare 
va volentieri a una conferenza, ■ OPralUtto se vi si fa anche un po' di musi 

gli spettacoli teatrali, gratuiti oa prezzo ridottissimo, avrebbero almeno il va 
pugnabile di sottrarre il popolo alla malsana influenza d< rie. E 

qui vale la pena ili citare, fra mille altri esempi inglesi, quello della , 
la quale, come una ballerina di pn . ha imparato testé la dai 

tacolo ogni settimana davanti agli operai di Londra per (sviarli dai bar dove si (impili 
di bevande alcooliche. 

Poiché, insomma, più che istruire il popolo, quello che importa è di educarlo. 
rebbe bene che in tutte le grandi città di provincia, accanto al iti filantr 

come gli ospedali, gli asili, i brefotrc orgessero stabilimenti simili ai « l'ala.. 

popolo * di Londra e della maggior parte delle città inglesi : case che i 
nelle serate invernali, un insieme di oneste e sane ricreazioni non solo ai giovani op 
ma anche alle donne, ai fanciulli, ai poveri vecchi abbandonati. 

Si dirà the per far ciò occorre denaro; e il denaro si troverà ricorrendo, come si è fatto 
in Inghilterra, alla generosità pubblica; e si potrà cominciare con poco, modestament* 
rtezsa che, visto il buon risultato ottenuto dall' iniziativa privata, municipii e Gov 
non negherebbero incoraggiameli' lii. Né si dica che in Francia esiston 

tuli di questo genere; giacche i Circoli popolari e simili ora esistenti non sono che mezzi 
di propaganda demagogica o clericale: occorrono istituti liberi, che tolgano l'operaio da 
ogni influenza corruttrice e lo rendano conscio della propria dignità. Né ultimo dei mol- 
ai vantaggi ili quest'opera sarebbe il ravvicinamento, se non la riconciliazione, delle 
classi sociali. 

Réforme Sociale (15 giugno), Parigi: 
Gli orti operai negli Stati Uniti. — In aggiùnta alle notizie già date intorno a questa 
nuova forma di assistenza col lavoro in vari paesi d'Europa 1), il signor L. Rivière for- 
nisce alcuni particolari intorno all'organizzazione degli orti operai negli Stati Uniti. 



1) L'importante articolo è stato da noi riassunto nel fascicolo d'aprile di quest'anno (pag. 317). 

N. d. R. 



! 



RIVISTA DELLE RIVISTE 87 



Ricordiamo che l'istituzione consiste in questo: dare agli operai disoccupati dei lotti 
di terreno da coltivare. Le città dell'Unione americana che hanno seguito l'esempio dato 
su questa via da Detroit e da New York nel 1894 si possono dividere in tre gruppi se- 
condo che l'istituzione è organizzata dalle autorità municipali, dalle società di beneficenza 
già esistenti, o da comitati speciali. 

Appartengono al primo gruppo Detroit, Buffalo, Reading, Kansas-City, Toledo. A Detroit 
il municipio' è riuscito con questo mezzo a risparmiare in tre anni circa 61,000 dollari sui 
soccorsi che avrebbe dovuto distribuire, e per l'esercizio 1897 il Consiglio comunale ha 
portato la sovvenzione a 5,000 dollari. A Buffalo sono state aiutate, nel 1897, 10,590 per- 
sone con una spesa complessiva di 3,000 dollari e con una economia per le finanze mu- 
nicipali che si calcola a 30,000 dollari. 

Il secondo gruppo è formato da New York, Brooklyn, Boston, Chicago, Seattle, Dayton 
(Ohio) e Omaha. In queste città le società organizzatrici della nuova opera hr.r.no prefe- 
rito far appello al concorso di qualche società di beneficenza già esistente e di carattere 
più generale, come le Charity Organization Societies, e a Brooklyn il Bureau qf charities. 
Boston è finora l'unica città in cui si sia presa in affitto tutta una tenuta per assicurare la 
perpetuità dell'opera e impedire così che i concessionari possano essere sfrattati nel caso 
di vendita del terreno da essi occupato. La superficie di questa tenuta è di 60 acri, ed è di- 
visa fra 60 a 80 famiglie. A New York il municipio ha messo gratuitamente a disposizione 
dell'opera, per l'esercizio 1898, 321 acri di terreno nel parco di Pelham. 

I comitati speciali sorti per organizzare la coltivazione dei terreni vacanti hanno con- 
servato la direzione esclusiva dell'opera a Denver, Filadelfia, Minneapolis e Providence. 
A Denver si è costituito a questo scopo anche un comitato di signore, e un terzo di 66 
lotti di terreno è concesso a donne. A Filadelfia l'opera data solo dal 1S97 ; ma per le 
ti adizioni filantropiche della « city of homes » ha preso subito un'importanza considere- 
revole : 96 lotti, dell'estensione media di un quarto d'acro 1) ciascuno, sono stati ripartiti fra 
altrettante famiglie, e, in base ai registri statistici tenuti con gran cura dagl'interessati 
stessi sotto il controllo del super intenderti, si è potuto accertare che la produzione degli 
ortaggi ha toccato, nel detto anno, 5,965 dollari, il che corrisponde a una media di 62 dol- 
lari per lotto. Le spese del comitato salirono a 1,825 dollari; il lavoro dei concessionari 
ha, dunque, più che triplicato il valore del sacrificio fatto in loro favore. Ogni concessio- 
nario riceve i semi gratuitamente; quanto agli strumenti rurali, deve procurarseli da sé; 
ma se non ha denaro per comperarli, il comitato glieli fornisce rifacendosi poi sul prodotto 
della raccolta. Tutti gli orti devono essere coltivati su di un piano stabilito, metà a patate, 
metà ad altri ortaggi, e i coltivatori devono conformarsi al regolamento di cui vien fatta 
loro lettura prima di dare la concessione. 

Qualunque sia il tipo adottato per l'organizzazione, il carattere dell'opera è sempre 
questo: soccorrere l'operaio disoccupato non col distribuire denaro, ma sulla base del 
selj-help, dando all'operaio che può e vuole lavorare il mezzo di provvedere al proprio 
sostentamento. E i risultati sono eccellenti ; in generale, il 95 per cento dei concessionari 
lavorano di buona lena dando prova della migliore volontà; i prodotti sono buoni e freschi, 
e quindi si vendono a prezzi superiori a quelli degli ortaggi che vengono da lontano; e 
in generale, il rendimento dei lotti di terreno varia dal triplo al quadruplo della somma 
che vi si spende. Quanto all'estensione dei lotti, si consiglia, in base all'esperienza, un 



l) L'acro corrisponde a ettari o. 44. 



88 MINERVA 

minimo di io acri (4 ettari) ; e siccome questi terreni sono generalmente concessi a titolo 
precario, sotto condizione di sgombero immediato in caso di vendita, è bene costituire in 
ogni città una fattoria cooperativa, come quella che fa ottima prova a New York. 

Uno dei principali elementi di successo dell'impresa è la scelta del superintendent . 
dev'essere un uomo di carattere, diligente ed esperto, se non si vuole che l'opera cada 
miseramente. Quanto ai fondi necessari per formare un gruppo di orti, essi sono stati 
sempre ottenuti senza difficoltà. Le spese non sono alte: la principale consiste nella for- 
nitura dei semi, e a ciò si è ottenuto che pensasse il Governo; del resto, se non si 
sono dare i semi gratuitamente, l'amministrazione dell'opera può poi farsi rimborsare dai 
concessionari. l'er ovviare all'esaurimento del suolo, bisogna variare le coltivazioni, e a 
questo deve pensare il sovrintendente. Finalmente, per rendersi conto dei risultati della 
impresa, è assolutamente necessario tenere un'esatta statistica; e qui può servire d'esr 
il comitato di Filadelfia che, come si è detto, fa redigere questa statistica dagli interessati 

fornendo loro appositi moduli d wono riempire e trasmettere ogni mei 

l'amministrazione. 

Quanto ai risultati morali dell'impresa, non occorre qui ripetere quello che già 
detto nell'altro articolo; si tratta di un vero e proprio rinnovamento morale di tatù 

: nienti, eoa tutta la loro buona volontà, andrebbero a finire nel modo più 
miserevol l'opera merita di essere caldeggiata e favorita ila tutti i buoni. 

Istoritcheski Westnik (marzo), Pietrobun: 

Bakunin: la sua autobiografia e la sua evasione. — I nuovi documenti che la ri- 
1 pubblica intorno al celebre rivoluzionario consistono sopratutto in alenili fram- 
menti di un'autobiografia « lie il Bakunin siri-.se prima di partire dalla Russia e che ' 
famiglia ha religiosamente conservati. 

« Non I10 ricevuto — egli - educazione n li cappellano della 

1 famiglia, uomo eccellente al «piale volevo un gran bene perche d portava delle 
Chicche, mi fe< e alcune lezioni di catechismo che non lasciarono traccia di sorta r. 
nel mio spirito, l'.ro p > che credente, o per meglio dire in< 

Intono alla morale, ai diritti e ai doveri erano molto 
ma non un principio. Istintivamente, per abitudine contratta fin dall' in- 
^ nell'ambiente in cui vivevo, ho amato il bene e i buoni e ho detestato i ( 

re in grado di rendermi conto di quello d 1 bene o il male. M'indignavo 

e mi ribellavo a ogni ingiustizia; e credo che l'indignazione e la ribellione sieno i due 
sentimenti che si svilupparono in me con molto maggiore energia che non tutti gli altri. 
La mia -ducazione morale era falsa perchè tutta la mia vita materiale e morale era fon- 
ti di un'ingiustizia palpabile, su di un'immoralità assoluta: la schiavitù dei conta- 
dini che nutrivano la nostra oziosità. Mio padre riconosceva pienamente questa immora- 
lità, ma, da uomo pratico, non ne parlava mai con noi. e noi rimanemmo troppo a li 
1 rendercene conto. » 
• :ne tutta la gioventù russa di quel tempo, il Bakunin fu dapprima un fervente hege- 
liano. Nei 1S42 parti per l'estero, fece il giro della Svizzera insieme col poeta tedesco 
-g, e già allora la polizia svizzera lo indicava al Governo russo come un individuo 
pericoloso. Nel 1845 fu implicato nel processo dei socialisti svizzeri, e il celebre giurecon- 
sulto Bluntschli lo denunziò allo czar Nicolò che gli ordinò di tornare immediatamente in 
Russia. Il Bakunin stimò più prudente di non obbedire, e il Senato, per ordine dello czar, 



RIVISTA DELLE Kl VISTE 89 

lo privò del suo grado di ufficiale, de' suoi privilegi di nobiltà, di tutti i suoi diritti, e 
gli confiscò i beni. 

È nota l'attività che il Bakunin spiegò durante la rivoluzione del 1S48, e così pure è 
nota la frase di Caussidière: « Che uomo, che uomo quel Bakunin! Il primo giorno della 
rivoluzione è un tesoro, ma il giorno dopo bisogna fucilarlo ! » 

Bakunin fu arrestato a Dresda, condannato a morte e consegnato all'Austria, la quale 
a sua volta lo consegnò all'autorità russa. Lo czar Nicolò, avendo saputo delle prodezze 
militari del suo ex-ufficiale, rimase molto soddisfatto del suo valore e della sua abilità, e 
gli ordinò di presentargli una relazione particolareggiata intorno al movimento rivoluzio- 
nario in Occidente e sopratutto nei paesi slavi ; il Bakunin accettò l'invito e compilò un 
grosso volume. Nel 1S54 fu trasportato nella fortezza di Schlisselburg, e di là, tre anni 
dopo, fu deportato prima nella Siberia occidentale, poi nella orientale. Qui riuscì a com- 
piere la sua audacissima fuga ; della quale la relazione ufficiale fu ora pubblicata in Russia 
per la prima volta. 

Il 2 luglio 1861 il Bakunin arrivò, sul piroscafo Amar, a Nicolajevsk. come rappresen- 
tante del mercante Sabaschukov e munito di un'autorizzazione, firmata dal governatore 
generale, a visitare tutte le navi del governo. Egli dichiarò alle autorità di essere venuto 
per raccogliere notizie intorno al commercio del paese e chiese il permesso di andare sul 
clipper Strelok a visitare de Castries. Avuto il permesso s'imbarcò ; ma per istrada il ca- 
pitano dello Strelok gli permise di salire a bordo di una nave mercantile che viaggiava 
per la baia di Santa Olga. Su questa nave il Bakunin entrò nel porto giapponese di Kha- 
Kodate. sempre col pretesto di attingere informazioni intorno al commercio del paese, e 
si affrettò a fissare un posto a bordo di un piroscafo americano che partiva per San Fran- 
cisco. Il capitano di questo piroscafo dava quella sera, prima di partire, un pranzo in onore 
di un alto personaggio, e invitò il viaggiatore russo a prendervi parte. Il Bakunin accettò 
e la sera si trovò .... davanti al console generale di Russia. Non per questo egli si 
turbò ; disse al console di aver avuto il permesso di fare una breve escursione, e quando 
il console, mostrandogli la squadra dell'ammiraglio Popoff in procinto dt partire per Ni- 
colajevsk, gli domandò : « Tornate coi nostri ? - il Bakunin rispose pacatamente : « No, 
voglio restare ancora qui per istudiare la popolazione e i costumi ; raccolgo informazioni 
commerciali. » 

Il giorno seguente il fuggiasco usciva dal porto sulla nave americana e passava da- 
vanti alla squadra russa diretto per San Francisco. 

Alessandro II non venne a conoscenza della fuga di Bakunin se non sei mesi dopo, e 
lo seppe da fonte privata. L'inchiesta ordinata dalle autorità durò due anni e mezzo, e 
si venne a sapere che parecchie persone avevano avuto sentore dei progetti del depor- 
tato, ma non avevano preso la cosa sul serio. Furono riconosciuti colpevoli due ufficiali 
di marina ; uno di essi fu condannato a due mesi di fortezza, l'altro a un mese di reclu- 
sione in caserma. 



90 MINERVA 



SOMMARI 



Appleton's Popular Science Monthly (giugno), New York : 

La filosofia dell'insegnamento manuale. — Una crociera fra i villaggi Haida e Tlingit. — 
Aspetti della natura nel Sahara. — La fisiologia della forza e della resistenza. — 11 
secreto dell'atavismo. — La veracità. — I sauriani serpentoidi del mare. — La pace 
come fattore nella riforma sociale e politica. — La letteratura dei negri africani. — 
L'istruzione scientifica nelle scuole femminili. — Le strade romane. — Andrea C. 
Ramsay. — Letteratura scientifica. — Frammenti. 

Asiatic Quarterly Review (luglio), Wokit 

11 Parlamento imperiale, sovrano nelle Indie. — Il darwinismo e sir Enrico Maine, con 
speciale referenza all'India. — la crisi attuale nella circolazione indiana. — La nuova 
ìa: riforme suggerite. — L'amministrazione giudiziaria dell'Egitto. — La posizione 
della colonia del Capo nelle cose africane. — Le colonie imperiali neh' si. — 

Le scritture sacre dei Sikh. — Rapporto sugli studi semitici. — Il tributario 

nella Siria e nell'Egitto. — Recensioni. — Note. 

Atlantic Monthly (luglio), Boston: 

Gladstone. — L'uni: le della Brettagna e dell'America. — L'evoluzione americana. 

— La decadenza della Spagna. — Guerra e danaro: alcuni insegnamenti del 1862. — 
Il pellegrinaggio di un'anta storica inglese. — Lettei 

Ilunt <• «li Roberto Stevenson. — L'ebreo russo in America. 

Century Illustrated Monthly Magazine (luglio), New York : 

terra Aino. — 1 vecchi pittori ingfc io Romney. — Eroi della pace. 

:it.i a Siviglia. — Pittori olandesi moderni — Guglielmo 11 Tono 

dell'arte. — Died anni ili regno di Guglielmo IL — Dell'eguaglianza. — Racconti, 
poesie, illustra/ioni inulte t- splendi 

Contemporary Review (luglio), Londra : 

L'insurrezione cubana. — I e le isole Filippine. — Il signor (.ladstone. — 

religione dei quadri dei Watt. — La « France » del Bodle\ . — Vangeli dell'anarchia. 

— Lo sviluppo del ritualismo. — Violini e ragazze. — La rivolta in Italia. — Il rap- 
porto della Commissione sull'oppio. — La Londra ide 

Fortnightly Review (luglio), Londra: 

11 signor Gladstone. — Alcune lettere (di lui). — Giacomo Leopardi. — Wei-hai 

l'ultimo acquisto degli Inglesi. — Libero scambio e zucchero a buon mercato. — Un im- 
pero che si dissolve (Paustro-ungarico). — Le isole Filippine. — Il teatro nei suoi rap- 
porti con lo Stato. — Il moderno dramma francese. — Possiamo difenderci ^noi, in- 
glesO per mare? — 11 lavoro delle donne. — Coincidenze. — Esiste un'intesa anglo- 
americana ? 

Frank Leslie's Popular Monthly (luglio), New York: 

Alcune celebri battaglie navali. — La fabbricazione dei fuochi artificiali. — Andrea Jackson: 
la sua vita, i suoi tempi, i suoi compatriotti. — Un distretto vinicolo americano. — 
La vita a Manilla. — Le confessioni religiose dell'America. — Sant'Antonio. — Nuovi 
libri. — Poesie, racconti, illustrazioni. 

Harper's Monthly Magazine (luglio), Londra: 

Il popolo e il suo Governo. — L'etica di una corsa di tori. — Note sul giornalismo. — 
La libertà orientale. — Una nuova èra nell'Ovest di mezzo (degli Stati Uniti). — Parole 
vecchie e parole nuove. — Racconti, poesie, illustrazioni (assai belle). 



SOMMARI 9 1 

M.c Clure's Magazine (luglio), New York: 

Il presidente Mac Kinley in tempo di guerra. — La prima battaglia sul suolo cubano. — 
Il più rapido dei battelli. — Il militarismo e la gloria in Inghilterra. — Le forze di 
guerra degli Stati Uniti. — L'America rivisitata in tempo di guerra. 

Monist (luglio), Chicago: 

La filosofia dell'evoluzione. — Lo gnosticismo ne' suoi rapporti con il cristianesimo. — 
Assimilazione col credito. — Il problema sociale. — Dio nella scienza e nella religione. 
Corrispondenza letteraria: dalla Francia. — Recensioni. 

Music (giugno), Chicago: 

Le origini della musica russa. — Sul valore delle notazioni ausiliarie nei primi studi del- 
l' insegnamento del pianoforte. — L'Opera a Firenze. — Lipsia come residenza di stu- 
denti. — Un libro interessante intorno al Brahms. — Intervista con Gian Filippo Sousa. 

— Formalità o libertà nella musica? — Recensioni. 

Nineteenth Century (luglio), Londra : 

L'avvenire anglo-americano. — Un comento sull'articolo « L'Inghilterra in guerra ». — 
Il signor Gladstone e la Chiesa di Roma. — Il signor Gladstone e i Non-conformisti. 
Il giusto castigo degli eretici. — I Salons. — La civiltà del Sudan occidentale. — L'edu- 
cazione rurale. — Cyrano de Bergerac. — La presa dell'Avana per parte degli Inglesi, 
nel 1762. — La manìa wagneriana. — L'arte dello scriver lettere. — I giacimenti di 
carbone in tutto il mondo. 

North American Review (giugno), New York: 

Che cosa faremo (noi Americani 1 delle isole conquistate? — Del fornire di ufficiali e di 
armi i corpi volontari. — Biblioteche libere e municipii. — Si dovrebbe ristabilire (negli 
Stati Uniti) la tassa sulle entrate? — Alcuni aspetti del coraggio. — L'avvenire po- 
litico della Spagna. — La vita letteraria di Londra. — L'affrancamento della Corea. — 
Il commercio di trasporto dei grandi laghi. — Chi dominerà: il Sassone o lo Slavo? 

— Il pulpito e la guerra. — Camere superiori riabilitate. — L'esportazione americana 
del granturco. — II sistema « del sudore » (sweating). — Valore strategico delle Fi- 
lippine. 

Review of Reviews (giugno), Londra : 

Progresso del mondo — Cronaca e necrologio. — In memoriam: W. E. Gladstone. — 
Rivista delle Riviste. — Dell'apprendere le lingue per corrispondenze. — Libri, ecc. 

Westminster Review (luglio), Londra: 

Pensieri sulla morte di Gladstone. — Il Messico e il conflitto ispano-americano. — L'edu- 
cazione moderna. — La parte delle donne nelle amministrazioni locali : in Inghilterra 
e nel Gallese. — Il « Paris » di E. Zola. — L'India e l'Inghilterra. — La critica si- 
tuazione dell'Inghilterra. — Forme e segni della Croce. — Il delinquente è un pro- 
dotto dell'ambiente o dell'atavismo ? — Recensioni. 



Alte und Neue Welt (luglio), Einsiedeln: 

Un nuovo senso. — Old Colony. — Tabitha. — Il diamante e la sua origine. — La te- 
legrafia della luce. — La fotografia al servizi© dell'astronomia. — Il « Giovanni » di 
Sudermann. — Il mal della montagna. — Lo scoiattolo. — L'arcivescovo Komp. — 
Varietà. — Romanzi. — Racconti. — 56 illustrazioni. 

Deutsche Revue (luglio), Stuttgart : 

Due uomini di Stato tedeschi : il generale Bronsart von Schei lendorff, il conte Erberto 
Bismarck. — L'Inghilterra è isolata? — Figure caratteristiche nell'arte e nella scienza. 
— Pareri di Edoardo Schuré intorno a Riccardo Wagner e ad altri. — La fisica della 



92 MINERVA 

nostra terra. — In casa di Francesco Liszt. — Come contavano i popoli antichi? — 
Ernesto Renan e le questioni religiose in Francia. — Conversazioni con Adolfo Menzel. 

— Bibliografia. 

Deutsche Rundschau (luglio), Berlino: 

Carlo Alessandro granduca di Sassonia-Weimar-Eisenach. — La società della Corte prus- 
siana dal 1822 al 1826. — L'assistenza dei poveri al servizio dell'opera di riconciliazione 
sociale. — Il Baden nell'antico Bund e nel nuovo impero. — Per la storia del sepa- 
ratismo delle colonie spagnuole. — Vita musicale berlinese. — Federico Geselschap. 

— Rivista politica. — Recensioni. — Racconti. 

Die Nation ( 1 1 giugno), Berlino : 

Rassegna politica settimanale. — Una nuova questione elettorale. — Due progetti di legge. 

— Ricordi di Augusto Kleinschmidt. — I^a situazione in Austria. — Il caso Rommel. 

— L'Esposizione del Rinascimento organizzata con lavori posseduti da privati a i 
lino. — Weimar e le feste goethiane. — L'eroe dell'ultima stagione musicale. 

— 08 giugno): Rassegna pò rimanale. — Il primo decennio (del regno di Gu- 
glielmo li. — Le scuole inglesi. — Un Diario tedesco dell'assedio di Parigi. — W. 
Mensel. — li » Don Juan Tenorio » di Jose ZoriOa. — ottone Sachs. — Recensioni. 

— (25 giugno): Rassegna politica settimanale. — Il risultato delle elezioni. — La posi- 
zione «Iella Germania nel conflitto ispano-americano. Voci di un colpo di Stato in 
Austria. — Le scuole inglesi e l'affollamento delle industrie — Volfango Menzel. — 
Giacomo Leopardi. — Recensioni. 

luglio): Rassegna polir manale. — La democra/ le e i territori della 

pianura germanica — il Imo I e l'organizzazione militare. — La fortu: 

la line di « . — » La SI I ima. — Critica giornaliera francese. — 

— La vendetta eredita — oni. 

— (9 luglio): l i.-male. — Per il venticinquesimo ani 
moneta aurea n — Este a della dei 

CÌlia romani. — La vita --ul trono. — Mickiewicz. — l'eri oni. 

Neue Deutsche Rundschau (luglio), Berlino: 

Il movimento Ile idee dal liberal - ole dramma! — 

Peregrinazioni nel deserto ai piedi del Sinai. — Uobjrt d'art. — Novelle. — Croi) 

— Libri. — Riviste tedesche. 

Nord und Sud (luglio), Brcslau: 

• nziana. — A. Bruì - automatiche <li piccolo calibro a 

più tiri. — Adalberto vòb Goldtchmidt e la sua trilog ix>n- 

deiiza ili Guglielmo Humboldt con la principessa Luisa Radziwill. — Racconti. — 
bliografia. 

Preussische Jahrbucher (luglio), Berlino: 

Il regno di Dio e i demoni nella chiesa antica. — Leggenda e storia nell" 1. — 

Zerboni e Held. — Il pan celtismo nella Gran Brettagna e nell'Irlanda. — Gli spiriti 
dei sette embrioni di Zarathustra. — Per la ca r a tt e ris tica di Giustino Kerner. — 
tizie e recensioni. — Corrispondenza poh' 

Westermanns Monatshefte (luglio), Braunschwc 

Nella regione dell' Ararat. — Giacomo Leopardi. — La navigazione aerea. — Le abita 

— Hofrmann voti Fallersleben. — Guerra e strategia. — Racconti. — Bibliografia. — 
Illustrazioni. 

Die Zeit (21 giugno), Vienna: 

irlamento austriaco. — La fine della dominazione coloniale spagnuola. — L'avvenire 

della nostra economia sociale. — La Siberia. — La donna del secolo ventesimo. — 

Lirica nuova. — I pittori secessionisti di Monaco del 1898. — Lotte YVitt. — Il teatro 

Ibsen a Vienna. — La settimana. — Libri — Rivista delle Riviste. — Racconti. 

B giugno 1 ! : Francesco Palacky considerato come filosofo della storia e come politico. 



SOMMARI 93 

— L'avvenire della nostra economia sociale. — Intorno alle esposizioni. — Ricordanze 
di Riccardo Wagner. — Teatri. — La settimana, ecc. 

(25 giugno): Polemica primitiva. — Inghilterra e America. — Una teoria anarchica 
nell'antichità. — Dell'origine della forza muscolare. — L'estetica delle città. — Delle 
parole. — Schiller. — L'antieuropeo. — Augusto Rodin e il suo Balzac. — La setti- 
mana, ecc. 
(2 luglio): La questione delle lingue in Austria. — Gli antisemiti clericali in Galizia. 

— Giuseppe Unger. — Intorno all'origine della forza muscolare. — La forma innata. — 
Cantanti lirici tedeschi moderni. — Trilogia. — La settimana, ecc. 

(9 luglio): Arti di governo in Galizia. — Libera critica. — La questione delle lingue 
in Austria. — La rovina della Spagna e la Chiesa. — Lo sviluppo del capitalismo in 
Russia. — Elettricità atmosferica. — Il Congresso dell'umanità. — Sulla tomba di 
Burne Jones. — Ludwig Hevesi. — La settimana, ecc. 



Annales des Sciences Psychiques (maggio-giugno), Parigi: 

Les visions dans le cristal. — A propos d'Eusapia Paladino. — De la conscience subli- 
minale. — Variétés. — Bibliographie. 

Bibliothèque Universelle et Revue Suisse (luglio), Lausanne: 

L'armee francaise en 1898. — Village de dames. — La lutte pour les débouchés. — La 
famille aux Etats-Unis, d'après les romanciers. — L'évolution de la politique interna- 
tionale. — Une partie de bateau sur le Rio Salado. — Chroniques : parisienne, italienne, 
allemande, anglaise, scientifique, politique. 

Le Correspondant (2 5 giugno), Parigi : 

Le cinquantenaire du socialisme en France (iuin 1848-juin 1898 . — La bonne souffrance. 

— La correspondance de Chateaubriand. — Les coopératives socialistes. — Les justes. 

— Une campagne contre l'église d'Amérique. — Le premier Bourbon d'Espagne et 
les Bourbons de France. — Le catholicisme en Norvège. — Chronique politique. — 
Bulletin bibliographique. 

Le Devenir Social (maggio), Parigi : 

Salaire, prix et profits. — Quelques questions relatives aux dettes publiques. — Législation 
ouvrière. — Le mouvement socialiste à l'étranger. — Revue des revues. — Revue cri- 
tique. — Notes bibliographiques 

Journal des Économistes ( 1 5 giugno), Parigi : 

Le socialisme et l' individualisme. — Sur l'état actuel de la démographie. — Mouvement 
scientifique et industriel. — Revue de l'Académie des sciences morales et politiques. — 
L'accroissement de la population et de la richesse en Angleterre. — Lettre du Japon. 

— Bulletin. — Xotices. — Chronique économique. 

Le Monde Moderne (luglio), Parigi : 

La Charonne. — Une société de charité. — Puvis de Chavannes. — Les cartes coloniale». 

— Henri Ibsen. — L'idylle de Polichinelle. — Le palais de l'Elysée. — Le róle des 
microbes en agriculture. — Le mouvement littéraire. — Causerie scientifique. — i 
nements géographiques et coloniaux. — Chronique théàtrale. — La musique. — La 
mode du mois. 

La Nouvelle Revue (15 giugno), Parigi: 

Deux chapitres inédits de la Chartreuse de Parme. — Balzac et son sculpteur. — Les Iles 
Joniennes pendant l'occupation francaise 1797-1799. — Daria (Esquisse de moeurs). — 
L'émigration jugée par le premier Consul. — Un dernier mot sur Labussière. — Egi- 
dius et PÉtranger. — Ce qu' il faut au peuple. — Ferdinand Fabre. — Lettres surla 
politique extérieure. 

— (1° luglio): Remarques sur l'armee francaise de 1792 à 1808. — Une page oubliée. — 
La littérature et la science. — Histoire extraordinaire d'un Pompéien ressuscité. — Les 
Iles Joniennes pendant l'occupation francaise 1797-1799. — La Charité. — Steppes bulgares. 

— Francois Coppée et Henry Rochefort chez eux. — A travers l'Exposition deTurin. 

— Lettres sur la politique extérieure. 



94 MINERVA 

Nouvelle Revue Internationale (30 giugno), Parigi: 

Revue de la politique européenne. — Lettres d'une voyageuse : En Espagne. — Les Etats- 
Unis et V indépendance des colonies espagnoles d'Amérique. — Ùrbain Rattazzi, par 
un témoin des dix dernières années de sa vie. — La souverainetè nationale et le vote 
référendiste. — Lettre aux Francais. — Notes et documents. — Souvenirs et impres- 
sions. — Le mouvement historique et littéraire. — Le monde des seiences. — Revue 
bibliographique. — Bulletin financier. 

— (i°-7 giugno): L'incident Castelar devant l'opinion. — Revue de la politique européenne. 

— Lettres d'une voyageuse: En Espagne. — Urbain Rattazzi per un témoin des dix 
dernières années de sa vie. — Page autographe. — Rapportde Rattazzi sur un voyage 
eli l'rance au roi Victor Emmanuel. — La « Nouvelle Revue Internationale » devant 
les Cortes. — Réponse aux demandes de poursu: 'uelques mots sur Gladstone. 

— Kevue bibliographique. 

La Réforme Sociale (16 giugno), Par 

La vie ouvrière ai: ìis. — L'évolution de l'idée criminaliste au xix siede 1 

oséquence jardins ouvrièrs aux Etats-Unis. — Mélanges et notices. — Chro- 

nique du mouvement social. — Bibliographie des periodiques et des publications nou- 

velles. 

— r luglio): (Juelques trai: ituation politique en France d'après un livre anglais 

--nt. — Trois années de mutiialite scolaire dans le Hainaut. — L'afiaiblissement ile 
la natalità est-il un bien <>u un mal? — Chronique du mouvement social. — Biblio- 
graphie des periodigli' publications nouvelles. 

Revue Bleue (icS giugno), Parigi: 

L'h'itellerie du Renard d'Or. — 1 de l' Uni versile, — Pourqnoi 

i.n ne lit plus Michelet — La q u es ti oa du Niger. — Un coup d 
wiii — Lettre! d'une femme . — Chronique des le 1 - 

— (2 luglio): Un russe panni les insorgéi -et les 
intellectuels. — Le .^1 man 181 1. -■ ' - Le Jui: 

— Le droit au bonheur pour les femines. — Chronique des lettres. 

In parlamentarisme. — La coniédie co n te m poraine. — Un 
irmi les in — lìi niauvais quart d'heure. - 

— Philippe Tamixey de Larroque. — L'I l'Amenqueet l'Europe. — 

— Yariétés. — Chronique des letti- 

Revue Britanniquc (giugno), Par:. 

\nglais dans I' aba an dix-huitième siècle. — L'origine d — I • 

ma lur. — L'enseignemenl commercial en !■: 

— In- m intime SOU -Union. — Chronique musi. — I 

dance d'Onent. — Correspond Allemagne. — Correspondance d'Italie. — Bi- 

bliographie. 

Revue de Paris (15 giugno), Pan 

Au Petit Bonheur. — Ce que valent nos fori mei. — I 

sur l'Algerie. — La nature dans la poesie de Shelley. — La propaj ialiste en 

Allemagne. — Une rencontre. — Les Salons 

luglio): La Force. Une conversation avec Ferdinand I\'. — Ernest Renan. — 

Notes sur l'Inde. — Le téminisme en Allemagne. — Le vieux bureau. — 

de Pompei. — Automobilisnie. 
5 luglio : Michelet. — La Force. — Le public et la foule. — Télégraphe- 
s Femmes. — Napoléon en Russie. — Prince B. Karageorgevich. — Note sur l'Inde. 

— Lettres de Merimee a Stendhal. — En Transvlvan: 

Revue des Deux Mondes (15 giugno), Parigi: 

Patrie, armée. discipline. — Les selve, nioeurs du Latium. — Les ne et l'émi- 

gration des femmes aux colonies. — Louis XYIII et le due Decazes d'après des docu- 
ments inédits. — Paysans et ouvrièrs depuis sept siècles. — Devoir professionnel. — 
L'évolution politique de l'école primaire. — Revue littéraire. — Revues étrangères. — 
Chronique de la quinzaine, histoire politique. — Bulletin bibliographique. 

— (io luglio): Dans les roses. — Gladstone. — Louis XYIII et le due Decazes d'après des 
documents inédits. — Le Congo francais et l'Etat indépendant. — Les selve, moeurs 



SOMMARI 9 5 

du Latium. — Questions scientifiques. — Marysienka et Jean Sobieski, d'après une 
publication recente. — Correspondance. — Revue dramatique. — Chronique de la quin- 
zaine. — Bulletin bibliographique. 

— (15 luglio): Dans les roses. — L'Autriche future et la future Europe. — Au Canada. 

— Louis XVIII et le due Decazes d'après des documenta inédits. — La suppression 
des distances. — Paysans et ouvriers depuis sept siècles. — Revue littéraire. — Revue 
musicale. — Revues étrangères. — Chronique de la quinzaine. — Bulletin bibliographique. 

Revue du Monde Catholique (i° luglio), Parigi: 

Campagne de la « Naiade » 1890. — Les origines et les responsabilités de l' insurrection 
vendéenne. — La Rome barbare. — L'édit de Nantes. — La République universelle 
et les partis en 1793. — Le théàtre et les idées: Drames sacrés. — Grandeur et dé- 
cadence des Francais. — L'art nouveau. — Pour l'autel et le foyer (Roman). — Autour 
du monde (juin 1898). — Bulletin financier. — Revue des livres. 

Revue du Palais (i° luglio), Parigi : 

Autour du Seize-Mai. — M. Dufaure. — Le Pére Lebonnard iComédie;. — Le Japon vrai. 

— Les Ames perdues (suite). — Un nouveau parti: l'Opposition intellectuelle francaise. 

— Vincent d'Indy. — Pourquoi il faut garder le latin. — Chronique. 

Revue Encyclopédique Larousse ( r 1 giugno), Parigi : 

Revue dramatique. — Revue historique. — Revue juridique. — La céramique berbere. — 
L'art d'après Leon Tolstoi. — Livres et revues. — Faits et documenta. — Bibliogra- 
phie. — Notes et nouvelles. — Illustrations. 

— (25 giugno) : Gladstone : sa carrière politique ; V homme et l'écrivain. — Les plantes. — 
Livres et revues. — Faits et documents. - Illustrations. 

— (9 luglio): Le centenaire de Michelet; fragments choisis; opinions sur Michelet. — 
La liquéfaction des gaz. — Livres et revues. — L'actualité. 

La Revue Generale (luglio), Bruxelles: 

En Allemagne (8 illustrations). — Deux mots d'un profane sur le style. — Un gentilhomme 
socialiste. — Le rigorisme et la question du nornbre des élus. — Le royaume de la 
rue St-Honoré. — L'Oeuvre d'Octave Pirmez. — Chronique sociale. — Revue litté- 
raire mensuelle. 

Revue Generale des sciences pures et appliquées (30 giugno), Parigi: 
Yoyages d'études de la Revue: Croisière en Adriatique (3-2S septembre 1S98). — Chro- 
nique et correspondance. — L'inscription des phénomènes phonétiques. — La desti- 
tution des foraminifères pelagiques à la surface et au fond de l'Océan. — Revue an- 
nuelle de geologie. — Bibliographie. 

[5 luglio : Chronique et correspondance. — Les bases scientifiques de la question 
chinoise. — L'origine et le mécanisme des différentes espèces de sensations lumineuses. 

— La distribution géographique des sources thermales. — Bibliographie. 

La Revue Hebdomadaire (18 giugno), Parigi : 
Vie d'hotel. — Voyage d'Italie (1S26-1S27). — La maison du passe. — Lettres écrites de 
Crimée et d'Italie au maréchal de Castellane. — Trois lettres inédites de Théodore Do- 
stoievsky. — Paris sous la Régence. — Chronique dramatique. — Chronique. 

— (25 giugno): Vie d'hotel. — Voyage d'Italie 1826-1S27. — La maison du passe. — 
Un « raid » princier à travers le monde : le comte d'Eu et le prince Pierre d'Orléans. 

— Le mois scientifique. — L'exposition des Beaux-arts. — Chronique. 

— (2 luglio) : Le Tribut passionnel. — D'Ingolstadt à Coulmiers. — Vie d'hotel. — Com- 
ment on devient apòtre. — Les favorites de Charles VII. — Chronique musicale. — 
Chronique dramatique. — L'éternel Dreyfus. — Chronique. 

— (9 luglio) : Le tribut passionnel. — D'Ingolstadt à Coulmiers. — Vie d'hotel. — Balzac 
après le 24 février 184S. — • Le mond américaine. — A propos de Chateaubriand. — 
Chronique. 

Revue pour les jeunes filles (20 giugno), Parigi: 
Croquis sibériens : d'Omsk à Tomsk. — Un prophète moderne: John Ruskin. — Les 
arts décoratifs aux deux Salons. — Autour du foyer: la Religion du foyer. — Le 
premier voyage en bateau à vapeur. — Revue des revues étrangères. — La vie publique 

— Un descendant du Cid. 



q6 MINERVA 

— (5 luglio) : Les questions féminines et M. Jules Lemaitre. — Croquis sibériens: d'Omsk 
à Tomsk par Barnaoul. — Un prophète moderne: John Ruskin. — Les basses tem- 
pératures et la liquéfaction des gaz. — Revue musicale. — L'I la campagne. 
— Revue des revues francaises. 

Revue Scientifique (18 giugno), Parigi: 

Les régions antarctiques. — La question des oiseaux. — L'autonomie communale en 
Annam. — Causerie bibliographique. — Chronique, notes et informations. — Biblio- 
graphie et bulletin météorologique. 

— (25 giugno): Biographies scientifiques. — Exposé di; de l'heure decimale. — 
Aristote et les marais de l'Amérique du Nord. — Causerie bibliographique. — CI 
niques, notes et informations. — Bibliographie ed bulletin météorologique. 

luglio) : L'effort vers la vie et la théorie des causes finales. — Les placers aurifères 
du Conteste Framo-Hrésilien. — L'action photographique des métaux et des corps 
organiques. — Causerie bibliographique. — Chronique, notes et informations. 

— (9 luglio) : Le chemin de fer du Congo. — Les mouvements propres des étoik 

- cas du moineau. — Causerie bibliographique. — Chroniques, notes, etc. 

Revue Universitaire (15 giugno), Parigi: 

de la doctrìne morale contenue dans la / . — Une méthode 

r la prononi iation des langUCS vivant- s. — La question 
note'-. — A propos du livret srolaire. — ige d'Eschyle. — ; 

' « < »edipe a Colone ». — ! et étrangères. — Biblk 



Emporium (giugno), Bergamo : 

Artisti < ontemporanei : Lon rati contemporanei : Julie Daudet. — 

■ria co n temporanei La origini della marina spagnuola. — V 

. — Luoghi romiti: San Gimignano. — Il laboratorio di psicologia di 
Emilia. — Il volo di Andrée nell'ignoto. — In bit 

Giornale degli Economisti (luglio), Roma: 

tuazione del mercato monetario. — N tributi alla teoria ir. el valore. 

— L'antisemitismo in Algeria. — Debito pubblico ottomano. — :n Italia • 

— Il successo elettorale <:• idenza. — Cronaca. — 
Istituti di credito. 

Natura ed Arte (!) giugno), Milano: 
hi di penna. — Edoardo l 'albono. — Benedetto Brin. — Gnem me, — Le 

illustrazioni di Sandro Botticelli alla Divina Commedia. — 

William Kwart (dadstone. — Rassegna musicale. — Miscellanea. — Racconti, po< 

illustra/ioni. 

— Tocchi di penna. — Edoardo Dalbono. — Viole man.: 
niversario manzoniano. — Gli abitanti delle Filippine. — Ernv 

di S. Giovanni nell'Abruzzo. — Giacomo Leopardi. — La caduta gne. 

— Corrispondenze. — Miscellanea. — Racconti, ecc. 

— 5 luglio : Arte e artisti: Angelo Dall'Oca Bianca. — 1 ■ .Motti dramma - 

e poeta. — \ Cuba. — La schiavitù in città e in campagna. — Amori ed usi. — 
nuore nel Leopardi. — Reminiscenze di .Monte Carlo. — la •• Scala» mezzo secolo 
fa. — La storia romantica. — Luigi XVII e i pretendenti al trono di Francia — La 
guerra e la marina all'Esposizione di Torino. — Rassegna teatrale. — Corrisponde; 

— Note bibliografiche. — Miscellanea. — Racconti, ecc. 



Per mancanza di spazio rimandiamo al prossimo fascicolo parte dei 
Sommari italiani e l'elenco dei Libri ricevuti. 



Direttore: Federico Garlanda, ex-Deputato al Parlamento. 

Scluuno Putti, gerente. 



Anxo Vili, Num. 8 Agosto 1898 Vol. XVI 



LE FINANZE DEGLI STATI UNITI 

(Da un articolo di R. G. Lhvy, Revue des T)eux Mondes, i° agosto) 



Poiché al successo riportato dagli Stati Uniti nella lotta contro la Spagna ha contribuito 
non poco la loro superiorità finanziaria, è interessante studiarne le finanze. Questo fa il 
Lévy nello studio che riassumiamo, e che si divide in tre parti : nella prima l'autore rifa 
la storia delle finanze dell'Unione; nella seconda esamina il bilancio federale, nella terza 
quello degli Stati e più brevemente quello dei Comuni ; nello stesso tempo egli studia an- 
che il sistema monetario e fiduciario e fa vedere i guai di quel sistema per cui fra le fun- 
zioni del Tesoro vi è anche quella dell'emissione dei biglietti di banca. Lo studio si chiude 
con alcune considerazioni, suggerite dall'esame del passato e del presente, intorno all'av- 
venire delle finanze americane. 

Fino all'anno 1 861 il debito pubblico degli Stati Uniti non aveva mai toc- 
cato una cifra considerevole: dopo essere salito a 75 milioni di dollari x ) nel 1791, 
crebbe ancora fino a 127 milioni nel 1816; in seguito decrebbe; nel 1835 era 
sparito del tutto; nel 1860 risalì a 65 milioni. Da questo momento le cose 
cambiano aspetto rapidamente: nel 1866, all'indomani della guerra civ: 
debito ammonta a 2773 milioni di dollari, compresi i biglietti senza interesse, 
conosciuti col nome di greenbacks, emessi per più di 400 milioni dal Governo 
del Nord durante la lotta contro gli Stati del Sud. Venticinque anni dopo, nel 
1891, la cifra è ridotta a 1560 milioni; ultimamente, al principiare della guerra 
contro la Spagna, era risalita a 1835 milioni, per 847 dei quali si pagavano 
interessi. Si noti che il Tesoro possiede un fondo di cassa di 800 milioni circa; 
ma siccome la maggior parte di questo fondo consiste in argento, il suo valore- 
reale va diminuito di un terzo per l'attuale deprezzamento di questo metallo. 

Per riassumere la storia finanziaria degli Stati Uniti dalla guerra di Seces- 
sione in poi, è necessario tener d'occhio la loro storia economica. Otto anni 
dopo la vittoria sui Sudisti, le reti delle ferrovie americane erano cresciute del 



1) Tutte le cifre riportate ir. io sono espresse in dollari, unità monetaria americana e^. 

fr. 5. 20 circa. 

J.inoTo, XVI. 



98 MINERVA 

doppio; i terreni piantati a cereali, che nel 1867 misuravano 64 milioni d'acri, 
s'erano estesi nel 1878 a 100 milioni; donde una notevole diminuzione del 
prezzo dei cereali, diminuzione alla quale contribuiva il ribasso delle spese dei 
trasporti per ferrovia. Gli agricoltori pensarono che questa diminuzione fosse 
dovuta a insufficienza di moneta, e per riparare a questa immaginaria insuffi- 
cienza fu sospeso il rimborso dei greenbacks, e il Bìand bill del 1878 stabilì che 
il Tesoro comperasse e coniasse ogni mese almeno due milioni di dollari di 
argento ; ciò per le insistenze dei rappresentanti degli Stati minerari dell'Ovest, 
dove la produzione annua dell'argento era salita da un milione di dollari nel 
1861 345 milioni nel 1878, e contrariamente alla politica monetaria fino al- 
lora seguita, non essendo stati coniati dal principio di questo secolo più di 
otto milioni d'argento. Intanto durava sempre il sistema della carta monetata 
a corso forzoso, che era stato inaugurato durante la guerra e aveva avuto per 
conseguenza un aggio sull'oro che a un certo punto fu del cento per cento. 

Data la vera rivoluzione compiutasi dal 1872 al 1878 nel movimento com- 
merciale degli Stati Uniti (nel 1 872 eccedenza di 182 milioni di dollari delle 
importazioni sulle esportazioni; mrl cedenza di 258 milioni di queste 

su quelle), sembrava assicurato il successo della legge sulla ripresa dei p 
menti in ispecie e sulla libera coniazione dell'oro; legge che, votata il 7 
naio del 1875, doveva entrare in vigore il f gennaio del 1879; ma mentre 
questa legge prescriveva il ritiro definitivo dei greenbacks fino alla concorrenza 
di 82 milioni, in modo da limitarne l'ammontare compi». >oo milioni, 

del Jl maggio 1878 ne sospese il ritiro, di modo che la cifra d 
in circolazione rimase, ed è an< [6 milioni di dollari. 

Il 17 dicembre del 1878, per la prima volta dopo il 1861, l'oro andò 
alla pari ; si temeva che non ve lo si potesse mantenere ; ma delle grandi spe- 
dizioni di cereali in Europa, dove il raccolto del 1879 era stato cattivo mentre 
in America era stato eccellente, fecero affluire in America 60 milioni di dol- 
lari in soli tre mesi; ciò provocò una viva ripresa d'affari, e fra il giugno e 
il novembre di quest'anno la riserva di cui il Tesoro deve sempre disporre per 
far fronte alle domande di rimborso de' suoi biglietti, sali da 119 a 157 mi- 
lioni. Il paese approvò ora la politica finanziaria alla quale prima aveva attri- 
buito tutti i suoi mali, e nelle elezioni del 1880 saliva alla presidenza Gar- 
fìeld, il candidato del partito repubblicano che aveva promosso la ripresa dei 
pagamenti in ispecie. Dopo l'assassinio del Garfield, nel luglio del 1881, seguì 
una depressione: il raccolto fu mediocre, l'esportazione superò l'importazione 
di soli 26 milioni e l'oro abbandonò di nuovo il paese. Con tutto ciò gl'in- 
troiti del Tesoro erano saliti in modo straordinario, e l'eccesso delle entrate 
sulle spese era di 145 milioni di dollari. D'altra parte, il debito dell'Uinone, 



LE FINANZE DEGLI STATI UNITI 99 



per le enormi somme ammortizzate nei dieci anni precedenti, era sceso a 1500 
milioni di dollari, dei quali solo un terzo era rimborsabile a vista, mentre gli 
altri due terzi dovevano seguitare a fruttare fino alla scadenza fissata al mo- 
mento dell'emissione *). Data questa buona situazione del Tesoro, sarebbe stato 
logico ridurre alcune imposte e sopratutto i dazi doganali che sono il princi- 
pale cespite d'entrata; ma a ciò si opposero i protezionisti, i quali pensarono 
meglio di spingere il Congresso sulla via delle spese inutili; cosi, per esempio, 
le pensioni militari, che nel bilancio del 1878 figuravano con 27 milioni, sa- 
lirono nel 1882 a 61 milioni. Questo sperpero scontentò l'opinione pubblica, 
e nelle nuove elezioni ebbero la maggioranza i democratici, fautori di una ri- 
duzione dei redditi e delle imposte. Nel marzo del 1883 furono modificate le 
tariffe doganali, e le dogane, nell'esercizio 1883-84, diedero 50 milioni di meno; 
nello stesso tempo furono abolite le tasse sui depositi bancari e sugli chèques, 
e l'imposta sui sigari fu ridotta della metà. La crisi del 1884 contribuì a di- 
screditare ancor più il partito repubblicano, e nel 1885 sali al potere il pre- 
sidente democratico Grover Cleveland. 

A quel tempo la condizione del Tesoro- non era troppo buona: esso per- 
deva ogni mese parecchi milioni di dollari in oro, e per l'opposto vedeva aumen- 
tare ne' suoi sotterranei lo stock dei dollari d'argento di cui il pubblico non 
voleva saperne. Per rimediarvi, furono emessi nel 1886 dei « certificati d'ar- 
gento » di 1, 2 e 5 dollari rimborsabili in argento, e questi trovarono mi- 
gliore accoglienza del metallo stesso. Gl'introiti tornarono a salire a cifre enormi; 
il civanzo del 1885 fu di 63 milioni, e nei due anni che seguirono crebbe 
ancora, tanto che il Tesoro riscattò 50 milioni di obbligazioni federali nel 1886, 
125 nel 1887 e 130 nel 1888. Lo Stato non seppe più che fare del denaro 
che gli avanzava, e per difendersi contro l'eccesso di ricchezza diminuì le en- 
trate e aumentò le spese: fu soppresso il dazio sullo zucchero, che nel 1889 
aveva dato 56 milioni; furono aumentate in modo considerevole le pensioni 
militari; i funzionari e i membri del Parlamento cercarono, pensando di fare 
l'interesse del paese, tutti i mezzi per spendere di più. 

Senonchè quest'abbondanza non doveva durare : il Governo cessò di riscat- 
tare i suoi titoli; anzi, non si conformò nemmeno alla legge che prescriveva 
il rimborso annuo di una somma eguale all'i per cento del debito totale del- 
l'Unione. Per la prima volta dopo tanti anni, il Tesoro, nell'ultimo trimestre 
dell'anno fiscale 1890-91, si trovò in deficit, e così pure nei due primi tri- 
mestri dell'anno seguente; ma nel resto dell'esercizio la deficienza fu coperta 



-on fanno emissioni di rendita perpetua ; i prestili cbe lo Stato contrae hanno quasi ser 
durata brevissima e il rimborso è fatto a giorno fisso; oppure sono fissate due scadenze, una minima e una massima : il 
rimborso non può aver luogo né dopo di questa né prima di quella. 



IOO MINERVA 

da maggiori introiti. Intanto era stata votata nel 1890 la celebre legge Sherma» 
che ordinava l'acquisto mensile, da parte del Tesoro, di 4 milioni e mezzo di 
once d'argento, l'emissione di biglietti garantiti da questo metallo e corrispon- 
denti alla somma impiegata per acquistarne la detta quantità, e il riscatto di 
questi biglietti « in oro o in argento, a discrezione del segretario di Stato al 
Tesoro ». Il testo della legge si chiudeva con la famosa dichiarazione che poi 
è stata ripetutamente invocata nelle discussioni monetarie: « La politica costante 
degli Stati Uniti è di mantenere i due metalli l'uno alla pari dell'altro nel rap- 
porto legale attuale, o nel rapporto che potrà essere rissato dalla legge » — 
dichiarazione vaga, che si presta a più di una interpretazione. Il primo effetto 
della legge Sherman fu di far salire a New York il prezzo dell'argento; ma 
poi il prezzo tornò a diminuire, e si dovette riconoscere che il tentativo di 
rialzare il mercato dell'argento era fallito. D'altra parte, il Governo mise in 
circolazione, per le proprie spese, una quantità di biglietti più grande che mai, 
e questi capitali, non trovando impiego in America, furono esportati in forma 
d'oro: nei primi sei mesi del 1891 ne furono portati in Europa 72 milioni 
di dollari. L'ottimo raccolto di questo stesso anno e la conseguente esporta- 
zione di grani iccc tornare in America, dal settembre del '91 al marzo del 
50 milioni di dollari; ma subito dopo ci fu un nuovo spostamento verso l'Eu- 
ropa di più di 80 milioni. Il C< 1 il minimo del fondo di 
riserva del Tesoro a 100 milioni di dollari in oro; ma il pubblico si pr 
cupava sempre più, temendo che il Tesoro non potesse ad un tempo mante- 
nere il detto minimo di riserva e rimborsare i biglietti con metallo, e i fallimenti 
si moltiplicavano. ca della erman, facendo cessare gli acquisti di 
to òa parte del Tesoro, fermò il panico; ma la crisi aveva già recato danni 
gravissimi, e i fallimenti nel '90 furono molto più numerosi che non nell'ultima 
crisi del 1 8 
Ora il Tesoro si trovava in questa condizione: il suo stock d'oro avrebbe do- 
vuto conservarsi non solo, ma anche crescere, giacche non solo i biglietti non 
venivano presentati al cambio essendo reclamati per la circolazione, ma una gran 
parte delle imposte, e segnatamente i diritti di dogana, gli venivano pagate in oro; 
senonche, l' insieme delle entrate essendo inferiore alle spese, esso era costretto a 
impiegare il suo fondo di cassa per far fronte allo sbilancio ; e così il fondo scemò 
tanto, che nel febbraio del 1895 era ridotto a 41 milioni di dollari. Già si dubi- 
che i pagamenti in oro non potessero continuare, quando intervenne il Pre- 
sidente e sai. I nazione concludendo con un sindacato di banchieri un 
trattato in forza del quale il sindacato si obbligava a comperare, a 104 e mezzo, 
62 milioni di obbligazioni federali al 4 °[ o rimborsabili in metallo dopo trenta 
anni, e s'impegnava a /Europa almeno la metà del numerario 



LE FINANZE DEGLI STATI UNITI 101 



■destinato a pagare i titoli e a proteggere la Tesoreria federale contro ogni 
tentativo di ritiro d'oro durante sei mesi. L'operazione riuscì, e l'S luglio del 
1895 la riserva d'oro era risalita a 107 milioni. Senonchè negli ultimi mesi 
dell'anno diminuì di bel nuovo, e il 6 gennaio del 1896 si dovette ricorrere 
a un prestito di 100 milioni al 4 °[ o , grazie al quale la riserva risalì in aprile 
a 12S milioni di dollari. Da quella volta essa non scese più al di sotto del 
limite legale di 100 milioni, e presentemente è di 170 milioni. Col 1896, 
anno in cui fu eletto presidente Mac Kinlev, è cominciato un periodo di pro- 
sperità che la guerra contro la Spagna non sembra abbia ancora fermato. 

La conclusione che si ricava dalla storia delle finanze federali è semplice e 
istruttiva : gli Stati Uniti, nell'ultimo terzo di questo secolo, non ebbero a lot- 
tare contro quella difficoltà cronica del deficit che negli altri paesi è causa per- 
petua di preoccupazione; che se da alcuni anni il deficit ha latto la sua com- 
parsa anche nel bilancio dell'Unione, basterebbe, per farlo sparire, uno sforzo 
così leggero, che nessuno, ne in America ne fuori, se ne preoccupa. Invece, la 
causa dei ripetuti perturbamenti del mercato economico del paese è la questione 
monetaria e fiduciaria, è l'intervento del Tesoro nel campo della Banca e del- 
l'emissione dei biglietti. Male quando la firma dello Stato circola su centinaia 
di milioni d'impegni a vista ; peggio quando il Tesoro, per voler sostenere ar- 
tificialmente i corsi di un tipo di moneta; spende in pura perdita somme con- 
siderevoli; allora la confusione è al colmo, e perfino un credito così potente 
come quello degli Stati Uniti finisce col soffrirne. 



Il bilancio negli Stati Uniti non si prepara come in altri paesi nei quali 
tale preparazione spetta al Ministero. Il segretario del Tesoro non fa altro che 
presentare ogni anno al Congresso una relazione intorno agl'introiti e alle spese 
e alla situazione del debito pubblico, aggiungendovi le sue osservazioni intorno 
al sistema delle imposte e suggerendo le riforme ch'egli crede di dover rac- 
comandare all'esame del Parlamento; e in quella che è chiamata la sua lettera 
annuale indica le previsioni, fatte dai vari dipartimenti, circa i bisogni dell'anno 
seguente. Nel Congresso, poi, ci sono due commissioni: una che, senza fondarsi 
sulle previsioni suddette, prepara e presenta alla Camera i bills necessari per 
fissare nuove tasse o per continuare la percezione delle antiche; l'altra che fa 
lo stesso per le spese, servendosi però delle previsioni del segretario del Te- 
soro. I bills devono essere votati dalla Camera e dal Senato; se questo v'in- 
troduce degli emendamenti, tornano davanti alla Camera, che., in generale, li 
respinge; e allora si riunisce una commissione di tre senatori e di tre deputati, 
la quale di solito riesce a ristabilire l'accordo sulla base di un compromesso. 



102 MINERVA 

Conseguenza naturale di questo sistema sono spesso delle differenze enormi 
fra le entrate e le spese. Per fissare un bilancio occorrerebbe che il Parlamento 
ricevesse tutte le informazioni necessarie da un Ministro competente; qui, in- 
vece, nulla di tutto questo: i deputati, invece che discutere un bilancio pre- 
sentato dal rispettivo Ministro, impiegano nella preparazione del bilancio il tempo 
che dovrebbero impiegare nella discussione; e un bilancio di più di 400 mi- 
lioni di dollari è votato qualche volta in dieci giorni. La prodigiosa vitalità del 
paese ha fatto sì che, nonostante questa organizzazione difettosa, il bilancio del- 
l'Unione americana ha avuto per ventotto anni un civanzo da 2 a 145 milioni 
di dollari : la popolazione è abituata a spender molto, e ciò mantiene a una 
cifra elevata il prodotto delle tasse di consumo,, le quali sono sopportate tanto 
più volentieri in quanto che non si conoscono ne imposte dirette ne oneri 
militari; ma è certo che molto si potrebbe risparmiare se il bilancio fosse piii 
razionalmente organizzato. Senonchè, come dice James Bryce nel suo bel libro 
The American (Àvnmonwealtb, questa nazione ha il privilegio della gioventù, di 
poter commettere degli errori senza subirne le conseguenze. 

turate del bilancio sono fornite esclusivamente dalle imposte indi 
dogane e accise tasse di consumo; queste varianti più di quel 
principale delle divergenze finanziarie dei vari partiti politici. Durante 
civile furono bensi percepite delle imposte dirette, ma il prodotto ne 
parzialmente restituito agli Stati particolari. Un tentativo di stabilire un'imposta 
sui redditi fu dichiarato incostituzionale dalla Corte Suprema. 

Come risulta dalla relazione del segretario del Tesoro, nell'esercizio che si 
chiuse il 30 giugno 1897 le entrate salirono a 430 milioni di dollari, dei 
quali 177 forniti dalle dogane, 147 dalle tasse di consumo (spiriti 82, tabac- 
chi 31, liquori }2, margarina 1, diverbi 1); le spese ammontarono a 448 mi- 
lioni, dei quali 141 per le pensioni, 79 per i servizi civili, 49 per i servizi 
militari, 3 5 per la marina. Il deficit fu, dunque, di 1 8 milioni ; e il segretario 
del Tesoro ne prevedeva uno di 28 milioni per l'esercizio in corso e uno di 
2 1 per l'esercizio 189S ome, però, la guerra contro la Spagna modi- 

ficherà indubbiamente l'aspetto del bilancio, così è inutile entrare nei particolari 
di questi preventivi. Più interessante è calcolare il peso che il bilancio '96A97 
faceva gravare su ogni abitante: deducendo dal bilancio d'entrata e da quello 
d'uscita gli 82 milioni di dollari che figurano in ciascuno di essi al capitolo 
poste, il primo si riduce a ^ 48 milioni, il secondo a 366; ora, la popolazione 
essendo di 73 milioni, le spese rappresentano 5 dollari per abitante. Quanto 
alle entrate, la massima parte è fornita, come si è dettp, dai proventi doganali 
e dalle tasse di consumo; le spese di percezione delle dogane salgono al 4 per 
cento, le altre al 2. 46. 



LE FINANZE DEGLI STATI UNITI 10' 






Il debito a interesse degli Stati Uniti saliva, il i° luglio 1897,3 847 mi- 
lioni, e il servizio degl'interessi esigeva una somma di 34 milioni circa. Un 
quarto circa di questi titoli è proprietà delle Banche nazionali, che li hanno 
depositati a Washington come garanzia della loro circolazione fiduciaria. Queste 
Banche sono istituti particolari che hanno il diritto di emettere biglietti rim- 
borsabili a vista, pur di conformarsi alla legislazione federale; di siffatti biglietti, 
garantiti da obbligazioni dello Stato, ne circolavano l'anno scorso per una somma 
di 200 milioni circa, ripartiti fra un 3600 istituti; essi possono essere pre- 
sentati quando che sia all'ufficio federale della circolazione (Ctirrency bureau) 
che li rimborsa. Quanto al debito senza interessi, esso ammonta a 835 mi- 
lioni di dollari, di cui 346 sono dati dai greenbach emessi nel '62 e '63, il 
resto da « certificati d'argento » ossia da biglietti emessi come rappresentanti 
dell'argento. 

L'accennata relazione del segretario del Tesoro è interessante non solo per 
le notizie che fornisce intorno al movimento delle imposte e delle spese, ma 
anche per quel che riguarda la questione monetaria; giacché il Tesoro fede- 
rale non si limita a percepire le pubbliche entrate e a devolverle alle spese 
votate dal Congresso, ma esso è anche la prima Banca di emissione dell'Unione, 
e, dalla guerra di Secessione in qua, ha emesso a diverse riprese dei biglietti 
che costituiscono i quattro quinti della' circolazione fiduciaria del paese. Al 
i° novembre 1897 le risorse monetarie del paese, tra metallo e carta in cir- 
colazione, esclusa dunque la quantità depositata alla Tesoreria federale, erano 
di 1706 milioni di dollari: monete d'oro, 539; dollari d'argento, 60; moneta 
divisionaria, 6 3 ; certificati d'oro, 3 7 ; certificati d'argento, 3 7 3 ; biglietti del 
Tesoro del 1890, 102; greenbacks, 259; certificati di moneta, currency ccrtifi- 
cates ì 48; biglietti delle Banche nazionali, 225. I certificati d'oro e di moneta 
non sono che ricevute che il Tesoro rilascia in cambio di depositi di metallo 
o di biglietti a corso legale, i quali depositi vengono conservati a disposizione 
dei portatori dei certificati stessi. 

Nel novembre del 1897 ^ Governo dell'Unione fu rimborsato da un sin- 
dacato della somma di 58 milioni di dollari che gli era dovuta dalla Com- 
pagnia ferroviaria dell' Union Pacific. Questo rimborso è un buon aiuto per 
l'attuale esercizio; ma ciò non deve dispensare il Tesoro dal preoccuparsi per 
l'avvenire. Benché la sua ultima relazione sia datata dal dicembre '97, quando 
la guerra contro la Spagna non era ancora scoppiata, tuttavia il segretario del 
Tesoro, Lvman Gage, insisteva sugl'inconvenienti dell'attuale stato di cose. 

« Questi inconvenienti — diceva la relazione — sono difficili a tradursi 
in cifre ; ma non è irragionevole il dire che hanno recato perdite superiori al 
totale dei biglietti del Governo in circolazione. È vero che la situazione at- 



IO4 MINERVA 

tuale del Tesoro è soddisfacente; che l'oro, lungi dal fuggirne, vi affluisce, e 
che la nostra posizione finanziaria ispira una grande fiducia; si può anche ag- 
giungere che ciò durerà per un periodo indefinito, e che, avendo redditi suf- 
ficienti per far fronte alle nostre spese, avendo avanzi che si accumulano, le 
nostre relazioni commerciali essendo normali, i raccolti abbondanti, non es- 
sendo noi in guerra con nessuno ne essendoci rumori di guerra fondati, pos- 
siamo seguitare il nostro cammino con crescente fiducia. Disgraziatamente nes- 
suno può garantirci che questa situazione abbia a durar sempre... Finche il 
Governo contribuirà notevolmente ad alimentare la circolazione con l'emissione 
diretta di biglietti e vi manterrà una cosi grande quantità d'argento di cu: 
rantisce la parità con l'oro, il nostro commercio e la nostra industria dipen- 
deranno dalla saggezza finanziaria, dalla previdenza e dal coraggio del Con- 

o... Noi spendiamo dei milioni per la marina, per la difesa delle coste. 
E una incongruenza agire cosi quando si ha un Tesoro impegnato in tempo 
di pace in modo che il pan:. tpierebbe prima che il nemico abbia tirato 

la prima cannonata. » 

Il panico preveduto dal Gage non c'è stato; ma il pericolo da lui segna- 
lato esiste, e il Gage propone di rimediarvi rinforzando in modo permanente 
la riserva del Tesoro, o meglio ancora riducendo di molto gli impegni a vista 
del Governo: egli vorrebbe ritirare un po' alla volta la maggior parte dei bi- 
glietti d: ^istituirvi quelli delle Banche nazionali e sopprimere la 
ranzia dello Stato per queste ultime, assicurando con un complesso di prescri- 
zioni legislative la solidità di questi strumenti di credito. La circolazione fiduciaria 
non è eccessiva, ma è mal regolata, male impiantata; e il Governo se ne preoc- 
cupa e si studia di correggerla, giacché comprende che questa questione di 

irò e anche una questione di bilancio per l'incertezza che essa getta sulla 
natura delle risorse di cui l'amministrazione del paese ha bisogno di disporre. 



Ciascuno degli Stati confederati ha anch'esso il suo bilancio, e così pure 
ciascuna Contea e ciascun Comune. Le principali spese di ogni Stato consi- 
stono nelle paghe degl'impiegati dell'amministrazione civile e giudiziaria, in 
quelle per la milizia, per le scuole e gl'istituti di beneficenza, per le prigioni 
(la maggior parte dipende dalle Contee), per gli edilìzi e i lavori pubblici, per 
il debito. Xel 1882 sette Stati soltanto avevano un bilancio di più di 2 mi- 
lioni di dollari. 

I redditi dei singoli Stati, a differenza di quelli della Confederazione, sono 
forniti dalle imposte dirette; nessuno Stato può stabilire alcun dazio d'entrata 
o di uscita senza l'approvazione del Congresso, e quando lo fa, il prodotto ne 



LE FINANZE DEGLI STATI UNITI IO 5 



va alla Confederazione. L' imposta comune è un' imposta ' sulla proprietà fissata 
secondo il valore dei beni reali e personali; ma il guaio è che la proprietà mo- 
biliare si nasconde più facilmente della fondiaria, e cosi questa si lagna di esser 
gravata troppo. Inoltre vi sono delle tasse su certe professioni, sulle succes- 
sioni in linea collaterale, sulle Compagnie ferroviarie, sulle Banche, sulle so- 
cietà; in cinque Stati soltanto vi è una tassa sul reddito, però le obbligazioni 
federali non possono essere tassate, il che fa si che certi contribuenti dichia- 
rino un attivo composto unicamente di titoli intangibili. Le imposte per conto 
dello Stato, della Contea e del Comune sono percepite, in generale, da un solo 
-collettore che poi ne fa la spartizione. In molti Stati è fissato il massimo delle 
imposizioni che si possono stabilire: nel Texas il 0.35 per cento del valore 
delle proprietà tassabili; nel Dakota settentrionale 0.4; nel Montana 0.73. In 
generale, i Parlamenti locali non si sono mostrati troppo solleciti delle finanze 
degli Stati e hanno, come si suol dire, gettato il denaro dalla finestra lancian- 
dosi in una quantità d'affari; e siccome molte di queste imprese non riusci- 
rono, cosi gli Stati s'indebitarono, e il totale dei loro debiti, da 1 2 milioni di 
dollari nel 1825, salì nel 1870 a 353 milioni; nel 1880 scese a 290 milioni 
€ nel 1890 a 223, ma ciò perchè parecchi Stati rifiutarono di riconoscere i 
loro debiti, cosa non difficile perche i creditori di uno Stato si trovano quasi 
■disarmati contro i loro debitori: cosi già nel 1850 lo Stato del Mississippi negò 
il rimborso di 5 milioni di obbligazioni; poi la Florida fece lo stesso per 8 mi- 
lioni, l'Alabama per 16, ecc. 

Come si vede, la storia finanziaria di alcuni Stati è ben poco edificante, 
massime se la si confronta con quella della Confederazione, la quale ultima non 
•sospese il pagamento degl'interessi del debito federale nemmeno durante quella 
■crisi terribile che fu la guerra di Secessione. Il ripetersi di bancarotte come 
■quelle teste acetnnate — e altre se ne ebbero nella Carolina del Nord, nella 
Georgia, nella Luisiana, nell'Arkansas, nel Michigan, nel Minnesota, nel Ten- 
nessee, nella Virginia — è però ora poco probabile, giacche cinque Stati sol- 
tanto (New Hampshire, Vermont, Massachusetts, Connecticut, Delaware) hanno 
lasciato al Parlamento libertà di contrarre prestiti per una somma qualsiasi; gli 
altri Stati hanno fissato un massimo che è pur sempre modesto, giacche varia 
■da 50,000 dollari (Man-land, Michigan, Oregon) a 1 milione (Pensilvania, 
Kansas, New-York). Tale rimedio è giudicato da molti eccessivo, e si vorrebbe, 
al contrario, che s'incoraggiassero certe spese di pubblica utilità, e si lamenta 
che l'importanza degli Stati scemi da una parte di fronte al Governo federale, 
dall'altra di fronte ai Comuni. Il totale dei debiti di questi ultimi (Comuni di 
più di 4,000 abitanti) ammontava nel 1890 a 646 milioni di dollari contro 



106 MINERVA 

623 nel 1880; ma anche la popolazione è cresciuta, di modo che la propor- 
zione per abitante è diminuita. 

A proposito dei bilanci dei singoli Stati, molte sono le riforme che si pro- 
pongono: fra le altre quella di separare le imposte dello Stato da quelle dei 
Comuni dando allo Stato quelle sulle società e sulle successioni, e ai Comuni 
quelle sulla proprietà fondiaria e sul resto della fortuna personale. Di questo 
problema si preoccupano da molto tempo i principali Stati, e molti e note- 
voli studi sono stati tatti in proposito. 

L'autore accenna ad alcuni di questi studi, segnatamente alle relazioni sulle inchieste 
promosse da vari Stati e ai lavori che si vanno facendo nelle sezioni economiche delle 
Università americane ; e dice che, per penetrare nel cuore della questione tributaria negli 
Stati Uniti non bisogna limitarsi a esaminare il bilancio federale, ma occorre cercare le 
basi dell'organizzazione finanziaria nelle costituzioni dei singoli Stati e in quelle dei Comuni. 



Il capitale del debito federale netto rappresenta meno di 1 7 dollari per abi- 
tante; il bilancio federale richiede annualmente una somma di imposte corri- 
spondente a 5 dollari per abitante; ammettendo che le tasse locali rappre 
tino 9 dollari, non se ne hanno in tutto che 14, ossia 72 franchi, mentre in 
Francia se ne hanno 100 circa; e si noti che, il reddito annuo del lavoro di 
ciascun abitante essendo molto più forte di quel che sia nei principali ; 
europei, tanto più debole e la proporzione prelevata su questo reddito dalle 
spese pubbliche. Ciò risulta chiaramente dal prospetto qui sotto in cui è cal- 
colato, in dollari, il peso dei tributi per abitante negli Stati Uniti, in Inghil- 
terra e in Francia, ed è calcolato il rapporto di questo peso alla produzione. 





Stili 


lnghi 




Esercito 


0.67 




- 


Marina . . .... 


0.48 






Servizi civili ..... 


1.42 


2.94 




Interessi del debito (comprese, negli 








Stati Uniti, le pensioni) 


2-45 


3 04 


6.23 


Totale per abitante 


5-02 




Valore del prodotto del lavoro 


200 


I50 


I20 


Rapporto dei tributi alla produzione 


2-5 "lo 


7-2 %, 


13 "lo 



Quanto alla produzione, non solo essa è tale da far diminuire sempre più 
il bisogno d'importare oggetti di prima necessità, ma si fa una grande espor- 
tazione di grano, di cotone, di metalli. L'industria è cosi sviluppata che, oltre 
al bastare in gran parte al consumo interno, minaccia di far concorrenza ai 
metallurgisti europei. In dieci mesi, dal i° luglio del 1897 al 30 aprile di 



LE FINANZE DEGLI STATI UNITI IO7 

quest'anno, le esportazioni hanno superato di 5 1 3 milioni di dollari le impor- 
tazioni. Ora, questo stato di cose ha conseguenze diverse per il Tesoro e per 
la nazione: questa vede crescere in modo considerevole la propria ricchezza; 
il Tesoro, invece, il cui cespite principale sono i diritti doganali d'entrata, vede 
scemare i propri introiti causa la diminuita importazione. Il deficit dell'esercizio 
1894 m di 69 milioni; quello del 1895 di 43; quello del 1896 di 25; quello 
del 1897 di 18; in quattro anni 155 milioni; e frale cause di questo deficit 
c'è l'aumento delle spese pubbliche, che dal 1886 al 1897 sono cresciute del 
50 per cento e ora saranno ingrossate di non poco dalla guerra. L'elasticità 
del bilancio americano è tale, che i deficit di cinque esercizi consecutivi non 
iscuotono la fiducia della popolazione e dell'estero nel credito del paese, giacche 
si capisce che la mediocrità dell'amministrazione finanziaria non può toccare 
le fonti vive della pubblica prosperità, fonti che sgorgano sempre più potenti 
dal suolo feoondo e dall'intensa attività di quella energica popolazione. Ma bi- 
sogna guardarsi dal concludere che il sistema bancario e monetario dell'Unione 
americana sia buono : l'esempio dimostra soltanto che la condizione monetaria 
di un paese dipende più dalla sua situazione economica che dalla sua legislazione. 
Quanto alle relazioni dell'Europa con gli Stati Uniti, è una fortuna che essa 
possieda ancora una grande quantità di titoli americani, obbligazioni dello Stato, 
azioni e obbligazioni delle Ferrovie, valori industriali di vario genere; e sarà 
una fortuna per lei se gli Stati Uniti avranno bisogno, in un avvenire che non 
dovrebbe esser troppo lontano, di capitali che essi chiederanno in parte ai loro 
clienti di un tempo, alla Francia e all'Inghilterra. Se essi non dessero così al 
risparmio europeo l'occasione di costituirsi loro creditore, verrebbe un mo- 
mento in cui, per pagare il grano, il cotone o il rame che ci facciamo ve- 
nire dall'America, dovremmo fornirle delle somme d'oro ancor più considere- 
voli di quelle che le abbiamo mandate quest'anno e che, dall'estate scorsa, 
ammontano a 100 milioni di dollari. Ma sembra che una legge superiore im- 
ponga, a intervalli, ai popoli troppo prosperi delle prove che li richiamano alla 
prudenza e alla saviezza. Dopo aver subito le conseguenze delle leggi sull'ar- 
gento e sulle pensioni militari, le quali fecero raddoppiare il debito e il bi- 
lancio, gli Stati Uniti sono oggi in lotta contro la Spagna. Questa lotta avrà 
le sue conseguenze anche nel campo economico, e il popolo americano presterà 
maggiore attenzione al bilancio federale quando avrà compreso che non meno 
necessario dell'aver navi e cannoni in buono stato e in numero sufficiente è 
l'avere degli arsenali finanziari. Non già che questo popolo provi ancora la più 
piccola difficoltà o sofferenza materiale; ma le nuove imposte votate per la 
guerra col War Revenue bill nel giugno di quest'anno cominciano a farlo ri- 
flettere; e se riusciranno a prevalere i tautori dell'imperialismo, ossia della pò- 



108 MINERVA 

litica aggressiva e conquistatrice, anche gli Americani dovranno rassegnarsi, a guisa 
di semplici Europei, a una quantità di gravami fiscali. Le imposte stabilite con la 
legge suddetta esistono quasi tutte in Europa, e la maggior parte dei contri- 
buenti europei sarebbero lieti di scambiare la loro sorte attuale con quella alla 
quale sono stati teste sottoposti gli Americani; ma, d'altra parte, è un tatto che 
lo sviluppo meraviglioso degli Stati Uniti è stato dovuto in gran parte alla 
mancanza delle fiscalità che opprimono i popoli della vecchia Europa. 

Gli Americani, ai quali piace far le cose in grande, vorranno forse darsi 
un'organizzazione militare che richiederà un aumento permanente dei redditi 
pubblici; a questo scopo il paese ricchissimo presenta riserve che sembrano 
inesauribili; ma non ci vorrebbero molte scosse come quella di quest'anno per 
modificare gravemente la situazione privilegiata di cui godono oggi gli Ame- 
ricani del Nord ; e alla grande repubblica si deve augurare di non cedere alla 
tentazione di abusare della sua potenza economica e di rimaner fedele alle tradi- 
zioni di moderazione e di saviezza che le furono legate dai suoi illustri fondatori. 



LA DINASTIA SPAGNUOLA, 
LA REGINA REGGENTE E LA CORTI 

(Da un articolo della signora Emilia Pardo Ba itscbe Rei -.to) 

La dinastia che oggi è rappresentata sul trono di Spagna dal giovane re 
Alfonso XIII di Borbone e Absburgo, inclinata per tradizione alla dominazione 
più o meno assoluta, si è trovata spinta dalle necessità politiche sulla via li- 
berale costituzionale e democratica. Quando essa fu restaurata sul trono con 
Alfonso XII, il suo compito diventò ancor più difficile, giacche, oltre a venire 
a un compromesso con gli elementi rivoluzionari, essa s' impegnava a garan- 
tire la pace e la prosperità del paese; Alfonso XII doveva chiudere le ferite 
della Spagna, doveva guarirla: questa la indizione alla quale egli ebbe 

la corona. 

Durante la restaurazione e nei primi anni della reggenza sembro che le 
andassero bene; ma da quando scoppiò nelle colonie la rivoluzione se- 
paratista, i sentimenti del paese verso la dinastia cominciarono a mutarsi, ed 
ora la dinastia ha perduto la sua popolarità ed è in pericolo. 

La reggente Maria Cristina di Absurgo-Lorena, arciduchessa d'Austria, ve- 
dova di Alfonso XII, è una donna ancor giovane, snella, elegante; veste con 
gusto, ma con semplicità, e sempre con colori di mezzo lutto; l'espressione del 



LA DINASTIA SPAGNUOLA, LA REGINA REGGENTE E LA CORTE IO9 



suo volto è piuttosto mesta; nei suoi bei capelli biondo-rossicci cominciano a 
vedersi dei fili d'argento. Una volta il popolo era abbastanza favorevole a lei; 
ora le è contrario. Per ispiegare questa mutazione occorre rifare la storia di 
questi ultimi anni. Quando Alfonso XII, il re che aveva destato tante spe- 
ranze, morì di tubercolosi, la vedova, che era vissuta unicamente del suo amore, 
si trovò addosso il grave peso del sommo potere senza esservi punto prepa- 
rata: non solo non conosceva le condizioni, gli usi, i bisogni del paese, ma 
le era ignota anche la lingua, che oggi essa parla benissimo, benché con ac- 
cento straniero. Essa si trovava inoltre malandata di salute e incinta; e così 
si dice che, subito dopo la morte del re, dichiarasse piangendo di non poter 
assumere la reggenza. 

Per fortuna trovò un appoggio nel grande uomo di Stato al quale si do- 
veva il ristabilimento dell'ordine politico e sociale, don Antonio Cànovas del 
Castillo; il quale, mentre da una parte evitava ogni causa di conflitto cedendo 
il potere a un ministro liberale, dall'altra continuò a essere il fedele consigliere 
e la guida della giovane reggente. Questa ebbe inoltre la fortuna di dare alla 
luce un bambino, 'Alfonso XIII, il che contribuì ad assicurare la quiete e l'or- 
dine; e la popolarità della reggente crebbe sempre, toccando l'apice nel 1888, 
al tempo della prima Esposizione internazionale di Barcellona. 

Il partito conservatore e il liberale, che si alternavano al governo, avevano 
il più grande interesse ad aumentare la popolarità della sovrana, e non trascu- 
rarono di farlo; trascurarono, invece, di promuovere la prosperità e il benes- 
sere del paese, il quale di molte cose aveva bisogno la cui mancanza è suffi- 
cientemente dimostrata dalle critiche circostanze di oggidì. Si dice che Maria 
Cristina, pur non uscendo dalla sua parte di sovrana costituzionale, abbia mo- 
strato più di una volta di vedere e di disapprovare questo falso indirizzo di 
governo; ma se anche fu questa la causa per cui essa si ritirò a una vita 
chiusa, isolata, essa, così facendo, allontanò la dinastia dal popolo. Il re e le 
principesse sue sorelle, Mercede e Maria Teresa, furono educati senza venire 
col popolo a nessun contatto, e non si mostrano in pubblico se non nell'oc- 
casione di certe solennità, come, per esempio, l'apertura delle Cortes ; il resto 
dell'anno lo passano per lo più nella solitudine della campagna, e il loro unico 
viaggio nel paese è il solito viaggio di ogni anno ai bagni di San Sebastiano. 
Le giovani principesse, poi, ricevono un'educazione addirittura monacale; e a 
questo proposito si dice che, fino a poco fa, non potevano tenere uno specchio 
nella loro camera da letto. Nelle splendide sale del Palacio de Oriente, forse il 
più ricco di tappeti e di pitture che vi sia in Europa, non si danno mai, o 
quasi mai, teste; solo vi si tengono gli inevitabili pranzi di gala; di quando 
in quando vi si dà un piccolo concerto al quale non assistono che pochissimi 



I IO MINERVA 

uditori, oppure qualche piccoia rappresentazione organizzata dall'infanta Isabella, 
sorella del defunto re, k cui vivacità non basta a riscaldare il tetro ambiente. 
E la regina reggente non solo ha rinunziato ai piaceri mondani, per i quali 
non ha mai avuto una speciale inclinazione, ma anche allo sport, segnatamente 
al cavalcare che una volta praticava con piacere. 

Maria Cristina non ha avuto mai la fortuna di essere così amata dal basso 
popolo di Madrid come lo fu a suo tempo la regina Isabella II ; ma dopo lo 
scoppio della guerra con gli Stati Uniti l'avversione contro la dinastia ha fatto 
visibili progressi, e sulla dinastia ricadono gli errori che hanno condotto il 
paese sull'orlo dell'abisso, quantunque coloro che giudicano spassionatamente 
non possano incolparne la reggente Maria Cristina. Questa, almeno fin dopo 
l'assassinio di Cànovas che doveva essere cosi fatale alla Spagna, si è tenuta 
strettamente al suo ufficio di sovrana costituzionale che regna e non governa 
né prende iniziative ne getta sulla bilancia dello Stato il peso delle proprie 
simpatie personali. Donna Cristina non ha intorno a se né camarille, ne fa- 
voriti, ne parassiti. Né l'arciduchessa sua madre, ne nessuna delle sue dame di Corte, 
né la risoluta e virile duchessa d'Alba, né la duchessa di Ostina iniziata in tutti 
i misteri, né il medico, né il confessore — nessuno esercita su di lei la più 
piccola influenza; i suoi unici consiglieri sono quelli che le vengono assegnati 
dal regime costituzionale parlamentare: i ministri, i generali, insomma gli uo- 
mini di Stato. Che se fra questi qualcuno le è più simpatico di qualche altro, 
queste simpatie non sono tali da poter determinare dei mutamenti di Gabinetto. 

Dopo la morte di Cànovas, l'opinione pubblica biasimò parecchie iniziative 
prese dalla reggente contrariamente alle istituzioni, iniziative poco felici e che 
furono considerate come dettate da motivi personali ; ma certo esse sono da 
attribuirsi a uomini di Stato che, per i loro scopi, diedero agli atti della reg- 
genza un siffatto indirizzo, mentre poi non sono essi che ne pagano il fio. E 
così pure la dinastia soffrirà anch'essa, oltre al paese, di un altro errore dei 

manti: quello di aver trascurato completamente la politica estera pur di 
consolidarsi all' interno e di evitare rivoluzioni carliste e repubblicane. 

Se le istituzioni si salveranno nella tremenda débàcle di cui la Spagna é 
minacciata, non mancheranno anche in avvenire alla regina reggente serie preoc- 
cupazioni. Il conflitto interno che già ora esiste si allargherà ancor più quando 
il paese sentirà le conseguenze di tante prove e di così crudeli perdite: la si- 
tuazione economica si fa sempre più angosciosa, e l'ambizione e gli errori dei 
governanti e le mene di quelli che li combattono creeranno uno stato speciale 
di inquietudine e di commovimento. Intanto la dinastia ha perduto un alleato 
come Emilio Castelar, il Lamartine della Spagna, poeta in prosa come il La- 
martinc lo fu in poesia, rappresentante politico dell' ideale e insieme anche della 



SHAKESPEARE XEL 1S9S III 



sana ragione, l'uomo il cui nome è simbolo di libertà e di ordine. Oltre a 
quest'amara perdita, preparano alla dinastia una serie di complicazioni la mag- 
giorenne di Alfonso XIII, il quale, quando avrà sedici anni, entrerà nelle sue 
' funzioni di sovrano, e il matrimonio delle due principesse, segnatamente della 
principessa delle Asturie, alla quale andrebbe l'eredità della corona se Alfonso XIII 
morisse senza lasciar figli. In tal caso non sarebbe facile trovare per la erede 
del trono un principe consorte di religione cattolica e di cui il popolo fosse 
soddisfatto; ad ogni modo, è necessario che il marito della principessa delle 
Asturie non mostri verso la Spagna la completa indifferenza di cui ha dato 
prova in quest'ultimo tempo l'infante Antonio d'Orléans, figlio del duca di 
Montpensier e marito della sorella del defunto re, l' infanta Eulalia ; il quale, 
pur essendo ufficiale spagnuolo, non accorse a battersi per la Spagna, ma se 
n'è rimasto placidamente nella sua villa di San Lucar de Barramedo. 

Come complemento a questo articolo vedasi quello intitolato La qiiestio?ie dinastica nella 
Spagna, di cui diamo il riassunto nella « Rivista delle Riviste ». 



SHAKESPEARE NEL 1898 

(Da un articolo di Edmondo Gosse, Korth American Review, agosto) 



Qualche tempo fa, lo Swinburne affermava che il 1894 sarebbe stato co- 
nosciuto sotto il nome di « anno di Walter Scott », a cagione della grande 
importanza del suo Diario e di altri interessanti documenti pubblicati in quel- 
l'anno. Forse, a miglior ragione, sarà conosciuto il 1898 sotto il nome di 
« anno di Shakespeare », tante sono, e così importanti, le pubblicazioni che 
videro la luce in quest'anno, intorno al grandissimo poeta. 

Venti anni fa, ci fu negli studi shakespeariani un grande e utile movimento. 
Fino allora, il testo di Shakespeare era stato trattato con un'irragionevole su- 
perstizione; ogni scena di ogni atto era stata, senza discussione, attribuita alla 
sua penna inspirata, e nessuna investigazione, di nessuna sorta, era stata fatta 
intorno alla sorgente di quella autorità. Incominciò allora un periodo di scet- 
ticismo, il quale sottomise ad esame ogni dramma, scena per scena, atto per 
atto, e mise in dubbio la paternità di Shakespeare al minimo motivo, a qua- 
lunque occasione. Questa scuola di critica minuta andò ben presto all'eccesso 
e cadde in discredito, ma non è men vero ch'essa rese agli studi shakespeariani 
un grande servizio : confutò molti errori, e sopratutto portò, in questi studi, un 



112 MINERVA 

atteggiamento critico lontano da quell'ammirazione di tutto ciò che era, o pre- 
tendeva di essere, opera shakespeariana. 

Fu così aperta la via a nuovi studi, dei quali frutto importantissimo è la 
nuova biografia shakespeariana di Sidney Lee, pubblicata nel Dictionary of Xa- 
tional Biografy. Questa biografia si potrebbe chiamare « un articolo » di quel 
dizionario, ma forma, in realtà, un bel volume, nel quale sono riassunti ed 
esposti, con calmo e sobrio giudizio, tutti i fatti della vita dello Shakespeare, che 
si trovano dispersi per mille fonti. Fin qui, la biografia shakespeariana più ricca 
e più completa era quella di Hallywell-Phillips, ma questa non è, per così dire, 
c!ie una congerie di fatti; l'autore non aveva molta forza di sintesi; egli non 
poteva padroneggiare le notizie e i fatti raccolti; infatti il suo « Outline of 
a life of Shakespeare » è uno dei libri più caotici del mondo. Il pregio prin- 
cipale di Sidney Lee sta in questo, ch'egli dà un libro pieno di notizie, di fatti 
ordinati a sintesi, spiegati nel modo più chiaro e più ragionevole. Per citare 
un esempio : s'era fitto un gran caso, quasi un mistero, della ricchezza dello 
Shakespeare, come se la formazione di un tal patrimonio fosse quasi un risultato 
di magìa. Il libro di Sidney Lee ci dà un interessante resoconto della vita eco- 
nomica dei tempi di Elisabetta; e, leggendo i fatti che il biografo diligente- 
mente ha raccolto, vediamo come non ci sia nulla di strano, né di straordi- 
nario, nella carriera finanziaria del poeta. Shakespeare non era punto più ricco 
di qualsiasi direttore di teatro dei suoi tempi. Dal tempo in cui egli entrò in 
questa carriera, tino al 1599, la sua rendita annua fu di circa trentadue mila 
lire, ragguagliata alla moneta dei giorni nostri. Dopo il 1599, prima che si 
ritirasse a riposo, i suoi guadagni annui salivano a oltre 125,000 lire. Questa 
è una grossa entrata; ma non ci deve sorprendere, quando sappiamo che un 
direttore di teatro suo contemporaneo, Edoardo Alleyn, potò comprare il ca- 
stello di Dullwich per 250,000 franchi, che equivalgono a circa mezzo milione 
del giorno d'oggi, e regalarlo al pubblico. Gli incassi dei teatri erano straor- 
dinariamente grandi, mentre i direttori davano agli autori drammatici magris- 
simi compensi; sembra che dieci sterline fosse il prezzo più alto per un dramma, 
ai tempi di Elisabetta. É importante notare, e il Lee lo dimostra con minuta 
chiarezza, che Shakespeare fece la sua fortuna, non con lo scrivere drammi, 
ma con l'ammirabile condotta dei suoi affari teatrali. 

Altro importante contributo di quest'anno agli studi shakespeariani è la bio- 
grafia dello Shakespeare del dott. Giorgio Brandes. Il Brandes è danese, e pub- 
blica i suoi libri contemporaneamente in danese e in tedesco. Sono noti i suoi 
importanti studi sulle correnti principali della letteratura moderna. Hgli ha fatto 
soggetto dei suoi studi lo Shakespeare, precisamente come, da quasi trent'anni 
fa, è sua abitudine studiare, uno per uno, i grandi autori moderni. La più 



SHAKESPEARE NEL 1898 I I 3 



grande difficoltà con cui egli ebbe a lottare, è la mancanza di abbondanti, sicure 
informazioni. Il lato caratteristico, per un lettore inglese, dell'opera del Brandes 
sta in questo : ch'egli non s'è fermato a lungo sui predecessori e sui contem- 
poranei di Shakespeare; egli ha messo Shakespeare così alto da isolarlo, e 1' ha 
posto tanto in alto sui suoi contemporanei, che questi vengono a sparire. Questa 
non è l'intera verità, ma è una faccia della verità, e la freschezza, il vigore, la 
novità delle sue impressioni, fa della sua monografia il miglior ritratto popolare 
di Shakespeare che sia stato presentato al pubblico continentale, e forse anche 
al pubblico inglese, sebbene si debba aggiungere che le sue interpretazioni dei 
drammi sono, qualche volta, fantastiche. 

Altra opera importante intorno a Shakespeare è dovuta a un giovane uomo 
di Stato, Giorgio Wyndham. Qualche tempo fa, egli pubblicò, con molta cura, 
un'edizione del « Plutarco » del Xorth, e quest'anno ci ha dato i suoi studi 
sui Poems dello Shakespeare. Questi Poems consistono sopratutto in tre opere: 
Venere e Adone, storia d'amore ; Lucrezia, racconto quasi sommerso in una 
lunga tirata morale; e i Sonetti. Altre volte, le prime due opere erano di gran 
lunga più popolari che la terza ; durante la vita dello Shakespeare furono pub- 
blicate sette edizioni di « Venere e Adone », cinque di « Lucrezia », e sola- 
mente una dei « Sonetti » ; nel secolo nostro le cose' si invertirono, e i so- 
netti sono diventati popolarissimi. Il Wyndham sostiene, a ragione, che l'unico 
modo di studiare queste tre opere, con profitto, è di studiarle insieme, all'uni- 
sono. Questa opinione egli dimostra e sostiene con una abbondanza di argo- 
menti irrefutabili. In quanto ai Sonetti, il Wyndham si libera da tutto il casuismo 
e dal labirinto di congetture, da cui fu sempre inceppato lo studio di essi; 
egli si sforza di mostrar l'opera stessa nella sua schiettezza, e di aiutare il let- 
tore a penetrarne lo spirito. 

In questo stesso anno, il più illustre degli editori americani dello Shake- 
speare, Orazio Furness, ha pubblicato l'undecimo volume della sua edizione 
« Variorum », lavoro quasi sovrumano, a cui attende da tanto tempo. Questo 
volume è dedicato a the Winter's Tale, e presenta gli stessi pregi degli altri: 
insuperabile diligenza, esatto e sicuro criterio, informato al buon gusto e al 
buon senso. Si devono finalmente citare un ingegnoso trattato sulle forme 
dello sport note allo Shakespeare, dovuto al giudice Madden, e una serie di 
interessantissimi articoli di Frank Harris sul temperamento personale del poeta, 
quale si rivela nella struttura dei suoi drammi. 

Così, il nostro secolo impiega alcune delle sue migliori attività a illustrare 
il grande poeta, il quale è sempre giovane, forte, e, per usare la frase del Co- 
leridge, « dalle mille anime ». Quale differenza dai tempi in cui Rvmer, il cri- 
tico ufficiale del regno di Guglielmo III, trovava tutto a ridire nello Shake- 

.\finerva, XVI. 



114 MINERVA 

speare, è giudicava l'Otello un dramma così mal costrutto e così scioccamente 
concepito da doversi ritenere una vergogna che agli attori fosse permesso di 
portare l'uniforme del re, mentre rappresentavano la parte di Jago ! 



KNUT HAMSUN 

(Da un articolo di Max Lorenz, Preussiscbe Jahrbi'tcher, agosto) 



Del grande autore norvegese, il cui non., . acquistata fama mondiale, 

sono presi qui in considerazione tre libri specialmente, « Fame », « Misteri » 
e « Pan ». Gli altri romanzi e drammi, per quanto notevoli, non si possono 
dire di tale levatura da prender parte nella letteratura europea. Non sono di 
quelle opere davanti alle quali bisogna arrestarsi e dire: Qui la riviera della 
letteratura si volge e prende una diversa direzione; qui comincia una nuova 
fase dell'arte. Ma delle tre opere sunnominate si può veramente dir tanto. « Fame», 
'< Mister: e Pan » rappresentano l'estremo della interiorità dell'arte. Le cose 
del mondo esterno, i fatti, le azioni, non hanno qui valore alcuno. Ciò che im- 
porta è unicamente la rappresentazione artistica di uno stato d'anima. Ora queste 
anime di Hamsun sono tutt' altro che anime comuni; anzi sono quanto ma 
straordinarie, bizzarre e misteriose. Il tenente Glahn e Giovanni Xilsen Nagel, 
le due figure principali tanto nel « Pan » che nei « Misteri »,sono uomini dii 
carattere inerte e mutabile come foglie flosce d'alberi in autunno. Le anime 
Hamsun descri\e difficilmente si lasciano afferrare e sottoporre ad analisi, 
in modo che il loro fondo e il loro sviluppo intimo appaia chiaro all'occhio 
dell'osservatore. Hamsun discende in tali profondità psichiche che noi appena 
ve lo possiamo seguire vacillando nel buio, intravedendo e sentendo con lui. 
Tutto in lui è vago e mutabile come il mare, né ad altro meglio che al mare 
si potrebbero paragonare le sue descrizioni di un'anima. 

Ma con similitudini e con impressioni non si può formare la critica sopra 
un'opera d'arte. Per quanto l'arte di Hamsun più d'ogni altra vi si sottra 
bisogna tentarne l'analisi se si vuole averne un concetto. 

I tre libri nominati hanno questo di comune, che ciascuno e completa- 
mente occupato della rappresentazione di un'unica persona. Questi tre tipi di 
un carattere stranamente eccezionale hanno però una grande somiglianza tra 
di loro sia nell'insieme che in taluni minuti particolari, e fanno indovinare che 
in essi Knut Hamsun ha descritto gran parte di se, ha intrapreso con un tri- 
plice lavoro una specie di purificazione dell'anima sua. 



KNUT Ha.MSUX II 



« Fame » è un romanzo in prima persona. Quegli che ha avuto fame rac- 
conta le sue memorie. È la storia di un giovane ingegno, pieno di splendidi 
sogni d'arte, travagliato dalla più squallida miseria, errante per le vie e per le 
bettole di Cristiania, conservandosi mirabilmente puro. Ma infine si confessa 
vinto, e si lascia ingaggiare per marinaio, continuando la vita misera, priva 
anche di sogni. Dopo la rinunzia egli narra le sue sofferenze. Ciò ch'egli pensa 
e dice, quel ch'egli propone e fa, non sono pensieri, parole e azioni di un uomo 
normale, dotato di volontà e di libero arbitrio. Per effetto della fame egli si 
trova in uno stato d'animo quasi incosciente e complicato di una quantità di 
gradazioni psichiche che Hamsun ha saputo dipingere con insuperabile maestria. 
Il romanzo ha quasi trecento pagine, e quantunque non vi si parli che delle 
idee e delle disposizioni di spirito dell' affamato, non vi si trova una sola ri- 
petizione. Notevole e caratteristico è anche che dal romanzo « Fame » non esce 
mai un grido di rivolta contro le ricchezze o contro il presente ordinamento 
sociale. È solamente il problema psicologico e lo stato d'animo individuale che 
interessa l'autore. 

Però in « Fame » il problema psicologico è relativamente semplice; e le 
bizzarrie si spiegano con gli effetti fisici della fame che indebolisce le forze dello 
spirito. Ma più oscuro è il problema in « Pan », e più oscuro ancora nei 
« Misteri ». Giovanni Nilsen Nagel non ha sofferenze fisiche che lo travaglino; 
eppure egli non è bene in se; ha come un misterioso germe di pazzia che in 
fine si sviluppa e lo spinge al suicidio. Le sue azioni e le sue parole somi- 
gliano di molto a quelle dell'affamato. Eppure in lui non è venuto il pati- 
mento fisico a turbarle. Qual'è dunque l'enigma? 

Noi tutti conosciamo quella particolare stanchezza che tien dietro alle forti 
eccitazioni dell'animo o alla tensione eccessiva dello spirito; stanchezza che non 
permette il sonno profondo e riparatore, ma porta seco quasi un disfacimento 
della nostra volontà, della nostra energia. La volontà non è più in grado di fer- 
mare e ordinare le nostre sensazioni, i nostri pensieri, che non obbediscono più 
alle leggi della logica e sfuggono alla connessione consueta. Regna allora in noi 
un'associazione d'idee che è assolutamente diversa dal solito e bene spesso ine- 
splicabile. 

Ora quel che nell'uomo normale può avverarsi talora, in determinate cir- 
costanze, e divenuto regola, stato costante, nei personaggi del Hamsun. Il te- 
nente Glahn e Giovanni Nilsen Nagel non hanno più volontà; la loro vita non 
ha più scopo alcuno. E quanto minore è la potenza attiva dello spirito, tanto 
maggiore è la passiva, la sensibilità morbosa, la incapacità di sottrarsi ad ogni 
esterno impulso. L'anima loro è esposta senza schermo a tutte le impressioni, 
è tutta vibrante per mille contatti. 



I I 6 MINERVA 

Questo legame colle cose esteriori dà occasione all'autore di soffermarsi in 
quelle sue « impressioni » di natura che, artisticamente bellissime, diffondono in 
tutta l'opera una freschezza deliziosa come di una vergine selva. Ed è una 
specie di panteismo buddistico quello che immedesima lo spirito debole del te- 
nente Glahn con ogni sottile fenomeno delle piante e degli esseri tutti, come 
se l'anima umana fluisse nell'anima della natura perdendosi in essa. 

Naturalmente, non soltanto le circostanti cose operano sui personaggi di 
Hamsun, bensì anche le altre anime umane con le quali vengono a contatto. 
E qui un'infinità di complicazioni nuove. Come quei personaggi, senza volontà 
e schiavi di ogni esterno influsso, s'identificano alle manifestazioni della na- 
tura, altrettanto fanno per le influenze umane. Si trasportano quasi nell'anima 
di un altro. Se ivi qualche cosa si muove, si muove anche in loro. Glahn e 
Nagel si gloriano d'essere conoscitori d'uomini; e lo sono in quanto hanno 
in sommo grado la facoltà d'immedesimarsi passivamente nelle anime altrui. 
Una cosa sola non comprendono, in coloro che la possiedono : la volontà. v 
tono la volontà che opera in altri, vedono e odono di forti azioni, di riso- 

iudizi ; e una diffidenza li prende, come l'angoscia di macchinazioni 
nosciute e irreparabili, che matura in odio morboso contro gli uomini di 
lontà e di azione. Quelle opinioni decise, quelle parole taglienti turbano il 
sognatore panteistico abituato al dolce mistero della penombra; — nulla gl'in- 
cresce più delle altrui opinioni politiche e filosofiche esposte con rude . 
veranza; pur riconoscendone la forza, le disapprova e si rivolge con simpatia 
ai deboli, alle nature femminine, pallide e melanconiche, bis* di vicen- 

le appoggio. Quelle simpatie danno luogo, nel romanzo, a sentimenti che 
hanno somiglianza con l'amore, ma incerti sempre e multipli nel tempi 
tanta è l'incapacità di dominare nonché le proprie azioni, le proprie inclina- 
zioni. È naturale die caratteri così complessi e mal definiti si trovino a di- 
sagio nell'umanità che li circonda. Essi comprendono di non poter contare sulle 
simpatie di gente tanto diversa da loro. E soffrono di ciò, soffrono di dover 
vivere incompresi e solitari. Nagel tenta un estremo sforzo: dipinge sé stesso 
a Dagnv con ogni maniera di esagerate e cattive tinte, sperando fra d : 
che l'attenzione della donna intelligente e amante penetri alfine l'anima sua 
oscura e ch'ella gli dica: « Non parlare così, o mio amore, io ti conosco nel 
profondo, conosco la bontà e i dolori del tuo cuore. Conosco quello che tu 
desideri. Vieni sul mio cuore, io voglio salvarti. I miei occhi chiari e azzurri 
penetreranno di luce la notte del tuo spirito; le mie mani bianche e sottili di- 
raderanno con le loro carezze le nubi della tua fronte. Io ti salverò col mio 
amore e tu potrai conoscere la felicità ». 



LA FISICA SOTTO TERRA II 



Ma Dagnv non pensa e non parla così. E Nagel non ha più chi lo salvi 
dal turbamento di spirito che lo assedia, lo vince e lo spinge infine al sui- 
cidio. Quanto al tenente Glahn, egli segue invano molte larve d'amore, finché, 
cercando una solitudine comportabile dal suo animo buono e malato, nell'India 
lontana anch'egli oscuramente muore. 

L'arte di Knut Hamsun è al polo opposto del naturalismo che tentò la 
sua brutale conquista sottomettendo e illuminando ogni cosa. Questa invece 
è arte intima, che penetra dolcemente nei labirinti dell'anima e ascolta suoni 
remoti sorgenti da lontani abissi. Essa ama dello spirito i lati più oscuri, tutto 
ciò ch'è debole e malato, tutto ciò che rifugge all'analisi e non s'indovina che 
per misteriose simpatie. E come avviene spesso, gl'indirizzi opposti si toccano 
e si completano. Alla fine del nostro secolo d'invenzioni e scoperte ci si apre 
davanti nell'arte un periodo nuovo di romanticismo. Ma forse un uomo di 
genio, un Goethe del ventesimo secolo saprà assimilare in se tutta l'anima del 
tempo e farla presente col magistero dell'arte alla generazione che sorge. 

Della vita di Knut Hamsun si può dire in pochissime parole. Ha oggi 
trent'anni. A ventidue la fame lo cacciò dalla patria Norvegia, e lo spinse in 
una barca di pescatori alle coste di Terranova. Visse ivi tre anni la vita del 
mare, poi fu operaio agli Stati Uniti. Come impiegato di una compagnia di 
vagoni-letto potè risparmiare tanto da rivedere il paese natale. Vi dimorò poco 
tempo, e visse di poi a Parigi, sempre combattuto dalla povertà e dalle pri- 
vazioni finché il suo nome uscì oltre i limiti della letteratura norvegese, e l'opera 
sua nell'arte suscitò l'ammirazione dei mondo civile. 



LA FISICA SOTTO TERRA 

(Da un articolo di E. Gerlaxd, Deutsche Revue, luglio) 



Di non lieve aiuto riesce la fisica co' suoi apparecchi al minatore che pe- 
netra nelle viscere della terra per strapparle i suoi tesori. Poderose pompe 
aspirano di continuo l'acqua che, facendosi strada attraverso la terra e attraverso 
le rocce, minaccia d'inondare le gallerie; ventilatori e pompe ad aria provve- 
dono a render più respirabile il tetro ambiente; macchine a vapore e ad acqua, 
che ora agiscono a piccola e a grande distanza per mezzo dell'elettricità, tra- 
sportano fuori i minerali o permettono ai lavoratori di entrare e di uscire co- 
modamente dalla miniera. Per tal modo il soggiorno nell'interno della terra 
perde di orrore, anzi, se si deve credere ad alcuni canti di minatori, acquista 



I I 8 MINERVA 

alcunché di gradevole. Ma prima condizione perchè ciò si avveri è che il mi- 
natore possa orientarsi nello scavare : è vero che le vie gli vengono indicate 
dalle gallerie già scavate; ma la direzione di queste gallerie dev'essere deter- 
minata fin da principio con tanta precisione che, cominciando a scavare da due 
estremità opposte, i due scavi vengano a combinarsi nel mezzo. A ciò prov- 
vede il geometra minerario, il quale nel suo lavoro ha per guida l'ago della 
bussola. 

La bussola è uno dei più importanti strumenti di cui si vale l'industria 
mineraria; ma per poterne far uso è assolutamente indispensabile la massima 
precisione. Ora è noto che la bussola non indica il meridiano astronomico, 
bensi il meridiano magnetico, e che questo forma con quello un certo angolo. 
Questo angolo si chiama declinazione, e, se non è uguale in tutti i punti della 
terra, non è difficile determinarlo con sufficiente precisione. Ma se quest'angolo 
non mantenesse in qualsiasi circostanza il suo valore, se esso fosse soggetto a 
variazioni più o meno rapide, ciò pregiudicherebbe di molto le osservazioni. 
E pur troppo accade così : l'ago della bussola oscilla — più spesso regolar- 
mente secondo le ore del giorno, talvolta anche affatto irregolarmente — in- 
torno al valore medio della declinazione, formando col medesimo piccoli angoli 
che si chiamano variazioni. Queste variazioni non devono essere trascurate e 
vanno detcrminate con osservazioni continuate per più giorni. Ciò non può 
farsi se non sopra terra, e a tale scopo serve un apparecchio detto magnetometro 
messo fuori nel 1833 dal Gauss, il quale, esortato da Alessandro von Hum- 
boldt, domandò e ottenne che di siffatti apparecchi se ne collocassero in vari 
luoghi della Germania, segnatamente in città dove hanno sede istituti univer- 
sitari, e che, a intervalli determinati, si facessero su di essi osservazioni simul- 
tanee. Ora i magnetometri sono sparsi su tutto il globo, e per mezzo di os- 
servazioni sistematiche si tien dietro con la massima cura alle variazioni della 
declinazione. 

In proporzione alla sua precisione e alla sua straordinaria importanza, il 
magnetometro è uno strumento abbastanza semplice: esso consta di una grande 
verga magnetizziti che è tenuta appesa in posizione orizzontale per mezzo di 
due fili di seta di un filo d'ottone. Questo filo porta, subito al di sopra del 
magnete, uno specchietto; di fronte a questo sta piantato solidamente, ad alcuni 
metri di distanza, un cannocchiale, e sotto il cannocchiale si trova una scala 
orizzontale millimetrata, collocata in modo che la sua immagine riflessa dallo 
specchio si vede nel cannocchiale, il cui asse è indicato da due fili tirati a 
croce e nettamente visibili. Tenendo conto del punto della scala e della distanza 
del cannocchiale dallo specchietto, si può calcolare senza fatica l'angolo formato 
dal magnete col prolungamento dell'asse del cannocchiale, e quindi, conoscendo 



LA FISICA SOTTO TERRA I I 9 



la posizione del cannocchiale rispetto al meridiano, determinare con grande 
precisione la declinazione. 

Il magnetometro è conservato in una casetta speciale, in cui non ci devono 
essere ne chiodi, né chiavi, né la più piccola particella di ferro; altrimenti le 
misurazioni non danno risultati precisi. Per lo scopo al quale l'istrumento deve 
servire è bene che le misurazioni vengano fatte molto spesso; invece, fino a 
pochi anni fa, non si eseguivano che una volta al giorno, e precisamente nel 
momento in cui il sole passava per il meridiano, ossia allo scoccare del mez- 
zogiorno nel rispettivo luogo. Ma siccome queste misurazioni risultarono in- 
sufficienti, così si ricorse a un ingegnoso apparecchio registratore di precisione 
che funziona automaticamente: si sostituì alla scala una lanterna, e al cannoc- 
chiale un rotolo di carta fotografica che viene girato lentamente da un con- 
gegno d'orologeria; la luce della lanterna esce soltanto da un foro, per cui lo 
specchietto manda sulla carta sensibilizzata l' immagine di un punto, e siccome 
il cilindro gira, i punti impressi sulla carta formano una linea. Sviluppata la 
fotografia, la linea, se la declinazione non avesse mutato, sarebbe retta; ma 
siccome la declinazione varia, così la linea si alza e si abbassa variando ogni 
giorno abbastanza regolarmente intorno a una retta media; di quando in quando 
delle variazioni irregolari indicano irregolari oscillazioni del magnete. Dal 1896 
vi sono in Germania quattro di questi magnetometri registratori automatici: 
uno a Wilhelmshaven per i navigatori, altri tre, per gl'ingegneri minerari, a 
Klausthal, Bochum e Beuthen, ossia nei centri dei più importanti distretti mi- 
nerari del paese. 

Sono dunque i magneti quelli che indicano al minatore la sua via in mezzo 
alle tenebre ; e al magnete si è anche ricorso, a dir vero con risultato non 
troppo splendido, per garantire la sicurezza delle lampade speciali di cui i mi- 
natori sono provveduti per impedire che i gas, i quali si sviluppano nelle mi- 
niere, venendo a contatto con la fiamma, determinino quelle formidabili esplo- 
sioni che hanno già prodotto così immani catastrofi. Questi gas, risultanti dalla 
combinazione dell'idrogeno col carbonio, si trovano rinchiusi ad alta pressione 
nel carbon fossile, e ne escono lentamente e impercettibilmente, oppure con un 
rumore simile a quello che fanno dei gamberi che si muovono in un canestro, o 
si sprigionano in maggior quantità in forma di bolle, dalle cavità nelle quali sono 
rinchiusi. Anche la polvere di carbone che abbonda nelle miniere può accendersi 
e aver conseguenze egualmente funeste; i gas, poi, si sviluppano più abbondante- 
mente quando diminuisce la pressione dell'aria, ossia quando il barometro si ab- 
bassa; e perciò è bene che il minatore consulti anche questo strumento. 

Siccome l'esplosione non si produce se non quando i gas suddetti vengono 
a contatto con una fiamma libera, così è necessario impedire che ciò avvenga 



I 20 MINERVA 



nella lanterna di cui i minatori si servono per rischiarare la loro via; e a questo 
provvede la lampada di sicurezza inventata da Giorgio Stephenson dopo il ter- 
ribile disastro della miniera di Killingworth, presso New Castle, nel 1814. 
Avendo osservato che il fuoco di un fornello non passa mai attraverso a pic- 
cole aperture, egli pensò di circondare la fiamma con una fine reticella di filo 
di (erro. Intanto sir Humphrey Davv, l'illustre chimico della Royal Institution, 
aveva fatto le sue note ricerche intorno alla natura della fiamma giungendo 
agli stessi risultati dello Stephenson; e poiché queste ricerche ebbero meritata 
celebrità, cosi la lampada, che i minatori di New Castle chiamano la Gordie 
in ricordo del loro benefattore, ebbe il nome di lampada di Davv. 

Questa lampada risponde pienamente al suo scopo purché non venga aperta 
in un punto pericoloso; anzi, essa fa di più, giacché con piccole esplosioni che 
avvengono dentro la reticella avverte la presenza dei gas pericolosi, e il mi- 
natore può allontanarsi per poi ritornare quando, per mezzo di ventilato! 
stata sostituita ai gas aria atmosferica. Senonchè i minatori, per vederci mej 
non badano al pericolo al quale si espongono, e spesso cercano, quando sono 
rra, di levare la reticella. Per rimediare a tale abuso si assicurò la vite che 
chiude la reticella per mezzo di una molla d'acciaio che le impediva di girare 
e che non ] non quando la lampada veniva posta davanti a 

un potente magnete che ritirava la molla stessa. Con questo mezzo, però, non si 
ottenne una sicurezza bastevole, e così ultimamente si preferi chiudere la lampada 
con una specie di piombatura, minacciando pene severe a chi la infrangi 

Finalmente faremo menzione di un altro apparecchio fisico che serve alla 
industria mineraria; quello conosciuto col nome di « ruota di Segner » e che 
consiste in un tubo, avente alle due estremità due fori, uno aperto da un lato del 
tubo e uno dall'altro, adattato a un altro tubo in modo da formare una lettera T, ma 
libero di girare sul secondo tubo che gli fa da pernio e con cui rimane in comuni- 
cazione : lanciando nel tubo che fa da pernio un getto d'acqua, questa penetra nel- 
l'altro tubo e uscendo con forza dai due buchi lo fa girare. Di queste ruote idrau- 
liche sono messe in azione in una miniera di sale a Schònebeck pr< debnrgo, 
e servono ai lavori di scavo : le ruote, girando, lanciano con forza sulle pareti di 
sale dei getti d'acqua che lo ninno liquefare e cosi si scavano delle colossali cupole 
che sembrano sorrette da poderose costole, le quali non sono altro che le spor- 
genze formate dal sale là dove l'acqua non lo ha sciolto. Si ottiene cosi una 
salamoia che viene estratta per mezzo di pompe e dalla quale si ricava il sale 
nel solito modo, facendola bollire. 

I pochi esempi che abbiamo citati bastano a dimostrare che la fisic 
suoi apparecchi e con le sue teorie ha una grande importanza per l'esplora- 
zione e l'escavazione dei tesori della terra. 



LA SOPPRESSIONE DELLE DISTANZE 121 



LA SOPPRESSIONE DELLE DISTANZE 

(Da un articolo di L. Weiller, Revut des Dettx Mondes, 1 5 luglio) 



Le ferrovie, la navigazione a vapore, il telegrafo e il telefono hanno abbreviato di 
molto le distanze; hanno, si può dire, reso più piccolo il mondo, e già hanno ridotto a 
portata della voce umana distanze di mille chilometri. Il Weiller rifa brevemente la storia 
d ei più recenti di questi mezzi di comunicazione, del telegrafo, cioè, e del telefono : quanto 
al telegrafo, dopo aver accennato ai sistemi di telegrafia ottica adottati fin dalla più re- 
mota antichità con fari e segnali d'ogni sorta, e alla segnalazione semaforica oggi in uso 
nelle stazioni apposite impiantate sulle coste del mare, parla dello sviluppo delle linee 
telegrafiche in questo secolo ricordando i meriti dei fratelli Chappe, che per ben qua- 
rantanni furono alla testa dell'amministrazione dei telegrafi in Francia ; in Francia, dove 
l'insieme delle linee telegrafiche, che nel 1852 non superava 2,133 chilometri, nel 1S94 ne 
misurava 93,829 e ora ne misura 317,724: su queste linee furono trasmessi durante lo 
scorso anno 42,718,337 dispacci per l'interno e 2,563,436 per e dall'estero, ossia in tutto 
più di 45 milioni, e gl'introiti sono stati di più di 31 milioni di franchi, mentre nel 1S51 
non giungevano a 77,000; e ciò quantunque il prezzo medio di un dispaccio, che all'epoca 
del colpo di Stato era di fr. 8. 51, sia oggi ridotto a fr. 0.88. 

L'autore viene poi a parlare del telefono, e ricorda che il telefono col filo risale alla 
fine del secolo xvn e fu inventato dall'inglese Roberto Hooke; l'idea dello Hooke, stata 
abbandonata per molto tempo, fu ripresa nel 1S54 dal francese Carlo Bourseul, e nel 1S61 
il Reiss fece degli esperimenti che per verità non ebbero un risultato definitivo. Allo svi- 
luppo delle comunicazioni telefoniche contribuì potentemente l'applicazione del microfono, 
la cui paternità viene contrastata dallo Hugues e dall' Edison ; ed ora le comunicazioni 
telefoniche interurbane e internazionali si vanno moltiplicando di continuo. Parigi è colle- 
gata con Bruxelles per mezzo di una linea telefonica della lunghezza di 330 chilometri, e 
quella tra Parigi e Marsiglia ha, tra andata e ritorno, non meno di 2,000 chilometri di filo 
di rame, 300 tonnellate, il carico di 30 carri ferroviari. 

Il Weiller accenna all'importanza che ha per le linee telegrafiche e telefoniche il filo 
di rame, il quale resiste alla ruggine, all'umidità ecc., ed enumera poi tutte le cause di 
deterioramento alle quali le linee elettriche sono esposte, dagli agenti meteorologici alle 
piante parassitarie e agli animali, non ultimi gli uomini, sopratutto i selvaggi. Finalmente 
l'autore viene atrattare di quel genere di comunicazioni che più di tutti contribuì ad ab- 
breviare le distanze ravvicinando paesi separati dalle immense distese degli oceani ; e dopo 
aver ripetuto cose già note intorno alla costruzione dei cavi sottomarini e alle difficoltà 
dell'affondarli, fornisce notizie intorno all'estensione e all'importanza di questi cavi e alla 
superiorità che essi assicurano all'Inghilterra sulle altre nazioni, sopratutto in caso di guerra. 

La telegrafia sottomarina è un'invenzione e finora è stata un'industria qilasi 
esclusivamente inglese, e il Governo inglese l'ha sostenuta, sviluppata e sussi- 
diata con cura gelosa che merita di essere imitata. Le compagnie inglesi che 
esercitano linee telegrafiche sottomarine si dividono in tre gruppi principali : 



122 



MINERVA 



quello dell'America settentrionale, quello dell'America meridionale, e quello 
dell'Oriente. 

Il primo gruppo comprende le seguenti Compagnie: Anglo-American Tele- 

graphj la quale possiede uno dei cavi che fanno capo a Brest e tre altri cavi 

fra l'Europa e l'America, in tutto 15,200 chilometri. — Direct United States 

)-apb, con un cavo transatlantico. — Commerciale Cable Company (impresa 

americana), con tre cavi fra l'Irlanda e l'America, 12,700 chilometri. 

Il secondo gruppo comprende : fìra^ilian Submarine Telegraph : due linee fra 
l'Europa e il Brasile, 13,800 chilometri. — Western and Bra^ilian Tclegrapb: costa 
atlantica dell'America meridionale, da Para a Buenos Ayres, 10,000 chilometri. 

Terzo gruppo: Eastern Telegraph Company, che possiede i cavi del Medi- 
terraneo, del mar Rosso e del mar delle Indie, 47,000 chilometri. — liastern 
ExUnsion Australia and China Tele^raph, che è il prolungamento della prece- 
dente verso l'estremo Oriente, con 28,000 chilometri. — Eastern and Sontb 
aph, prolungamento delle linee della prima sulle coste africane, 
con 12,000 chilometri. 

Queste sono le Compagnie principali; alle quali sono da aggiungere molte 
altre secondarie; l'importanza di queste e di quelle risulta dall'ammontare dei 
rispettivi capitali, dei quali vale la pena di dare il prospetto. 



Europa 



\ 



America 



Africa. 



Direct Spentiti Telegraph fr. 4, 500,000 

misti Mattonai relegraph ... <• 16,000,000 

Black Sea Tel » -?.<««>, 000 

Kurope and Azores Tel » 3,000,000 

Anglo-American Tel ♦ 175,000,000 

Direct l'nited States Tel \OOo 

Commercial Cable • 50,000,000 

Halifax and Bermuda- IVI 1,250,000 

Cuba Submarine Tel » 5,500,000 

West India ami Panama Tel ,1,000,000 

.111 l'I » 10,500,000 

(entrai and Soutli American Tel » 30,000.000 

West Ce nericali Tel » ii..s<>o,ooo 

Brasilian Submarine Tel ,s, 000,000 

Western and Brazilian Tel. » 47,000.000 

South American Tel » 20,000,000 

Pacific Tel » 50,000,000 

West Afiican Tel • 17,500,000 

African Direct Tel :;>, 500,000 

Basterà and South African Tel. ...... 34,000,000 

tern Tel » 152,000,000 

Eastern Extension Australia and China ...» 11,500,000 

Indo-European Tel » 78,000,000 



LA SOPPRESSIONE DELLE DISTANZE 123 



Tutte queste Compagnie nell'insieme possiedono 250^000 chilometri di cavi 
sottomarini e un capitale di 838,750,000 franchi; la loro situazione finanziaria 
è prospera quanto mai, eppure esse ricevono dal Governo inglese dei sussidi che 
ammontano complessivamente a circa 6 milioni di franchi ; e ciò perchè si tratta 
dell'interesse della flotta inglese e perchè il Governo si occupa della sicurezza 
delle comunicazioni navali non meno che dell'armamento della flotta stessa. 

Se si dà uno sguardo alla rete telegrafica sottomarina di tutto il globo, si 
rimane colpiti nel vedere l'infimo posto che occupano i cavi delle altre nazioni 
in mezzo all'enorme ammasso di linee inglesi. La Francia, per esempio, ha nel 
Mediterraneo i cavi che mettono in comunicazione Marsiglia con Orano, Algeri 
e Tunisi; attraverso l'Atlantico non ha che un cavo che fra breve la congiun- 
gerà con gli Stati Uniti; un altro cavo francese unisce l'America meridionale 
con le Antille, e questo è tutto. Nel mare del Nord si trovano alcuni cavi che 
si dirigono verso la Danimarca e hanno un prolungamento nelle linee terrestri 
che attraversano la Russia e la Siberia e si uniscono, a Vladivostock, con altri 
cavi che vanno a Hong-Kong; tutti questi cavi appartengono alla grande Com- 
pagnia telegrafica danese e' russa nella quale è particolarmente interessata la fa- 
miglia imperiale di Russia che vi ha collocati importanti capitali. 

Ma questo è nulla di fronte all'immenso sviluppo delle reti inglesi che chiu- 
dono nelle loro maglie tutto il mondo; dalla parte dell'America un fascio di 
dieci cavi transatlantici lega l'Inghilterra con Terranuova e col Canada; più 
a sud, altre tre linee inglesi uniscono il Brasile col Portogallo e colla Spagna 
e, per mezzo dei loro prolungamenti, con Londra; altre linee inglesi si stendono 
lungo la costa del Pacifico, nell'America centrale e in tutte le Antille, com- 
pletando questa prima rete. Dalla parte d'Oriente le linee inglesi che partono 
da Londra fanno il giro della Spagna, entrano in Gibilterra nel Mediterraneo, 
toccano Malta, traversano il mar Rosso e arrivano ad Aden dove si biforcano : 
tre cavi si dirigono verso l' India e si prolungano con altre linee da una parte 
fino alla Cina, dall'altra fino all'Australia e alla Nuova Zelanda; un altro cavo 
va da Aden a Zanzibar e di là, lungo la costa orientale dell'Africa, fino al Capo. 
Vi sono poi delle linee per metà sottomarine e per metà terrestri che, partendo 
pure da Londra, traversano l'Europa, e passando per il golfo Persico mettono 
capo all'India. Sulle coste occidentali dell'Africa le linee inglesi scendono an- 
zitutto fino a Bathurst, più giù del Senegal, e di là costeggiano la terra fino al 
Capo; si noti che alcune di queste linee toccano territori francesi e ricevono 
sussidi dal Governo francese; ma le stazioni alle quali tutte queste linee con- 
vergono sono Accra, Sierra Leone e Bathurst, tutte su territorio inglese. 

Lo sviluppo di questa immensa rete di linee sottomarine che coprono tutto 
il globo supera, come abbiamo detto, 250,000 chilometri; essa è stata costruita 



I2| MINERVA 

in soli trent'anni, e ogni anno s'ingrandisce: negli ultimi due anni è cresciuta 
di 25,000 chilometri, e fra altri trent'anni toccherà forse mezzo milione di 
chilometri. La creazione di una rete così estesa è dovuta bensì all'iniziativa di 
potenti Compagnie, ma deve essere attribuita sopratutto all'intelligente prote- 
zione del Governo inglese, il quale, ben comprendendo la superiorità commer- 
ciale e politica che poteva essergli assicurata da una rete telegrafica che rima- 
nesse alla sua dipendenza, favorì con tutte le forze la costituzione di grandi 
Compagnie e le aiutò con concorsi pecuniari e le appoggiò energicamente presso 
tutti i Governi esteri. Si noti che la maggior parte dei tracciati dei cavi sono 
prima studiati dalla Direzione della marina di guerra. L'introito annuo delle Com- 
pagnie telegrafiche inglesi supera 1 io milioni di franchi; introito e! 
specie d'imposta prelevata annualmente su tutti i paesi che fanno uso del te- 
lo. Come si vede, il Governo inglese e le Compagnie hanno dimostrato, 
nell'impianto delle loro reti sottomarine, un senso pratico, una previdenza e 
uno spirito politico che meritano di essere ammirati. 

Senonchè questa iniziativa fa sì che le altre Potenze coloniali, e partico- 
larmente la Francia, vengano a trovarsi in una condizione d'inferiorità che, 
grave già in tempo di pace, potrebbe essere fittale per la marina fra: 
scoppiasse una guerra tra la Francia e la Gran Brettagna. Questa, infatti, non solo 
occupa punti strategici importantissimi, come Gibilterra, Malta, L'Egitto, Aden, 
Singapore, ma può tagliare da un momento all'altro le comunicazioni del' 
ropa con tutte le parti del mondo, pur conservando le comunicazioni sue proprie. 
Tutte le nazioni d'Huropa le sono, per questo rispetto, tributarie, e sono 
bligate, meno rare eccezioni, ad affidarle la trasmissione dei loro dispacci. 

Ora, nelle convenzioni strette dal Governo inglese con le Compagnie, vi 
sono queste clausole: che le Compagnie non debbano assumere impiegati stra- 
nieri; che i fili non debbano passare per nessun ufficio straniero né possano 

e sottoposti al controllo di un altro Governo; che i dispacci del Governo 
inglese abbiano la precedenza su tutti gli altri; che, in caso di guerra, il Governo 

i occupare tutti gli uffici telegrafici posti su territorio di proprietà o sotto 
la protezione dell'Inghilterra e servirsi dei cavi valendosi di propri impiegati. 

Ora, essendo bene stabilito che nessun dispaccio partito da un punto qual- 
siasi del globo può toccare l'Europa senza passare per i cavi inglesi, suppo- 
niamo che scoppi la guerra fra l'Inghilterra e la Francia. Non occupiamoci 
di quel che può accadere nella Manica e nel Mediterraneo, e ammettiamo che 
le due squadre francesi possano tener testa alle enormi forze nemiche e che- 
le fortificazioni di cui sono irte le coste francesi bastino al loro ufficio di di- 
fesa. Ma la Francia è anche una Potenza coloniale, e per difendere le sue co- 
lonie mantiene delle squadre nell'Atlantico, nel Pacifico e nell'Oceano Indiano. 



LA SOPPRESSIONE DELLE DISTANZE 125 



Ora, che cosa accadrà di queste colonie e di queste squadre? Dichiarata la 
guerra, il Governo francese ne informa per telegrafo il Governatore generale 
dell'Indocina e i capi delle divisioni navali; ma l'Inghilterra ferma i dispacci, 
e le navi francesi rimangono senza notizie, o piuttosto senza istruzioni precise, 
abbandonate a sé stesse a migliaia di miglia dalla madre patria. La squadra 
inglese dell'estremo Oriente, che è quasi cinque volte superiore alla francese, può 
inoltre chiamare a rinforzo la divisione delle Filippine e quella dell'Australia e get- 
tare in poche settimane sull' Indocina francese una parte dell'esercito dell' Indie, e 
mentre i dispacci del Governo francese si fermano per istrada o arrivano troppo 
tardi, l'Ammiragliato inglese ha tutto il tempo di dar gli ordini necessari. Questo 
è, evidentemente, un pericolo molto serio e tale da rendere la lotta molto spropor- 
zionata. E si aggiunga che quelle stazioni che sorgono dappertutto- e sono popolate 
da agenti inglesi costituiscono un prezioso mezzo d'influenza; preziosissimo in 
certe circostanze, come all'epoca degl'incidenti siamesi o marocchini, in cui 
certe provvidenziali rotture di cavi o certi ingombri di linea miracolosi face- 
vano sì che la diplomazia inglese fosse sempre la prima o l'unica informata 
di cose che altre nazioni avrebbero avuto uguale interesse a conoscere; e re- 
centissimamente, nella guerra ispano-americana, si potè vedere l'importanza dei 
cavi telegrafici di cui l'Inghilterra dispone. 

Questo stato di cose preoccupa giustamente la Francia, dove, con l'aiu to 
dello Stato, è sorta una forte Compagnia, che ha impiantato a Calais un'of- 
ficina per la fabbricazione di cavi sottomarini e ha intrapreso la costruzione 
e l'esercizio delle nuove linee che collegano fra di loro il Brasile, le Piccole 
Antille, Haiti e Avana. Ultimamente le Camere francesi hanno votato forti sus- 
sidi per facilitare la congiunzione delle due Americhe per mezzo di un cavo 
francese e sopratutto per istabilire un nuovo cavo transatlantico; questo cavo 
sarà l'unico che metterà in diretta comunicazione l'Europa continentale cogli 
Stati Uniti; il suo valore è di 20 milioni di franchi, e attualmente lo si sta 
posando. E un principio modesto, è vero, ma con questo cavo la Francia si 
ripromette di togliere, prima che sia passato un anno, al monopolio telegra- 
fico inglese le proprie colonie d'America. Però dalla parte dell'Oriente e del- 
l' Africa meridionale la situazione rimane tal quale, e la Francia dovrà fare uno 
storzo non piccolo per rendersi anche qui indipendente dalla Gran Brettagna. 



126 MINERVA 



L'UNIVERSITÀ DI OXFORD NEL 1898 

(Da un articolo di George C. Budrick, The Nineteentb Ccntitry, agosto) 



Nella prima parte l'autore accenna a quello che era l'Università di Oxford 
cento anni fa, allorché usciva appunto da uno dei più oscuri periodi della sua 
storia: trascurata l'educazione, scarsa la scienza, derisorii gli esami: i residenti 
non ammontavano a 900, e, a dispetto dei regolamenti disciplinari, assurda- 
mente rigorosi, l'intemperanza e la turbolenza davano il carattere generale. Né 
l'apatia intellettuale era compensata da esercizi ginnastici. Solo la buona voglia 
individuale poteva indurre qualche studente a emergere negli studi o negli 
esercizi fisici. 

Man mano, in meno di cent'anni le riforme parlamentari l accademiche, 
e più di tutto i profondi mutamenti avvenuti nella società inglese, il febbrile e 

ressivo movimento in ogni ramo dell'umana attività, che improntano il nostro 
secolo, hanno trasformato anche l'antica Università conservatrice, rendendola 
quale essa è og 

Se guardiamo l'Università come essa è, cogli occhi di un osservato! 
restiero, saremo immediatamente colpiti dal fatto ch'essa talmente una 

Università « collegiata »; in altre parole, che la grandissima maggiorati/ 
suoi membri appartengono a qualcuno dei 21 collegi che formano l'Università, 
e ciascuno riguarda il proprio collegio come la sua casa accademica. In ciascun 
collegio gli studenti vivono come in famiglia ; ciascuno ha la sua camera, ma 
tutti hanno un refettorio comune, e godono insieme dei giuochi e dei pi 
tempi. La prima cosa che colpirebbe un antico studente, che tornasse a visi- 
tare l'Università, sarebbe la perdita del suo aspetto semimonastico. Una grande 
parte dei professori del collegio adesso hanno moglie, e molti di essi hanno 
figliuole grandi, col risultato inevitabile che ora sono frequentissime le riunioni 
musicali, le serate, le « garden parties », ecc. Tutto questo dà un grande svi- 
luppo alla parte sociale della vita dello studente, il quale, se pure perde qualche 
ora di studio, guadagna per il contatto continuo e immediato con una società 
elegante e colta. 

Il football, il remare, e ogni altra sorta di giuochi, sono sempre popolaris- 
simi nelle Università inglesi; ma le maniere degli studenti sono ora meno rozze 
e meno violente di quelle che fossero nelle generazioni precedenti. 

E difficile precisare l'indole dell'influenza religiosa prevalente in questo mo- 
mento ad Oxford; si può dire che c'è una strana alleanza fra ritualismo e 
razionalismo. I giovani non danno più tanta importanza ai problemi teologici, 



L'UNIVERSITÀ DI OXFORD NEL 1898 I2y 



come avveniva una volta; l'energia religiosa, la quale, altre volte, trovava 
sfogo in vane dispute intorno a dogmi secondari, ha di recente trovato uno 
sfogo più pratico in intraprese filantropiche, come gli stabilimenti dell'Università 
nei quartieri più poveri, « East End » di Londra. Ma per quanto indifferenti alle 
controversie che una volta agitavano gli animi degli uomini, queste giovani menti 
sono possedute da una ardente curiosità intorno ai soggetti più alti, e se do- 
vesse sorgere un grande leader religioso, egli troverebbe un campo pronto per 
la messe. 

Anche gli interessi politici hanno una grande parte nella vita dell'Università. 
Vive vigorosa ancora la Union Society, la quale ha occupato un posto impor- 
tante per più di due generazioni, ed è stata un notevole campo di esercizio 
per oratori politici. Quasi tutti gli studenti di Oxford i quali giunsero poi a 
eminenti posti nella Camera dei Comuni, a cominciare da Gladstone, si distin- 
sero dapprima alla Union. Accanto a questa, ci sono molte Società di discus- 
sioni, dove l'eloquenza è meno letteraria, meno retorica che una volta, e più 
conversazionale, per cosi dire, e più ricca di fatti e di dati. Non occorre aggiun- 
gere che, nelle loro tendenze politiche, gli studenti non si lasciano influenzare 
ne dagli assistenti, né dai professori. Eguale noncuranza delle autorità si mostra 
nelle mode letterarie ed estetiche a cui essi si abbandonano con meravigliosa 
facilità e incostanza. Naturalmente, quasi nessuno legge più Walter Scott, 
Byron, o Wordsworth ; ma lo Shelley ha i suoi ammiratori scelti; così pure 
lo Swinburne; e un plebiscito degli studenti avrebbe forse indicato come poeta 
laureato Rudyard Kipling. 

L' influenza esercitata dall' Università di Oxford sull' educazione nazionale 
è enorme; essa, insieme con Cambridge, governa di fatto tutta l'educazione 
superiore nel Regno Unito. Quasi tutte le scuole mirano a preparare i giovani 
per l'Università; quasi tutti gli esaminatori sono membri dell'Università; an- 
tichi allievi dell'Università sono quasi tutti i direttori e gli ispettori di scuole. 
Provengono dall'Università tutti quelli che occupano posizioni eminenti nel 
foro o nella gerarchia ecclesiastica ; è merito dell' Università se i vescovi, alunni 
dell'Università, mantengono il loro clero in contatto con l'educazione e con 
le aspirazioni nazionali. Questa influenza si estende nel modo più evidente anche 
alle colonie: degli ultimi undici governatori generali dell'India, nove furono 
studenti di Oxford. Nello stesso modo, fra gli ultimi nove Presidenti del Con- 
siglio, cinque erano stati educati a Oxford; nel presente Gabinetto undici mi- 
nistri sono Oxfordmen. Tutta la stampa inglese, se essa conserva quell'alto grado 
di cultura e di autorevolezza che le è riconosciuto da tutto il mondo, questo 
è dovuto al finto che moltissimi fra i più abili giornalisti provengono appunto 
dall'Università. 



128 MINERVA 

^uno può negare che, al principio di questo secolo, l'Università, intera- 
mente dedicata all'antica letteratura e alla filosofia, era molto in addietro dei 
tempi; ma oggi, aprendosi a tutte le nuove aspirazioni e ai bisogni della mente 
moderna, 1' Università si è messa realmente alla testa della civiltà inglese. Con 

10 stabilire una base comune di educazione, una reale comunanza di idee, di 
sentimento morale, di abitudine e di cultura, fra una grande proporzione delle 
classi dirigenti, l'Università ha reso tale servizio all'unità nazionale e ha tal- 
mente innalzato il carattere nazionale, che i suoi meriti, in questo campo, non 
possono essere esagerati. Prendete, per esempio, l'esercito : la sua influenza so- 
ciale, la quale è così oppressiva in Germania, in Inghilterra non lo è affatto. 

11 potere del Governo conta ben poco nella formazione della opinione pub- 
blica : i gentiluomini inglesi, in tutte le loro varietà, non sono la creazione di 
un sistema: essi sono, per gran parte, il prodotto delle nostre scuole e della 
nostra Università, e il codice morale, cui essi obbediscono come se fosse uno 
Statuto del Regno, è quello che essi hanno colà imparato o inconsciamente 
assorbito. 

Ora, il principio vitale di questa ampia influenza e quello che la rendi 
benefica nella sua azione sul carattere e sull'unità nazionale, si trova nei 

Sono i collegi che hanno provveduto delle . ademiche per gli stu- 

denti con gli inestimabili vantaggi della sorveglianza personale, della disciplina 
degli assistenti, e delle associazioni domestiche. Invece di essere divisi in 
colta professionali o abbandonati ad aggrupparsi secondo distinzioni sociali o 
provinciali, i giovani inglesi di varie classi e di varie facoltà sono stati uniti 
in famiglie per mezzo del gentile commercio della vita collegiale. Il futur. 
desiastico, il futuro avvocato, il futuro uomo di Stato, legati insieme da vin- 
coli di giovanile amicizia, acquistano cosi un fondo comune di cultura, di sen- 
timento e di gusto, che è un tratto cosi distintivo e così ammirevole della 

età inglese. 

Sei infine, la Chiesa nazionale è penetrata da idee laiche più che qualsiasi 
corpo ecclesiastico della cristianità, se i membri delle professioni dotte rara- 
mente degenerano, in Inghilterra, in semplici specialisti, e se lo spirito di casta 
non è molto coltivato dalla più potente aristocrazia terriera di Europa, questi 
risultati sono strettamente connessi con l'ottima organizzazione collegiale di 
Oxford e di Cambridge. 



LA TRASFORMAZIONE DELLE FERROVIE A VAPORE IN' FERROVIE ELETTRICHE 12? 



LA TRASFORMAZIONE DELLE FERROVIE A VAPORE 
IN FERROVIE ELETTRICHE 

(Da un articolo di D. Bkllkt, Revue Scientifique, 23 luglio) 



La pratica fatta con la trazione elettrica ha confermato così splendida- 
mente la teoria, che oramai si può apprezzare per quel che veramente vale 
questo nuovo sistema di trazione e si dovrebbe desiderare di vederlo adot- 
tato su tutte le nuove linee ferroviarie non solo, ma anche di vederlo sosti- 
tuire su quelle esistenti la locomotiva a vapore, per quanto perfezionata essa 
sia. La cosa è evidentemente più facile quando si tratti di linee affatto nuove; 
per le linee vecchie, invece, la soppressione della classica locomotiva implica na- 
turalmente l'abbandono di tutto l'attuale materiale di trazione, materiale in parte 
nuovo, che non si potrebbe trasformare ma dovrebb'essere demolito senz'altro; 
in secondo luogo, bisognerebbe modificare il binario per istabilire, sia in aria, 
o più probabilmente alla superficie del suolo, un conduttore che dovrebbe tra- 
smettere la corrente alle macchine di trazione o alle vetture automobili. 

Di questa doppia trasformazione si spaventano le Compagnie ferroviarie fran- 
cesi; e per tentare una riforma meno radicale e conservare i binari attuali 
si è cercato di risolvere il problema ricorrendo a locomotive elettriche si, ma 
indipendenti, le quali portano seco e producono esse stesse l'energia elettrica 
che deve mettere in rotazione le ruote motrici. La locomotiva elettrica Heil- 
mann è certamente superiore alla locomotiva a vapore, ma non presenta tutti i 
vantaggi che si è. in diritto di aspettarsi dalla trazione elettrica propriamente detta. 

Ancor meno vantaggioso è l'uso di accumulatori, e se si vuole realmente 
adottare il nuovo sistema di trazione e ricavarne tutto il vantaggio possibile, 
bisogna stabilire una conduttura lungo il binario, e, in conseguenza, modificarlo. 
Questa modificazione, sui particolari della quale non occorre qui insistere, con- 
sisterebbe essenzialmente nel fissare sulle tramvie, sia fra le rotaie, sia di fianco 
al binario, un conduttore metallico, una sbarra di ferro, insomma una terza 
rotaia dalla quale i treni raccoglierebbero la corrente per mezzo di un trollev 
qualsiasi. Senonchè, almeno in Francia, si è sempre considerato come neces- 
sario che questo conduttore sia assolutamente isolato, ed è questo che fa esi- 
tare le Compagnie ferroviarie davanti all'accennata trasformazione. 

Ora a questo proposito, meglio di una quantità di calcoli, giova riferire 
un esempio pratico, e mostrare come, in un caso ben determinato, una Com- 
pagnia americana non abbia esitato a stabilire su una delle sue linee la famosa 

àlinerra. XVI. 9 



130 MINERVA 

terza rotaia, con quella caratteristica semplicità di mezzi che è propria degli 
ingegneri di quel paese. 

La Compagnia in questione è la « New York, New Haven and Hartford 
Railway Company » , che è stata una delle prime ad adottare la trazione elet- 
trica, con filo aereo, su una delle linee della sua rete, quella di Nantasket- 
Beach. Il tentativo riusci felicemente, e il movimento su questa linea è cre- 
sciuto di molto: nel 1897 il numero dei viaggiatori è stato il triplo di quel 
che si era avuto nell'esercizio precedente, durante il quale il servizio di tra- 
zione era stato fatto dalle solite locomotive a vapore; la linea, meglio il tronco, 
misura 17 chilometri e conta 16 stazioni; i treni partono ogni mezz'ora dalle 
6. 30 della mattina fino alle 11. 30 di sera, e corrono in ragione di 41 chi- 
lometri all'ora, comprese le fermate. Si noti, poi, che l'impianto dei fili aerei 
non ha costato grande fatica ne spesa soverchia : senza prendere nessuna pre- 
cauzione per isolarli, senza ricorrere a vetri ne a porcellane, essi sono stati as- 
sicurati semplicemente a pali di legno; eppure la perdita di corrente non è 
molto rilevante, e per utilizzare la forza motrice prodotta da una stazione cen- 
trale si spende molto meno di quel che si spendeva con le locomotive a vapore. 
naturale che la Compagnia, dopo la prova latta, non volesse fermarsi 
I mezza strada: il presidente, Ch. P. Clark, penso di prolungare il filo aereo 
fino a Boston ricorrendo così alla trazione elettrica, non più su di una linea 

ndaria, ma su di una linea di grande movimento. Qui, però, sorsero delle 
difficoltà: anzitutto, mentre nel tronco Xantasket-Beach il binario era dapprima 
semplice e poi, quando si volle farlo doppio, si potè stabilire il secondo binario 
a conveniente distanza dal primo, per modo da poter disporre fra l'uno e l'altro 

mduttura aerei, qui il secondo binario esisteva d quindi si sarebbe 

dovuto spostarlo; inoltre, in qualche punto mancava lo spazio in altezza; e poi 
i trolley adoperati sulla linea Nantasket-Beach, cioè le ruotelle in cima a una 
pertica, non avevano fatto la miglior prova del mondo, e perchè le ruotelle sono 
realmente consumate dagli archi voltaici che si formano ad ogni momento fra 
e i fili, e perche è difficile mantenerle a contatto quando il treno corre 
molto presto passa per delle curve. Cosi si risolvette di ricorrere a una terza 
rotaia stabilita sull'asse del binario. 

Il sig. Clark, in una conferenza ultimamente tenuta, ha accennato con un 
certo umorismo alle profezie d'insuccesso che gli furono fatte quando mise fuori 
questa idea: tutti gli elettricisti gli dicevano che, a otto chilometri dalla sta- 
zione centrale per la produzione dell'elettricità, la corrente si sarebbe perduta, 
e confortavano questa asserzione con una quantità di calcoli. « Domandai al- 
lora se la corrente passasse alla superficie oppure all'interno del conduttore, e 
su 1 1 persone competenti che consultai, 5 mi risposero alla superficie, 5 al- 



LA TRASFORMAZIONE DELLE FERROVIE A VAPORE IN FERROVIE ELETTRICHE I 3 I 



l'interno, l'undicesimo mi confessò di non saperne niente. Presi consiglio da 
quest'ultimo e decisi di dare alla rotaia una sezione tale che vi potesse pas- 
sare la corrente, nel caso che questa si decidesse a passare per l'interno ».I1 
fatto sta che, con un'audacia veramente yankee, la Compagnia stabilì la trazione 
elettrica su un percorso di 20 chilometri circa, servendosi di una rotaia del 
peso di chilog. 49. 5 al metro, la cui sezione ha la forma di un' A e che è 
isolata nel più semplice modo possibile. 

La linea va da Berlin, nel Connecticut, a Hartford, passando per New Bri- 
tain, e a Berlin è stata impiantata l'officina elettrica. Il binario è doppio da Berlin 
a New Britain, su di un percorso di 5 chilometri ; anche da New Britain a 
Hartford c'è un secondo binario, ma su questo continua, fino a nuovo ordine, 
la trazione a vapore. I treni elettrici, che circolano fra Berlin e New Britain 
dal dicembre del 1896 e su tutta la linea dal maggio del 1897, partono ogni 
mezz'ora, dalle 6 della mattina alle 11.30 di sera ; le tariffe sono state note- 
volmente ribassate; per un percorso che prima costava 23 cents ora se ne pa- 
gano io. Dapprincipio i treni elettrici facevano il servizio diretto fra le tre sta- 
zioni citate; ora, invece, soppressi in parte i treni a vapore, si fermano anche 
alle stazioni intermedie. 

I quindici chilometri che separano New Britain da Hartford sono percorsi 
regolarmente in 18 o 20 minuti dai treni composti di un automobile e di due 
vetture rimorchiate; ma, con un motore speciale, si può circolare con una ve- 
locità di più di 93 chilometri all'ora. Un treno del peso di 53 tonnellate corre 
spesso con una velocità di 80 chilometri; eppure su tutto il percorso vi sono 
non meno di 29 passaggi a livello, nei quali, almeno quando le vetture au- 
tomobili circolano isolatamente, la corrente viene interrotta. 

Le scarpe di contatto che strisciano sulla terza rotaia per raccogliere la 
corrente sono sospese a un anello di ferro che lascia loro una certa facilità 
di spostamento; anche le vetture rimorchiate sono provvedute di siffatte scarpe, 
le quali, essendo in comunicazione col motore della vettura rimorchiatrice, gli 
trasmettono la corrente anche quando esso, nei passaggi a livello, non la ri- 
ceve direttamente dalla scarpa della sua propria vettura. Questa disposizione ha 
anche il vantaggio di rendere le vetture rimorchiate indipendenti dalla rimor- 
chiatrice per quel che si riferisce al riscaldamento e all'illuminazione. 

Le vetture possono essere, almeno nell'estate, molto diverse da quelle at- 
tualmente in uso sulle ferrovie, giacche non c'è più da temere l'invasione del 
fumo, della polvere di carbone e dei gas puzzolenti che escono dal camino 
della locomotiva. Uno dei più grandi vantaggi dei treni elettrici è appunto 
quello di poter usare veicoli aperti; e di tali veicoli sono stati adottati sulla 
linea di cui parliamo, provveduti sul davanti di forti lastre di cristallo per rom- 



I3 2 MINERVA 

pere il vento. Quanto alla vettura automobile, il tipo che essa presenta attual- 
mente non è considerato come definitivo : essa è molto pesante, e il suo pa- 
vimento è all'altezza delle solite vetture ferroviarie; contiene 16 sedili su cui 
possono trovar posto 96 viaggiatori, e vi si accede d'ambedue le parti per 
mezzo di tre scalini; il suo peso complessivo è di 32 tonnellate, mentre le 
vetture rimorchiate, che presentano su per giù lo stesso tipo, non ne pesano 
che 25. I motori sono due, e tutti e due sono collocati su uno dei due pe- 
santi boggUs che portano il veicolo; la loro forza è di 125 cavalli, ed essi pos- 
sono funzionare per parecchi giorni di seguito, coprendo quotidianamente fino 
a 520 chilometri, senza alcun guasto. Per iniziare il nuovo servizio al più presto 
possibile, la Compagnia ricorse a motori che trovò bell'e pronti; ma ora ne 
introdurrà di nuovi, più forti e più grandi e meglio rispondenti al servizio che 
devono prestare. Cosi pure si andrà semplificando e migliorando l'equipaj 
mento delle vetture. Quanto agli apparecchi di controllo, che devono essere, 
naturalmente, solidi e massicci, giacche spesso si tratta di correnti di 500 a 1000 
ampères, essi funzionano perfettamente. 

Il pericolo che il treno possa esser colpito dal fulmine è evitato pratica- 
mente col fatto che la terza rotaia ù da parafulmine. Il frenamento è assicu- 
rato da uno dei soliti apparecchi YVestinghouse, al quale però l'aria e fornita 
da un compressore mosso a elettricità. 

• ora alcuni particolari intorno alla terza rotaia. Anzitutto, per quel che 
si riferisce al suo isolamento, è da notarsi che essa ha una differenza di po- 
tenzialità di 600 volt in confronto con la terra; essa posa su zoccoli di le 
crcosotato avvitati alle traverse, di modo che la sua base sta non più di 40 
millimetri piti alta delle traverse stesse. Ora, spesso accade che l'acqua inondi 
la linea e si alzi fino a 50 millimetri al di sopra delle traverse; in tal t 
si poteva supporre che dovesse formarsi, dato l'intermediario dell'acqua, un 
circuito elettrico molto corto fra la terza rotaia e le altre due in mezzo alle 
quali essa si trova; invece, ciò non è accaduto, ne alla stazione generatrice si 
è notato un consumo anormale di elettricità. Il signor Clark osserva spirito- 
samente: « la Provvidenza ebbe la bontà di mandarci un temporale; per ore 
e ore le tre rotaie rimasero sott'acqua; eppure le carrozze seguitarono a cor- 
rere come se nulla fosse accaduto. Le persone competenti dichiararono allora 
che si trattava di un fatto che esse non riuscivano a spiegarsi ». E si noti 
che una volta la linea fu sommersa per una lunghezza di ben 16 chilometri. 

Le connessioni fra i vari pezzi di cui si compone la terza rotaia sono fatte 
per mezzo di lunghe strisele di rame, stagnate e solidamente inchiavardate, la 
cui conducibilità rimane sempre eccellente grazie alla loro estesa superfìcie di 
contatto. La corrente di ritorno passa per le due rotaie su cui corrono le vet- 






UNA DINASTIA DI ECONOMISTI 13 3 

ture; queste rotaie sono unite fra di loro da quattro lastre di rame, la cui se- 
zione è calcolata in modo da dare una conducibilità uguale a quella delle rotaie; 
le lastre sono fissate alla base, non sull'anima della rotaia, e si può dire che 
tutta la corrente di ritorno passa per il binario. 

Questo sistema di conduttura elettrica a livello del suolo viene considerato 
come pericoloso per la scossa elettrica che può comunicare a chi la tocca ; 
ma il signor Heft, uno degl'ingegneri della Compagnia suddetta, afferma che 
molte persone hanno messo un piede sulla terza rotaia tenendo l'altro piede 
a terra, eppure non hanno sentito alcuna scossa; si è poi certi di non esporsi 
alla corrente se si mette un piede sulla detta rotaia e l'altro su di una tra- 
versa ben asciutta. Gli uomini addetti al servizio della linea circolano sulla me- 
desima senza alcuna precauzione; solo nei giorni di pioggia si guardano dal 
venire simultaneamente a contatto con le rotaie del binario e con quella di 
mezzo, la quale, come essi dicono, è lively (svegliata). Si vede, dunque, che 
pericolo veramente serio non e' è. 

Disgraziatamente, non abbiamo una tavola comparativa degli introiti e delle 
spese di questa linea cosi trasformata; si ha però un dato di non dubbio va- 
lore: il numero dei viaggiatori durante la scorsa estate ha segnato un aumento 
del 400 per cento in confronto con la stagione precedente. Il fatto, poi, che 
la Compagnia si prepara a estendere fra poco la trazione elettrica ad altre linee 
sulle quali ora è in uso la trazione a vapore, dimostra che da questa trasfor- 
mazione essa ha ricavato un beneficio. Di fronte a questi risultati non si pos- 
sono aver dubbi; come l'ingegnere de Marchena affermava già due anni or sono, 
nell'agosto del 1896, in una notevole comunicazione fatta alla Società degl'in- 
gegneri civili di Parigi, la trasformazione delle ferrovie a vapore in ferrovie 
elettriche non solo non presenta difficoltà dal punto di vista tecnico, ma le 
spese inerenti non superano una cifra relativamente debole in proporzione al 
capitale d'impianto primitivo, e l'aumento degli introiti e le maggiori economie 
rendono ^operazione vantaggiosa dal punto di vista finanziario. 



UNA DINASTIA DI ECONOMISTI 

(Da un articolo di G. Michel, Journal des Economistes, 1 5 maggio) 



Una famiglia della quale vale la pena di rifare la storia è quella da cui 
discende uno dei più illustri economisti del nostro secolo, il compianto Leone Say. 

La famiglia Say, oriunda di Nimes, apparteneva alla religione riformata. Alla 
fine del secolo xvi viveva a Nimes un certo Davide Sav, sarto di professione, 



134 MINERVA 

che da sua moglie, Giovanna Dumas, ebbe sei figli. Il maggiore di questi, 
Roberto, nato nel 1614, esercitò anch'egli la professione del sarto, e fu padre 
di sette figli, il quinto dei quali, Samuele, sali di grado prendendo posto fra i 
negozianti di seta, e negli atti dello stato civile ha il titolo di bourgeoìs. Uno 
de' suoi figli, Luigi, nato nel 1649, faceva il mercante di panni, e colpito dalla 
revoca dell'editto di Nantes, dovette emigrare all'estero e riparò a Ginevra, dove, 
superate le prime difficoltà, giunse a una certa agiatezza; sposò quivi una emi- 
grata al pari di lui, Maria Farjon, e cedette il negozio a uno de' suoi tre figli, 
Giovanni, nato nel 1699. Questi ebbe un figlio, Stefano, nato nel 1739, il 
quale, mandato dal padre a Lione per completare la propria educazione e per 
apprendere il commercio, entrò come commesso nella casa di commissioni di 
un certo signor Castanet, del quale sposò la figlia, Francesca, il 25 febbraio 
del 1765. Da questa unione nacquero tre figli: Giovanni Battista, il grande 
economista ; Orazio, che fu professore alla Scuola Politecnica e ufficiale del 

:o, e Luigi, il fondatore della raffineria che tuttora porta il suo nome. 

Castanet, come scrive Giovanni Bat: , era « sprovveduto di quella 

mediocrità di spirito che sembra necessaria per arricchirsi in commercio ». Più 
che un negoziante, egli era quello che al suo tempo si chiamava un filosofo e 
che oggi si dice un economista: un ideologo che passava il tempo, non a 
cercare il modo di far quattrini, ma a meditare sui principi delle cause 
nerali e a cercare la soluzione dei grandi problemi speculativi della produzione 
e dello scambio. Questo carattere ritroveremo poi ne' suoi discenden: 
dremo ch'egli è il vero capostipite intellettuale di quella dinastia dei Say che 
diede alle scienze economiche tre generazioni d'uomini del suo stan. 

Gli affari di Castanet non andavano molto bene; quelli di suo genero nem- 
meno: dopo un periodo di tempo relativamente fortunato, capitarono a Stefano 
dei rovesci : non pagato da molti de' suoi clienti all'estero, ai quali man- 
dava le sete ch'egli acquistava dai fabbricanti di Lione, si vide d'un tratto ro- 
vinato; i suoi creditori che lo sapevano uomo d'onore, attivo e pratico degli 
affari, consentirono a venire a un accomodamento, e non ebbero a pentirsene, 

;'iè, quattro anni do; pagava fino all'ultimo centesimo, es- 

sendo riuscito a far fortuna a Parigi dove si stabilì come agente di cambio. 
Senonchè poco mancò che quella bufera non compromettesse lo sviluppo del 
suo primogenito Giovanni Battista. Questi, all'età di nove anni, era entrato in 
un collegio presso Lione, a Ecullv, retto da un italiano di nome Giro e da un- 
certo abate Gorali, i quali trattavano molto bene gli scolari e miravano alla 
educazione del corpo non meno che a quella dello spirito. Staccatosi a malin- 
cuore da quei buoni maestri, dei quali conservò sempre grato ricordo, Giovanni 
Battista segui la famiglia a Parigi, e quivi suo padre, non potendo continuare 



UNA DINASTIA DI ECONOMISTI I 3 5 

a fargli impartire una istruzione classica, si contentò di fargli dare una educa- 
zione commerciale, la quale aveva il vantaggio di essere meno costosa e di 
promettere un utile più immediato. 

Giovanni Battista entrò a malincuore in questa nuova via e si mise negli 
affari di banca; ma probabilmente queste nuove occupazioni non assorbirono 
tutto il suo tempo, ed egli potè continuare a coltivarsi. 

Giovanni Battista Say non aveva un senso pratico molto sviluppato, o almeno 
gli mancavano le qualità indispensabili per riuscire negli affari; e, infatti, più 
tardi non ottenne nell'industria che uno scarso successo, e con tutto che fosse 
attivo, ordinato e coscienzioso quant'altri mai, la fortuna non arrise a' suoi sforzi. 
Egli era veramente il nipote di Castanet : come questi, considerava le cose da 
un punto di vista diverso da quello dei soliti negozianti, e non aveva quella 
qualità che egli falsamente chiamava mediocrità di spirito e che invece è il 
senso pratico. 

Comunque sia, siccome gli affari della famiglia sembravano bene avviati, 
Giovanni Battista mise in esecuzione un piano che già da molto tempo accarez- 
zava, e a diciannove anni, insieme col fratello Orazio che aveva compiti da 
poco i quattordici, andò in Inghilterra per completare la propria educazione e 
per istudiare da vicino i costumi e le istituzioni inglesi. Questo primo sog- 
giorno in Inghilterra ebbe un influsso notevole sul suo sviluppo intellettuale; 
e in quest'epoca decisiva della sua vita egli sentì nascere in sé quello spirito 
di osservazione e quella facoltà di associare le idee, che sono i segni carat- 
teristici del suo genio scientifico. 

L'anno seguente, che fu il 1787, tornato a Parigi, una circostanza fortuita 
lo condusse a riflettere più maturamente e con maggior metodo sui fenomeni 
economici e sul modo in cui si riflettono nel benessere morale e materiale dei 
popoli : essendo, cioè, segretario di Clavières, il futuro ministro, allora di- 
rettore d'una Compagnia di assicurazioni, notò che il suo principale leggeva 
assiduamente e con grande attenzione un'opera inglese, la Ricchezza delle nazioni, 
di A. Smith. Ne lesse anch'egli alcuni capitoli, e n'ebbe un'impressione così 
profonda che, appena i suoi mezzi glielo permisero, scrisse a Londra e si tece 
mandare una copia del. celebre trattato che conservò preziosamente per tutta 
la vita. Fu quella una rivelazione : il suo spirito aveva ormai trovato la vera via. 

Qui l'autore, rimandando chi voglia conoscere la storia esterna della gloriosa carriera 
di Giovanni Battista Say agli studi del Baudrillart e del Dubois de l'Estang, passa a esa- 
minare la vita privata, che finora è stata la meno conosciuta, del grande economista, fon- 
dandosi sui documenti da lui consultati nell'archivio della famiglia Say, e riportando qua 
e là brani di lettere da lui scritte al figlio Orazio mentre questi si trovava in America. 
Sono queste le più numerose lettere che il Say abbia scritte, giacché, del resto, essendo 



I36 MINERVA 

teneramente affezionato alla famiglia, non se ne dipartiva che molto di rado, e la moglie 
molto spesso lo accompagnava ne' viaggi dai quali, per ragion d'affari, non poteva 
esimersi. 

Penetrando nell'intimità di Giovanni Battista Say e della sua famiglia, quel 
che anzitutto colpisce è la perfetta padronanza di se stessi e la serenità che si 
nota nei personaggi che la compongono: tutti sono esseri meravigliosamente 
equilibrati; nessuno presenta tracce di nervosità né di soverchia sensibilità: sono 
tutte anime fortemente temprate, superiori agli avvenimenti. Eppure le dure 
prove non mancarono: Giovanni Battista e sua moglie conobbero, si può dire, 
tutte le vicissitudini della fortuna e tutte le difficoltà della vita, e più di una 
volta, nella loro travagliata esistenza, videro crollare le loro speranze. Il Say fu 
colpito non solo ne' suoi interessi e ne' suoi affetti privati, ma soffri profon- 
damente anche come cittadino: schiettamente liberale, fu condannato a non 
assistere mai, salvo brevi intervalli, al trionfo de' suoi principi nò in politica, 
nò in economia politica. Come tutti i giovani della sua generazione, aveva sa- 
lutato con entusiasmo il movimento del 1 7 S 9 ; pochi anni dopo, testimonio e 
vittima del Terrore, spero in un governo che prometteva di ristabilire l'ordine 
e la libertà; per un momento credette al Bonaparte, il quale fece di tutto per 
trarlo dalla sua; ma l'illusione non durò molto, ed ( ne stacco defìni- 

tivameni 

Per confortarsi delle delusioni politiche, e anche per procurarsi da vivere 
— giacché non gli era stata lasciata libertà di scrivere nò di insegnare — si 
diede all'industria e fondò ad Auchv un cotonificio, dopo essersi impratichito 
jo lavorando ogni giorno su di un telaio di origine inglese che tuttora 
si conserva. Per alcuni anni lo stabilimento prosperò; ma poi i;li affari pre- 
cipitarono; gli avvenimenti del 1814 e del 181 5 diedero all'industria l'ultimo 
colpo, e la fabbrica fu chiusa. Il Say torno scoraggiato a Parigi, e per un mo- 
mento penso ad abbandonare la patria e a raggiungere il figlio Orazio negli 
Stati Uniti ; ma poi non ne lece nulla, e, tornata la pace e la libertà, potò 
riprendere la penna e l'insegnamento. Gli rimise, sì, il triste ricordo di quei 
due anni funesti; ma, salvo alcune espressioni alquanto vivaci, giustificate del 
resto dagli avvenimenti, contro la politica imperiale, nelle molte sue lettere di 
quell'epoca egli giudica le persone e apprezza gli avvenimenti con una grande 

'.ita clic non viene mai oscurata dalla passione. Due cose, del resto, gli fu- 
rono di grande conforto: il culto disinteressato della scienza e l'amore della 
famiglia alla quale consacrò tutta la sua vita. Si occupò con amore dell'edu- 
cazione dei figli; sorvegliava da vicino i loro studi, non solo, ma, con tutta 
la sua gravità, non isdegnava unirsi ai loro divertimenti. Pra le carte da lui 
lasciate si trova una commediola, Monsieur Partntbèse, ch'egli scrisse per essi; 



UNA DINASTIA DI ECONOMISTI I37 

non è un capolavoro, ma è una cosina piena di fine umorismo. Scrisse anche 
una serie di apologhi, ma, al momento di metterli in versi, La Fontaine gli 
fece paura, come è notato di sua mano sul margine del manoscritto. Tutte le 
lettere indirizzate ai figli spirano una infinita tenerezza, ma c'è sempre alcunché 
•di fermo e di virile; egli non vi fa molta morale, ma, fedele al suo ufficio di 
•educatore, non lascia mai passare l'occasione di rilevare un difetto e di cercar 
di correggerlo. Indulgente per abitudine, diventava intransigente quando si trat- 
tava di coscienziosità; e quando, nel 1827, suo fratello Luigi, che si era stabilito 
a Nantes, gli mandò un suo libro di considerazioni generali intorno all'industria, 
scritto in fretta e senza seria preparazione, egli lo rimproverò con una lettera 
in cui la franchezza va fino alla severità. La lezione fu un po' dura, ma era 
meritata, e non pregiudicò le relazioni d'affetto tra i due fratelli. 

Del resto, sia per le circostanze della vita che lo separarono di buon'ora 
da Luigi, sia per la diversità di carattere, Giovanni Battista Say non ebbe mai 
verso di lui la tenerezza di cui circondò l' altro fratello, Orazio, bel tipo di 
soldato, scienziate, pensatore e letterato, che pubblicò importanti memorie di 
chimica, di fisica e di meteorologia, e fece estese ricerche intorno alle lingue, 
e gettò le basi di una grammatica filosofica, e stampò nella Decade philosophiqite, 
Jittéraire et politique delle graziose allegorie piene di fine ironia, sul genere dei 
« Trogloditi » di Montesquieu, contro i pregiudizi. Orazio prese parte alla spe- 
dizione in Egitto come capitano del genio, e all'assalto di Alessandria diede 
prove di tanto valore, che Bonaparte lo promosse sul campo di battaglia capo 
■di battaglione, a soli 27 anni. Morì di fatiche e di stenti nella spedizione di 
Siria, durante la ritirata da San Giovanni d'Acri dove, durante uno dei tredici 
assalti, aveva avuto fracassato il braccio destro; e fu quello per Giovanni Bat- 
tista un colpo dolorosissimo. 

La vecchiezza del Say fu il periodo più calmo della sua vita; la fortuna 
si era stancata di perseguitarlo: agiato, circondato di figli amorosi e rispettosi, 
professore ascoltato, scrittore celebre in tutto il mondo civile, aveva quanto ba- 
stava per vivere serenamente; eppure così non fu: il pensiero della morte lo 
angustiava, non già perchè la temesse, ma perchè gli rincresceva lasciare il 
mondo quando il suo spirito, ancor vegeto, vedeva schiudersi tanti nuovi oriz- 
zonti. Un ultimo, supremo dolore egli ebbe ancora: sul principio del 1830 
perdette l'eletta donna, una Deloche, ch'egli aveva sposata a Parigi, in pieno 
Terrore, il 25 maggio del 1793, e che per tanti anni gli era stata fida e 
devota compagna nei buoni giorni e nei cattivi. 

L'illustre vecchio ebbe, però, una grande consolazione: quella di lasciare 
nel suo figlio Orazio un degno erede del suo nome, delle sue teorie scientifiche 
e delle sue idee liberali. Partito nel 1 8 1 3 per gli Stati Uniti, Orazio Say era 



I38 MINERVA 

passato poi nel Brasile dove era entrato in una casa di commissioni. Tornato 
in Francia, fondò a Parigi, nel 181 8, un'agenzia commerciale per l'America 
meridionale e sposò la signorina Anna Vittorina Cheuvreux, figlia di uno dei 
più stimati negozianti della città. Ma da vero nipote di Castanet e figlio di Gio- 
vanni Battista, non si assorbì tutto nell'esercizio della sua professione, e fu 
giudice al tribunale di commercio, presidente della Camera di commercio, con- 
sigliere di Stato, ecc. ; e dove passò, lasciò dappertutto traccia di una grande 
attività e di un alto ingegno. Fu lui che, dal 1848 al 185 1, diresse la grande 
inchiesta intorno alle condizioni economiche della capitale, e fu lui uno dei 
fondatori della Società d'economia politica, di cui suo figlio Leone doveva es- 
sere un giorno Presidente. Per un momento era stato tentato a entrare nella 
vita politica, e fu nel 1842, quando gli venne offerta una candidatura all'Havre. 
In quel tempo la libertà di commercio aveva pochi propugnatori, e per di- 
fenderla il S.i\ accettò la candidatura, e si gettò animosamente nella lotta elet- 
torale, usando però sempre di squisita cortesia verso i suoi avversari e dando 
prova di quella superba indifferenza che più tardi gli elettori dovevano am- 
mirare in suo figlio. In fondo, pero, la politica non lo appassionava, e mai 
candidato si rassegnò più allegramente di lui alla sconfitta. 

Orazio Say fu felice, quanto può esserlo un uomo che pensa e che non 
è un : sposo di una distintissima signora, padre di figliuoli dai quali 

non ebbe che soddisfazioni, libero dalle preoccupazioni della vita materiale, 
seppe vivere da filosofo e da uomo di spirito. Le sue lettere spirano felicità 
e ci danno una chiara idea di quel che fosse allora la vita di un borghese pa- 
rigino stimato, aperto, liberale, indulgente, generoso, sempre pronto ad aiutare 
un amico col consiglio e col denaro, sempre disposto a fare un sacrificio per 
difendere le proprie idee. Xel salotto di cas. «veniva una quantità di 

uomini distinti nelle lettere, nelle scienze, nelle arti e nella grande industria. 

In questo ambiente amabile, ma in fondo molto serio e quasi austero, crebbe 
sotto il vigile occhio di una madre teneramente amata Leone Say, secondo 
dei figli di Orazio; e in questa atmosfera di pace e di lavoro, nella compagnia 
di uomini giunti in alto unicamente con le loro fatiche, attinse la nozione del 
dovere, l'amor del lavoro, la devozione alla famiglia, il desiderio di rendersi 
utile e il profondo disprezzo — diremmo quasi l'odio — che ebbe sempre 
per gli oziosi, sopratutto per gli oziosi ricchi, cioè per gli uomini che vengono 
meno alla loro missione sociale. 



STUDIO SUGLI IDEALI DEI FANCIULLI I 3 9 



STUDIO SUGLI IDEALI DEI FANCIULLI 

(Da un articolo di Estelle M. Darrah, Appìetons Popular Science Monthly, 
maggio 1898) 






Una salutare corrente di nuove idee ha spazzato dalle scuole molti di quei 
meccanici esercizi intellettuali che erano la caratteristica dell'antica educazione, 
per far posto a un sistema che, basandosi sul principio che la contemplazione 
di quanto vi ha di bello e di grande nei pensieri e nelle azioni degli uomini 
deve necessariamente infondere l'ammirazione e l'emulazione nei fanciulli, ha 
messo alla portata anche dei bimbi storia e letteratura. Ora che questo si- 
stema ha già funzionato per un tempo sufficiente per portare un giudizio sui 
suoi risultati, ci si affacciano questi problemi: Infonde esso nobili ideali nei 
fanciulli? Esalta la bontà, la saggezza, la forza, la verità, l'amor di patria? Eccita 
un generoso desiderio di compiere nobili gesta ? 

Come materiale per risolvere questi quesiti, si radunarono le risposte scritte 
di 1440 alunni delle scuole pubbliche x ), dei due sessi, alle seguenti domande: 

« A quale fra le persone di cui avete letto o udito parlare, desiderereste 
maggiormente di rassomigliare? Indicate i motivi della vostra preferenza. » 

Queste domande furono fatte come per uno dei soliti esercizi di composi- 
zione in classe; quindi quasi tutte portano l'impronta della sincerità. Solo talune 
delle risposte (sette in tutto) girano la questione senza rispondervi direttamente : 
così un giovinetto di quindici anni enuncia questo pensiero fatalista : « Non desi- 
dero di rassomigliare a nessuno, perchè questo desiderio non approderebbe a 
nulla » . E una ragazza di dodici anni risponde : « Non voglio invidiare nessuno ; 
perchè mi hanno detto che non sta bene e che Dio ci ha fatti come dobbiamo 
essere ». 

Riassumendo le sorgenti degl'ideali dei fanciulli, questi si possono classi- 
ficare in tre gruppi : 

1. Persone di loro conoscenza; 

2. Personaggi storici, passati o contemporanei; 

3. Personaggi tolti da opere letterarie. 

L'autore riproduce quattro grafici nel primo dei quali sono rappresentati i 
per cento degli ideali raggruppati nei tre gruppi sopra indicati a seconda delle 
età, dai 7 ai 1 5 anni. Com' è naturale, il mondo del fanciullo è dapprima cir- 
coscritto nel cerchio delle conoscenze della famiglia; ma poi si espande, e le 



1) Si noti che le ri -poste provennero per metà da scuole de!',a California, per l'altra metà da scuole del Minnesota. 



I4O MINERVA 

grandi figure storiche, che spiccano per le loro qualità e le cui mende sono 
meno facilmente avvertite di quelle delle persone colle quali si vive, vengono 
a formare gli ideali della giovane mente : e sono Cesare, Napoleone, Washington, 
Lincoln, Grant. 

A quindici anni il 29 per cento dei maschi e il 20 per cento delle ra- 
gazze scelgono a loro ideali gli uomini di Stato, gli artisti, gli autori, gli esplo- 
ratori, i filantropi contemporanei. L'autore trascrive dei saggi caratteristici nei 
quali si personificano in Mac Kinley e in Brvan (i due candidati alle ultime 
elezioni presidenziali) i tipi preferiti. 

Un secondo grafico riproduce il per cento, all'età di sette, dodici, quindici 
anni, delle qualità più apprezzate, la bontà, la filantropia, l'amor del vero, il 
successo, il valore, ecc. Le molte risposte che sono riportate indicano come il 
primo ideale dei fanciulli sia la bontà, la quale si manifesta alla loro mente 
sotto la torma utilitaria per loro. Una bimba vuol essere come sua madre perchè 
buona e le compera gli abiti, le scarpe, i cappelli ». Un bambino vuol 
essere come suo padre, che « è buono e gli dà quello che gli occorre ». 

Più tardi all'elemento utilitario subentra l'ammirazione per l'altruismo, e 
questo più spiccatamente tra le ragazze che fra i maschi. 1. generale L'ammi- 
razione per Giorgio Washington, « che fu sempre tanto onesto, lece tanto bene 
nel mondo e non disse mai bugie ». 

In piccolo numero, il 5 per cento dei bimbi — e questi al disotto dei 
dodici anni — citano il Signore o Gesù Cristo come loro ideali : e gli attri- 
buti pei quali vorrebbero rassomigliare alla divinità sono, per gran parte, quelli 
dei loro eroi mortali. <« Perchè Dio è così buono » — a perchè è così onesto 
e non mente mai ». 

Il io per cento dei bimbi di sette anni vedono nel possesso di beni e di 
ricchezze la felicità: questo per cento scende al 2 nei giovinetti di 15 anni. 

Un quinto circa di fanciulli di 12 anni sognano le avventure, la guerra, 
ed hanno per ideali Buffalo Bill, Robinson Crusoè, Washington, Lincoln, 
Un bimbo di dieci anni, americano, ha per suo ideale Napoleone: e crede do- 
versene scusare, dicendo « perchè è stato in molte più guerre che non Wa- 
shington o Lincoln ». E non mancano gli ammiratori di coloro che furono 
alla testa delle loro specialità, i cui ideali sono Johnson « il campione ciclista 
mondiale », Paderewski a il miglior pianista », Corbett « il più famoso lot- 
tatore », ecc. 

Un terzo grafico divide gli ideali in maschili e femminili : e, cosa curiosa, 
non meno del 67 per cento delle fanciulle sui 14 o 15 anni sceglie ideali 
maschili. Ed un quarto grafico ci apprende come il 5 1 per cento delle fanciulle 
sopra i 14 anni ammiri sopra tutto delle virtù eminentemente maschili. Questo 



LA POLITICA DELLA RUSSIA NELL'ASIA CENTRALE 189O-1S97 I4I 



è forse dovuto al fatto che nelle scuole di ambo i sessi i caratteri storici ma- 
schili sono posti in maggior numero e in maggiore evidenza che non quelli 
femminili. 

Sono fanciulle tra i 12 e i ié anni che vorrebbero rassomigliare a Wa- 
shington, a Giulio Cesare, a Colombo, a Robinson Crusoè, a sir Francis Drake 
« perchè era un uomo d'azione che fece tanti pericolosi viaggi intorno al mondo » 
o a « Mac Kinlev, perchè è così risoluto e quel che dice di fare, lo fa ». 

Una ragazzina di 13 anni dice francamente: « Mi pare che preferirei di rasso- 
migliare a un uomo piuttosto che a una donna, perchè quello che può compiere 
una donna, per quanto qualche volta sia grande, generoso e pieno di abnega- 
zione, diventa insignificante se lo si pone a confronto colle valorose gesta di 
un uomo ». 

Concludendo, abbiamo tre tipi di ideali : quelli dei bimbi posseggono la 
bontà e la gentilezza d'animo, i beni e il potere meraviglioso; col crescere 
dell'età, queste due ultime qualità sono sostituite dal coraggio, la libertà, la 
saggezza, la verità; nei giovinetti di sedici anni, poi, gl'ideali brillano special- 
mente per altruismo, patriottismo, facoltà di guidare gli altri. 

Negli ideali femminili, come è stato notato, la personificazione manca spesso 
pel fatto che tipi di virtù e di saggezza femminile, come si potrebbero rinve- 
nire in abbondanza nelle storie, non sono debitamente presentati alle giovani 
lettrici nelle scuole. 

L'autore termina constatando l'importanza di popolarizzare nelle scuole quei 
tipi storici di bontà, di saggezza, di onore, di patriottismo, di abilità nel gui- 
dare gli uomini, che noi vogliamo vedere sviluppati nella crescente generazione. 



LA POLITICA DELLA RUSSIA 

NELL'ASIA CENTRALE (1890-1897) 1) 

(Da un articolo di L. Meillac, Revue Encyclopédique, 19 marzo) 



La fissazione della frontiera russo-afgana per poco non aveva provocato 
nel 1885 un conflitto fra l'Inghilterra e la Russia; né sembrarono in seguito 
presagi di pace il rapido compimento della ferrovia transcaspiana (aperta fino 



1) Le solite esigenze dello spazio ci hanno fatto differire la pubblicazione di questo articolo; ma i recenti a 
menti nell'estremo Oriente, e i crescenti pericoli di conflitti fra interessi inglesi e russi ne hanno rinfrescata l'attualità e 
1 importanza. 

N. J. K. 



I42 MINERVA 

a Samarcanda nel maggio del 1889) e la formazione di un corpo di osser- 
vazione a Kerki, alle porte dell' Afganistan. Tuttavia le cattive previsioni non 
si avverarono: il Governo russo ha adottato definitivamente nell'Asia centrale 
una politica di moderazione che dal 1890 al 1897 non è mai stata smentita. 

Nel 1890 rimaneva ancora fra il Governo russo e il Governo inglese una 
grave questione : quella della fissazione della sfera d'influenza di ciascuna delle 
due potenze rivali nel Pamir; ora questa questione è stata regolata in circo- 
stanze che vai la pena di riassumere. La convenzione dei 18 settembre 1885 
aveva fissato la frontiera afgana tra la frontiera della Persia e quella del Bu- 
chara, fra il fiume Heri Rud e l'Amu Daria (l'antico Oxus); più a Est l'emiro 
di Buchara, vassallo dello czar, ebbe frequenti scontri con gli Afgani, sopratutto 
nella regione del Pamir. E vero che la convenzione anglo-russa del [871-7.3 
aveva fissato approssimativamente i limiti della sfera d'influenza delle due po- 
tenze a una linea che seguiva il corso superiore dell'Amu Daria e giungeva fino 
al monte Sari-cul, nel Pamir ; ma questo limite approssimativo non si fondava 
su di una conoscenza sufficiente del terreno: siccome, cioè, l'Amu Daria rac- 
coglie le acque di tre fiumi che scendono dal Pamir, cosi non si sapeva quale 
di questi dovesse essere considerato come il fiume principale; e solo in seguito 
si considero come tale il più meridionale dei tre, il Pandj, che nel suo corso 
superiore è chiamato W'akkan Daria. 

Nel 1890 tre potenze si trovavano di fronte sul Pamir: i Cinesi, avanzatisi 
per il Turchestan cinese, reclamavano l'Ak-su (Fiume Bianco) e l'Alisciur (in- 
fluente del lago di Jascil-cur); gli Inglesi, che avevano stabilito un residente 
presso il mehtar di Chitral e possedevano dal 1889 un forte a Mastudj, ai piedi 
dell'Hinducush, spingevano in avanti l'emiro dell' Afganistan, Abdur-Rhaman, il 
quale s'impadroniva di Sciugnan e del Roscian (distretti del Pamir); e final- 
mente entrò in lizza la Russia: la stampa russa protestò contro l'intenzione del- 
l'Inghilterra di spartirsi il Pamir con la Cina, facendo osservare che i capi 
delle tribù del Pamir erano stati in passato vassalli del canato di Cocand, 
annesso poi alla Russia; e intanto il colonnello russo Yonov faceva, nell'estate 
degli anni 1891-94, quelle rapide e audaci incursioni nel Pamir, nelle quali 
fermava gl'Inglesi, respingeva Cinesi e Afgani e stabiliva forti russi sulle fron- 
tiere del Roscian, dello Sciugnan, del W'akkan, e sull'alto Ak-su erigeva il forte 
di Pamirski-post, a 1,700 metri di altitudine. 

I negoziati fra la Cina, l'Inghilterra e la Russia furono lunghi e laboriosi; il 
27 aprile 1894 si annunziava che era stato concluso un modus vivendi fra 
Cina e Russia separatamente; finalmente si stabiliva fra l'Inghilterra e la Russia 
la convenzione di Simla (così chiamata dal luogo in cui fu firmata), in forza 
della quale la sfera d'influenza inglese e quella della Russia erano divise, a 



LA POLITICA DELLA RUSSIA NELL'ASIA CENTRALE I 89O-97 I43 



oriente del lago Victoria (Zorkul), da una linea la quale, partendo dall'estre- 
mità orientale di questo lago, seguiva la cresta della catena di montagne che 
corre a sud della latitudine del lago fino ai passi di Benderskv e Orta-Bel, e 
di là proseguiva, lungo la cresta di questi monti, dove questa rimaneva a sud 
della latitudine del lago suddetto, fino alla frontiera cinese. Secondo l'articolo 5 
della convenzione, il territorio compreso fra la nuova frontiera e l'Hinducush 
fino alla frontiera cinese appartiene all'Afganistan, non può essere annesso al- 
l'Inghilterra, e non vi si deve costruire nessun forte; e finalmente come frontiera 
tra l'Afganistan e il Buchara veniva stabilito il corso del Pandj. Queste disposi- 
zioni sono criticate dal signor de Poncins, il quale ha visitato le regioni in 
parola e dice che la frontiera doveva essere fissata all'Hinducush, vera barriera 
naturale fra gli Stati del nord e quelli del sud. 

La convenzione di Simla mette gl'Inglesi in una situazione senza dubbio 
preponderante: per mezzo dell'emiro dell' Afganistan, loro vassallo, essi sono 
padroni delle sorgenti dell' Amu Daria e dell' Ak-su, vale a dire hanno la chiave 
di tutta quella regione del Pamir che sembrava destinata alla Russia; essi poi, 
per mezzo di missioni diplomatiche e di spedizioni militari (missione Durand, 
1893, spedizione del generale Lockart, 1894-95; conquista del Dardistan, spe- 
dizione di Chitral), si sono assicurati, alle spalle, il possesso di tutto il paese 
fino all'Hinducush. 

Per effetto della convenzione i principati di Roscian, Sciugnan e Wakkan, 
ceduti alla Russia, furono incorporati nello Stato vassallo di Buchara, il quale 
viceversa ha perduto il Darwaz passato all'Afganistan. Duecento famiglie bucha- 
riote rifiutarono di assoggettarsi all'emiro afgano ed emigrarono nei territori 
lasciati al vassallo della Russia. I Russi, poi, fondarono altri posti stabili, segna- 
tamente a Kargochi, nello Sciugnan, dove il clima è meno aspro che a Pamirski- 
post, e si misero a costruire delle vie : le ultime notizie segnalano il compimento 
della via che supera il passo di Ak-Baital, a un'altitudine di 4,000 metri; con- 
temporaneamente è stata tracciata un'altra via lungo la frontiera naturale del 
Karnev-Tata, e si lavora a costruirne una terza al confine del Bardoba, nella 
valle di Alai. 

Come si vede, alla politica audace e invadente dell'Inghilterra la Russia ha 
opposto una politica di moderazione : abbandonando, o rimandando, ogni idea 
di conquista, il Governo russo sembra dedicarsi sopratutto a organizzare e a far 
valere i suoi possedimenti nell'Asia australe; la sua politica coloniale è noto- 
riamente una delle più abili e delle più feconde, e presenta su più di un punto 
utili esempi. 

L'autore, constatando la facilità e la metodica sicurezza con la quale la Russia prende 
possesso delle nuove regioni di frontiera, e mettendovi a riscontro le innumerevoli diffi- 



144 MINERVA 

colta che l'occupazione dei territori recentemente acquistati presenta all'Inghilterra, esprime 
l'opinione che molto tempo passerà ancora prima che gl'Inglesi sieno in grado di profit- 
tare dei vantaggi della « frontiera scientifica » fissata dalla convenzione di Simla ; e passa 
dipoi a esaminare l'opera della Russia nel territorio transcaspiano. 

Dal 1890 in poi il territorio transcaspiano non dipende più amministrati- 
vamente dalla Transcaucasia: un decreto sovrano del 6 febbraio 1890 ha messo 
questa regione, ormai pacificata, alla dipendenza del Ministero della Guerra in 
quanto riguarda l'amministrazione generale, e ha affidato l'amministrazione lo- 
cale al comandante militare del paese, assistito da un Consiglio. Ogni anno 
il paese è studiato metodicamente da nuove missioni scientifiche; si studiano 
accuratamente i problemi della irrigazione e della navigazione legati alla questione 
della colonizzazione russa e indigena; e grandi lavori pubblici sono già termi- 
nati, e altri si stanno compiendo : lavori d'irrigazione, porto di Kradsonovstk, 
ferrovia da Merv a Kusk, ferrovia da Samarcanda a Gizak (linee destinate ad 
allacciare la rete transcaspiana con la transsiberiana per Yiernoie). 

I coloni russi incontrano rivali formidabili nei popoli sarti — cosi si chia- 
mano in Russia gli indigeni iranici del Turchcstan — che coltivano con in- 
telligenza i distretti più fertili ; con tutto ciò il Governo russo riesce a collo- 
care ogni anno un certo numero di coloni russi: nella sola provincia v 
caspiana, dove il primo villaggio russo fu fondato nel 1888, si contavano, 
anni dopo, dieci borghetti con 2;} case e 1217 abitanti di origine russa; l'emi- 
grazione dei coloni, che e per il Governo oggetto di continua cura, sarà d'ora 
in poi diretta da un ullicio speciale che fa parte del nuovo Ministero del De- 
manio e dell'Agricoltura, fondato il 21 marzo 1894. Secondo la legge del 
23 novembre 1893, le Comi per azioni non possono fare acquisto 
di immobili nel Turchcstan se non quando i loro azionisti sieno sudditi rus^i 
di religione cristiana indigeni dell'Asia centrale. 

II Governo russo si applica indefessamente a sviluppare la produzione indi- 
gena; esso lotta contro la decrescenza della sericoltura, propaga e migliora Li 
coltivazione del cotone e ne difende la produzione contro i cotoni esteri col- 
pendo questi ultimi con un dazio di entrata molto forte. La produzione coto- 
niera del Turchestan, la quale è ancor lungi dal toccare il suo massimo, è at- 
tualmente di 654,000 quintali e fornisce alla Russia più di un terzo del suo 
consumo annuo. Né sono state trascurate le misure per creare degli sbocchi di 
là delle frontiere e per estendere pacificamente gli scambi: dal 1" gennaio del 
1895 vige in tutta la regione dal Caspio al Pamir, compreso il Buchara, una ta- 
riffa doganale unica; è proibita l'importazione di tutte le merci europee e di quelle 
delle Indie inglesi, eccezion fatta per il tè, per le mussoline, l'indaco e certe 
categorie di droghe e di pietre preziose, e questi articoli sono colpiti da dazi 



LA POLITICA DELLA RUSSIA NELL'ASIA CENTRALE (189O-1897) 1 45 



fortissimi. Al contrario, le merci provenienti dalla Persia o dall' Afganistan en- 
trano tutte, pagando soltanto un dazio del 5 per cento ad valor em. 

Gli sforzi che fa il Governo russo per assicurare ai Russi il commercio con 
le regioni limitrofe, nella Persia e perfino nelT Afganistan, sono stati coronati da 
successo sopratutto nel Corassan; nella Persia esso deve lottare contro la con- 
correnza inglese e tedesca, ma qui i Russi ottengono altri privilegi, come la 
costruzione di strade, di ferrovie, ecc.; e, del resto, è noto che l'attuale scià 
Mozaffer-ed-Din, successore di Nasr-ed-Din (assassinato il i° maggio 1896), 
è devoto alla Russia, mentre suo fratello maggiore Zell-es-Sultan è sostenuto 
dagli Inglesi. 

Questa politica pacifica dà già fin d'ora splendidi risultati: l'Asia centrale 
è la colonia commerciale dell'impero dello czar, e Russi e indigeni lavorano di 
comune accordo a farla progredire. I Russi hanno verso gl'indigeni una tolle- 
ranza che giova alle loro mutue relazioni; dopo la conquista, i missionari sono 
stati allontanati, è proibito al clero russo ogni tentativo di proselitismo, le istitu- 
zioni indigene sono state rispettate più che si potè, nelle scuole miste i fanciulli 
indigeni vengono a contatto coi fanciulli russi. E il paese e la popolazione si 
vanno trasformando: i nomadi si stabiliscono nelle città, le popolazioni sedentarie 
progrediscono; importanti centri sorgono lungo la linea transcaspiana e sul suo 
prolungamento, spesso in mezzo al deserto, a qualche distanza dai resti di città 
antichissime; e il viaggiatore che ne percorre le larghe vie, fiancheggiate tal- 
volta da quattro o da sei file d'alberi, può veramente credersi in un nuovo 
Far- West 

La Russia, a quel che sembra, continuerà per molto tempo, nell'Asia cen 
trale, in questa sua politica; la quale, in realtà, è conseguenza diretta di un fatto 
di capitale importanza : lo spostamento degl' interessi economici e politici della 
Russia asiatica verso il Nord. 



1 1 Far- West o Great-West, lontano occidente o grande occidente, si chiama l'immensa estensione occidentale degli 
Stati Uniti. 

N. d. R. 



Minerva, XVI. 10 



146 



RIVISTA DELLE RIVISTE 



Appleton's Popular Science Monthly (agosto), New-Y 

Il romanzo della tazza. — Grant Alien, noto per i suoi romanzi non meno che per 
i suoi libri di scienza, scrive questo artìcolo per combattere l'opinione, troppo comune- 
ettata, che identità di lingua voglia identità di razza. Egli comincia 

ido un aneddoto di un p parlando appunto delle relazioni fra le 1 in- 

ula sua classe: « 1 un uomo che 

abbia il n«>m.- di John Smith, avremo certamente ragione di conchiu. 
Nella d appunto un John. Smith, e q 

delle liuli<- occidentali di puro sangue, nessuna mistura dì teutoni- 

nel dedurre dalla lingua la 

oi guardiamo bene, troveremo che tutto il mo: ; quali parlano 

una lingua appartenente .1 popoli di razza 
di Sco letalmente si parla di « scozzesi », ma la 

distinta nazionalità: ing lei, pitti, e scandinavi ì e tutti • 

uio la lingua 
Prendiamomi alti < di islam'.' 

uomini del Nord, i (piali, sulla l rmandia, lian: 

rolli j ■ fino i nomi lo< 

Il vero è che una razza può parl al e la lingua di un'altra 
mistura di sangue, e, precisarne! 1 negri delle Indie l .li e del Sud 

Stati Uniti parlano l'inglese, francese creolo, o lo spagnuolo, cosi pure l'i- Uvea- 

tato ii lil dell' Irla» modificare la nazionalità celtica del popolo. 

Una delle grandi sorprese dei moderni studi etnici e linguistici concerne la (ina, la 
sua civiltà e la sua one. Fino a poco tempo fa, la remota antichità della civiltà 

cinese era un articolo di tede per tutti gli scienziati europei. Si credeva che l'u< 

luppato la sua propria coltura, indipendentemente, da se, nell'estremo Oriente 
asiatico, egli distato il predecessore di tutti i popoli nella scrittura, netta nel- 

l'uso della poi paro. Ma ora scienziati chinesi hanno dimostrato che, in reai 

Cina ha derivata la sua civiltà, come tutti noi, per via indiretta da Babilonia e dall'Egitto. 
ito dimostrato che, molto tempo prima che gli antenati della razza celeste giui 
nelle sedi ora occupate, vivevano in stretto contatto con quell'antico popolo civiliz- 
zato, gli Akkadi di Babilonia. Dai savi dell' Akkadia essi impararono i rudimenti delle 
arti ; e nelle loro migrazioni portarono seco gli elementi della scienza akkadiana, e le pa- 
role e le frasi della lingua di Akkadia. Fssi giunsero in Cina colle lettere, l'astronomia e 
le arti, e non fecero guari altro, in seguito, se non vivere sulla tradizione dei loro ante- 
nati occidentali. La verità è che, almeno per l'emisfero orientale, c'è una sola civiltà, la 

quale cominciò in Egitto e nella valle dell'Eufrate, e di là si sparse : a oriente, nella Persia, 

I 



RIVISTA DELLE RIVISTE I47 



nell'India, e nella Cina; a occidente, nell'Asia minore, nella Grecia, nell'Italia; e di là, 
verso l'Atlantico. 

Anche la lingua cinese si dimostra completamente diversa da ciò che si credeva finora. 
I vecchi filologi credevano che le lingue primitive devono essere state monosillabiche ; e 
siccome il cinese è monosillabico, lo consideravano quindi come primitivo. Ma Terrien 
de la Couperie e Douglas hanno dimostrato che il cinese è realmente di origine akka- 
diana, e che era, una volta, polissillabico, e che le sue parole si sono poi ridotte a mo- 
nosillabi per il logorio dell'uso, cosa che avviene anche in molte altre lingue, per esempio 
nelle neo-latine. 

In questo caso, la diffusione di una lingua e di una cultura ebbe luogo per semplice 
migrazione, come nei casi ben noti di Tiro e Cartagine, Grecia e Sicilia, Inghilterra e 
America. In altri casi, la diffusione avviene per conquista, come nei casi, pure benis- 
simo noti, dei successori di Alessandro, dell'impero romano, e degli arabi in Egitto, nel- 
l'Africa settentrionale e nella Siria. Il più spesso sono i vincitori che impongono la loro 
lingua sui vinti ; in altri casi sono i vinti che assorbiscono e assimilano i vincitori : i nor- 
manni, per esempio, perdettero lo scandinavese nativo e adottarono il vecchio francese in 
Francia, mentre in Inghilterra perdettero poi questo francese, e nel corso di poche ge- 
nerazioni divennero completamente inglesi. Numerosi esempi simili ci offre la storia del- 
l'Oceania e delle isole del Pacifico. 

Non meno interessanti sono le vicende dell'azione reciproca fra razza e religione, e 
razza e cultura; per esempio, i mori delle città e delle spiaggie nell'Africa settentrionale, 
avendo nelle vene molto sangue arabo e semitico, hanno adottato completamente l'islamismo 
non solo nella religione, ma anche nell'ordine sociale, con la poligamia, gli harem e il velo 
delle donoe. I cabili e i berberi delle montagne, per contro, che sono quasi puri discen- 
denti degli antichi mauritani o abitanti romanizzati, sebbene abbiano accettato, più o meno 
fervidamente, il maomettismo come fede religiosa, non se lo sono mai realmente assimi- 
lato come sistema sociale. Oggi ancora, essi sono strettamente monogami ; e le loro donne 
non portano il velo, ma mostrano liberamente la loro faccia graziosissima e attraente, 
e la famiglia è organizzata più o meno sulle stesse basi della famiglia europea. L'abito 
di razza di concedere alle donne una certa libertà e indipendenza si è mostrato più forte 
in pratica che le leggi di Maometto. Il semita invasore non ha potuto inoculare le sue idee 
nel camitico africano del Nord. 

Simili diversità etniche di fede possono vedersi anche nel Regno Unito. La Chiesa an- 
glicana, in generale, si è stabilita saldamente nelle parti più teutoniche dell'Inghilterra. I 
celti gaelici, cosi in Irlanda come nelle alture scozzesi, sono rimasti cattolici romani; i 
celti cimbrici, cosi nel paese di Galles come nella Cornovaglia, hanno adottato il wes- 
leianismo o qualche forma emozionale di protestantismo. Il canonico Isacco Taylor ha ac- 
cennato a una divisione anche più curiosa dell' Europa, dipendente da sostrato di 'dif- 
ferenze di razza. « In tutto il periodo storico e preistorico si distinguono, generalmente, 
due tipi di crani : c'è la gente dolicocefala, ossia dal cranio lungo, e la gente brachice- 
fala, ossia dal cranio corto. . . La razza teutonica dolicocefala — scrive con franchezza il 
dotto canonico — è protestante ; la razza celto-slava brachicefala è romana cattolica o greco- 
ortodossa I popoli teutonici sono avversi al sacerdotalismo, e hanno scosso via 

la direzione sacerdotale, e hanno sviluppato l' individualismo. Il protestantesimo fu una 
rivolta contro una religione imposta dal Sud sul Nord, ma che non era mai stata conge- 
niale alle menti nordiche. I principi tedeschi, i quali erano di sangue teutonico più puro 



I48 MINERVA 

che i loro sudditi, furono i condottieri di questa rivolta religiosa. . . La Scandinavia è più 
puramente teutonica della Germania, e la Scandinavia è protestante fino al midollo. Gli 
scozzesi della pianura, i quali sono più puramente teutonici degli inglesi, hanno dato il più 
libero sviluppo al genio del protestantesimo »; e qui l'intrepido canonico, invece di dilun- 
garsi in spiegazioni teologiche del fatto, [viene a dimostrare [che l'indice cefalico degli 
olandesi protestanti è approssimativamente uguale a quello degli svedesi e dei tedeschi 
Nord; mentre i belgi, cattolici, hanno un indice cefalico uguale al quello dei catto- 
lici parigini. «Se un cantone svizzero è dolicocefalo, è protestante ; se è brachicefalo, è cat- 
tolico » e soggiunge, alludendo a una apparente eccezione britannica, che i gallesi e i 
cornovagliesi, i quali diventarono protestanti per un incidente politico, hanno trasfoi : 
il protestantesimo in una religione emozionale, la quale ha una profonda affinità con la 
fede emozionale dell'Irlanda e dell'Italia. 

Così, d'ora innanzi, se uno si domanderà: « Perchè sono io protestante? > dovrà ri- 
spondere: « Perchè il mio indice cefalico è 75. Se per caso fosse stato 79, io sarei di- 
ventato un frate domenicano » ! 

L'educazione per la vita domestica. — K strano che, mentre ci sono milioni e mi- 
lioni di donne la cui occupazione essenziale consiste nell'att doveri doi 
mentre qu< ri sono, per l'umanità tutta, di una importanza addirittura trascend 
non fi sia qua all'adem- 
nto di questi doveri. Si è fatto molto per l'istruzione s, Iella donna; ma a 
che 1 minto sopratutto? Si 'è mirato a dare alla donna 
l'uomo. Ora, considerando che i destini e le occupazioni dei due st- 
remi, è naturale che ben diversa dovrebbe essere la loro educa/.)' arole, 
azione ali. cosa ben nota che, se voi cercate delle donne che 

piano sci stare al comptoir, ecc ne trovate una straordinaria 

abbondanza; ma di donne che sappiano veramente dirige' •'• grandi: 

:tà. 

Che co ipere, in una donna? Anzitutto, essa ha bisogno di una 

parazione manuale ; <ssa deve sapere come cucinare bene un pasto salutare, come pre- 
pararlo in modo appetitoso, e come far questo con un minimo di spesa e di energia. 

Inoltre, la donna deve conoscere benissimo gli elementi dell'igiene e della fisiologia. 
Tutti i medici concordano Dell'affermare che una parte considerevole della grande mor- 
talità dei bambini è dovuta all'ignoranza e alla inesperienza delle madri. li valore della 
fisiologia applicata a conservare la vita infantile e a diminuire le malattie ereditarie indi- 
viduali non può essere esagerato, e nessuna donna è donna da prendere marito, la quale 
non sappia almeno gli elementi di queste essenziali cognizioni. 

Infine le donne hann> 1 di educazione, e di essere educate negli ideali ili mo- 

ralità. Ina delle curiose anomalie rivelate dalla partecipazione delle donne alla vita in- 
dustriale è questa, che mentre esse hanno ideali di purità superiori a quelli degli uomini, 
hanno frequentemente ideali molto inferiori per ciò che concerne l'onore e l'on 
non esitano a ingannare e circuire i mariti un po' difficili o bisbetici: abituano i bambini 
alla disonestà, violando continuameute le regole più comuni della sincerità e della fran- 
chezza. I bambini imparano molto di più dall'esempio che dal precetto; la madre, la 
quale continuamente promette, ma trova sempre scuse per non mantenere; che non per- 
mette i franchi commenti del fanciullo sulle cattive azioni altrui, mentre es a non 



RIVISTA DELLE RIVISTE I49 



fa che chiacchierare intorno alle sue conoscenze; che pretende di vestire e di vivere al di 
sopra dell'entrata della famiglia, dà una educazione, in disonestà e in ipocrisia, la quale 
non può essere superata da qualsiasi educazione morale. 

Se alle cose dette la madre può aggiungere le grazie della cultura nella musica e nel- 
l'arte o nella letteratura, essa può dare al fanciullo un sostrato di educazione e una risorsa 
per la vita che nessuna statistica è capace di stimare. Il rendere la casa dolce, salutare, 
dignitosa, un « luogo di sviluppo », è certamente una professione che non richiede sola- 
mente la migliore preparazione, m? una preparazione speciale, adatta a questo scopo. 

The Contemporary Revievv (agosto), Londra: 

La sconfitta dei re del petrolio. — Dopo che dall' America è stato introdotto 1' uso 
del petrolio più economico e più pericoloso, le esplosioni, già numerose prima e dovute 
anche alla cattiva costruzione delle lampade, sono aumentate in Inghilterra in modo con- 
siderevole. Così, fin dal 1894 la Camera dei Comuni nominò una commissione per stu- 
diare i danni che derivano dall'uso dei lumi a petrolio e per concretare gli espedienti 
con i quali si possono evitare i pericoli dell'uso del petrolio come materia illuminante. 
Solo ora quella commissione ha presentato il risultato dei suoi studi. 

A cominciare dal 1868 in Inghilterra si è tentato reagire contro l'uso del petrolio ame- 
ricano di cattiva qualità, che agli Stati Uniti sarebbe forse invendibile e in Inghilterra 
produce gravi danni. Ma i « re del petrolio » hanno saputo far naufragare tutti i progetti 
di legge, comparsi alla Camera dei Comuni a varie riprese, per impedire la vendita dei 
petroli di cattiva qualità. 

Nel 1896 fu risollevata la questione del cosidetto « flash-point ». Il « flash-point » è 
il grado giunto al quale il petrolio si volatilizza in quantità tale che, venendo in con- 
tatto con una fiamma o con una temperatura molto alta, esso scoppia. Una lampada, per 
perfetta che sia, va soggetta anch'essa alle esplosioni, tutte le volte che vi si usi del pe- 
trolio cattivo, mal raffinato e per conseguenza ricco di sostanze che si volatilizzano facil- 
mente. Una pessima lampada è invece sicurissima solo che in essa s'impieghi del petrolio 
di buona qualità. 

Fino al 1896 in Inghilterra si considerava sicuro il petrolio che potesse raggiungere 
i 73 Fahr., senza che volatilizzasse molto. Ma dopo si è manifestato un movimento impor- 
tante perchè la legge vieti l'ammissione dei petroli che non resistano alla volatilizzazione 
prima di raggiungere i ioo° Fahr. 

Interrogati, dall'apposita commissione nominata dalla Camera dei Comuni, vari chimici 
eminenti sono stati concordi nell'affermare che la legge dovrebbe proibire il consumo del 
petrolio che si volatilizzi sotto i ioo°. Nessuna disgrazia è mai successa usando petrolio 
che si volatilizza oltre i no°. 

Ma i monopolisti americani non si sgomentarono dinnanzi a questa terribile falange 
di scienziati. Siccome sarebbe stato inutile tentare di comperare la commissione parlamen- 
tare, quei monopolisti si misero all'opera per opporre alle testimonianze avversarie una lista 
altrettanto formidabile di notabilità scientifiche. La commissione aveva udito il parere di 
un professore russo, il celebre Mendelejef? Ebbene, essi ne produssero due dall'impero 
moscovita, pronti a giurare che le attuali condizioni dell'uso del petrolio corrispondevano 
perfettamente a tutte le esigenze della scienza e della sicurezza. Uno dei periti veniva da 
Karlsruhe? da Karlsruhe essi fecero venire un contro-perito, mettendo inoltre nella bilancia, 



150 MINERVA 

per buon peso, uno specialista di Zurigo e un altro di New York. Questi due ultimi, però, 
alle laute rimunerazioni della « Standard Oil Trust » preferirono soddisfare il dovere del- 
l'onore e dichiararono francamente che l'innalzare il grado del « flash-point » era opera 
umanitaria, e secondo il loro giudizio dovevano considerarsi come delinquenti gli spaccia- 
tori di petrolii facilmente volatilizzabili. 

Questa inchiesta, oltre ad arrestare le losche operazioni dei « re del petrolio », fu uti- 
lissima perchè rivelò, con tutta l'evidenza delle cifre e delle statistiche, i danni prodotti 
dai petrolii di cattiva qualità. Per esempio, a Glasgow e a Edinburgo, dove si fa uso di 
paraffina scozzese che volatilizza a ioo° Fahr., solamente l'uno per cento degli incendi è 
dovuto a lampade a petrolio. A Londra, dove si adopera il petrolio americano detto Tt «7- 

, che volatilizza fra i 73 • gli 8o° Fahr., ogni anno si deplorano in media 400 in 
dovuti a esplosioni di lampade. Nella stessa Londra, in tre anni si ebbero non meno ili 
115 casi di morte per gravi ustioni prodotte da esplosioni di petrolio. 

Per incarico avutone dal Consiglio provinciale di Londra, il signor Spencer ha esami- 
nato 689 casi di disgrazie, con 100 morti, occorsi a Londra nel 1896 e nel 1897. Lo Sp- 
è venuto alla conclusione che quasi tutte queste disgrazie dipesero non da «mi- 

ddle lampade, ma dalla pessima qualità del petrolio. 

< >ra, l'apposita commissione ha mostrato che escludendo dall'Inghilterra questi cattivi 
ani, nessun aumento del prezzo del petrolio era a tenu ri un 

semplice spauracchio messo avanti dai « re del petrolio » americani. per Impe- 

dire' sul i -la concorrenza dei petrolii russi, di migliore qualità dei loro, 

negli anni scorsi, erano venuti ad accordi coi produttori russi, perch 
la loro esportazione in Inghilterra. Ma col 1898 tale « entente » è terminata e sul mei- 
inglese ora avviene una accaniti :iza fra i petrolii russi e quelli americani, 
sta concorrenza, cominciata prima dell'attuale disfatta dei « re del petroli., 
fatto chiudere molte raffinerie russe, perchè vinte. Ora esse hanno ripreso a lavorar- 
molto successo. E questa concorrenza va tutta a profitto del consumatore. Es 
l'esercizio di sorgenti finora non sfruttate, come quelle della Galizia, della Rumeni 
Sumatra, di Giava, di liorneo, e con l'aumento della produzione diminuirà necessariamente 
il prezzo del prodotto. 

La lotta fra gli speculatori transatlantici e i difensori delle vite e degli interi 
;<li Inglesi, minaci iati dai petrolii di cattiva qualità, è dunque terminata con la sconfitta 
dei « re del petrolio » i quali, da uomini pratici, si sono rassegnati e hanno finit- 
dichiarare che soddisferanno alle condizioni fissate dai nuovi regolane 

Le immagini di Gesù Cristo. — Sir Wike Bayliss nel suo « Rex Regum » ha nuo- 
vamente aperta la q u est i one se noi possediamo qualche ritratto autentico della figura umana 
del Salvatore del genere umano, che dati dai giorni in cui Egli visse sulla terra da uomo 
fra gli uomini. Ora, come ritratti autentici di Gesù Cristo è senza alcun fondamento che 
si citano la cosidetta « Veronica Sudarium » di Roma; « Volto Santo > di Lucca; il 
« Bambino » di Ara Coeli ; il ritratto che, secondo la leggenda, Cristo avrebbe mandato 
ad Abgar, Redi Edessa; quello che Pilato avrebbe mandato a Roma ; tutte le altre figure 
attribuite o ad una origine miracolosa o che si ritengono dovute a Nicodemo o a San 
Pietro o a San Luca. Per nessuna di esse si ha la più piccola prova storica di autenti- 
cità. Dobbiamo pure scartare le immaginarie descrizioni date di Gesù Cristo da Giovanni 
di Damasco nell'ottavo secolo; la falsa lettera di Publio Lentulo al Senato, citata da San 



DELLE RIVISTE 



Anselmo e non più vecchia del dodicesimo secolo; e la descrizione fatta in greco da 
Epifanio monaco. Se poi si passano a considerare le pretese rappresentazioni di Cristo 
nelle catacombe, si trova solo un mosaico molto dubbio, dall'Aringhi attribuito al primo 
secolo. Molto probabilmente esso non vuol nemmeno rappresentare il Signor nostro: 
in ogni caso differisce assai da altre figure, come la famosa «imago clipeata», ora quasi 
dimenticata nella catacomba di San Calisto, e l'altra con un nimbo cruciforme nel cubicolo 
di Santa Cecilia. 

Allorché il Gliickselig tentò ottenere un ritratto di Gesù Cristo, riproducendo le parti 
comuni alle varie rappresentazioni antiche che si hanno, egli ottenne una figura orribile. 
Nel quinto secolo Sant'Agostino scriveva che già allora « la figura del Signore dell'uma- 
nità avrebbe dovuto avere un aspetto definito », e tuttavia « innumerabilium imaginationum 
diversitate variatur et fingitur ». 

Nel nono secolo Fozio scrive che i Greci, i Romani, gl'Indiani, gli Etiopi ed altri po- 
poli rappresentavano Gesù Cristo in modo diverso secondo il loro rispettivo tipo nazio- 
nale. Tutti i grandi pittori hanno scelto e inspirato il loro ideale di Gesù Cristo o alla 
bruttezza ripulsiva del tipo bizantino che si ritrova in tutte le chiese orientali o alla ra- 
diante bellezza del tipo greco o alla gentile dignità di quello romano. 

È strano che uno scrittore del decimonono secolo, Sir Wike Bayliss, argomenti con tant ì 
sicurezza in favore dell'autenticità di qualche ritratto del Salvatore, quando è noto che esiste 
una controversia fra i Padri greci e quelli latini su una questione tanto elementare, cioè : 
se Gesù Cristo sia stato un bell'uomo oppure no. In risposta allo scherno del pagano Celso, 
che, secondo il racconto dei suoi tempi, Gesù Cristo era « piccolo, brutto ed ignobile », 
Origene ^morto nel 253) ammette che, arguendo dalla profezia, si poteva supporre che Egli 
fosse brutto ma non ignobile, e che non si aveva nessuna prova certa che Egli fosse basso 
di statura. 

Cosicché nel terzo secolo, allorché Origene parlava così di Gesù Cristo, nessun ritratto 
genuino esisteva del Salvatore, e mancava anche qualunque tradizione attendibile, tanto 
che Origene ricorreva a ciò che avevano detto i profeti Isaia e David. Ed è ovvio che 
queste fonti profetiche sono le sole cui hanno ricorso i Padri della Chiesa quando parlano 
della figura umana di Gesù Cristo. 

San Gerolamo, allorché visse in Roma, fu un costante frequentatore delle catacombe, e 
passò parecchi anni della sua vita in Asia minore e in Palestina. Sant'Agostino visse in 
Roma, in Milano, in Cartagine e in Ippona. Ebbene, se i cristiani dell'Italia o dell'Asia 
minore o dell'Africa avessero posseduto allora un ritratto di Gesù Cristo molto remoto e 
autentico, esso sarebbe stato certamente conosciuto da uno di questi due santi, i quali 
non avrebbero mancato di ricordarlo nei loro scritti invece di fantasticare, come hanno 
fatto, sulla figura del Salvatore. 

Ora, questa mancanza di ritratti autentici di Gesù Cristo e di ricordi sulla sua vera 
figura si spiega facilmente con fatti storici sicuri. Egli è che i primi cristiani, fino al 
terzo secolo, considerarono irriverente dipingere figure di Colui che essi consideravano 
e glorificavano come loro Eterno e Divino Signore. I primi discepoli ebrei avrebbero 
considerato ogni ritratto di Gesù Cristo come una violazione del secondo comandamento ; 
e i Gentili convertiti, circondati da per tutto da idoli che aborrivano, parteciparono a tale 
convinzione. Almeno per tre secoli le rappresentazioni di Gesù Cristo nelle catacombe 
sono tutte simboliche. Al Concilio di Elvira dopo il 3ro, fu approvato un canone pel 
quale si proibiva nelle chiese ogni pittura. 



1)2 MINERVA 

Fu solamente dopo il Concilio di Quim-Sext, cioè nel 692, che i cristiani cessaron 
rappresentare Gesù Cristo sotto la figura simbolica dell'agnello e cominciarono a dipingerlo 
in forma umana. - nax& tòv MpAmvo* '/.v.zy:/.-.ì,yy.. In conclusione, noi possiamo contemplare 
e con ammirazione le sacre pitture di Giotto e di Frate Angelico, di Bernardino Luini e 
Lorenzo di Credi, di Giovanni Bellini e Carpaccio, del Millais e di Holman Hunt, ma come 
figure ideali, non come documenti di storia religiosa. 

L'arte del ricatto. — Il fallimento del finanziere Hooley, già noto per la grandi' 
delle sue operazioni, ha richiamato l'attenzione del pubblico inglese sulla professione dei 
promotori di compagnie industriali (Company promoter) e sui ricatti giornalistici cui vanno 

■tti. Veramente la parola « ricatto » qui non è usata con proprietà, poiché tali « ricatti > 
servono proprio a facilitare le imprese tentate dai promotori di compagnie industriali. In 

• riratto », secondo il dizionario del Murray, significa «estorcere danaro .... me- 
diante intimidazione ». Il vero che ci sono a Londra una quantità di giornali che nel vigi- 
lare i promotori di compagnie mostrano maggiore assiduità di quella che può usare una 
buona mo 1 un marito birbone: appena uno di tali promotori di compagnie ha 

un'impresa da lanciare, ecco che ito dai redattori di quei giornali che chiedono 

la loro parte nei profitti dell'imp le fanno, sia perchè s'impe- 

gnano a non parlari- affatto — Ma questa parte del giornalismo è poco ila: 

ed è comprata facUmenb ialiti* di tali giornali è ben nota fra gli uomini ili 

li non sono letti oltre questa cerchia di persone, l'ero, per quanto innocui, i pi 
tori di compagnie pn comprare anche questi giornali. Ma se questi pr 

li compagnie pwsta specie <li giornali, la maggior parte delle loro ina 

dispongano anche ilei giornali 
molto letti, sia esclusivamente da uomini di altari che vogliono essere bene infor- 
mati delle questioni finanziarie e commerciali, sia di quei giornali che sono letti dalle fa- 
miglie aristocratiche, borghesi, ri l un giornale di tale in- 
Un promotori di compagni) tO ■ pagare molto di più di 1 uno 
riornali finanziari ili Odiali di larga diffusione nelle famiglie hanno un 
ile per la parte finanziaria, il quale è tanto più indipendente nell'adempi- 
mento del suo incarico, in quanto il direttore del giornale 1 lOOO, in g< 

ioni finanziari* che di un giornale sia solo corrotto quest 

dattore per la parte finanziaria. In qui il pubblico è ingannato, poiché invi 

suoi risparmi secondo i consigli di un giornale che ritien ed è ingannata la 

Direzione del giornale che crede il suo redattore altrettanto onesto quanto Tale 

caso è occorso anche alla Pali Mail Gazelk. I giornali finanziari, quotidiani o settimanali, 
sono facilmente riconosciuti se onesti oppur no. Ma il grave danno deriva da quei giornali, 
specialmente settimanali, che sono largamente diffusi nelle famiglie e che tutti ere 
onesti, mentre, spesse volte, il redattore finanziario, con o senza la connivenza del diret- 
tore, è Corrotto e venale. 

Ed il tatto strano in questa forma di ricatto è questo che, quasi sempre, è il promo- 
tore di compagnie die va in cerca del giornalista che crede per lui utile corromper- 
ottenere il suo scopo lo speculatore si serve di molteplici espedienti, così che il giornalista 
che vuol conservarsi onesto ha da guardarsi intorno ad ogni passo che fa, e deve 
molto cauto anche nel far conoscenze e relazioni. Un esempio può far capire meglio quale 
è l'ambiente della « city » di Londra. Un agente di cambio suole dare a un giornalista 



RIVISTA DELLE RIVISTE 



notizie molto importanti. Un giorno l'informa di alcuni fatti che assicurano un grande 
avvenire a una società ferroviaria, e in mancanza di altre notizie il giornalista fa ad essi 
un commento favorevole. Dopo un certo numero di giorni l'agente di cambio offre al gior- 
nalista una certa somma come partecipazione agli utili ottenuti da quel commento favore- 
vole. Il giornalista rifiuta, ma è convinto dall'agente di cambio che, avendo dato le notizie 
in perfetta buona fede, la sua coscienza nulla ha a rimproverarsi. Fatto cosi il primo passo, 
anche questo giornalista oramai è nella lista dei corruttibili. 

Il redattore finanziario di un importante giornale della sera rifiuta la somma, per solito 
massima, che un promotore di compagnie suole dare: un'offerta di 5,000 sterline, o 125,000 
lire italiane. Il finanziere l'invita a pranzo e insiste offrendo una somma maggiore. Il gior- 
nalista rifiuta, anche perchè teme, se scoperto, di perdere la posizione importante che oc- 
cupa nel suo giornale. Allora il finanziere per rendere omaggio a tanta onestà gli offre un 
posto in altro autorevole giornale, di cui è comproprietario, ma promettendogli uno sti- 
pendio doppio a quello di cui il giornalista gode attualmente. Finalmente il finanziere ha 
ottenuto il suo scopo : il giornalista si dimette dal posto che occupa, ma senza potere ot- 
tenere poi il mantenimento della promessa avuta. Il finanziere così si sbarazza di un gior- 
nalista molto incomodo, risparmiando le parecchie migliaia di sterline che era disposto 
a pagare. 

Come si vede, le arti dei Company Promoters sono varie e sottili, come sono vari e 
sottili i modi in cui la stampa vende la sua influenza e inganna il pubblico. In Inghilterra, 
in seguito ai fatti che sono stati svelati dopo il fallimento Hooley, c'è un considerevole 
movimento d'opinione pubblica per ottenere seri provvedimenti legislativi intesi a proteg- 
gere il pubblico dalle indegne manovre dei pirati della finanza. 

Il futuro impero inglese nell'Estremo Oriente. — Dal momento che le altre grandi 
nazioni, le quali vanno ingrandendo i loro dominii nella Cina — la Russia, la Francia e 
la Germania, — non sono disposte ad aprire i loro territorii alla libera concorrenza mon- 
diale, il dovere dell' Inghilterra è di impedire ad esse di strangolare il commercio inglese, 
e di affermare sempre più energicameate il suo protettorato sulla grande vallata del Yang-tse, 
la quale comprende circa tre settimi della Cina propriamente detta, e quasi la metà della 
sua popolazione, cioè circa 185,000,000 di Cinesi. 

L'Inghilterra nel bacino del Jang-tse deve limitarsi ad appoggiare, o, se è necessario, 
a organizzare un numero conveniente di amministrazioni sotto il protettorato inglese. Tale 
compito è tanto più facile quando si pensa che attualmente la Cina è amministrata sotto 
un regime molto decentralizzato. 

L'Inghilterra, collo sfruttare e col mettere a cultura le ricchezze di questa parte della 
Cina, toglierà dall'oppressione della miseria molti milioni di persone, che così vedranno 
volentieri la sua presenza nell'impero mongolico. Tanto più che nel cinese manca ogni 
spirito di nazionalità ed il cinese di oggi rappresenta il tipo opposto dell'antico Spar- 
tano. Quando la Germania occupò Kiau-ciau, i soldati che difendevano questo porto, dopo 
una debole pretesa di resistenza, si svestirono senz'altro delle loro uniformi e l' indomani 
passarono al servizio della Germania. Ma l'Inghilterra, almeno da principio, non deve as- 
sumersi la diretta amministrazione del bacino del Jang-tse. Essa deve scegliere la linea di 
minore resistenza. Questa le è chiaramente tracciata usufruendo delle amministrazioni pro- 
vinciali già esistenti. Molti degli attuali viceré accetteranno senz'altro lo stipendio dalla Co- 
rona inglese, trasferendo la loro sottomissione dal governo di Pekino a quello di Londra. 



1)4 MINERVA 

Altro fattore molto importante e molto favorevole per l'Inghilterra è il carattere spic- 
catamente democratico delle istituzioni governamentali cinesi. Questo fatto determina la 
mancanza di qualunque classe aristocratica potente, che potrebbe costituirsi come centro 
d'opposizione contro l'influenza inglese. Quella democrazia è come una macchina d'una 
potenza enorme e incalcolabile che permette all'Inghilterra di plasmare i futuri destini 
di questo protettorato secondo le tendenze della cristianità e della civiltà. 

La Cina non costerà all'Inghilterra nulla. Essa sarà pel bilancio inglese non una se- 
a India, ma piuttosto un secondo Egitto, ina più grande, più ricco, e di ma 
valore. In Cina sono centinaia di milioni di popolazione industriosa e pacifica, con un 
paese ricco, oltre che di prodotti agrari, di carbone, ferro, minerali di ogni specie, ecc. 

Il paese è anche arricchito da un vasto sistema di comunicazioni acquee interne: il 
fiume Jankg-tse è navigabile per grossi bastimenti e di profondo pescaggio per oltre 600 mi- 
glia dalla sua foce. 

mto «lei bassissimi salari e della grande quantità di materia prima e del 
.rio a base d'argento, è facile vedere che la Cina potrà in breve diventare 
una terribile rivale dell'industria europea, e segnatamente della ie è a 

lerarsi. che lo sviluppo della Cina non avvenga troppo rapidamente; 

il mantenimento dell'attuale organizzazione poli: dell' impero. 

Nintteenth Century (agosto), Londra: 

Assassinii commerciali. - La signorina Geltrude Tuckwell. segre! 
ide Union League » delle donne, chiama con questo nome i < asi numerosissimi di 
morti e di gravissime malattie 1 prodotte dalla industria delle ceramiche, 

•a industria è concentrata, in Inghilterra, nella Contea «1 
ole città di l'.urslem, Stoke, Hanlev, Etruria, Langton ; quesl itene di • 

di dimensioni quasi nane, e dall'aspetto anemico; eppure, tutto intoni 

ri stende uno dei più belli e dei pia amabili paesaggi dell' Inghilti 

Alcuni operai hanno scritto ralle i>orte e sui muri delle fabbriche: « Casa della Morte» 
oppure: e Cimitero ►. E invero,;. dell'avvelenamento per pioni terri- 

bili da giusti 1 . noma. 

Questo avvelenamento si manifesta, generato un pallore deli 

di tisico, che accompagna i primi stadi anemici della malattia, all'anemia I 
altre l'oiinc più acute: dapprima, generalmente, coliche terribili, le cosi diche di 

piombo», che fanno provare alle vittime sofferenza inaudite; poi viene la paralisi, 
Completa parziale, la favella impedita, e la pazzia; alcuni più fortunati vengono li 
• dalla morte. 

.Molte volte, dopo M primo attacco della malattia, il dottore proibisce al suo cliente ili 
ritornare al lavoro delle ceramiche; ma la sua proibizione e i SU i sono ]• 

buttate al vento, perchè quasi tutti gli operai e le operaie della Contea non hanno altra 
scelta: o il lavoro delle ceramiche o la fame. Delle 35,000 «limile che sono impiegate in 
Inghilterra in questo terribile lavoro, più di 20.000 appartengono alla Contea di Station!. 

Trentacinque anni sono generalmente il limite della vita di questi operai, e la tisi che 
innata dal respirare il piombo in polvere fa, di questo, fra tutti i mestieri.il più ter- 
ribile distruggitore di vite umane. 

Visitate queste piccole città, e dappertutto trovate tanti malati che vi fa l'impressione 
che vi sia una grave epidemia. In una casa, una donna parzialmente paralizzata, e con la 



RIVISTA DELLE RIVISTE 



) ) 



favella talmente impedita che solamente i suoi famigliari possono congetturare ciò ch'essa 
vuol dire, lotta da anni nel modo più pietoso per sbrigare le faccende di casa. Pochi passi 
più in là, una bella donna, alta, quasi cieca e semiparalitica, custodisce la casa di un vi- 
cino — non è capace di far altro. Tutte le famiglie hanno qualche membro, o qualche 
vicino, o qualche parente, che soffre, in un modo o nell'altro, delle conseguenze dell'avve- 
lenamento per piombo. Il dott. Prendgast scrive: «Su 123 parti, 73 nacquero morti ; dei 
50 nati vivi, 20 morirono il primo anno, S il secondo, 7 il terzo, 1 un poco dopo; e so- 
lamente 14 giunsero all'età di io anni. » 

Questo è lo stato delle cose nel distretto delle ceramiche, e la responsabilità spetta a 
molti, ma in principal modo agli industriali, e più ancora allo Stato il quale, davanti a 
una simile condizione di cose, ha sempre dimostrato la più straordinaria apatia e indiffe- 
renza. L'esperienza dimostra che, sottomettendo il piombo a certe operazioni, lo si può 
rendere molto meno nocivo. Si dovrebbe insistere perchè si usino tutte le precauzioni per 
liberare quel distretto dalle terribili conseguenze dell'avvelenamento per piombo. Cinquanta 
anni di inchieste e di commissioni hanno soltanto portato a questa conseguenza, che « nel 
1S91 i casi di avvelenamento per piombo erano due volte più numerosi che quelli del 1881 ». 
Il paese, — dice la signorina Tuckwell — deve farsi sentire, deve intervenire a proteggere 
coloro i quali nel nome di interessi commerciali vengono mutilati e uccisi alle porte dei 
loro padroni. 

Il giornalismo giallo americano. — Sotto questo nome, come oramai è noto anche 
in Europa, è indicato il giornalismo americano che vive sopratutto di « sensazioni » ; è in- 
teso che quanto più queste sono assurde, o grossolane, tanto meglio è. Il nomignolo di 
giornalismo giallo ebbe l'origine seguente: Il « New York World » ebbe, qualche anno fa. 
l'idea di pubblicare, ogni domenica, un resoconto dei fatti immaginari di un personaggio 
immaginario a cui esso dava il nome di « the yellow Kid », il ragazzo giallo. Il racconto 
delle sue gesta era sempre accompagnato da ritratti di questo personaggio : ritratti che 
erano tutto quello che si può immaginare di più sguaiato e di antipatico ; un bambino 
vestito d'un abito color arancio, dalla faccia orribile, sghignazzante, senza denti, con le 
orecchie lunghe, con un cappello a cilindro piantato sulla nuca. Per ragioni assolutamente 
inesplicabili, le gesta « settimanali » del yellow kid diventarono immensamente popolari 
fra i lettori del « New York World » ; le edizioni del giornale si moltiplicavano, e salivano 
a centinaia di migliaia di copie. Allora, secondo il proverbio : da galeotto a marinaro, 
arrivò a New York un giovane sig. Hearst, della California, ricco a milioni, il quale 
comprò il « New York Journal », e si mise in testa di farne un rivale del « World ». 
Per prima cosa, egli chiamò quasi tutti i redattori del « World », e propose loro sti- 
pendi doppi, triplicati e, in qualche caso, quintuplicati; fra gli altri si assicurò i servigi 
dell' « artista » che aveva immaginato il « yellow kid », il cui ritratto e le cui gesta co- 
minciarono quindi ad apparire nel « Journal ». Fu allora che il sig. Dana, giornalista 
della vecchia scuola, parlò, accennando a questi due giornali, di giornali « gialli », e 
questo genere di giornalismo fu chiamato « il giornalismo giallo ». 

Il successo dei due giornali di New York ne fece nascere altri dello stesso genere, i 
quali, purtroppo, trovano numerosi lettori e fanno rapidissima fortuna. Sono quasi tutti 
giornali ricchissimi, e sono pronti a pagare migliaia di dollari .per un articolo qualunque 
purché sia sensazionale, purché possa essere annunziato con grande clamore per le strade, 
di giorno e di notte. L'indole di questi giornali si è vista durante la guerra con la Spagna. 



I 5 6 MINERVA 

Tutti i momenti si faceva una nuova edizione ; tutti i momenti si annunziavano, a carat- 
teri di grandezza enorme, fusi espressamente, avvenimenti straordinari, che avevano avuto 
luogo, oppure « dovevano » aver avuto luogo. Cosi, si vendeva per le strade una i edi- 
zione extra », in mezzo a grandi urla di « Grande battaglia navale! Grande battaglia 
navale! ». 11 lettore comprava il giornale, in caratteri enormi, che tenevano mezza pa- 
gina, egli leggeva scritto « GRANDE BATTAGLIA NAVALE » e poi in alto, in un an- 
golo, scritto in caratteri piccolissimi: « aspettiamo da un momento all'altro una j>. 

La gente intelligente e colta, beninteso, non si lascia pigliare a queste trappole, ma 
le masse ci cascano molto facilmente, e bevono a larghi sorsi l'influenza volgare e per- 
niciosa di questi nuovi mestieranti della stampa. Si aggiunga il fatto che il « yellow jour- 
nal » si vende a un soldo, mentre tutti gli altri giornali costano due, tre, o quattro. 

Quando i fatti mancano, il giornale giallo cerca di crearli. Così, l'autrice di questo 

• lo, Elisabetta Banks, la quale, essa stessa, per bisogno, scrisse per alcuni di questi 
giornali, racconta che uno di questi giornali mandò, apposta, una signorina a Londra, 

iè se ne tornasse a New York in un battello di emigranti, in terza classe, e d 

gli orrori che gli emigranti devono affrontare, e le durezze cui vengono sottoposti 
genti di emigrazione senza coserei 
La signorina andò a Londra, ritornò sul battello in terza i i essa non fu punto 

maltrattata, ricevette anzi cortesie da ogni parte, e l'articolo sensazionale che il giornale 
attendeva non fu né scritto ne pubblicato. Il risultato fu che la signorina fu licetu 
Altra volta, una signorina -- perchè il giornalismo giallo si serve molto dell'opera delle 
donne - fu incaricata di impiegarsi come operaia in un grande stabilimento d>. 
raie intendevano di far sciopero, e riferire le sue osservazioni. La signorina trovò che 
veramente le opera no ragione di lagnarsi di molte cose, ed essa e i lato 

• simpatico della loro vita, la storia delle loro sofferenze. L'articolo piacque al diret- 
tila non se ne fece nulla perchè l'amministratore fece notare che i proprietari dello 

stabilimento erano buonissimi dienti della quarta pagina del giornale. 
Ile interviste poi, ogni cittadino privato e ogni pubblico uffici 
un giorno all'altro, a veder pubblicate, come dette da lui, parole che non si è mai sog na to 
di dire in una intervista che non ebbe mai luogo. E inutile ch'egli protesti; il giornale 
giallo riderà alle sue spalle, e la legge non gli dà praticamente alcuna sorta di dift 

North American Review (agosto), New York: 

L'abdicazione dell'uomo. — L'autrice ili questo articolo, signora Elisabetta Misland, 
rva che, davanti alle aspre realtà della guerra, nessuno più parla di femminismo e dei 
diritti della donna. La guerra legittima il diritto dell'uomo alla superiorità. Quando la spaila 
lainata, l'uomo è di nuovo forzato a salire su quell'antico seggio di dominio, da cui 
solo di recenti- egli è stato cacciato, o dal quale, piuttosto, egli stesso discese. La demo- 
> diventa, d'un tratto, ridicola: si riaffermano le antiche relazioni feudali. 
È interessante notare che non si è innalzata alcuna voce femminile per protestare contro 
questa situazione. Tutte le donne sono rientrate semplicemente, e contentamente, nel loro 
vecchio posto di infermiere, di bendatrici di ferite e consolatrici. Nessuna ha preteso l'e- 
guale diritto della donna di affrontare la barbara polvere, e di rischiare la morte per via 
di mine sotterranee. 

Credo — dice l'autrice — che questo sia avvenuto perchè la donna preferisce cjì 
vecchia relazione: credo che. se l'uomo lo volesse, la donna si manterrebbe sempre in 



STA DELLE RIVISTE 157 



che dipende da lui se la donna deve ritornare ad essa, permanentemente o no. Credo che 
l'atteggiamento moderno della donna non è voluto da lei; è l'uomo che ve l'ha indotta. 
Poiché il più antico di tutti gli imperi è quello dell'uomo ; nessuna Casa reale è così an- 
tica come la sua. Gli imperatori del Giappone sono, al paragone, dei parvenus della più 
volgare modernità, e le pretese di antico lignaggio d'ogni sovrano europeo scompaiono 
nell'assurdità, di fronte alla magnifica antichità di questo potentato. Fino dai tempi in cui 
i nostri progenitori lottarono col megaterio e graffiarono degli schizzi di epopee sulle ossa 
delle vittime, la dinastia dell'uomo ha regnato e governato discendendo per linea ininter- 
rotta di padre in figlio, in diretta discendenza mascolina. La legittimità del suo impero fu 
sempre al di là di ogni disputa, il suo diritto divino a regnare non fu mai neppure messo 
in discussione, e fu sostenuto, contro ogni possibile critica, non solamente dalla univer- 
sale concorrenza di tutte le opinioni religiose e filosofiche, ma dalla contenta e lieta fedeltà 
di tutto il corpo dei suoi sudditi femminili. 

Molte donne ancora ricordano il tempo in cui esse dimenticavano i loro dolori per la 
gioia che un fanciullo maschio — erede di quella famosa Dinastia di Re — era venuto 
al mondo. Molte possono ricordare il tempo in cui il loro più grande titolo al rispetto e 
alla stima si basava sul fatto che esse erano capaci di perpetuare quella razza reale. Perchè 
dunque l'uomo è andato ad accrescere le malinconiche file dei re in esilio? Poiché, che 
egli abbia cessato di regnare sopra la donna non fa neppur bisogno di dirlo ; è cosa evi- 
dente da sé. 

Quando fu effettuata questa sorprendente rivoluzione ? Chi guidò l' insurrezione che pre- 
cipitò l'uomo dal suo trono? È una insurrezione senza una storia; senza il ricordo anche 
di una sola battaglia; non può vantare neppure una barricata; eppure non si può trovare 
nelle pagine dei vecchi cronisti una rivoluzione più importante. Così venerabile, così ra- 
dicato sembrava il predominio dell'uomo sulla dònna, che la mente femminile non dubitò 
mai, fino ai giorni presenti, ch'esso fosse inevitabile; anzi era, essa stessa, gelosa dell'as- 
solutismo del suo padrone; tutte quelle del suo sesso erano educate fino dalla prima in- 
fanzia a mirare a uno scopo solo: piacere ai loro padroni. Il successo nella corte del- 
l'uomo era il fine e la mira della loro esistenza, la sola via della loro ambizione, e nessun 
cortigiano potè mai rivaleggiare con queste nella sottile perfezione della loro adulazione. 
Come tutte le tirannie, anche quella dell'uomo era temperata dalle sue debolezze, ma 
mentre la donna accarezzava e adulava e segretamente lo piegava alle sue mire, essa non 
mise mai in dubbio il suo reale diritto di governare. 

La storia ci racconta di qualche caso isolato di ribellione femminile, ma sono casi senza 
seguito, che non contano nulla davanti alla nuova teoria, che annienta la sovranità maschile. 

Come è avvenuto tutto questo ? Alcuni trovano che questo fenomeno non è che un con- 
comitante naturale dell'universale naufragio dei troni e dei privilegi monarchici ; in altre 
parole, non si tratterebbe che di una fase della progrediente democrazia. Altri suppongono 
che in questa età delle indagini, la supremazia dell'uomo, così come tutte le altre isti- 
tuzioni, è stata chiamata a dare di se medesima una ragione adeguata e, non avendo po- 
tuto dare una risposta soddisfacente, l'uomo è stato sommariamente condannato ad abban- 
donare delle pretese le quali poggiavano unicamente sull'uso e sulla tradizione. 

La debolezza di tutte queste spiegazioni sta in questo, ch'esse non riconoscono il fatto 
che la donna non è per natura democratica. Quali che sieno i principii politici che questa 
o quella donna possa professare, la media delle donne è, in tutte le sue predilezioni, in- 
tensamente aristocratica; essa è, per natura, fedele, idealista, idolatra e adoratrice di 



MINERVA 

eroi. Per quanto possa essere forte lo spirito della democrazia, esso non può, in una ge- 
nerazione, aver cambiato la natura della donna. La spiegazione deve cercarsi altro 

La colpa è dell'uomo. J'accuse — dice l'autrice — l'uomo stesso. Nessun reggitore è 
deposto dai suoi soggetti. Nessuna mano, tranne la sua, gli toglie la corona dalla testa, 
una azione, tranne che la sua, può levare il crisma dalla sua fronte; è la sua stessa 
abdicazione che lo caccia dal potere, abdicazione dai suoi doveri, dalle sue obbligazioni, 
dalle sue opportunità. Quando l'uomo cessò di governare, la donna non tardò a gettar 
via quella parvenza di sudditanza che le rimaneva. 

Come gli altri sudditi, la donna domandava al suo padrone due cose : patwm et cir- 
cences, Quando l'introduzione delle macchine rese impossibile all'uomo di mantener 
moglie, sua madre, le sue sorelle, le sue figlie, e queste, anzi, dovettero e p<»: 
concorrenza a lui nel guadagno del pane giornaliero, qui fu la prima scossa alla fedeltà 
e al vassallaggio della donna. 

Ma questo, però, non era raffidente per annientare la sua fedeltà. La donna era an- 
cora, come sempre, una creatura di immaginazione, abbagliata dal colore, dalla pompa, 
dalle esteriorità, una creatura romantica che adora il pittoresco, e dà il suo cuore ti 
io, alla forza, all'audacia, alla pertinacia, a tutte le severe virtù che a lei sono - 
ralraente inaccessibili. In tutta la storia dell'uomo e degli animali, nessun maschio, o 

mai potuto regnai splendore; la compagna dell'uomo è ipno- 

tizzata da un pegno d'oro, da un ondeggiare di porpora, da un liamir -iaio, 

da un frusciar solamente l'uomo moderno si è dimenticato di tutto q 

lite si vanta della - nera biforcata semplicità del suo vestire », il quale mira solamente 
al calo lente evita ogni apparenza di ornamela ha fo- 

lto una teoria propria, «he cioè una sorta superiore di mascolinità 
tinta scura e dalla forma sgarbata de: ome se l'uomo di guerra, il soldato, — il 

<piale non è nulla.se non è mascolino — non fosse sempre la creatura del 
di ignorare oppure alla debolezza della donna per<] dalle 

rrangie d'oro e per il pittoresco attore dalle vesti di seta. 

J*accuse l'uomo di spingere ancora più in là questa democrazia d< 
giungere una rigida <• prosaica semplicità di modi alla bruttezza dell'aspetto, dimenticando 
che la donna, come i bambini e i selvaggi, ama la pompa nei modi non meno che nelle 

he ciò ch'essa non vede, difficilmente crede. Ogni savio amante presto in 
che è necessario rinforzare la tenerezza dei suoi modi con definite assicurazioni di ari 
chie volte nelle ventiquattro ore. Allora, e allora solamente, una doni: 
amata. 11 sire Ilario di Agincourt, ritornando dalla F rancia, trovò che 
era assente da casa, e così, lui, come tutti i suoi stanchissimi soldati, stettero là armati, 
durante l'intera notte, finché essa, ritornata a casa, potè far loro accoglienza e rice\ 
loro omaggi. Che cosa importa se qualche volta sire Ilario p - un bruto? La 

sua signora, lusingata da quella grande dimostrazione, avrebbe perdonato, ricordami 

. mille escandescenze o mancanze di cortesie. 

Queste sembrano, dopo tutto, frivole accuse: che l'uomo non veste bene ; che n > 
in modo più drammatico: ma il significato di queste accuse, apparentemente capricc 
è più profondo che non sembri. L'uofl > assalito da un ideale democrati- 

averlo applicato alle istituzioni politiche, ha tentato di portarlo nella vita domestica ; egli 
tende continuamente a imporre la democrazia del sesso sulla donna : industrialmente, men- 
talmente e sentimentalmente. Egli si ritìnta di compiacere alla di lei immaginazione; egli 



RIVISTA DELLE RIVISTE IJ9 



insiste sullo sviluppo di quel logico egoismo che sta in fondo ad ogni democrazia e che è 
estraneo alla natura della donna. Ora, la donna è obbligata a compiere certi doveri, i quali 
possono solamente essere resi gradevoli e facili dal sentimento e dall'abnegazione. L'aspra 
democrazia moderna non vuol prender nota dei rapporti fra padrone e dipendente. Ogni 
individuo ha tutti i diritti che non vengono violentemente in contatto con i diritti degli altri, 
e non ha doveri che non sieno regolati per legge. L'abnegazione non è contemplata in 
questo sistema. Ogni individuo ha diritto a tutti i beni della vita ch'egli si può procacciare. 

Le donne cominciano ad accettare queste teorie : cominciano ad applicare la crudele 
logica dell' individualismo. Lungi dal riguardare la conquista del favore dell'uomo come 
una speranza di felicità o di successo, la donna non esita a pensare e a dire che il cedere 
al di lui affetto probabilmente inceppa lei nella corsa verso la fama o verso un più alto 
sviluppo della sua vita. Lungi dal considerare come la più alta possibilità della sua esi- 
stenza il dare un erede alla di lui grandezza, essa, talvolta, si lagna che simili doveri sono 
un'ingiusta imposizione alle sue energie, le quali essa desidera di dedicare esclusivamente 
ai suoi propri fini. 

L'universale impopolarità del servizio domestico prova che i doveri della donna non 
sono, in se stessi, né gradevoli, né interessanti. Dove è, in tutto il mondo, l'uomo che 
vorrebbe cambiare la più laboriosa delle sue occupazioni con l'esistenza quotidiana di sua 
moglie? Le sole considerazioni che possano riconciliare permanentemente esseri umani a 
lavori non attraenti sono : — anzitutto : il sentimento di fedeltà — che tali lavori sono fatti 
per uno che è amato e ammirato ; secondo : la squisita, nobile, vecchia abitudine della 
sottomissione. Questi stimoli al dovere, questi aiuti alla felicità, l'uomo ha tolto via dalla 
donna, spogliandosi, per debolezza, della sua padronanza. 

P accuse l'uomo di avere arbitrariamente gettato via la più nobile corona del mondo, 
di avere irragionevolmente abdicato. La guerra ha almeno questo merito, che lo costringe 
ad abbandonare la volgare indifferente agiatezza del borghese, e riassumere, almeno per 
un poco, quelle balde e vigorose virtù che fecero di lui l'eroe e il signore, lietamente ac- 
cettato, della donna. 

Die Nation (16 luglio), Berlino: 

Il re di Roma. — con questo titolo i) il signor Enrico Welschinger, già noto agli 
studiosi per una serie d'importanti lavori sull'epoca della Rivoluzione e sull'era napoleo- 
nica, ha pubblicato testé un volume in cui, sulla scorta delle migliori fonti e segnatamente 
del Diario pubblicato nel 1878 dal conte Prokesch-Osten col titolo « Le mie relazioni col 
duca di Reichstadt », ha raccolto fedelmente tutto quello che si sa intorno all'infelice figlio 
di Napoleone I, trattando di tutti gli avvenimenti politici che da vicino o da lontano lo 
toccarono. 

La nascita di un figlio dalla sua unione con la principessa absburghese Maria Luisa fu 
per Napoleone un avvenimento che lo riempì di felicità. Quel figlio assicurava l'avvenire 
della Casa Bonaparte, e il giubilo e le feste per la nascita e per il battesimo del re di 
Roma furono qualche cosa di straordinario. Napoleone lo amò di tenerissimo affetto, e 
nel giugno 1813, in mezzo alle battaglie e alle preoccupazioni della politica, egli espri- 
meva all'ottima signora di Montesquieu, aia del principe, la sua gioia nell 'apprendere che 
il fanciullo cresceva e prosperava. Sul punto di partire per tentare ancora una volta la 



1) Le Roi de Ro,:e. — Paris, Plon, 189S. 



l60 MINERVA 

fortuna e per gettarsi contro il nemico che già era penetrato in Francia, raccolse intorno 
a se gli ufficiali della Guardia Nazionale, e tenendo per mano l'imperatrice e il figlio, disse: 
« Se il nemico si avvicina alla capitale, affido al coraggio della Guardia Nazionale l'im- 
peratrice e il re di Roma, mia moglie e mio figlio. » E l'S febbraio del 18x4, pochi giorni 
dopo l'infelice battaglia di La Rothière, scriveva al fratello Giuseppe raccomandandogli 
di non lasciar cadere il principino nelle mani del nemico ; e quasi prevedendo la - 
del figlio adorato, scriveva: « Non ho mai potuto vedere Andromaca senza compiar, 
la sorte di Astianatte che sopravvive a' suoi, e non ho mai pensato che sia stata una for- 
tuna per lui l'essere sopravvissuto al padre suo ». 

Quando gli alleati si avvicinarono a Parigi, Maria Luisa, dopo essere rimasta per ni 
tempo indecisa, finalmente risolvette di andarsene; ma, al momento di partire, il fanciullo 
non volle saperne di lasciare le Tuileries e oppose cosi viva resistenza che dovettero ri- 
correre alla forza per metterlo in carrozza. L'imperatrice si fermò a Rambouillet, e ;i pro- 
to di questo soggiorno si narrano alcuni aneddoti che si riferiscono al principino. A 
Rambouillet Francesco II, che al pari di altri sovrani fece visita alla moglie e al figlio «li 
leone, vide per la prima volta il nipotino; il quale poi disse: « Ho veduto l'impe- 
ratore d'Austria; non è bello >; e non aveva t 1 volta, distribuendo delle chicche 
ai fanciulli del paese, dissi- loro tristemente: « Ve ne avrei date di più. ma non ne ho; 
di Prussia me le ha pr< » K un'altra volta diceva a uno de' suoi intimi che 
er era il suo più grande nemico, che Luigi XVIII >o il posto ilei 
ra impadronito ili tutti i su. rebbe do 1 . dirglieli. 
Maria Luisa tornò insieme col figlio in Austria, ed è 

dimenticare il marito, occupata com'era a curarsi della propria salute e • ■ 
dita e pensando alle tolette e ai divertimei n mitri mai sentirne 

eppe apprezzare la grandezza di Napoleone, né ebbe ambizione jwlitica per sé o per 
il tìglio. Invano Napoleone s] principino nei 

litaria isola d'Elba; egli non doveva rivederli più. 

I turante i Cento Giorni la Corte au ido che il principili 

sicuro a Schonbrunn, lo fece venire a Vienna, e allontanò da lui la signora Montesquieu 
e suo figlio, che si sospettava volesse rapirlo. Intanto Napoleone chiedeva all'imperatore 
d'Austria che gli restituisse la moglie e il figlio, e il 26 marzo scriveva a Mar 

Mia buona Luisa. Sono padrone di tutta la Francia. Tutto il popolo e tutto IN 
sono al colmo dell'entusiasmo. 11 cosidclto re è andato in Inghilterra. Ti aspetto qui 
Col tìglio mio per il mese di aprile. » 

E poco più tardi: « Mia buona Luisa. Ti ho scritto più volte Ti mando un 

aggero per dirti che tutto va bene. Sono adorato e padrone di ogni . non 

mi mainate che voi, tu e mio tìglio ». 

Forse le lettere furono ini certo è che rimasero senza risposta. Con tutto 

leone e i suoi partigiani speravano nel ritorno di Maria Luisa e del principino, giacché 
in questo ritorno vedevano una garanzia per l'avvenire. Ma Maria Luisa non aveva la più 
piccola voglia di tornare a Parigi, e suo tìglio era sottoposto a vigilanza più s 
che mai. 11 6 maggio, M enevai, prima di partire per la Francia, andò a fargli visita, e 
lo trovò serio e triste; gli domandò che cosa dovesse dire da parte sua all'imperatore, e 
quegli rispose: « Ditegli che gli voglio sempre molto bene. » Allora non lo chiamavano 
più col suo nome di Napoleone, bensì con quello di Francesco. Con lo stesso messag- 
gero Maria Luisa mandava a dire al consorte che gli augurava tutto il bene possibile e 



RIVISTA DELLE RIVISTE l6l 



sperava che avrebbe consentito a separarsi amichevolmente da lei. Ormai essa non pen- 
sava più che a se stessa, e fu felice quando il Congresso di Vienna, nonostante l'oppo- 
sizione della Francia e della Spagna, le garantì il possesso di Parma, Piacenza e Gua- 
stalla, riservandosi poi di deliberare in seguito se il figlio suo dovesse un giorno ereditare 
questi ducati. 

La sconfitta di Belle Alliance fiaccò una seconda volta la potenza di Napoleone ; il 
quale, costretto dalle Camere, abdicò il 22 giugno in favore del figlio Napoleone II. « Io 
mi sacrifico come vittima all'odio dei nemici della Francia. . . La mia vita politica è fi- 
nita; proclamo mio figlio imperatore dei Francesi ». Dopo tempestoso dibattito, le Ca- 
mere lo ringraziarono del suo atto patriottico, istituirono una reggenza provvisoria a capo 
della quale stava il Fouché, e nello stesso tempo dichiararono che, conforme alla costi- 
tuzione, Napoleone II era imperatore di Francia. Al figlio di Napoleone I fu dunque ve- 
ramente riconosciuto il potere sovrano, e per questo più tardi l'uomo del 2 dicembre 
prese il nome di Napoleone III. Le potenze alleate, però, non vollero saperne di Napo- 
leone II e decisero di richiamare in Francia i Borboni. 

Intanto il principino viveva, quasi ignaro di quanto accadeva, a Schonbrunn ; il se- 
guito francese che fino allora aveva avuto era stato allontanato e la direzione della sua edu- 
cazione era stata affidata al conte Maurizio Dietrichstein. Il ragazzo si sviluppò molto ra- 
pidamente cosi nel fisico come intellettualmente, mostrando una speciale predilezione per 
le armi ; la sua educazione fu conforme a quella che allora s'impartiva agli arciduchi au- 
striaci, né merita fede l'asserzione che alla Corte viennese fosse venuta l'idea di avviarlo 
alla carriera ecclesiastica. 

Le Potenze europee, le quali non volevano assolutamente che un Bonaparte fosse 
sovrano in Europa, esclusero il figlio di Napoleone I dalla successione del ducato di 
Parma, e lo nominarono duca di Reichstadt assegnandogli dei beni in Boemia. Intanto il 
padre del giovanetto languiva a Sant' Elena, e pensava con tenerezza infinita al figlio di 
cui non gli giungeva nessuna notizia, e scriveva nel suo testamento : « Raccomando a mio 
figlio di non dimenticare mai eh' egli è un principe francese e non deve rendersi stru- 
mento nelle mani dei triumviri che opprimono i popoli d'Europa. Egli non deve mai com- 
battere contro la Francia né danneggiarla in alcun modo, e deve ricordarsi della mia di- 
visa : Tutto per il popolo di Francia ». E poco prima di morire dettava al fido Montholon 
dei consigli al figlio per farne un monarca pacifico e liberale. 

Dopo la morte di Napoleone I l'adorazione di suo figlio per lui diventò ancor più 
grande di prima; il giovane studiava tutti gli scritti che trattavano del padre, e segnata- 
mente quelli di Montholon, O' Méara, Las Casas, Ségur, e il Memoriale di Sant' Elena. 
Egli era intellettualmente molto sviluppato ed era anche pronto di spirito. Una volta con- 
versando con una dama di Corte non più giovane, le disse che la Francia era un bel 
paese. — « Dodici anni fa era più bella » disse la dama. — « E voi pure » replicò lui. 
Di solito, però, era molto riservato. Si dilettava di poesia, ma sopratutto si occupava di 
storia e di storia militare ; agli esercizi del corpo portava un grande amore. 

Intanto in Francia il popolo malcontento si agitava ; i bonapartisti lavoravano attiva- 
mente e facevano di tutto per rendere popolare il figlio di Napoleone, e oltre agli opu- 
scoli, alle canzoni, agli affissi, inondavano il paese di ogni sorta di oggetti, fazzoletti, 
nastri, pipe, berretti, tabacchiere, spille, ecc. ecc., col ritratto del giovane principe. Al- 
lora il Barthélemy scriveva il suo Napolcon en lìgypte, e respinto da Vienna dove si eri 
recato per consegnare una copia del poema al duca di Reichstadt, pubblicava la poesia 

ilmerra, XVI. 11 



l62 MINERVA 

Le Fils de l' 1 [ornine che richiamò sul giovane l'attenzione di tutta 1' Europa. Senonchè, 
grazie alle precauzioni di Mettermeli, il figlio di Napoleone non sapeva quasi nulla di 
tutta questa agitazione, e si tormentava tanto che la sua salute cominciò a risentirsene. 
Scoppiata la rivoluzione di luglio, i bonapartisti fecero di tutto per riaverlo, e il giovane, 
che a quella notizia era entrato in una febbrile agitazione, accarezzò i più bei sogni. Ma alle 
liete speranze seguirono le più amare delusioni ; rodendosi per l'impotenza nella quale si 
vedeva costretto, diventò più triste che mai, cominciò a deperire; finalmente si dichiarò 
la tisi che ebbe un decorso fulmineo, e il 22 luglio del 1832 il duca di Reichstadt mo- 
riva, e cosi si compiva la profezia ch'egli stesso aveva fatta: « La mia nascita e la mia 
morte saranno tutta la mia storia ». 

Il Welschinger esprime l'opinione che il Bfetternich vedesse nel principe un mezzo per 
influire sul contegno della Francia, per impedire, con la minaccia di lasciarlo libero e 
quindi di dar la vittoria al bonapartismo, che i Borboni o gli Orléans seguissero una po- 
litila antiaustriara. Il (iebhardt, autore dell'articolo che abbiamo riassunto, non è di questa 
opini '-ne che, finché Mettermeli era al potere. Napoleone II non sarebbe mai 

salito al trono di !• ran 

— (6 agosto): 

Bismarck. — Parlando dell'ili to di cui 

l'ex-deputato liberale dott. Teodoro Baita comincia anni 

a <|i; il principe di Bismarck non esercitava pia alcun. 1 

sviluppo politico del pa. nette — egli dice — in 

li Bismarck affermando che il liceturiamenl voler 

parlare del modo in cui . era una politica, giacché l'autorità di lui, fon- 

iti imperituri, si opponeva a tutte le no\ 

ridurre il servizio mii 
ale più liberale che era diventata un" imp Si può dir' 

Dia, il primo cancelliere non fu allontanato troppo 
dello Si 

urale par I più Rr.u t.i della < ".ermania moderna col più 

grande statista della moderna Inghilterra, il (piale di poco lo ro, il 

Barth riproduce un parallelo da lui fatto fra Bismarck eGladstone: « Hismarck i in tutto 
tutto un rivoluzionario ie un riformatore; il primo è in politica un artista, 

ondo un uomo d'affari; il primo è maestro in quel campo politico in cui s ; 
con 1 ; il secondo attim 

o la moralità civile e il common sense economico. I grandi successi di Bismarck stanno 
nel campo della politici uelli di Gladstone nella politica interna. Il politico spre- 

giudicato il quale — come 1 un intimo amico — era pronto nel 

si a uscire all'aperto anche passando per una cloaca, e il rappresentante di 
un sentimentalismo politico che s'indignava alla vista delle crudeltà di Napoli e della Bul- 
garia, non erano fatti in verità l'un per l'altro. E non si amarono mai, forse anche per 
questo: che ciascuno dei due sentiva che gli mancava una parte della forza dell'altro ». 
L'apice dell'attività di bismarck come uomo di Si iato dall'anno 1866. Ter fon- 

dare l'impero germanico era necessario mettere in chiaro le cose con l'Austria; e che ciò 
sia stato fatto e il modo in cui fu fatto è stata veramente opera di Bismarck. È facile dire 
che tutto ciò sarebbe accaduto prima o dopo perchè era necessario ; se non ci fosse stato 



RIVISTA DELLE RIVISTE I 63 



Bismarck, nessun altro avrebbe tradotto in atto tale necessità; giacche non basta ricono- 
scere e volere quel che va fatto, ma bisogna avere la risolutezza e l'abilità di farlo. Perciò 
è giusto il dire che Bismarck è stato il fondatore dell'impero germanico. Questo impero, 
se non ci fosse stato Bismarck, non esisterebbe; perchè esso si fonda sulla politica del 
1S66, che è la politica di Bismarck. E anche indipendentemente dalle conseguenze, l'o- 
pera di Bismarck nel 1866 rimane insuperata, giacché egli lottò contro mille difficoltà e 
le vinse: lottò contro la sfiducia del Parlamento, contro gl'intrighi, contro l'impopolarità, 
forte soltanto della fiducia del sovrano e della propria intrepidezza ; e questa lotta infon- 
derebbe ammirazione anche se non avesse avuto un successo così grandioso. E fu anche 
una meraviglia di diplomatica e di politica il modo in cui egli seppe sfruttare le vittorie 
del 1866, concludendo in breve tempo la pace, compiendo le necessarie annessioni, im- 
pedendo l'intromissione straniera e finalmente erigendo la lega della Germania settentrio- 
nale sulla base democratica del suffragio universale. 

Quanto all'opera di Bismarck nel 1870-71, essa è certamente degna di ammirazione; 
ma anche un uomo da meno di lui, forse perfino il Roon, avrebbe saputo cogliere i frutti 
della vittoria riportata sulla Francia, se Bismarck fosse venuto a mancare ; mentre la grande 
mutazione del 1866 non avrebbe potuto compiersi senza di lui. E la necessità storica del- 
l'eliminazione dell'Austria dalla Germania, e quindi il merito di Bismarck, è più chiara- 
mente dimostrata dal fatto che più tardi gli riuscì di fare dell' Austria una fedele amica 
e alleata della Germania. 

La posterità non potrà adunque negare a Bismarck il vanto di essere stato il vero co- 
struttore dell'edificio dell'unità germanica. Ma qui si ferma il merito suo, che è merito 
altissimo. Quando egli volle applicare alla politica interna i principii della strategia diplo- 
matica che avevano fatto così buona prova di fronte a potenze estere, allora si vide che 
la sua capacità politica non arrivava al di là di un certo punto. Egli suscitò il Kullurkampf 
e dovette capitolare davanti al Centro che si faceva sempre più potente ; egli ottenne a 
forza la legge sui socialisti e rese il partito socialista fortissimo in Germania ; poiché gli 
sembrava che i liberali mettessero fuori troppe pretese per dargli il loro aiuto, patteggiò 
col Centro, le cui pretese furono anche maggiori ; e così, rafforzatosi il Centro, cresciuto 
il partito socialista, prevalsa la politica degl'interessi e il socialismo di Stato, l'influenza 
del partito liberale fu di molto diminuita. A questo indebolimento concorsero senza dubbio 
cause generali, ma in ogni caso Bismarck vi contribuì; e chi considera tale indebolimento 
come una sventura nazionale dovrà dire che gli ultimi dodici anni del cancellieratc di 
Bismarck furono un periodo di politica decadenza. 

Oggi è più facile di otto anni fa l'apprezzare nel suo vero valore tutta l'opera poli- 
tica di Bismarck ; e nel giudizio generale i difetti si attenuano e noi ci troviamo davanti 
a un gigante che s'impone all'ammirazione: quel misto di tracotanza da Junker e di astuzia 
diplomatica in quella figura poderosa con la testa ardita e Io sguardo scintillante sotto le 
folte sopracciglia, l'arguzia caustica, lo stile malleabile ed elegante, la sicurezza dell'espres- 
sione, l'umore nella conversazione, la passionalità dell'odio, la scaltra franchezza, la forza 
vitale animale che si manifestava perfino nel mangiare e nel bere : tutto ciò concorre a far 
del gran cancelliere una figura monumentale che rimarrà nella fantasia del popolo tedesco. 

Sulla politica attuale la morte di Bismarck non avrà che scarsa influenza. Per quanto 
grande fosse il numero de' suoi ammiratori, pochi erano in questi ultimi anni i suoi se- 
guaci in politica. La sua morte tocca il sentimento, non gl'interessi politici del popolo 
tedesco. 



I64 MINERVA 

Nord und Sud (agosto), Breslau: 

Canti e musica della Cina. — L'attenzione universale è rivolta nuovamente all'estremo- 
oriente. Tre anni sono era il Giappone valoroso e intelligente che la richiamava sopra di 
se ; oggi è il regno celeste colle sue istituzioni e la sua cultura giunti attraverso i secoli alla 
grave prova dell'ora presente. 

È superfluo parlare dell'antichissima civiltà cinese. Basti dire che anche per quanto 
riguarda la musica e la poesia vi regna l'ostinazione conservatrice che ha tutto sommerso. 
E forse da migliaia d'anni le aspre e informi serie di suoni che straziano oggidì i nostri 
orecchi sono rimaste sempre le medesime. 

Ilector Berlioz diceva che i Cinesi cantano, come i cani guaiscono e latrano. Ambros 
scrisse- : € La musica cinese fa l'impressione di un fracasso insensato, e con gli scurrili 
toni nasali del canto somiglia a una parodia insopportabile ». 

Weber ha bizzarramente usato il sistema a cinque toni dei Cinesi nel motivo principale 
del preludio del Turandot. 

Quanto al giudizio che dell'arte loro musicale fanno i Cinesi stessi, esso è ben diverso 
dai giudizi surriferiti. « La nostra musica, dicono essi, penetra per gli orecchi nel cuore, 
e dai < uore nell'anima; ciò che la musica degli Europei non può ». Il gran sapiente Foht 
chiamò la musica « imitatrice delle leggi universali del mondo, riproduttrice dell' armonia 
di tutte le cose». E Confucio dice: « Volete conoscere se un popolo è ben govern 
di buoni costumi? Ascoltate la sua musica». 

Confurio si occupo assai della filosofia della musica ed era un entusiasta ammiratore 
del granii»- compositore cinese Quei, che visse 2300 anni prima di Cristo. Di lui co:: 

1 narra la 1 che gli si accoglievano intorno le fiere, non appena risuonavano 

dolcemente le corde del suo Km. Dopo aver udito un canto del grande <Juei, Confurio 
ne rimase tanto commosso che non volle più mangiare per tre ni 

(ili strumenti dei Cinesi si fanno con pietre sonore, con lamine di metallo, con terra 
cotta, con legno di bambù, con pelli d'animali e con seta. Lo strumento più corali: 
À'iit, ha cinque corde, come cinque sono i toni, come cinque sono gli elementi e cinque 
i pianeti, dicono i Cinesi, che non hanno ancora scoperti gli altri. 

Queste cinque note si chiamano: Imperatore, Ministro, Popolo obbediente, Affari di 
Stato, <• Yu. o^sj.i quadro complessivo di tutte le cose. | ala dei suoni fu defi- 

nita, per ordine imperiale, 2640 prima di Cristo e da allora vi si attengono i Cinesi osti- 
natamente con quella loro logica tutta propria. A un principe musicista e intelligente che 
faceva notare la mancanza del semitono risposero quei savi che aggiungere una nota alle 
cinque sarebbe stato come aggiungere un sesto dito alla mano; l'ima cosa e l'altra essere 
Ultamente impossibili. 

In altro strumento curioso è il ische, in forma di tavola con 25 corde, ciascuna com- 
posta di So fili di seta contorti e incerati assieme. È lungo quasi tre metri. 

I tamburi, di pelle e di terra cotta, sono in uso fino dalla dinastia Ceu (1200 anni prima 
di Cristo. 11 grande compositore Ouei summentovato fu anche inventore di uno strumento 
a 16 note, date da certe pietre sonore. 

1 >i rame e stagno gettarono già gli antichi Cinesi le campane, che di diversa gran- 
dezza e tonalità misero assieme a concerto. Da quarantacinque secoli è in uso nella Cina 
la campana. V'hanno poi trombette, corni, conchiglie sonore e una specie d'organo a fiato 
che si chiama ciotig, strumento curiosissimo con 13 canne di bambù di diversa lunghezza. 



! 



RIVISTA DELLE RIVISTE I 6 J 



La musica cinese serve al culto, alle solennità nuziali, alle cerimonie politiche, ai fu- 
nerali e al teatro (sing-song). 

La musica dei Giapponesi, derivata dalla musica cinese, è oggidì trasformata quasi 
sui sistemi nostri, pur conservando una pregevole originalità di concetto. Ha molti stru- 
menti a corda, dei quali il più comune (kiù) è molto simile al nostro violino. Nelle grandi 
città giapponesi la musica europea è molto gustata. In Tokio, mentre ancora ardeva la 
guerra, nel 1S95, si formò un'Accademia per la musica europea e oggidì sono frequenta- 
tissimi in quella capitale i Concerti Schubert. 

La letteratura cinese intorno alla musica è antichissima. Vi è memoria di un libro di 
Ciù-Kung sulla musica, scritto nel 1100 a. C. Nel secolo scorso l'imperatore possedeva 
nella sua biblioteca quasi 500 opere concernenti la teoria e la storia della musica. 

L'inventore della musica, secondo le tradizioni del celeste impero, è il savio Fohi 
(3000 anni prima di Cristo). Un altro filosofo, Lao-tse, diede alla musica un' importanza 
immensa nell'ordinamento del vivere civile, e le sue massime corrono tuttora in gran nu- 
mero sulle bocche del popolo, che ha ricinto di leggende la memoria del savio musicista. 
Tanto che una setta lo proclamò Buddha incarnato e tenne i suoi libri per libri santi. 

Venne poi Confucio, l'alto filosofo, il fondatore della religione dominante « nelle classi 
superiori >; e uno dei suoi meriti principali è la raccolta delle canzoni cinesi, il Sci- 
Kitig, ch'egli cominciò nel 483 a. C. e contiene più di trecento antichi canti nazionali. 
Furono tradotti per intero in tedesco da Strauss e da Rùckert, e parzialmente in altre 
lingue d'Europa. 

Preussische Jahrbiicher (agosto), Berlino: 

Studi etici di Hartmann. — Dal 1879, l'anno in cui apparve la Fenomenologia della 
coscienza etica di Hartmann, in nessun altro campo della filosofia s'è lavorato tanto, quanto 
in quello dell'etica; né altro studio seppe destare così largo e vivo interesse. Dopo che 
il Nietzsche ebbe lasciato nel mondo degli uomini colti tanta traccia di sé, si era comin- 
ciato a dire e a ripetere che forse conveniva riformare da capo a fondo l'etica nostra, 
con un totale sovvertimento dei principii finora riconosciuti. Nietzsche era oramai il filo- 
sofo moderno più letto e conosciuto anche all'infuori del circolo degli studiosi specialisti ; 
e operava sulla gioventù, sulla letteratura e sull'arte siffattamente, che un acuto e autore- 
vole giudizio sull'etica sua, qual è quello dello Hartmann, acquistava evidentemente un im- 
pareggiabile valore. Hartmann che non lascia passare occasione alcuna di misurarsi colle 
più nuove correnti d'idee, che possiede insieme colla più tranquilla obbiettività il più retto 
sentimento del vero, che più volte mostrò di saper dominare gli entusiasmi delle nuove 
scuole col più lucido e acuto giudizio, era veramente l'uomo, la cui autorità doveva giun- 
gere più opportuna nel momento presente. 

La prima critica dello Hartmann sulla « nuova morale di Nietzsche » non ebbe altra eco 
che di sdegno fra gli entusiasti e gli accoliti che giuravano in verba magistri. Tuttavia, 
se essi pretendono che la sua dottrina prenda posto nella storia della scienza, e non resti 
come un semplice giuoco di un alto ingegno, come un magnifico fuoco d'artificio d'idee 
paradossali che si fa godere e apprezzare soltanto dal lato estetico, devono cessare di 
richiamarsi appunto al carattere estetico della dottrina del Nietzsche per sottrarla alla cri- 
tica scientifica. 

Ulteriori studi su quella dottrina compaiono nella seconda parte degli Studi etici dello 
Hartmann. Colla sua nota virtuosità il filosofo segue e dimostra lo sviluppo delle idee di 



1 66 MINERVA 

Nietzsche dalla fonte di Schopenhauer, per trattenersi da ultimo specialmente su quella 
fase nella quale il Nietzsche pretende di sostituire all'antica inorale delle gregge una nuova 
morale di valore positivo. 

Ai nostri giorni, mentre le espressioni: inorale delle gregge, inorale degli schiavi, mo- 
rale dei signori sono diventate d'uso comune, e la scoperta degli errori etici cui questi 
nomi alludono è ritenuta da molti un fatto di grandissima portata, lo studio dello Hartmann 
apporta in questo subbuglio un po' di chiarezza. Mostra anzitutto che la pretesa scoperta 
ha ben poco di nuovo, e, sene ha, consiste nella esagerazione e nell'eccesso di dottrine 
non nuove. Demolisce quindi l'ideale di Nietzsche del superuomo (simbolicamente espresso 
Zarathustra») che su parecchi dei contemporanei ebbe un'azione quasi ipnotica e fu 
ritenuto per il sommo della genialità. Se nella morale di Nietzsche ciò che ha pregio du- 
raturo consiste nel combattere la vecchia eteronomia e l'eudemonismo nella morale, dove 
ncorda con quasi tutti i maggiori pensatori da Kant in poi, l'etica sua ac- 
. invece coli' idea del superuomo un indirizzo originale sì, ma che non ha se non un 
sse patologico. Tutto ciò che il Nietzsche ha accumulato oscuramente in quel prin- 
cipio, lo Hartmann l'ha esposto alla luce del sole, mostrando che quella dottrina non ha 
momenti » che p<>ssa pretendere a filosofico valore. 

rtmann dove dimostra i ricezione proviene dalla 

natura per dir cosi femminile elei Nietzsche, dalla ma nervosa subbiettività nemi 

dalla sua avversione a ogni principio di dalla sua in- 

tenti contraddizioni, dal suo disprezzo dell' .• qui- 

!la sua antipatia contro la donna e dalla sua aspirazione tutta femmi- 
nina verso un dominatore e un i 11 superuomo è una caricatura dell'uomo nelle 
sue qualità più virili della forza di volontà e dell' intelligenza ; un ideale per nature deboli 
me l'atleta del cirro poò essere un i< qualche dama ••. In- 
virili hanno sempre cercato l'ideale nellV/Wv/, 

Ila virilità. Foi ne le teorie chi Ni' 

biano trovato nel BCS80 femminile cosi passionata accoglienza e ammirazione. (Si è ai 
tanto 1 nuovo femminismo la formazione d 

Del resto, anche la teoria del superuomo si può ricondurre, come infatti si vede : 
studi dello Hartmann, a tonti più antiche, principalmente all'* Unico » di Max Stirner 
alla metà del nostro secolo bandiva un egoismo in gran parte simile alla dottrina del 
I un proprio carattere subbiettivo, bizzarro e straordinari pro- 

• vuto più alla forma che alla sostanza. E realmente p<< di mente 

umana appaiono tanto povere di fronte alla scienza e insieme tanto ricche di genialità ar- 
quanto/f/ di là del bene e del male. A ogni studioso di questioni etiche riuscirà di 
grande giovamento e di elevato piacere il rileggere le opere del Nietzsche dopo averne 
trovato in questi studi dello Hartmann la più lucida e serena confutazione; tale che lascia 
libero campo all'ammirazione mentre toglie via il turbamento e l'errore. 

L'imposta sui redditi in Prussia. — Su questo argomento verte una recente pub- 
blicazione francese (Henry Schuhler, L'impòt sur le revenu en Prusse, Paris. Giard). L'au- 
tore lo considera dal punto di vista dell'opinione pubblica francese, la quale è sempre stata 
in massima affatto contraria all'imposta sui redditi. Infatti non si è mai potuto riuscire 
a introdurre in Francia un'imposta di tal natura. Anche di recente l'ottimo progetto del 
ministro delle finanze Doumer è caduto, non avendo per sé che una piccola minoranza alla 



RIVISTA DELLE RIVISTE 1 6j 



Camera e per motivi elettorali essendo stato appena debolmente sostenuto dal Governo. Anche 
presso le classi non ricche trova ripugnanza l' idea di un controllo sul proprio avere, ed 
è notoriamente il sogno di ogni francese, anche povero, quello di poter giungere a vivere 
di una piccola rendita. Queste limitate idee capitalistiche che sono innate nella piccola 
borghesia francese si rispecchiano nella pubblicazione summentovata ; e la legislazione 
prussiana sui redditi doveva trovarvi una critica acerba, la quale però non regge a un im- 
parziale giudizio. 

Infatti, e senza contare che qualche forma d'imposta sui redditi è ormai entrata vit- 
toriosamente in quasi tutte le legislazioni europee, la prova della sua opportunità e giu- 
stizia riposa evidente nel fatto che all'antica organizzazione stabile delle proprietà è suben- 
trato in gran parte il movimento delle forze produttive il cui dominio è diventato un giuoco 
delle costellazioni del mercato. Per queste moderne e mobili forze l'unico modo di ren- 
derle immediatamente aderenti ai pubblici interessi è quello di gravarle d'imposta. E non 
è un caso se lo Stato che si è più profondamente compreso del moderno concetto di Stato, 
cioè la Prussia, fu anche il primo a introdurre l'imposta sui redditi e colle recenti riforme 
finanziarie a fare su questa via i più notevoli progressi. Il concetto della legislazione prus- 
siana sulle imposte è così rigorosamente derivato dallo studio della moderna economia che 
anche la Francia, presto o tardi, dovrà seguirne l'esempio. 

Non si può a meno di riconoscere che la immensa maggioranza della popolazione in 
Prussia riconosce necessaria e giusta l' imposta sui redditi e che anche i più fortemente 
colpiti nulla trovano da eccepire riguardo al principio. Il critico francese vorrebbe attri- 
buire questo fatto alla natura paziente del popolo germanico, ritenendo che le inchieste sui 
redditi non sarebbero tollerate dal popolo francese più geloso delle sue libertà. Entrando 
nei particolari, biasima la formazione delle Commissioni per la verifica dei redditi, e l'ec- 
cessiva autorità concessa al presidente. Ma sopratutto trova intollerabili le intromissioni nei 
rapporti privati e asserisce che di segreto non si può parlare, poiché i risultati della stima 
si fanno subito e sempre palesi all'universale; ciò che in tempo di crisi economica può riu- 
scire esiziale al credito e al commercio. 

Che alcuni di questi inconvenienti siensi verificati non è da negare; ma piuttosto che 
alla legge stessa, devonsi attribuire alla inesperienza degli impiegati nel metterla in atto. 
Il numero dei reclami è già ora diminuito, in quattro anni, di una buona metà ; i funzio- 
nari hanno acquistato maggiore competenza nell'opera loro, e il pubblico si è andato abi- 
tuando alle disposizioni della legge. 

Quanto alla deficenza nel mantenere il segreto, egli è il vero che le severe disposizioni 
della legge poco riparo potranno addurre. Ma è anche vero che la corrente dei tempi no- 
stri accenna a una sempre maggiore pubblicità e sincerità nella condotta degli affari. Le 
maggiori banche e società, che fanno più largamente uso del credito, lavorano oggidì senza 
danno con quasi patente situazione. Anche il commercio privato si va mettendo su questa 
via, lascia campo libero alle informazioni, e già si trovano compilazioni statistiche nelle quali 
le primarie ditte sono catalogate con dati precisi sulla loro credibilità. Le indiscrezioni po- 
tranno danneggiare il credito precario, non già il commercio seriamente condotto. Resta 
con ciò di molto diminuita anche quest'ultima obbiezione che si suol fare all'applicazione 
dell'imposta sui redditi. 

L'Istituto germanico di storia dell'arte in Firenze. — Questa recente fondazione è 
frutto dell'iniziativa presa dai dotti di Lipsia, maturata con lungo amore e non senza grandi 
difficoltà ora condotta a compimento. È tanto più ammirabile il coraggio e la tenacia per una 



1 68 MINERVA 

simile idea a' nostri tempi, quando nella cultura germanica si nota una generale tendenza ad 
allontanarsi da ogni tradizione latina. Ma la vera scienza non s'accomoda alle correnti mo- 
mentanee, e ricerca il vero dove si trova. L'arte italiana rimane sempre la grammatica per 
ogni ricerca di storia dell'arte. Al nuovo istituto di Firenze non può quindi mancare la 
duratura e perenne importanza di un focolare di studio, che nel suo campo speciale sarà 
d'ora innanzi alla testa del movimento scientifico. 

Intanto, a memoria della inaugurazione dell'Istituto, il professore Schmarsow, dell'Isti- 
tuto di storia dell'arte in Lipsia, pubblica un magnifico volume che per sé solo è un pro- 
gramma. Vi sono raccolti molti articoli di riviste concernenti le più moderne ricerche sulla 
storia dell'arte, corredati di splendide illustrazioni Per la maggior parte trattano di Firenze 
e del suo sterminato orizzonte artistico; ma vi si nota una preferenza per l'arte plastica 
dal xiii al xv secolo. Studi originali e di primaria importanza per la storia dell'arte sono 
quelli su Niccolò, su Giovanni e specialmente su Andrea Pisano; come pure interessan- 
tissime sono le ricerche su Luca della Robbia. 

Deutsche Revue (luglio), Stuttgart: 

Come facevano i conti i popoli antichi? — Le due più semplici operazioni aritme- 

l' addizione e la sottrazione, risalgono senza dubbio a tempi remotissimi né sono 

n'ori di molto al concetto della proprietà, al concetto del mio e del tuo. Ben presto 

gli uomini ricorsero a mezzi pratici per sommare e pcf sottrarre, o meglio per teneri- più 

facilmente a memoria i risultati di queste operazioni; e oltre alle conciligliene 

solini, più facili a contare e a maneggiare che non gli oggetti con cui si doveva veramente 

irono delle dita della mano, le quali diedero origine al sist male. 

i fu reso più evidente quando si ricorse all' Il quale, nella sua forma 

più semplice, consta di tuia tavoletta con una serie di colonne verticali: i sassolini posti 

in una colonna avevano un valore uguale al decuplo di quelli che stavano nella colonna 

che veniva subito dopo a destra, e al decimo di quelli della colonna di sii- A, nel 

sommare, a il ini di un ordine si sostituiva un sassolino del più vicino ordine a 

sinistra; nel sottrarre, a ciascun sassolino di un ordine se ne sostituivano dieci del più 

vicino ordine a destra. :ii si chiamavano con nome latino calculi ; donde la 

parola « calcolo ». 

I Romani, però, non furono i soli a servirsi dell'abbaco; si sa che lo avevano anche 
i Greci, si ha ragione di credere che lo usassero i Persiani, e l'invenzione dello swanpan 
è appunto un abbaco), di cui oggi si servono i Cinesi, si fa risalire a 4500 anni fa. 
Dopo l 'addizione e la sottrazione venne la moltiplicazione. L' « uno per uno, uno; due 
lue. quattro * che oggi si fa imparare a memoria ai ragazzi, era ripetuto anche dai 
fanciulli romani nelle scuole; lo stesso facevano i Greci, sempre per imprimere nella me- 
moria una certa quantità di risultati della moltiplicazione, onde farne poi uso. 

Gli Egiziani, invece, procedevano esclusivamente con continui raddoppiamenti. Rad- 
doppiare un numero e poi fare il doppio del doppio, e così via, è cosa facile; ora, sic- 
come ogni numero si può ottenere coll'addizione di uno dei numeri 1,2, 4, 8, ecc., cosi 
Ogni multiplo di esso si può ottenere sommando il numero stesso, il doppio di esso, il 
quadruplo, ecc. Per esempio, se si tratta di vedere quanto fa 12 volte 743, si scrive: 

1 volta 743 = 743 

2 volte » = i486 
4 > > — 2972 
8 » » -= 5944 



RIVISTA DELLE RIVISTE 169 



Ora, 12 volte 743 è uguale a 8 volte 743 più 4 volte 743, ossia uguale a 5944. + 2972 — 8916. 
Così calcolavano gli Egiziani, come si argomenta da un papiro che risale a 3600 anni fa. 
Anche alcuni Greci seguivano questo esempio, come e' informa un comentatore greco di 
Platone; e tale sistema, lungo sì, ma facile per gl'ignoranti, si conservò per molti secoli. 

Come eseguivano i popoli antichi la divisione? « È più facile spiegarlo con una parola 
a voce che non per iscritto » ha detto, parlando della divisione, un certo Oddo, scrittore 
che visse probabilmente nel secolo xn. Sarà consigliabile anche per noi il parlarne meno 
che sia possibile ; e così ci limiteremo a indicare in qual modo la divisione era eseguita 
dagli Egiziani. Il sistema è uguale a quello seguito per la moltiplicazione, e il meglio di 
tutto sarà di chiarirlo con un esempio. Si debba dividere 14,328 per 597. Si fa una ta- 
bella così : 



1 volta 


597 = 597 


2 volte 


)» = 1194 


4 » 


» = 23S8 


8 » 


» = 4776 


16 » 


» = 9552 


32 » 


> = I9I04 



Da questa tabella %'ediamo che 32 volte 574 è più del dividendo proposto 14,328; dun- 
que il quoziente 32 è troppo grande. Allora si prende il numero 9552, pari a 16 volte 597, 
e lo si sottrae da 14,328; il resto è 4776, e noi vediamo dalla nostra tabella che questo 
numero corrisponde a 8 volte 597. Dunque il quoziente cercato è 16 + 8, ossia 24. 

Nella divisione greca, invece, la quale, al pari della moltiplicazione, si avvicinava molto 
al sistema odierno, il quoziente 24 non risultava dalla somma 16 + S, ma dalla somma 
20 + 4. Agli Egiziani importava di ottenere in modo comodo le parti del quoziente, senza 
badare a quante fossero; così, mentre nella divisione eseguita sulla base della tavola pi- 
tagorica il quoziente 237 è il risultato della somma 200 — 30 — 7, nella divisione che si fonda 
sul sistema dei successivi raddoppiamenti esso è la somma di 12S — 64 j- 32 + 8 + 4 + 1. 
Ed eccoci a questa legge: che, per ottenere uno stesso effetto, quel tanto che si risparmia 
•di fatica va perduto in tempo, e viceversa. I più semplici problemi aritmetici di oggi sono 
■quegli stessi di una volta ; solo il modo di risolverli si cambia ; ma via via che ci avvici- 
niamo ai tempi moderni quello che si cerca è di risparmiare tempo e fatica insieme. 

Die Zeit (16 luglio), Vienna: 

« Reminiscenze e profili italiani ». — Con questo titolo il signor Sigmund Munz 
ha pubblicato testé un volume 1) che ha un grande merito, quello della sincerità. È un 
libro dedicato esclusivamente all'Italia dei nostri giorni, della quale l'autore descrive uo- 
mini e cose, istituzioni e opinioni e usi; e se vi si fa parola di Dante e di Lorenzo il 
Magnifico, gli è perchè quello non è un passato morto, bensì un passato che ancor oggi 
serve di nutrimento allo spirito e dà anima e vita. 

Il Miinz non istudia l'Italia come un viaggiatore qualsiasi: egli è vissuto molto tempo 
nel paese, non nei musei né negli archivi, ma in mezzo agli uomini e ai loro. interessi ; 
e degli uomini e della loro vita egli ci parla, così alla buona, come si fa tra conoscenti; 
■e solo per dare alla materia un certo ordine finge di fare un viaggio. Egli parla di Ve- 
nezia, delle gondole, dei gondolieri, dei palazzi, degli abitanti ; e tra le figure che ci pre- 



(1) StGMCKD IfvBKX, Ilalienische Reminiscenze» un,l Pratile. Vienna, L. Weiss, 1S98. 



I7O MINERVA 

senta spicca quella di Isacco Pesaro Maurogonato, che fu Ministro delle finanze di Ve- 
nezia con Daniele Manin e seppe far scaturire il denaro dalla terra e spendere da tre a 
sei milioni al mese, e tuttavia lasciò le casse piene : un uomo ruvido, ma che aveva un 
cuor d'oro; uno di quei Catoni che tanto contribuirono a fare l'Italia una; un uomo di 
cui giustamente fu detto: « Volle l'onere, non l'onore », e che nel '73, quando il Minghetti 
gli offrì un portafoglio, rispose rifiutando. 

Altre figure ci descrive il Miinz passando per la Lombardia: il salotto della contessa 
Maffei, Pamica di Cavour, di Balzac, di Manzoni, di Verdi, la donna delicata, finissima 
« il cui corpo sembrava solo un pretesto per l'anima », con la sua passione per gli spi- 
riti nobili e forti e col suo caldo amore per l'indipendenza. K dall'ambiente lombardo 
spuntano altre due figure : Ada Negri e Giovanni Morelli. Il Mùnz descrive con eguale 
simpatia il genio vulcanico della poetessa proletaria assetata di felicità e di bellezza che 
chiama tutti i poveri e i miserabili alla lotta per il pane del corpo e dell'anima, e lo spi- 
rito aristocratico dell'illustre critico d'arte che scrisse con lo pseudonimo di Ivan Lermolieff 
e odiò il clericalismo e il radicalismo e del parlamentarismo avvocatesco fu nemico di- 
chiarato. 

siamo per Ferrara e Bologna — Gi< aie Vivami — 

in Toscana; <■ assistiamo a feste fiorentine: un ballo nel palazzo Riccardi; una maggio- 
lata in una villa; anniversari e giubilei, quello della morteti e quello della morte 
di Lorenzo de' Medici; e COI ini, e altri ritratti: Ubaldino Peruzzì in pu!> 

etiche, il napoletano Laeait he nel '60 riuscì a ren- 

dere gli Inglesi fa di Garibaldi in un altro mediatore fra 

l'Italia <■ l'Inghilterra, lo storico del Rinascimento John Addington Symonds 

Il Mini/ poco si occupa dell'arte italiana: egli non cerca l'arte in Itali 
scrive gli uomini che pensano, sentono e adiscono; gli uomini e il loi 

rivela dei ratico nel lemocratico per convin- 

zioni no egli vede l'uomo, e vuole il lavoro per tutti, anche per le di 

aristocratico per .L,'iist>>, giai 1 he ' rubra p< - 

ne gli si pim -e alla forma, nella quale si può 

dire che l'autore non ha ancora egli ha, cioè, forza e nobiltà 

sione, ma gli manta !.i grazia latina, sopratutto nello scherzo; egli vorrebbe cesellare fine- 
mente l'arguzia, ma qui si rivela ancora troj troppo terra a ter: 
parte questo, il lil un preludio che promette e ci fa de le * reminiscenze» 
romane di cui è prossima la pubbli' 

— (6 agosto), Vienna : 

Bismarck. I.a grandezza storica di Pismarck — dice il von Gerlach — consiste in 
questo: che tutto il suo volere e tutto il suo potere egli fece servire all'idea dell'unifica- 
zione della Germania sotto la Prussia, e che questa idea egli fece trionfare. Per lui più 
che per nessun ahi 1 massima che il fine giustifica i mezzi: egli fu senza principi 

nel senso più alto della parola, e ora fu legittimista, ora rivoluzionario; oggi conservatore, 
domani liberale, dopodomani civettante col socialismo; prima libero scambista, poi prote- 
zionista ; una volta si valse del suffragio universale contro il particolarismo dei principi 
tedeschi, un'altra volta si valse di (mesti contro il Reichstag democratico. In fondo, però v 
egli fu sempre una cosa: un uomo di Stato che voleva la grandezza e la potenza della 
Germania. 



RIVISTA DELLE RIVISTE I7I 



Bismarck è stato il più grande diplomatico non solo di questo secolo, ma forse di tutti 
i tempi. Egli avrà commesso qualche sbaglio in cose di poco conto, ma in tutta la sua 
politica estera non si trova un solo errore vero e proprio. Dopo essersi fatto, in Parla- 
mento e nella diplomazia, un'idea di quel che occorreva alla Germania, egli, diventato 
presidente dei ministri, seppe creare lo strumento per ottenerlo, l'esercito ; e di questo stru- 
mento si servì da maestro. Anche altri uomini di Stato hanno condotto guerre con esito 
felice; ma egli seppe far scoppiare la guerra nel momento in cui questa gli faceva co- 
modo, senza far mai la parte del provocatore e trascinandosi dietro la pubblica opinione. 
Egli seppe volere quello che poteva, seppe sempre tradurre la sua volontà in atto nel mo- 
mento propizio ; inoltre non andò mai più in là della meta che si era proposta, non si 
lasciò inebbriare dal successo, anzi evitò i successi del momento quando questi potevano 
pregiudicare quelli dell'avvenire, e nel '66 resistette al partito militare e allo stesso re Gu- 
glielmo, e risparmiò l'Austria per farsene dieci anni dopo un'alleata. 

A torto vien celebrato Bismarck come propugnatore del germanismo : la sua fu una po- 
litica di Stato, non di nazionalità; egli non si adoperò per i Tedeschi, ma per i sudditi del- 
l' impero germanico ; non per il germanismo, ma per la Germania La sua opera dell' unifica- 
zione della Germania rafforzò l'elemento tedesco, ma a questo egli non mirò ; tanto vero 
che non mosse mai un dito per i Tedeschi di altri paesi. Egli desiderava bensì che in 
Austria prevalesse l'elemento tedesco, ma solo perchè vedeva in esso l'elemento più in- 
telligente e politicamente più capace della Cisleithania. Né volle sentir parlare di annes- 
sione dei Tedeschi dell'Austria alla Germania, perchè questi sono in maggioranza cattolici 
e la sua idea di Stato era 1' unione della Germania sotto la Casa protestante degli Ho- 
henzollern. 

Se la politica estera di Bismarck è per i Tedeschi tutta luce, tanto più scure appaiono 
le ombre nella sua politica interna. Anche in questa molto egli fece, e a lui si deve una 
costituzione che il Gerlach (jhiama tollerabile, e una legge sulla stampa pure tollerabile, 
e, quello che è il bene più prezioso di un popolo, il suffragio universale, diretto e segreto ; 
quantunque Bismarck non l'abbia largito per ispirito democratico bensì per contrapporre 
alle velleità particolariste dei principi tedeschi il popolo penetrato dell'idea unitaria. Ma 
il guaio di Bismarck fu la politica sociale : egli diede bensì ai lavoratori le assicurazioni 
contro i danni degl'infortuni e quelle per malattia, per invalidità e per vecchiaia; ma tutto 
ciò come un benefizio, come un'elemosina, non come riconoscimento di un diritto. Egli 
non volle mai riconoscere parità di diritti agl'imprenditori e ai lavoratori, e non volle mai 
occuparsi dei lavoratori sani, bensì soltanto dei malati o degl'invalidi; negò l'assicurazione 
contro la disoccupazione, rifiutò di stabilire il massimo della giornata di lavoro, negò il 
riconoscimento ufficiale alle unioni operaie. Egli non volle limitare per legge la durata del 
lavoro perchè gli pareva che, se l'avesse fatto, avrebbe attentato alla libertà che ha l'ope- 
raio sano e forte di guadagnare più che può, e si rifiutò di prescrivere il riposo domeni- 
cale dicendo che in sette giorni si può guadagnare più che in sei ; e finalmente non vide 
nello sciopero una lotta legale fra due elementi di pari diritto, bensì una ribellione del 
lavoratore contro il diritto domestico dell' imprenditore che gli dà il pane. 

Era naturale che, pensandola così, Bismarck entrasse in aspro conflitto contro il mo- 
vimento operaio dei nostri tempi ; e contro i lavoratori egli ricorse alla polizia, miscono- 
scendo il vero carattere di quel movimento. E il risultato? l'ingrandirsi del partito socialista. 
La politica interna di Bismarck naufragò, dunque, contro la questione sociale : di fronte 
ai più importanti problemi sociali egli non seppe prender altri provvedimenti che ricorrere 



172 MINERVA 

alla violenza ; e poiché egli non aveva un solo pensiero fecondo per concorrere ad appia- 
nare i contrasti sociali, il suo licenziamento fu considerato come una liberazione. Ciò di- 
mostra che anche il genio ha i suoi limiti; e del resto, l'opera dell'unificazione della Ger- 
mania è così grandiosa che, al paragone di questa, tutti i suoi peccati d'omissione non 
pesano nulla; e nessun tedesco che non sia accecato dall'odio di parte gli negherà il tri- 
buto della riconoscenza. 

Bismarck e la poesia tedesca. — « Avevamo un eroe, e non l'abbiamo più » — con 
queste parole - dice F. Servaez, autore del presente articolo - si può riassumere la per- 
dita che ha fatto con la morte di Bismarck il sentimento poetico dei nostri giorni. Bis- 
marck ha a'vuto una grande importanza per la poesia tedesca, tanto più grande in quanto 
che sembrava ch'egli ne stesse molto lontano; giacché questo è un bisogno per i poeti, 
che l'eroe al quale sono devoti non sia troppo visibile, non troppo vicino: occorre una 
certa distanza che attenui, per così dire, la materialità dell'esistenza quotidiana; l'eroe 
deve stare al di sopra di tutti e separato da tutti. E tale era veramente Bismarck : centi- 
naia di migliaia d'uomini si strinsero intorno a lui, eppure egli fu sempre solo; e se anche 
sfogo con tonanti parole alla sua ira. al suo cruccio, alla sua superbia, al suo trionfo, 
tuttavia rimase sempre chiuso; nessuno vide mai il fondo dell'anima sua, nessuno penetrò 
nei più riposti desideri, nelle più ascose intenzioni del suo spirito ; ed egli rimase sempre 
circondato di un non so che di enigmatico che lo rendeva terribile. 

L'epoca teste chiusa della poesia tedesca si chiamerà essa epoca di Bismarck, come 
si chiamò epoca di Federico il Grande un periodo del secolo decimottavo ? Probabil- 
mente no, quantunque la ragione d sarebbe; ma «la un secolo in qua si sono mutate le 
oni fra il popolo e i suoi grandi uomini politici: la distanza è diminuita; un singolo 
individuo, sia egli pure grandissimo, non può significare op^i quello che significava cen- 
t'anni fa; non c'è più la patriarcalità di una volta, non più la passiva obbedienza, ne la 
niissione. Il mondo è dappertutto in lotta, lotta gigantesca di forze immani; e fin 
nei più umili penetra la convinzione che non gli uomini si combattono fra di loro, ma ben 
altre forze, quelle forze che astrattamente si chiamano idee e principii. Per quella ragione 
Bismarck non potè muovere il nostro tempo come poterono muoverlo i grandi del pas- 
sato. Undafert net agUm era il suo motto: egli sapeva che l'onda lo portava e che egli 
non poteva comandarle; e così ora si atte '-cutore della volontà del suo sovrano, 

ora a servo obbediente dei movimenti popolari. 

fu pura diplomazia quella che gli fece prendere siffatti atteggiamenti: appunto qui, 
in questa superba modestia, si manifestava in parte la convinzione del suo cuore. Egli 
aveva, certamente un grande concetto della potenza dei grandi uomini, ma sentiva più 
profondamente di qualsiasi altro che anche il più grande è un nulla, è un atomo di fronte 
all'immensa potenza della volontà universale, quando questa soffia sul globo come un tur- 
itine; tanto più profonda, però, era in lui la convinzione di essere uno strumento scelto 
di questa volontà, di portarne in sé una parte come forza grandiosa, irresistibile. In questo 
senso si può dire ch'egli impresse il suggello al nostro tempo, appunto perchè il suggello 
del tempo prese in lui la sua forma più determinata. 

In politica si potrà parlare di un'era bismarckiana, giacché qui si tratta di fatti mate- 
riali, i quali valgono come tali e che spesso fanno apparire l'esecutore della forza come 
autore della medesima; ma nel mondo dello spirito, in cui si intravvede o si crede d'in- 
travvedere il fato che determina gli avvenimenti, una denominazione simile sarebbe fuori 



RIVISTA DELLE RIVISTE 1 7 3 



di posto, e anzi colpirebbe nel suo punto più sensibile il sentimento che anima il poeta 
nel pronunziare il nome di Bismarck; giacché il poeta ama sopratutto in Bismarck quella 
aureola di leggenda che lo circondava ancor vivo, e lo concepisce come un potente simbolo, 
come qualche cosa di sovrumano, ossia appunto come quello che abbiamo chiamato ese- 
cutore della volontà universale, e lo considera come personificazione del destino stesso. 

Bismarck è oggetto di considerazione poetica in questa misura, ch'egli sembra essere 
a un tempo poesia e poeta. Il grandioso destino al cui compimento egli cooperò sembra, 
infatti, un lavoro di poesia uscito dal suo cervello; e cosi dobbiamo spiegarci una frase 
detta dal Nietzsche dieci o dodici anni fa, quando interrogato se credesse che non ci fosse 
più in Germania nessun poeta, rispose prontamente : « Oh no, c'è Bismarck. » Chi sa ? 
forse fu la figura di Bismarck che aiutò il grande pensatore a concepire la visione del 
« superuomo ». 

Nessuno sentì più fortemente dei poeti quello che in lui eccelleva sull'umanità quoti- 
diana: i poeti lo videro veramente quale egli era, un gigante, un Atlante che portava il 
mondo sulle spalle, e che talvolta s' irritava, ma poi tornava calmo e sereno ; una figura 
di granito in mezzo alla putredine dei giorni nostri ; la più grande, la più poderosa per- 
sonificazione dell'energia della razza tedesca ; una figura cosi grandiosa che solo il pen- 
sarvi era già un poetare. 

Negli ultimi anni di sua vita Bismarck diventò un patriarca, il sacerdote di un nuovo 
oracolo al quale si recava in pellegrinaggio il mondo tedesco, e al quale i più alti digni- 
tari dell'umanità portavano il loro omaggio. Il quadro di Bismarck a Friedrichsruhe ha 
una grande analogia con quello del vecchio Goethe a Weimar: tutti e due riflettevano 
sul paese una vivida e benefica luce di cui godevano, quasi inconsciamente, i loro con- 
temporanei ; e tutti e due toccarono quasi la stessa età, giacché di soli nove mesi superò 
la vita di Bismarck quella di Goethe. Essi vanno insieme più di quanto Goethe vada in- 
sieme con qualsiasi altro poeta e Bismarck con qualunque altro uomo politico, e spesso si 
somigliano in modo meraviglioso nella maniera di pensare, negli scopi ai quali miravano 
e forse più ancora nel modo di comportarsi. Molte delle cose dette da Goethe, molte di 
quelle che egli scrisse (segnalatamente nei Wanderjahren al cancelliere von Mùller o a 
Eckermann) si direbbero uscite dalla bocca di Bismarck: è quel sentimento della forza 
individuale che in tutti e due si fonde in modo così mirabile col sentimento istintivo della 
potenza e dei bisogni delle masse; lo spirito sovrano, anzi rivoluzionario, che s'inchina 
con profonda e devota convinzione davanti al santuario delle tradizioni e del diritto di 
nascita dovuto al caso. Per cui si può dire che tutti e due formano una unità morale e 
che, stando ciascuno di essi al suo posto, si porgono la mano al di sopra degli uomini e 
dei tempi. 

Le navi aeree dirigibili. — Se i tentativi finora fatti per rendere dirigibili i palloni 
aerostatici hanno avuto scarso risultato, maggiori probabilità di successo nel campo del- 
l' « arte di nuotare nell'aria » come la chiamò lo Zacharia, presentano i tentativi fatti con 
le macchine per volare. Prime fra queste sono le così dette macchine dinamiche, quelle 
navi aeree, cioè, che, essendo più pesanti dell'aria, si elevano per mezzo di una forza mo- 
trice; e qui vengono in prima linea i draghi volanti, che s'innalzano per effetto della 
spinta data alla loro superficie dal vento, le macchine a elica e quelle ad ali. 

La storia della navigazione aerea, così ricca di delusioni, narra di una quantità di sif- 
fatti apparecchi, e i nomi degl'inventori sono innumerevoli; ma la maggior parte dei 



174 MINERVA 

progetti spuntano fuori un momento per ricadere subito dopo nell'oscurità; ciò perchè una 
quantità enorme di profani si è rivolta da secoli a questo campo fantastico tra i fantastici 
e perciò appunto seducente; e forse questo concorso di profani e i conseguenti insuccessi 
fecero sì che gli uomini della scienza, meno poche eccezioni, si astennero dal provarcisi. 
Da alcuni decenni, però, si nota anche qui un progresso incontestabile, e si segnano i 
nomi di Langley, Maxim, Renard, Lilienthal, von Loessl, Wellner, Boltzmann e altri. 

I ino al 1870 nessun esperimentatore era riuscito a far muovere meccanicamente at- 
traverso l'aria apparecchi di peso superiore ai 20 grammi, e quindi i tentativi si riduce- 
vano alla costruzione di giocattoli. I francesi Penaud, Hureau de Villeneuve e Jobert fu- 
rono i primi a costruire degli uccelli meccanici più grandi, che però non pesavano più 
di alcuni ettogrammi. Nel 1.879 il Pichancourt costruì un modello simile del peso di tre 
quarti di chilogramma, e Tatin costruì un aeroplano che saliva verticalmente spinto da due 
eliche mosse ad aria compressa e che pesava un po' più di un chilogr.tmma. 

francesi ebbero pareccl >ri in Austria, in Germania e in Inghilterra, 

upan.no tutti di modelli simili. In Italia, il I'orlanini si dedicò alle macchine a 
e ne costruì una del peso di chil. 3.5, che. per mezzo di due eliche mosse a va- 
e di una superficie verticale, s'innalzò fino a 13 metri dal suolo e rimase in aria per 
limiti secondi. In America il Phillips ica.- delle prove con draghi forniti di ah 
.1 di gelosie, <• in Australia lo li ad ali. e tutti e due con ri- 

sultati reJativamenti 'li: il piccolo apparecchio dello Ilar. 

a chil. 1.6, < ,, metri 156 in dir riamatale 001146 colpi di 

menti in «rati : '92 in p<>i, nel Kaldwin Park dall'inglese Hiram 

S. Maxim, il : .arnioni a tiro rapido, non possono dirsi riusciti; 

vanno menzionati, per< è impar ine cui ricorse il Maxim 

riti a piani, e Pultimo modello aveva una iples- 

li non meno di 372 metri quadrati ; p« rammì 

da una macchina Compound ilei !i 363 cavalli d 1 inazione 

due ; apparecchio. mente nel* 

. ma ruppe le rota trattenerlo e poi andò in pe 

pur che ne \ irata la stabilita, anche un veicolo che pesi delle migliaia di 

•grammi può innalzarsi e muoversi nell'aria. 

II più riuscito <li tutti gli esperimenti di voi eseguiti è senza dubbio q ■-. 
dell'aerodromi che fece il suo primo [nericane! 1S96 sul 

l chil. 13.5, percorse il ondi 1600 metri 

andando con*:.' vento; 1 metri 4.5, lar.^o poco meno, aveva due eliche che face- 

mille giri al minuto, ed era provveduto di un motore a gazolina della forza di un 
cavallo. Ksso partì da una specie di ; bruita appositamente, e dopo essersi mosso 

dapprima in direzione orizzontale, sali, infine, girando a spirale, di 30 metri. 

Come si vede, dai giocattoli del peso di pochi grammi le cui alette erano fatte girare 
da un cordone elastico, siamo arrivati oggi ad apparecchi che pesano lino a sessanta 
tanto, mossi a vapore, che percorrono spazi relativamente notevoli. Ora, se si pensa al 
rapido perfezionamento della tecnica che è una caratteristica dei inorni nostri, non si può 
far a meno di sperare nell'avvenire; giacché ogni anno si costruiscono motori più forti e 
insieme più leggeri, si ottiene una maggiore solidità dei materiali senza aumentarne il 
e si studiano sempre più a fondo le leggi della stabilità e quelle della resistenza 
dell'aria. Si può dire pertanto che in un tempo non lontano si avranno riunite tutte le 



RIVISTA DELLE RIVISTE I J ) 



condizioni necessarie ad assicurare il trionfo delle macchine aeree. Intanto, maggiori pro- 
gressi sarebbero già stati fatti se il mondo finanziario non fosse stato tanto restio ad aiu- 
tare gii esperimenti, scarsi essendo i risultati reali in confronto con le grandi somme che 
tali imprese richiedono ; ma è da sperare che anche qui abbia a prodursi un felice cam- 
biamento, giacche senza sacrifici non si possono ottenere grandi successi, e la tecnica 
richiede anzitutto esperimenti. Sembra, a dire il vero, cosa arrischiata il gettare al vento 
— nel vero senso della parola — delle migliaia di franchi, ora che il mondo è travagliato 

. più che mai dalla lotta per il pane ; eppure anche i capitali così impiegati dovrebbero 
rendere. Se l'uomo ha riportato la vittoria sulla terra e sull'acqua, perchè non dovrebbe 

.conquistare anche l'aria? 

— (13 agosto) : 

La questione dinastica nella Spagna. — Son corsi circa due secoli da quando la 
Spagna non solo richiamava sopra di sé, molto più che non oggidì, l'attenzione di tutto 
il mondo, ma anche, spentasi la Casa reale absburghese, moveva la così detta guerra di 
successione. Prevalsero allora i Borboni, e ciò non fu bene per la Spagna, giacché, meno 
poche eccezioni, essi contribuirono con la loro fiacchezza, con la loro inettitudine e con 
la loro dissolutezza alla decadenza del paese, e sotto di essi andò perduta la maggior parte 
delle colonie, e per di più sorse quella infelice questione dinastica che costò tanto sangue 
e che oggi, tornata di attualità, minaccia di provocare un'altra guerra civile. 

Fu Ferdinando VII d'infelice memoria che dalla sua quarta moglie Maria Cristina di 
Napoli, non avendo avuto fino allora nessun figlio, si lasciò indurre ad abolire la legge 
per cui le donne erano escluse dalla successione al trono e richiamò in vigore 1' antica 
legge di successione castigliana, nonostante le vivaci proteste dell' infante don Carlos, suo 
fratello, il quale, con la nascita della principessa Isabella (1S30), si vide escluso dalla suc- 
cessione. Da quell'epoca data la questione dinastica: le pretese della linea maschile che 
si vedeva posposta trovarono i loro difensori nel partito clericale assolutista, che allora si 
chiamava « apostolico »; la famiglia reale, naturalmente, si schierò col partito opposto, e 
così si ebbero quelle sanguinose guerre intestine che rovinarono del tutto il paese. La ri- 
voluzione scoppiò subito dopo la morte di re Ferdinando, nel 1S33 : da una parte la po- 
polazione delle campagne guidata da monaci e da preti ; dall'altra i cosi detti elementi li- 
berali coi loro programmi di costituzione, con le loro libertà costituzionali e con le isti- 
tuzioni parlamentari. La lotta durò a lungo, con esito incerto; Francia, Inghilterra e Por- 
togallo mandarono più volte milizie in aiuto alla reggenza seriamente minacciata; final- 
mente una mano forte, quella di Espartero, pose termine alla guerra, e la reggenza di Maria 
Cristina, reggenza alquanto scandalosa, della quale è inutile rifare qui la storia, trionfò. 
Salì poi al trono Isabella; scacciata questa dalla rivoluzione del settembre 1866, succedette 
la reggenza di Serrano, poi il breve regno di Amedeo di S av °i a > sotto del quale i car- 
listi, guidati dal duca di Madrid, o Carlo VII, sorsero di nuovo a dichiarare la guerra ai 
liberali. Dopo l'abdicazione di Amedeo, nel 1873, fu istituita la repubblica ; ma una repub- 
blica non può durare quando mancano le virtù civili repubblicane ; e così già nel gennaio 
del 1875 Alfonso XII faceva il suo ingresso in Madrid, dove seppe farsi amare subito col 
suo atteggiamento democratico. Sbarazzatosi dei carlisti in quello stesso anno, egli sarebbe 
forse riuscito ad assidere la dinastia su solide basi, se la morte non lo avesse prematu- 
ramente rapito nel 1SS5. La sua seconda moglie Maria Cristina, arciduchessa d'Austria, as- 
sunse la reggenza in nome del figlio postumo Alfonso XIII. 



I76 MINERVA 

Questo rapido cenno storico basta a dimostrare la debolezza dei vincoli che uniscono 
il popolo alla dinastia. E infatti, basta assistere a una di quelle conversazioni politiche di 
cui tanto si compiacciono gli Spagnuoli per persuadersi che la monarchia non ha dietro 
di sé la massa del popolo. E allora — si domanderà — perchè la monarchia non è stata 
abbattuta? l'rima di tutto perchè i repubblicani si sono dimostrati anch'essi incapaci di 
instaurare un regime ordinato; in secondo luogo perchè i carlisti sono in pessima fama 
per le molte crudeltà di cui si macchiarono nell' ultima guerra, e perchè il loro capo, 
don Carlos, non gode nessuna simpatia, causa la vita che conduce. Di queste circostanze 
si è giovata finora la reggente, la quale del resto ha reso omaggio alla massima : i 
règne et ne gouverne pas, e si è applicata ad attuare l'ideale di un reame costituzionale 
per ispianare a suo figlio la via al trono. Questa politica sarebbe stata l'unica politica giusta, 
in tempi quieti e normali, dal punto di vista degl' interessi dinastici ; ma ecco venire la 
rivoluzione di Cuba e quella delle Filippine a far scontare gli antichi e i nuovi errori co- 
loniali. In <|in-sti casi la fredda riserva del sovrano costituzionale non basta. Per salvar tutto 
bisognava rischiar tutto, occorrevano risoluzioni energiche e di larga veduta. A questo com- 
pito donna Cristina risulti'» inferi' del resto, dimenticare che la sua ori- 
gine straniera le lega, in certo modo, le mani. Se, in generale, gli stranieri non possono 
lagnarsi del modo in cui vengono trattati nella Spagna, altra cosa è quando si tratti di un 
regnante. La regina Cri- , per la grande maggioranza d< nuoli, una 

tniera ■>. e perfino a Palazzo vien chiamata con questo n i, non ha po- 

tuto uniformare il suo carattere a quello del popolo. Non è insensibili 
lari, ma non li cerca, non li provoca. Nel 1892, la regina del Porti idrid, 

ino la popolazione con la sua straordinaria amabilità: la prima cosa che fa <!i 

un costun e poi via alle corse dei tori a gettare anelli di brillanti 

ai forerò* fortunati. Ciò lusingò il popolo, <• in pochi giorni la regina Amalia ftil'ido 

id; quando passava in carrozza per la strada, gli uomini del popolo l< no ad 

alta voce dei complimenti sulla sua bellezza; ed essa, lungi dallo .deva 

ringraziando col più dolce dei sorrisi. Anche l'infanta Isabella frequenta le corride 
si entusiasma, <• per questo gode di ima grande popolarità ; e anche la regina nonn.. 
bella è ben veduta pen ipre da madritena ntta. Donna Cristina, in- 

vece, non è mai entrata in una • • se da una parte cioè da lodarsi perchè 

ha il coraggio di esprimere con l'astensione il su,, disgusto per quel I petta« 

colo, d'altra parte bisogna dire non fa atto di buona politica. Sul conto di lei 

non si può dir nulla di male, al contrario di quelle che la precedettero è qualche 

cosa, ma non basta; quel popolo entusiasta, davanti a quella sovrana fredda, riservata, si 
trovò dapprima sconcertato, poi l'accusò di superbia, in conclusione non la ama, 1 
istrada non la saluta nemmeno. Il suo genetliaco e il suo onomastico sono feste puramente 
di Corte. Infine la si accusa di far troppe economie sui milioni della lista civile, n; 
invece l'infanta Isabella, a somiglianza della regina di cui porta il nome, spende tutto il 
suo appannaggio, lino all'ultimo quattrino; e magari anche di più. 

Quanto al piccolo re, esso non si mostra al popolo se non in poche circostanze solenni ; 
nella vita pubblica egli non ha ancora alcuna parte, e anche ora si può dire che non abbia 
un'idea del tragico momento che il paese attraversa. Tutto sommato, popolo e trono sono 
stranieri l'uno all'altro, e ciò contribuisce non poco ad aumentare il pericolo che la que- 
stione dinastica abbia a risorgere di Del nuovo e in forma acuta. 



RIVISTA DELLE RIVISTE I77 



Revue Bleue (23 luglio), Parigi: 

Le carriere industriali e commerciali e la gioventù. — Da alcuni anni si fanno la- 
mentazioni perchè nelle professioni liberali e' è troppo affollamento, e xiviste e giornali si 
accordano nell 'esortare le giovani generazioni ad abbandonare queste carriere e a volgersi 
all'industria e al commercio. Poiché questi consigli non hanno avuto finora grandi risul- 
tati, vediamo per quali ragioni tanti genitori avviino i loro figli agli studi classici e perchè 
i giovani cosi avviati raramente diventino commercianti o industriali. 

Se i giovani si precipitano in folla verso le così dette carriere liberali, ed entrano nel- 
l'esercito o negl'impieghi pubblici, osi fanno avvocati, medici, ecc., gli è sopratutto per- 
chè molte di queste carriere presentano per sé stesse un vero interesse agli spiriti coltivati; 
gli è anche perchè le meravigliose scoperte compiute nel campo della medicina e delle 
altre scienze sono fatte per sedurre l'immaginazione; e aggiungiamo che un'attrazione non 
trascurabile è la fama alla quale giungono coloro che si segnalano in quest' ultimo campo 
per qualche invenzione o scoperta. Ma, se queste ragioni sono forti, ve ne sono altre che 
non hanno minor peso. 

Gli studi classici — dice l'autore, G. Jagot — dispongono abbastanza male gli spiriti 
alle carriere industriali e commerciali ; eppure egli sostiene che si potrebbe senza incon- 
venienti dare un'istruzione classica a un grandissimo numero di giovani, avendo cura però 
di infondere in essi questa idea, che gli studi classici non devono condurli necessariamente 
alle professioni liberali, e ripetendo loro spesso che, con tutti gli studi classici, potranno 
diventare buoni commercianti o industriali senza perdere della propria dignità. Ma certo 
non c'è da meravigliarsi che un giovane il quale fino a diciotto anni abbia nutrito il pro- 
prio spirito di studi letterari, provi un po' di ripugnanza a passare Improvvisamente a oc- 
cupazioni nelle quali prevale la nota utilitaria. È vero che la scienza economica è anche 
essa così interessante e così vasta da attirare gl'intelligenti; ma essa non è entrata ancora 
abbastanza profondamente negli studi abituali per imporsi agli spiriti e per farsi desiderare 
come ie altre scienze. 

lìisogna inoltre considerare che. per dirigere usa industria di una certa importanza, 
occorrono, ai giorni nostri, forti capitali : e questa sola condizione basta a creare un osta- 
colo insuperabile e ad allontanare una grande quantità di giovani. Si dirà che, per diven- 
tare avvocati, medici, ufficiali, bisogna studiare dieci o quindici anni e spendere grosse 
somme ; ma anche per formare un industriale occorrono anni di lavoro, e quanto al de- 
naro, quello che si spende per gli studi non viene sborsato tutto in una volta, e ad ogni 
modo è sempre poca cosa in confronto col capitale che occorre per acquistare una casa 
commerciale o per fondare un'industria e per esercitare 1' una o l'altra. 

Alle difficoltà già inerenti alla professione si aggiungono, sopratutto per quel che ri- 
guarda gl'industriali, quelle provenienti dalle leggi che fanno diminuire continuamente la 
loro autorità e ne limitano la libertà e li caricano di gravami. Né si dimentichi che, nel 
commercio e nell'industria, ogni colpa e ogni errore hanno gravi conseguenze materiali: 
il commerciante e l'industriale rischiano il loro onore e la loro fortuna e, se fanno falli- 
mento, possono perdere non solo il patrimonio, ma anche parte dei diritti politici e la- 
sciare ai figli un nome disonorato. 

Né questo è tutto : il fatto che in certi paesi, come per esempio in Francia, le scienze, 
le lettere e le arti sono tenute in grande onore, contribuisce anch'esso a diminuire il lu- 
stro di quelli che si danno al commercio e all'industria. In Francia, poi, spesso si giudica 

Minerva, XVI. j* 



I78 MINERVA 

delle persone dai titoli che possiedono, dagli esami che hanno dato; gli industriali e i com- 
mercianti non hanno diplomi ne titoli, e questa è per essi una specie d' inferiorità ; è ri- 
dicolo, ma è così. Tutti ammirano le meraviglie dell'industria, ma a chi le produce, quelle 
meraviglie, non si pensa; che se la gente mostra una certa considerazione, alla quale va 
unita qualche volta una dose di gelosia, per il negoziante che è riuscito a conquistare la 
ricchezza, spesso si compiace di vedere in lui nient'altro che un parvenu nel senso meno 
buono della parola, e la considerazione è rivolta più alla ricchezza per sé stessa che non 
all'intelligenza che l'ha fatta nascere. Noi pretendiamo •bensì di vivere in una società molto 
democratica, la quale glorifica ufficialmente il lavoro manuale ; ma è un fatto che le pro- 
fessioni in cui l'unico elemento non è il lavoro intellettuale sono lungi dall'essere sempre 
appn ne converrebbe. Finalmente sarebbe un grave errore il considerare l'indu- 

stria e il commercio come carriere nelle quali le buone situazioni si presentino ogni giorno; 

■ntrario, queste situazioni sono abbastanza rare, e la conquista è lunga e difficile. 
Trovare un rimedio a questo stato di cose difficile, giacché 

in parte da cause materiali cui è" impossibile modificare, in parte da idee erronee 

pratutto da pregiudizi sodali profondamente radicati. Solo la n<. otta modi- 

le abitudini prese o impedire che esse guadagnino terreno: il giorno in cu. 
praticamente dimostrato che nelle carriere liberali non c'è più posto, il giorno in cui non 
ci saranno più ini; r gli aspiranti, ali i prima, i giovani volteranno le 

olgeranno alle industrie e al commercio. 
se allora i migliori posti non si troveranno già occupati da concorrenti 

più intraprendenti e meno soggetti ai pregiudizi. 

— (30 luglio): w 

La caricatura politica contemporanea in Francia. — La caricatura politica, in 
ne, oggi non 
in cui i disegni ili Daumier sollevavano contro il trono l'anima d .ante a li- 

mo di qui 1 repubblica non solo è «osi poco forte che non c'è gusto 

ad attaccarlo, ma è anche così mobile e mutevole che non si sa con chi prendi 
i mali di cui - D'altra parte, la generazione presente non ha 

più le llusioni né • aspirazioni della precedente; e si aggiunga ebe 1 

della libertà tende ne l'abuso della politica ha prodotto 

quasi il disgusto. In tali condizioni la satira esclusivamenti ■ non 

ntinuare nel suo ufficio che è ufficio di combattimento; ed 1 

del tutto se non si formata completamente per effetto delle nuov unze: 

le antiche forme sono sparite per far posto ad altre più conformi ai costumi politici nonché 

ai bisogni dell'ora presente. 

Il così detto Portraìt-chàrge inventato dal Daumier, satira degl'individui al ; 
diventato nelle mani de' suoi successori una semplice deformazione delle linee del volto: 
are e di fissare sulle fisionomie il ridicolo, i vizi, le bizzarrie, i caricatu- 
; contentano di far smorfieggiare i loro modelli con Contorsioni senza spirito e senza 
significato; si sono ridotti alla caricatura banali lana nella forma enei a 

cui sono illustri esempi l'occhio di Gambetta e il naso di Ferry, per finire addirittura nel- 
l'insignificanza. Bisogna riconoscere, però, che la colpa non è da cercarsi tanto nei dise- 
gnatori quanto nella scarsità di soggetti, nella mancanza di uomini politici di qualche le- 
vatura, di ligure che spicchino per le loro qualità o per i loro difetti, nel prevalere delle 



RIVISTA DELLE RIVISTE 179 



mediocrità. Questa è la causa per cui il ritratto-caricatura da individuale che era è diven- 
tato collettivo ; giacché se gli uomini politici, presi a parte, sono poco interessanti, lo sono 
però tutti insieme, come specie, hanno le loro abitudini, le loro manie, le loro bizzarrie, 
hanno modi particolari di sentire e di pensare, e portano l'impronta del marchio profes- 
sionale dovuto all'ambiente in cui vivono, e formano una classe sociale di cui la carica- 
tura si è impadronita sforzandosi di ricavarne il tipo medio che rappresenti tutti gli altri. 

Maestro di questo genere di caricatura è Forain, il quale ha fatto la psicologia più 
completa, più particolareggiata e più profonda del deputato moderno presentato come tipo 
di tutta una classe, o meglio di tutta una casta, di cui incarna io spirito, le debolezze e i 
difetti. Forain ha descritto meravigliosamente quella smania di afferrare il potere che è 
l'unica preoccupazione degli uomini politici dei giorni nostri : grandi parolai, grandi pro- 
mettitori, i deputati di Forain sono alla mercè di un favore ministeriale, di una croce, di 
uno spaccio di tabacchi. Le loro più forti convinzioni non reggono davanti alle palme 
accademiche. — « Come ! vi credevo favorevole » — dice uno di essi a un collega a pro- 
posito dell'imposta sui redditi. — « Sì - risponde l'altro, — ma che volete? Per il 14 luglio 
ho bisogno di due croci e di quindici palme ». — Su quei gingilli essi contano per sod- 
disfare l'elettore influente, per accattivarsi gli uni, per tenere in sospeso gli altri; e cosi 
sono essi stessi gli uomini più dipendenti del mondo, combattuti come si trovano fra la 
paura dell'elettore da una parte e quella del Governo dall'altra. Prodighi di parole, avari 
di fatti, subissano il popolo sotto le onde di un' eloquenza non meno vaga che ampollosa. 
— « I vostri bisogni sono i miei, le vostre aspirazioni sono le mie! » — grida un depu- 
tato grasso e grosso davanti a una turba di straccioni. — « So che non volete più sa- 
perne di una costituzione ricalcata sull'orleanismo » — parole, sempre parole, nient'altro 
che parole. E, dietro le quinte, avversari implacabili si stringono la mano e se la inten- 
dono da compari. — « Volete rendere un gran servizio al Gabinetto? — dice un ministro 
all'orecchio di un deputato dell'opposizione. — Nello svolgere la vostra interpellanza, da- 
temi del ladro. » Cosi le discussioni parlamentari sono commedie nelle quali ciascuno re- 
cita la sua parte. E tutto vien fatto per l'ambizione, per la smania di salire: vi sono di 
quelli che accarezzano l'operaio e si servono dei suoi bisogni come « piattaforma » eletto- 
rale. I socialisti promotori di disordini rovinano gli operai eccitandoli allo sciopero, senza 
rischiar nulla e senza perder mai il loro aplomb. — « Volete tornare al lavoro? — grida 
un tribuno con tanto di chioma davanti a una tavola imbandita circondata da affamati con 
occhi infossati e il ventre vuoto. — Mi fate schifo ; voi vi lasciate menare pel naso dalle 
vostre donne ; non avete fegato ! ». 

Come si vede, Forain mostra agli occhi di tutti la grande piaga del tempo: l'interesse 
individuale che prevale su quello del paese; egli mette in luce la corruzione degli uni, 
il cinismo degli altri, l'egoismo quasi generale ; di modo che le sue scene dei costumi 
parlamentari hanno un vero valore morale per l'esattezza stessa della loro pittura E tutto 
in lui è netto, preciso, senza fronzoli : il disegno è severo, poderoso nella sua semplicità ; 
agenda breve, sferzante. 

erno ripetersi e ricominciare che forma il fondo delle odierne lotte politiche 
ha latto si che il paese diventasse scettico davanti a tali lotte : questa impressione, questo 
scetticismo si manifesta nelle storielle illustrate di Caran d'Ache. Il carro dello Stato, tra- 
scinato da magri ronzini, cammina sempre traballando, cosi prima come dopo il cambio 
di bestie, cioè il rinnovamento della Camera; il popolo, preso sempre a gabbo, vien di- 
stratto dal pensare alle sue rivendicazioni ora cogli allori del primo Impero ora con le 



1 00 MINERVA 

feste del secondo, ora con gli scandali del momento presente. La storia è sempre quella. 
Plus ca change, plus e' est la manie chose ; questa è la massima che sene, per così dire, di 
tema alle caricature di Caran d'Ache; il quale, in fondo, è un imitatore di Busch. 

L'indifferenza di fronte agli armeggi della politica non va scompagnata dalla tristezza 
e dalla preoccupazione per i destini della Francia: questo sentimento fa si che un altro 
artista, Villette, si sollevi al di sopra degli intrighi, delle questioni di persone e di par- 
titi, con disegni simbolici nei quali il personaggio principale è la Francia ; ed egli la rap- 
presenta come una svelta e coraggiosa vivandiera, spesso con in testa un casco a cresta 
di gallo, vivace e battagliera. A chi la schernisce dicendole che la sua spada è sporca, 
essa risponde; « Se è sporca, la laverò nella vostra pancia ». In fondo, egli mostra la 
Francia quale la vorrebbe, indipendente da quelli che la governano, liberata dalla tirannia 
dei partiti. Questo amore della patria, (mesto sprezzo delle fluttuazioni parlamentari e della 
politica propriamente detta sono i principali caratteri che fanno di Villette un noval 

•uendo il suo esempio, anche Forain e Caran d'Ache si sono fatti eo> dell' 
pazioni del paese, massime di fronte all'estero. Segnatamente Forain ha ( 
angoscie davanti alla crescente marea degli scandali in un disegno magistrale che è una 
ne: un grosso Teutono che, piantato alla front ■<■ in piena faccia una valanga 

di accuse, di denunzie e di rivelazioni portata dal vento di ponente. Questi disegni non 

ino più nemmeno dirsi caricature, se con questo termine s'intende una rappres 
aio» a d'uomini e di fatti. 

Villette lia trasformato la k^- tura politica in un disegno umorù 

namente inventato e delicato, di carattere altamente simbolico. I suoi di 
nella esecuzione, gì Ila compi nati di poi 

lini e sottili che sembra di trovarsi davanti a una visione; sono dei veri quadretti nei 

«piali l'id< ta di tutti i vessi «Iella (tira dell' elemento .mistico in- 

dica i liiar.miente le nuove tendenze della caricatura politica aborrente dalla 
di distinzione nella forma e di elevatezza nel pensiero. 

Revue Encyclopédique Larousse (6 agosto), Parigi: 

Edward Burne Jones. — E n Dodra, il 17 dello scor-< 

ngton ; era nato a Birmingham il 2S agosto 1833. Suo padre, Edward 
Richard Jones, apparteneva a una famiglia oriunda del paese di Galles; suo nonni 

•io di stuoia a Hanbury, nel Worcestershire. uno de' suoi ascendenti egli 

ereditò tendenze artistiche; uè la sua educazione, né l'ambiente in cui passò l'infanzia ne 

rono la manifestazione e lo sviluppo. 

Dopo sette anni di studi nel King Edward's College, la famiglia volle fare di lui un 

1 nnin e lo mandò all'Fxeter College di Oxford. Quivi incontrò William Morris e 

strinse con lui quella fraterna amicizia che solo la morte doveva troncare. Burne-Jones era 

appassionato amatore dell'antichità greca e romana; sentiva già il fascino delle leggende 

mitologiche; leggeva, deliziandosi, Omero e Virgilio; il Morris, invece, si sentiva attirato 

verso il medio evo. A Oxford avevano trovato benevola accoglienza i giovani seguaci del 

prerafaellismo ; e il Burne-Jones provò le prime emozioni artistiche della sua vita davanti 

a due tele di Holman Hunt e a uno dei più bei disegni di Dante Gabriele Rossetti, quello 

rappresentante Dante che, nell'anniversario della morte di Beatrice, ne disegna il ritratto 

in forma d'angelo. La vista di questi lavori determinò la sua vocazione, e nelle vacanze 

di Natale del 1855 •' giovane entusiasta andò a Londra a fare la conoscenza di colui che 

egli già considerava come suo maestro. 



RIVISTA DELLE RIVISTE l8l 



Il Rossetti teneva allora lezioni di disegno nelle classi serali del Working Men's Col- 
lege fondato dal Ruskin, e fu qui che i due uomini s'incontrarono. Da quel giorno il 
Burne-Jones diventò allievo del pittore poeta, e, alcuni mesi dopo, William Morris lo rag- 
giungeva a Londra e faceva altrettanto. Poco tempo dopo, il Rossetti, recatosi a visitare 
Edward, lo trovò che stava dipingendo un paesaggio di cui più tardi il Burne-Jones do- 
veva servirsi per il Cavaliere misericordioso ; dopo averlo guardato un momento a lavo- 
rare, gli domandò che cosa avesse fatto dei disegni originali ch'egli gli aveva prestati per 
copiarli; il discepolo glieli restituì, e il Rossetti li lacerò dicendo che ormai il Burne-Jones 
non aveva più da imparar nulla da lui. 

Ecco, dunque, i due elementi che concorsero anzitutto a formare il genio artistico di 
Edward Burne-Jones: l'educazione ricevuta a Oxford e le lezioni del Rossetti. A Oxford 
acquistò quella bella cultura che fece di lui uno dei più fini e profondi interpreti del- 
l'antichità eroica e della mitologia e del leggendario e misterioso medio evo; dal Ros- 
setti apprese, se non tutta la tecnica della sua arte, almeno l'amore della bellezza, il rispetto 
dell'ideale; e il pittore poetagli diede anche l'esempio di una inalterabile rettitudine d'ar- 
tista, di quella sincerità e probità davanti alla quale nessuno ha mai rifiutato d'inchinarsi. 

Edward Burne-Jones lavorò accanitamente ; a venticinque anni, quando fece le prime 
prove, ignorava — lo confessò egli stesso — tutto quello che già sapevano del loro me- 
stiere i suoi camerati dieci anni più giovani di lui ; ma in brevissimo tempo se ne rifece. 
Nel 1862 fece, insieme col Ruskin, un viaggio in Italia, e ne tornò pieno di entusiasmo 
per i capolavori degl'incomparabili maestri del secolo xiv e xv : qui egli trovò veramente 
sé stesso, qui attinse la forza di una nuova ispirazione, qui apprese l'eccellenza della 
espressione e l'arte d' interpretare la vita. E al suo ritorno a Londra — nel '60 aveva 
sposato miss Giorgina Macdonald — cominciò per lui una esistenza di lavoro incessante 
che solo la morte potè troncare. 

L'opera di Edward Burne-Jones è una delle più considerevoli di questo secolo ; benché 
lavorasse con scrupolosa accuratezza fin ne' più minuti particolari, tuttavia fu fecondissimo, 
e straordinariamente grande è l'elenco delle pitture a olio, degli acquerelli, dei disegni, 
dei cartoni per vetrate e per arazzi e tappeti, e delle illustrazioni ch'egli eseguì. Le sue 
prime opere di qualche importanza furono L'immagine di cera e La canzone del Niebe- 
lungo, che datano del 1856. L'anno seguente disegnò per la cappella del collegio di 
Bradfield una vetrata rappresentante Adamo ed Eva e la Torre di Babele. Nel '58-59 prese 
parte insieme col Rossetti e co'suoi confratelli prerafaelliti alla decorazione dell' hall del- 
l' Unione a Oxford, di cui oggi non restano che vaghe tracce. Poi venne una serie di di- 
segni a penna e di schizzi : La figlia del Re, Alice la bella pellegrina, Andando alla bat- 
taglia, Sir Galahad, e altri cartoni per vetrate, e un trittico per la chiesa di San Paolo 
a Brighton con nel mezzo 1' Annunciazione e ai lati V Adorazione dei magi. 

Nel 1S64 entrò a far parte della Società reale degli acquarellisti, dove espose per pa- 
recchi anni ; e dal 1864 al 1869 eseguì : // cavaliere misericordioso, La fata Rosamonda, 
Teofilo e Vangelo, Il sogno di Chaucer, San Giorgio e il drago, i settanta disegni di Cu- 
pido e Psiche destinati a illustrare il Paradiso terrestre di William Morris, che più tardi 
furono comperati dal Ruskin e da lui offerti al Museo di Oxford; la serie di Pigmalione 
e la statica, e il Vino di Circe, acquarello che nel 1892, alla vendita Leyland, fu pagato 
29,000 franchi. 

Vennero poi Amore travestito da Ragione e Fillide (1870) ; quest'ultima, esposta alla 
Società degli acquarellisti, in causa del nudo fece sì che il pittore la rompesse con quella 



l82 MINERVA 

associazione, dalla quale usci senza rimpianto, giacché non amava troppo i raggruppamenti 
di tal genere. Per sette anni non si vide nulla di suo in nessuna Esposizione ; ma nel 
alla Grosvenor Gallery, fu una vera rivelazione: l'Inghilterra contava un grande artista di 
più. A questo periodo d' infaticabile lavoro del *7o-'77 appartengono II giardino delle Espe- 
ridi, Amore fra le rovine, I giorni della creazione, Lo specchio di Venere, U incanto di Mer- 
lino, Laus Veneris, Canto d'amore, Im scala d'oro ; e in questo stesso periodo egli cominciò 
la grande serie della Rosa spina che vide la luce nel 1890. Ed ecco La ruota dell: 
luna, Ix stagioni. La Fede, I^a Speranza, La Carità, Le ore, Pigmalione e la statua, esposto 
nel 1879; V Annunciazione, Dies Domini, La ninfa del bosco, La sirena, e, nel 1S84, il Re 
Cophetua, che resterà una delle più squisite e delle più caratteristiche ispirazioni del suo 
genio. E per completato questo elenco già lungo citeremo ancora la bella figura dell'y-/- 
slro/ogin, la /•'lamina vestalis, la serie del Perseo, il Bagno di Venere, il Giardino di Pane, 
Ha di Betlemme, per non parlare di tante e tante altre composizioni, e della deco- 
razione in mosaico della chiesa americana in Roma, e di vetrate, e di illustrazioni come 
quella del Virgilio, in una parola di tutta quella collaborazione all'opera di rinnovamento 
delle arti decorative compiuta da William Morris. Pochi i ritratti, fra i quali quello di sua 
figlia, mistress I. \V. Mackail, del figlio di J. Comyns Carr, di miss Ann Gaskell, e una 
bella testa di Paderewski. 

-, il Rurne-Jones fu nominato socio dell'Accademia Reale; vi espose una sola 
tela, Le Profondità dei mari, e, odiatore com'era degli onori ufficiali, nel 1899 di- 
dimissioni. 

L'opera e la vita di questo grande artista presentano una veri uniti 
sempre intento a realizzare il suo ideale; visse in mezzo ai più bei sogni di cui un artista 
si sia m ii ompiaciuto; la realtà del momento non esisteva per lui, non parchi 

. ma perchè in verità si può dire che non la vedeva: egli teneva gli occhi rivolti in 
alto. ndo la vita in forme superiori a quelle che l'ambiente contemporaneo po- 

teva fornirgli. Eppure, il suo modo di sentire è schiettamente moderno; no, egli ri 
limitò — come gli fu rimproverato segnatamente da coloro che non conobbero tut: 
pera sua — a copiare il Carpaccio, il Botticelli, il M interna: attraverso alle evocazioni 
dell'antichità e del medio evo, di cui ti il mago delizioso, si vede un'anima, uno 

spirito, una sensibilità moderna; e per quanto ricordi gli antichi maestri italiani al cui 
culto s'era votato, tuttavia rimane un artista moderno e inglese: egli ha il senso del mi- 
stero, l'amore dell'invisibile, il culto delle cose profonde e ignote —tutti caratteri propri 
deirli uomini del settentrione; ed è curioso il vederlo esprimere tali cose con un amore 
della forma, con un sentimento della bellezza, con una serenità di plastica che sono qua- 
lità proprie soltanto dei meridionali. Per questo egli potè dire cose tenere, granose e in- 
sieme profonde, che nessun altro aveva detto prima di lui : questo il segreto della sua 
irresistibile seduzione. 

Giustamente il Ruskin lo chiamò « il pittore della mitologia ». Il suo merito — 
il Ruskin — è quello di aver messo a servizio dell'immaginazione del passato l'arte di cui 
ta spesso mancò. Ina grande tenerezza, una larga simpatia lo resero capace di armo- 
nizzare le leggende delle mitologie del settentrione e quelle della mitologia greca ; prima 
di lui, fra le scuole classiche e l'arte cristiana c'era stato antagonismo; l'arte di Edward 
Hurne-Jones rappresenta la transizione dalla mitologia ateniese alla mitologia cristiana. 

Tutto ciò è indubbiamente vero; ma c'è un'altra cosa che accresce agli occhi nostri 
i meriti già grandi di questo artista meraviglioso, e sulla quale è bene insistere : che, cioè, 



SOMMARI 183 



attraverso ai simboli, alle leggende, ai miti di cui si fece interprete, egli rimase un uomo 
della sua razza e del suo tempo. Il tipo di quelle donne dalla tinta pallida, dalla carna- 
gione d'avorio, dallo sguardo un po' bestiale e in cui nello stesso tempo si riflettono i 
sogni interni, dal mento accentuato, dalla fronte alquanto bassa, il tipo di queste donne, 
checché se ne dica, è non meno profondamente inglese di quanto sieno italiane le Veneri, 
le Madonne, la Primavera di Sandro Botticella Quanto poi al fondo sul quale egli mette 
i suoi personaggi, esso attesta una fantasia moderna, un sentimento della natura e della 
ornamentazione che ricorda i Primitivi solo con la sincerità della ricerca e con la sponta- 
neità di una immaginazione sempre squisita. Belli i gesti e gli atteggiamenti, belle e ar- 
moniose le forme in quest'opera incantevole e grandiosa, belle le figure piene di espres- 
sione, viventi di una vita languida e stanca in quel mondo misterioso del passato con 
un'anima e uno spirito dei giorni nostri, sotto gli ornamenti di « quella beltà dolorosa e 
pensosa che fa — dice entusiasticamente il Rossetti — dell'opera di Burne-Jones un'opera 
unica, non solo nell'arte inglese, ma nell'arte di tutti i paesi e di tutti i tempi ». 



SOMMARI 



Annals of the American Academy (luglio), Philadelphia : 

Lo studio e l' insegnamento della sociologia. — Sociologia e filantropia. — Oscillazioni 
in politica. — Note personali. — Governo municipale. 

Appleton's Popular Science Monthly (luglio), New York : 

L'evoluzione delle colonie. — Previsioni del tempo. — La filosofia dell'insegnamento ma- 
nuale. — Su certe specie di gatti. — La questione del grano. — Il linguaggio del- 
l'occhio. — Maria Agnesi. — Corrispondenza. — Letteratura scientifica. — Note. 

Atlantic Monthly (agosto), Boston: 

Il vecchio mondo nel nuovo. — La tendenza del secolo. — Il miglior fondamento della 
cultura inglese. — Aspetti trascurati della Rivoluzione. — Luci e ombre del carattere 
spagnuolo. — Reminiscenze di un astronomo. — Edoardo Bellamv. — Della demo- 
crazia. — Racconti, Poesie. 

Century Magazine (agosto), New York : 

Un monumento artico in onore di Tennyson. — Le sette maraviglie del mondo. — Eroi 
del mare. — I ritratti di donne di Gilberto Stuart. — L'isola di Porto Rico. — Fatti 
intorno alle Filippine. — La vita a Manilla. — Un pittore con la flotta dell'ammira- 
glio Sampson. — La rigenerazione sanitaria di Avana — I vecchi pittori inglesi, del 
Cole. — Cuba. — Una madre spagnuola. — In che modo l'India ha conservato le sue 
foreste. — Racconti, Poesie, Illustrazioni (numerose e bellissime). 

Contemporary Review (agosto), Londra: 

Il futuro impero degli Inglesi nell'estremo Oriente. — Libero scambio e politica estera. 
— Edoardo Burne-Jones. — L'arte del ricatto. — L'imagine di Cristo. — La disfatta 



184 MINERVA 

dei re del petrolio. — La successione apostolica. — Come le tavole della comunione 
venivano collocate a mo' di altari. — Le prospettive della Federazione Australiana. — 
Venticinque anni nella Londra orientale (quartieri più poveri). — Il liberalismo e l'im- 
pero (britannico). 

Edinburgh Review (luglio), Londra: 

La crisi interna austriaca. — Le fiabe considerate come letteratura. — La teoria della 
poesia e dell'arte di Aristotele. — Le società « pranzanti > di Londra. — La purifi- 
cazione delle fogne e dell'acqua. — Due secoli di arte francese. — L'ammiraglio Duncan 
e la difesa navale presente e futura. — La sopravvivenza e la distruzione degli ani- 
mali in Inghilterra. — La politica inglese nella Cina. 

Fortnightly Review (agosto), Londra: 

La crisi dinastica in Ispagna. — Il vero Cyrano de Bergerac. — Le difficoltà a Sierra 
I -one. — I due Byron. — John Morley. — Un poeta dello Shropshire. — Protestan- 
tesimo e sacerdotalismo. — Edoardo Burne-Jones. — Per prevenire la tisi. — L'ono- 
. ole Chamberlain come Ministro degli Esteri. 

Frank Leslie's Popular Monthly (agosto), New York: 

•rcito drilli Stati Uniti. — Don Carlos. — Andrea Jackson: sua vita, suoi tempi, 
suoi contemporanei. - Imagini miracolose. — Balaclava. — Le confessioni religiose 
dell'America. — Una vittoria disastrosa. — Kansas City. — Racconti, Poesie, Illustra- 
zioni. 

Harper's Monthly Magazine (agosto), Londra: 

ta dei condannati in Siberia. — Sotto il fascino del Grand Canon. — Il Lord giu- 
dice supremo. — Se la Regina avesse abdicato. — L'on. Gladstone : remii 
aneddoti, considerazioni. — Racconti, Poesie, Illustrazioni (molte e belle). 

M.c Clure's Magazine (agosto), New York : 
■ nti. — L'Europa militare. — Uomini e fatti della guerra civile. 

Music (agosto), Chicago: 

■noia [ngeborg Dronsart. — Glinka, il fondatore della scuola di musica russa. — 
Sugli insegnamenti preliminari agli allievi che studiano il pianoforte. — Coltiva/ 
del gusto nel pubblico. — Note bibliografiche, personali; croni 

Nineteenth Century (agosto), Londra : 

L'on. Gladstone e il suo partito. — Inghilterra e America. — Gli Spagnuoli a Cuba. — 
L'Università dì Oxford nel 1898. — La situazione teatrale. — L'inchiesta sull'usura. — 
1 1.1 vegetarianismo. — Assassinio commerciale. — Scienza recente. — Si doni inda che 
si insegnino meglio le maniere. — Un mito intorno a Gordon. — La tassazione del 
valore del terreno. - Herbert Spencer in difesa 1 SSO. — Giornalismo « giallo » 

in America. 

North American Review (agosto), New York: 

Che cosa hanno fatto gli Unionisti per l'Irlanda. — Shakespeare nel 1898. — I brandi 

Lajghi, e la supremazia commerciale degli Stati Uniti. — La commissione unita an- 

• americana. — Il Senato degli Stati Uniti. — L'abdicazione dell'uomo. — Lo zio- 

nismo. — I cimiteri come una minaccia al bene pubblico. — Possedimenti lontani. — 

Note e conienti. 

Review of Reviews (luglio), Londra : 

Cronaca politica. — Necrologia. — Rivista delle Riviste. — L'associazione anglo-ameri- 
cana. — L'apprendimento delle lingue per mezzo di corrispondenza. — Libri. — Sommari. 

Studio (luglio), Londra : 

L'opera di Bertram Priestman. — Mobili del Palazzo Nuovo a Darmstadt. — Terre cotte 
di Tanagra. — Sullo scultore Rodin e il suo monumento a Balzac. — La Società In- 
ternazionale dei Pittori. Scultori e Incisori. — Note. 



SOMMARI 185 



Westminster Review (agosto), Londra: 

La situazione politica nella Colonia del Capo. — L'istruzione e il benessere nazionale. — 
Il vero secreto della grandezza e dell'influenza di Gladstone. — L'umanità di John S. 
Mill. — Un' alleanza anglo-americana. — La dottrina di Monroe. — La Smilhsoman 
Institution. — Problemi di morale sollevati dalle opere di Hall Caine — Consigli po- 
litici all'operaio. — Sull'interpretazione di Emily Bronté. — Esame del bilancio. — Re- 
censioni. 



Deutsche Revue (agosto), Stuttgart: 

Conversazioni e lettere inedite di Gladstone. — L' influenza della fisica sulla scienza e sulla 
vita pubblica. — Ernesto Renan e le questioni religiose in Francia. — L'alleanza an- 
glosassone (celtica ?)-germanica. — Vecchie e nuove ipotesi intorno alla fonte dell'atti- 
vità vitale. — La legge biblica sviluppata nel Talmud. — Due uomini di Stato tede- 
schi. — Nelle Indie occidentali. - L'insulto dell'ambasciatore francese Bernadotte a 
Vienna nel 1798. — La dinastia spagnuola, la regina reggente e la Corte. — Rivista 
scientifica. — Recensioni. — Racconti. 

Deutsche Rundschau (agosto), Berlino: 

L'ultimo tribunale d' Inquisizione sulla filosofia moderna. — Atene nel tempo del suo mas- 
simo fiore. — Il Baden nell'antico Bund e nel nuovo impero. — La società di Corte 
prussiana. — Federico Felice von Behr-Schmoldow. — Rassegna politica. — Ferdi- 
nando Cohn. — Stanley ed Emin Pascià. — L'avvenire della razza bianca. — Recensioni. 

Die Nation (16 luglio), Berlino: 

Rassegna politica settimanale. — Estensione e forza del liberalismo. — La derivazione delle 
acque. — Il « Re di Roma ». — Per la storia e per la psicologia dei processi contro 
le streghe. — Un vecchio problema. — Leone Bloy e il suo ultimo volume. 

— (23 luglio) : Rassegna politica settimanale. — Politica doganale. — Le spese per le vie 
acquee naturali. — Teodoro Fontane. — La storia dei dolori delle Isole Sandwich. — 
La produzione drammatica in Austria. — Recensioni. 

— (30 luglio) : Rassegna politica settimanale. — Effetti della guerra. — Max von Forkem- 
beck. — Le spese per le vie acquee naturali. — La storia dei dolori delle Isole Sand- 
wich. — La « Johanna » di Bjòrn Bjornson. — Sermoneta, Norma, Cori. — Libri. 

— (6 agosto): Rassegna politica settimanale. — Bismarck. — Conseguenze di forti dazi 
sul cotone. — Giulio Michelet. — La storia dei dolori delle Isole Sandwich. — Gesel- 
schap e Gehrs. — Una scoperta letteraria. — Recensioni. 

— (r3 agosto): Rassegna politica settimanale. — Prima delle elezioni provinciali. — La 
crisi austriaca. — Carlo Gehrts. — La storia dei dolori delle Isole Sandwich. — Evelyn 
Innes. — Rousseau. 

Neue Deutsche Rundschau (agosto), Berlino: 

L'antropologia criminale e il suo nuovo sviluppo. — L'arte moderna del paesaggio. — 
Nuovi libri tedeschi. — Peregrinazioni nel Sinai. — Parigi 1898. — Racconti. 

Nord und Sud (agosto), Breslau : 

Le vie dell'amore. — Arturo Schnitzler. — I viaggi di madama Geoft'rin in Polonia. — 
Se l' uomo sia sulla terra per godere o per agire. — Ralph Engelhardt. — Canti e 
poesie della Cina. — Bibliografia. 

Preussische Jahrbtìcher (agosto), Berlino: 

Il generale von Góben. — L'assistenza giuridica internazionale in questioni penali. — Piani 
di Napoleone per uno sbarco in Inghilterra dal 1803 al 1805. — Il panceltismo nella 
Gran Brettagna e neh' Irlanda. — Kunt Hamsun. — Notizie e recensioni. — Corri- 
spondenza politica. 



I 8 6 MINERVA 

Westermanns Monatshefte (agosto), Braunschweig: 

Sulla via Flambai* e sul Pincio. — I due ideali femminili dei Germani. — Dall'Oriente 
dell'Occidente. — La credenza moderna negli spettri. — Bacchilide. — Racconti. — 
Illustrazioni. — Recensioni. 

Die Zeit (16 luglio), Vienna: 

La questione delle lingue in Austria. — La mutabilità slava in pratica. — Come hanno 
trattato gli Spagnuoli le loro colonie ? — Una convertita. — Alfredo Lichtwark. — Re- 
miniscenze e profili italiani. — Ricordi di Giovanni Brahms. — la settimana. — Libri. 

— Rivista delle riviste. — Racconti. 

— 13 luglio): Riforma tributaria e diritto elettorale. — Alcuni problemi sociali. — Lo- 
dovico Bamberger. — Osservazioni a proposito della questione femminile. — Polimetro. 

— La settimana, ecc. 

— (30 luglio): I fondamenti psichici dell'innocenza di Alfredo Dreyfus. - L'anno del 
giubileo considerato come anno economico. — Il socialismo municipale in Inghilterra. 

— Osservazioni a proposito della questione femminile. — Madama Condorcet. —Tec- 
nica ed estetica del romanzo. — Teatro. — La settimana, ecc. 

— (6 agosto: Bismarck. — Lo scandalo Dreyfus sotto il Governo radicale. — Statistica 
del lavoro. — Le navi aeree dirigibili. — Gli ultimi giorni di Becber. — Bismarck e 
la poesia tedesca. — Il nudo nell'arte e Costantino Meunier. — Figli del positivismo. 

— La settimana, ecc. 

— La questione dinastica in Spagna. — Per la teoria del socialismo agrario. 
Il movimento femminista indiano e la Pundita Kamabai. — Gli ultimi giorni di 

Becher. — Il Palazzo di cristallo a Monaco. — Il nostro Fontane. — Teoria e storia 
della musica. — La settimana, ecc. 



Bibliothèque Universelle (agosto), Lausanne: 

bibliothèques pubtiques ini 1 d'Amérique. — Propos d'un aquareiliste — 

Chemin (aisast — l'n historien francais Kdoiiard Sayons). — La famille aux Ktats- 
Unia *1 romanciers. — Yillage de dames. — Une partie de bateau sur le 

Ri< — Notes sur l'Kgypte. — Chronique parisienne. — Chronique allemande. 

— Chronique anffisjse. — Chronique russe. — Chronique s< ientitìque. — Chronique 
politique. — Bulletin littéraire et bibliographique. 

Le Corrtspondant (2 > luglio), Parigi : 

ntenaire de l'expédition d'Egypte. — Correspondance d'une famille franco irlandaise 
so 1833). — A propos de P instruction militaire préparatoin- — — La 

aire d'auiourd'hui. — Une nouvelle oeuvre sociale. — Les deux évèques. — Les 
oeuvres et les hommes. — Chronique politique. 

Chateaubriand. — Bismarck. — Le monde aux Amèricains. — Les deux 
ques. — I.'Kspagne et le 15 aòut. — En vacances. — Revue des sciences. — Chro- 
mque politique. 

Le Devenir Social (giugno), Parigi: 

voltes et la réaction en Italie. — Salaire, prix et profits (suite et fin). — Ouelques 
questiona relatives lux dettes publiques (suite et fin). — Le mouvement socialiste a 
Pétranger. — Revue critique. — Notes bibliographiques. 

Journal des Économistes (15 luglio), Parigi: 

Ouelques considérations sur la rente et le profit. — Le socialisme dans le clergé. — Le 
mouvement tinancier et commercial. — Revue des principales publications économi- 
ques de Pétranger. — Trois grands « acts » de Gladstone 1855-186 1-1870. — Les so- 
1 u us de crédit en 1S97. — Voix d'outre-tombe. — Bulletin. — Notices bibliographi- 
ques. — Chronique économique. 



i 



SOMMARI 187 



Le Monde Moderne (agosto), Parigi: 

L'héritage de l'onde Florot. — Sur le Nil. — Les maitres de la littérature du Nord. — 
Annecy. — Les Salons de 1898. — Le mouvement liltéraire. — Evénements géogra- 
phiques et coloniaux. — Chronique théàtrale. — La Musique. 

La Nouvelle Revue (15 luglio), Parigi: 

An Montenegro. — Remarques sur l'armée francaise de 1792 à 1808. — Chez les Hovas, 
au Pays Rouge, par Jean Carol. — Comment nait un empire. — Histoire extraordi- 
naire d'un Pompéien ressuscité. — La préhistoire dans les mythes. — La Bète du Gé- 
vaudan. — La navigabilité de la Loire. — Les Iles Joniennes pendant 1' occupation 
francaise 1797-1799. — Lettres sur la politique extérieure. 

— (agosto : Le service de deux ans. — William Ewart Gladstone. — Gustave Moreau. 
— Histoire extraordinaire d'un Pompéien ressuscité. — Le Marquis Visconti-Venosta. 
La navigabilité de la Loire. — Rève d'étape. — Dans la boucle du Niger. — Lettres 
sur la politique extérieure. — Pages courtes. — La quinzaine. 

Nouvelle Revue Internationale (15 luglio), Parigi: 

Revue de la politique européenne. — Lettre d'une voyageuse en Belgique. — Rattazzi, 
par un témoin de sa vie. — Le testament de Michelet. — Souvenirs historiques. — 
Tamayo Baus. — Un Grand d'Espagne. — Chronique de l'élégance. — Bulletin bi— 
bliographique. — Bulletin financier. 






La Réforme Sociale (luglio-agosto), Parigi: 

Rapport sur les prix destinés à honorer les vertus de famille et l'attachement à l'atelier. 

— La Socièté d'Economie sociale et les unions en 1897-9S. — La réfection du cadastre. 

— Arrondissements et pays de France, ecc. — Des associations de crédit du groupe 
Haas dans le Grand-Duché de Hesse, ecc. — La Loi Belge sur les syndicats profes- 
sionnels ecc. — Le regime concordataire dans une colonie britannique. — Une page 
de l'histoire de la Revolution et les pauvres. — Les conférences sociales des employés 
de commerce de Lille. — L'état actuel de la question des retraites ouvrières en France. 

— La division de la propriété et la densité de la population dans les généralités d\A- 
lencon et de Caen avant la revolution. — Buffon et Lafayette manifacturiers. — L'office 
centrai des oeuvres de bienfaisance. — La Maison de famille de la rue de Maubeuge 
pour les jeunes ouvrières. — Les institutions en faveur des aveugles. — Les ateliers 
de Mm. Muller et Roger. — L' organisation de la charité privée. — Chronique du 
mouvement social. — Bibliographie. 

Revue Bleue (16 luglio), Parigi: 

Le coeur de la princesse Osra. — Subordonnés et chefs. — Une séance à la Chambre 
du Japon. — L'Alpe dauphinoise. — L'ouvrier américain. — Notes et impressions. — 
Chronique des lettres. 

— (23 luglio) : Du berger à la bergère. — Portraits contemporains. — Le coeur de la 
princesse Osra. — Voltaire diplomate. — Les carrières industrielles et commerciales 
et la jeunesse. — Les imprimeurs parisiens du xvi e siècle. — Autres choses. — Bulletin. 

— (30 luglio): La sante publique. — Mélac et l' incendie du Palatinat. — Le coeur de 
la princesse Osra. — La galanterie de Christian le Brigand. — Livres nouveaux. — 
La caricature politique contemporaine. — Variétés. — Politique extérieure. — Bulletin. 

— 16 agosto): Mon premier procès. — Bismarck. — Le coeur de la princesse Osra. — 
L'homme de lettres en ménage. — La question d'Egypte àtravers les siècles. — Mé- 
moires d'un commis libraire. — L'tglise et l'Etat depuis 1789. 

Revue Britannique (luglio), Parigi: 

Les proscriptions de races et leurs conséquences politico-économiques. — Grandeur et 
décadence d'un héros: Le Due Brunswick. — Les navigateurs portugais. — L'origine 
de la pensée. — Lohengrin a l'Opera. — Correspondances : d'Orient, de Belgique, d'Italie, 
d'Allemagne, d'Amérique. — Bibliographie. 



1 88 MINERVA 

Revue de Paris (i° agosto), Parigi: 

La Salle n. 6. — La guerre aux Philippines. — M. Buffet. — La Force — Yénétie et 
Toscane. — Le Ruisseau. — Le public et la foule. — L'alliance franco-russe et les 
Etats balkaniques. 

Revue des Deux Mondes (agosto), Parigi: 

oncert européen. — Dans les roses. — La bataille de Waterloo: (De six heures du 
matin a trois heures de l'après-midi). — Aux fiancs du vase. — Les fiuances des Etats- 
l.'nis. — Rubens chez lui. — Questions scienti fiques. — Une correspondance secrète pen- 
dant la revolution. — Revue dramatique. — Deux tragédies chrétiennes: Mandine, 
et P Incendie de Rome. — Chronique de la quinzaine. — Bulletin bibliographique. 

Revue du Monde Catholique (agosto) Parigi : 

Campagne de la « Naiade ». — Les origines et les responsabilitès de l'insurrection ren- 

enne. — La Chine et les étrangers. — La révocation de l'èdit de Nantes. — l'i- 

chegru et l'arrestation de Hoche-Carnot. — L'armée espagnole. — Le théàtre et lea 

idee*. — L'origine et les progrès de l'éducation dans le Maryland. — Au general Billot. 

— Pour Pautel et le foyer. — Autour du monde. 

La Revue du Palais (i" agosto), Pari. 

Un procés crìmine] sous Philippe-le-Bel. — In grand tnarìage sous la Restauration. — 

Oli en est la Revolution: Un petit-fìls d'Arthur Voung. — Michelet et la 1 rance. — 

Promenade en Irìande (Aoftt 179S1. — L'Ame du Criminel. — Lei Ann — 
Imprcssions de musicale. — Chronique. 

Revue Encyclopédique Larousse (16 luglio), Parigi: 

Meline. — Revue agricole. — Alfred Ernst. — Fall meni . — lllu- 

strations. 

— 1 , luglio : Speleologie : Abimes et cavernes. — Revue Ihteraire. — L'abouHe, mal 
du public, a propos de la cri ùts et documenta. — Peate et fintine 
dans l'Inde anglaiae. - Lhrrea et revues. — Illustrations. 

■ luglio : Musees nationaux — Li ttératur e allemande. — Politique. — Traii 
turco-grec — Paini et documents. — Périodiques. — L'actualit 

Revue Generale des sciences pures et appliquées (luglio), Parigi: 

moteurs à combustion. — Ine nouvelle sul» 
nium. — nix a haute dilatation à base d'acide borique. — Lea nouvellea Ga- 

lerìes ilu Musèum d'Hiatoire natoreUe. — L'associarion des anatomistea. — La pro- 
tectinn des eaui potabtes naturelles. — Le rote des prìncipea dana ; >liy - 

siques. — I.'i.tat actuel ile la fabrication de la soie arti fu ielle en E rance. 

La Revue Hebdomadaire (16 luglio), Parigi : 

Le tribut paaaionnel. — D'Ingolstadt à Coulmiers (1870). — La peur de Jacques. — Une 
promenade en limousin. — La Grande Roquette. — Sonnets. — A travers l'histoire: 
Francois d'Assise. — Chronique dramatique. — Chronique. 

13 luglio : Le tribut passionnel. — Une promenade en Limousin. — La peur de 
Jacques. — La («rande Roquette. — An Conservatole. — Vues rapides. — Les co- 
lonies scolaires. — Chronique. 

— (30 luglio): Le poste des neiges. — (Juelques pages inédites sur la revolution de Juillet. 

— Le tribut passionnel. — Un « raid » prinrier a travers le monde. — Une prome- 
nade en Limousin. — Le mois scientifique. — La tragèdie et l'esprit francais. — 
l'n souvenir. — L' « Affaiblissement durable ». — Chronique. 

— (6 agosto) : Le poste des neiges. — Quelques souvenirs sur la Terreur. — Le tribut 
passionnel. — Les dernières annèes de Chateaubriand. — La collection des aquarelles 
au Musèe de l'armée. — Chateaubriand et Michelet. — Chronique musicale. — Chronique. 

— agosto): Le poste des neiges. — La cour de Napoléon 1 eT . — Le tribut passion- 
nel. — In dramaturge portugais. — Le vicomte d'Almeida Garretti. — Croquis bre- 
tons (poésies). — Simeon Luce et la guerre de Cent ans. — Chronique. 






SOMMARI 189 

Revue pour les jeunes fìlles (20 luglio), Parigi: 

Le centenaire de Michelet. — Lettres de Belgique. — Mayotte, roman (suite). — Cel- 
les qui gagnent leur vie : les femmes médecins. — Petits tableaux : En Espagne : Un 
Roi et une Reine. — L'art des bouquets. — La Baronne de Préjoizin (fin). — Une 
partie de Golf à Mesnil le-Roi. — Revue des Revues étrangères. — Peine cachée (nou- 
velle). — La vie à Paris. 

— (5 agosto): Leconte de Lisle. — Notes sur l'Italie du Nord. — Sur la grande route, 
dans l'Ouest américain. — Méditation sur la guerre. — Causerie sur les sciences. — 
Les grands magasins à l'étranger. — Revues des Revues francaises. — L'economie de 
la force à bicyclette. — Peine cachée, nouvelle (fin). 

Revue ScientiQque (16 luglio), Parigi: 

Le centenaire du Conservatoire des arts et métiers. — Les mammifères fossiles de Pata- 
gonia — L'influence des sels minéraux sur la forme et la structure des végétaux. — 
L'utilisation du suint en hygiène. — Causerie bibliographique. — Chroniques, notes 
et informations. — Bibliographie et bulletin météorologique. 

— (23 luglio) : L'èvaluation sensorielle des longueurs. — Auguste Voisin. — La transfor- 
mation de nos chemins de fer en voies électriques. — Les récents progrès de l'astro- 
nomie. — Causerie bibliographique. — Chroniques, notes et informations. — Biblio- 
graphie et bulletin météorologique. 

— (30 luglio) : Chimie generale. — Art militaire. — Ethnographie. — Causerie biblio- 
graphique. — Académie des sciences de Paris. — Chronique, notes et informations. 

— Bibliographie et bulletin météorologique. 

— (6 agosto): Les oiseaux dans l'industrie à travers les ages. — Causerie bibliographique. 

— Chroniques, notes et informations. — Bibliographie et bulletin météorologique. 

La Revue Socialiste (15 luglio), Parigi: 

Les élections en Belgique. — Notre décadence économique. — Sur la propriété et les 
Pères de l'^glise. — Le Congrès international d'hygiène et de démographie de Ma- 
drid (suite). — Michelet (A propos de son centenaire). — La lutte pour l'existence et 
l'association. — Le parti socialiste francais en 1898. — Mouvement social. — Notices 
bibliographiques. — Courrier des théàtres. 

Revue Universitaire (15 luglio), Parigi: 

Michelet professeur. — L'étude pratique des langues vivantes et les échanges d'enfants. 

— Le livret scolaire. — Du récrutement régional des professeurs. — Communications 
diverses. — Lectures francaises et étrangères. — Bibliographie. — Chronique du mois. 



Emporium (agosto), Bergamo : 

Artisti contemporanei: Augusto Rodin. — Illustri contemporanei: John Ruskin. — Nel 
centenario di Giacomo Leopardi : saggio di una iconografia leopardiana. — Giacomo 
Leopardi e l'anima moderna. — La lavorazione elettrica dei metalli. 

Giornale degli Economisti (agosto), Roma: 

La situazione del mercato monetario. — Illusione finanziaria mediante associazione delle 
penedelle imposte fra loro e con altre pene. — Lo stato d'assedio e i tribunali di guerra. 
— L'antisemitismo in Algeria: l'altra campana. — La nuova legge francese sulla re- 
sponsabilità degli infortuni sul lavoro. — « Municipal affaires ». — Previdenza. — Cro- 
naca. — Rassegna delle riviste. — Nuove pubblicazioni. — Note bibliografiche. — 
Necrologia (Felice De Rocca). 

Natura ed Arte (i° agosto), Roma: 

Felice Cavallotti, drammaturgo e poeta. — Reminiscenze di Monte Carlo. — Il capola- 
voro di Giuseppe Bezzuoli. — I Graffiti. — Uomini e cose della Spagna. — Vedute ma- 
remmane. — Facezie e burle. — Il profumo. — Rassegne. — Corrispondenze. — Note 
bibliografiche. — Racconti. — Poesie. — Illustrazioni. 



* 



190 MINERVA 

Nuova Antologia (16 luglio), Roma: 

Silvio Spaventa. — La vecchia casa (Romanzo). — La restaurazione pontificia in Roma- 
gna. — L'asceta (versi). — Mazzini e Parenzo nella cospirazione veneta (1865). — Le 
donne nella scienza. — L'arboricoltura negli Stati Uniti. — Autobiografia di un vete- 
rano. — L'utilizzazione delle forze idrauliche e la trazione elettrica sulle ferrovie. — 
Rassegna musicale. — Notizie letterarie. — Cronaca. 

— (agosto : Tomaso da Modena e la pittura antica in Treviso. — La vecchia casa (ro- 
manzo;. — Piccole riforme nell'istruzione superiore. — 11 Re Gioacchino Murat e la 
sua Corte (1808). — San Vitale alla tomba di Giacomo Leopardi. — Il Lido e Venezia. 

— La trazione elettrica sulle ferrovie. — Un ciabattino poeta. — Delle presenti con- 
dizioni d'Italia. — Cronaca, notizie, ecc. 

La Rassegna Nazionale (16 luglio), Firenze: 

Petizione al S. Padre. — Come la mitologia classica sia sopravvissuta al naufragio del 
paganesimo. — Sul lavoro italiano. — Una novella campagnuola. — Struttura morale 
e poetica del Paradiso dantesco. — La riforma dell'insegnamento classico moderno. — 
Impressioni a Torino. — L'Ameni veduta dall'estero. — Indulgenze colpe- 

voli. — La parola di un poeta. — Rassegna politica. — Notizie. 

— -osio : Lenoni per noi. — In buon « Corso di Filosofia». — Anco una volta di 

a da Rimini. — 11 Ministro Vincenzo Ricci. — Bianca C'appello ^co I 

de' Medici. — l'n duello (romanzo). — Per un libro di alpinismo scientifico. — 
terina (novella). — Evoluzione a. — Se il potere temporale possa mai diven- 

tare un quasi domina. — Rassegna politica. — Notizie. — Rassegna hibliogra: 

La Riforma Sociale ( 1 5 luglio), Torino : 

e la finanza inglese. — L'imposta complementare sul patrimonio. — La ; 
tensione della vita municipak — Appunti bibliografici. — 

«Ittica. — Croi. .mico-finanziaria. 

Rivista di Filologia (luglio), Torino: 

editi. — Sugli acrostici dell' Ilias latina. !>'un 

<li P. Vergilius Maro sulle gesta di -- Sul IV libre dell' — A pro- 

posito di un facsimile «li parte del codice p.< Bello lucanio quod Dio- 

nysius min<>: ,1» imperio composuerit — Un nuovo papiro Omeri blio- 

iia. Ras» gna di pubblicazioni periodiche. 

Rivista d'Italia (15 luglio), Roma: 

ino Savonarola e l'ora presente. — L'esercito e la teoria del militarismo. — Ali- 
li ramo d'ulivo (commedia). — Schifanoja. — L'amore nel Leo- 
pardi. — òli Italiani a Costantinopoli. — Controversia leopardiana. — \ . dell l I '..una. 

— Rassegne. — Illustrazioni. 

Rivista Musicale Italiana (anno V, fase. 3 ), Torino : 

La musica [strumentale in Italia nei secoli XVI, xvii e xviii. — In rivai de Beeth 

— Il musicometro. — La musica in Inghilterra. — Sull'uso delle vocali nell' insegna- 
ménto ilei canto. — I concerti delle nazioni. — L'evoluzione nella musica. — Recen- 
sioni. — Notizie. 

Rivista Politica e Letteraria (agosto), Roma : 

L'onorevole Canevaro, ministro degli altari esteri. — La prima visione (romanzo). — La 
qu< graiia. — l'n sogno. — La rivincita dell' Italia tu). — Monarchia, Garibaldi 

e moderati. — Giov. Prati nella intimità. — L'esportazione della forza. — Esposizione 
di viticoltura, enologia e industrie affini in Asti. — Corriere dell'Esposizione. — Rivista 
economica e finanziaria. — Bibliografia. 

Rivista di Sociologia (giugno), Roma: 

Note critiche. — Le recenti sommosse d'Italia. — La politica italiana. — Per la geografia 
commerciale. — I rapporti economici austro-ungarici. — Memorie originali. — Il prin- 



LIBRI RICEVUTI I9I 



cipio dell'utile nell'etica sociale e nel diritto. — L'arte come fattore di evoluzione so- 
ciale. — Intorno ad una legge ultima dell'evoluzione umana. — Movimento sociolo- 
gico. — Comunicazioni. — Pubblicazioni sociologiche. 

Rivista Storica del Risorgimento Italiano (agosto), Torino : 

Il Duca di Modena e la campagna del 1859 — Mantova dal 18 marzo al 2 aprile 1S48. — 
Genova nel primo quadrimestre del 1848. — Livorno nel 1846. — Varietà e aneddoti sto- 
rici. — Recensioni e notizie. 

La Vita Internazionale (20 luglio), Milano: 

Il prossimo avvenire. — L'emigrazione dell' ingegno. — Il principio di nazionalità. — An- 
cora del d'Annunzio e del Vangelo della bellezza. — La verginità. — I ribelli e la 
scuola popolare. — L'ora presente del commercio in Italia. — Mater Triumphalis (no- 
vellai. — La latinità e la disfatta spagnuola. — Risposte alla nostra inchiesta. — Va- 
canze. — Nel mondo dei libri. — Idee e fatti. 

— (5 agosto) : Gli Stati Uniti e 1' Europa. — Variazioni statistiche. — Carattere ed efficacia 
dell'educazione sul popolo. — I rimpianti (novella). — Le tessitrici (poesia). — Il lago 
di Garda. — Un ufficio internazionale per lo scambio di studenti. — Scienza e super- 
stizione. — Eugenia Potonié-Pierre. — Risposta alla nostra inchiesta. — Ottone di Bis- 
marck — Occhiate in giro. — Idee e fatti. 



LIBRI RICEVUTI 



R. P. X. M. Le Bachelet. — De l'Apologétique <c traditionnelle » et de l'apologé- 
tique « moderne » - Paris, P. Lethielleux, 1898: pagg. 157, fr. 1.50. 

Sem Benelli. — Edipo Re, tragedia di Sofocle (nuovamente tradotta) - Firenze, presso 
il * Marzocco », 1898: pagg. 140, lire 2. 

Dott. Giuseppe Catinella. — Della natura giuridica dei Vescovati di Sicilia - Pa- 
lermo, Alberto Reber, 1S98 : pagg. 74, lire 2. 50. 

Xr. Leone Cuello. — Odi ed Amori (Racconti, lettere e bozzetti' - Roma, tip. Fo- 
rense, 189S: pagg. 156, lire 3. 

Dott. Vittorio Dantelli. — Le proprietà collettive e gli usi civici d'Italia - Pesaro, 
stab. tip. litog. Nobili, 189S: pagg. 204, lire. 5. 

Federico De Roberto. — Giacomo Leopardi - Milano, frat. Treves, 1S9S: pa- 
gine 300, lire 3. 

Gian della Quercia. — Il Risveglio (romanzo) - Milano, frat. Treves editori, 1898; 
Pagg. 385, lire 3.50. 

Avv. Francesco Ercole. — Dei partiti politici e del parlamentarismo - Teramo, 
tip. del « Corriere Abruzzese », 1898, pagg. 43. 

Mario Ferraresi. — Fantasime (Nuove poesie) -Ferrara, tip. Taddei, 1S9S: pagtr. 
lire 2. 50. 

1 Flkres. — L'Anello (romanzo) - Milano, Treves, 1898: pagg. 341, lire 3.50. 
Avv. Tiro Gambardella. — Padrini e testimoni del duello - Napoli, stab. tipogr. 
Pierru e Veraldi, 1898: pagg. 21. 

Prof. Ulisse Gobbi. — II nuovo progetto di legge sui dazi comunali - Milano, a cura 
dell'Unione elettorale monarchica del i° collegio, 1S98: pagg. 46. 

Abbé H. Hbmmer. — Vie du cardinal Manning - Paris, P. Lethielleux. 1S98: pa- 
gine 494, fr. 5. 

Dott Alessandro Mksska. —L'igiene nella educazione- Alessandria, Gazzotti e C, 1S9S: 
Pagg. 40. 



I 9 ^ MINERVA 

E. C. Min.iard. — L'Homme-Dieu - Paris, P. Lethielleux, 1898: 2 volumi, pagg. 335, 
359. fr. 7. 

LéOPOl D Novali (L. Crilanovich). — Pages posthumes - Gènes, inipr. du R. I. Sourds- 
Muets, 1898: pagg. 179, fr. 2.50. 

Tu. Xeal (Angelo Cecconi). — Studi di letteratura e d'arte - Firenze, presso il « .Mar- 
zocco », 1898: pagg. 252, lire 2.50. 

Angiolo Orvieto. — La sposa mistica - Il velo di Maya (Poesie) - Milano, fratelli 
Treves, 1898: pagg. 219, lire 3. 

m.ivikki Sangiacomo, — La cultura degli ufficiali (conferenza) - Verona, stab. 
litografico C. Civelli, 1898: pagg. 20, lire 0.50. 

T. R. P. Oli.ivier. — L'Kglise - La raison d'étre - Paris, P, Lethielleux, 1898: pa- 
gine 356, fr. 5. 

'.. Panni i .1 a. — Pel primo centenario di Giacomo Leopardi - Teramo, tip. G. Fab- 
bri, 1S9.S: pag. 13. 

Nicola Pktrelli. — La legge logica - Catanzaro, tip. del giornale « Il Sud », 1898: 
. 22, lire 1. 

\ni 11. Portal. — Les origines de la vie et la paleontologie - Paris, Librairie 
Fìschbacher, 1*98: pagg. 42. 

MARIO Pi misi. — Le perfidie del caso (romanzo) - Milano, (rat. Treves, editori. 
pagg. 303, lire 3.50. 

— I.a missione della ragioneria negli Stati [moderni - Bari, tip. 
del « Corriere delle Puglie », 1898: Pagg. 84. 

Rottimi. — Bubbole e panzane (Novelle per i ragazzi) - Milano, f". Ili Treves, 
1898: pagg. 297, con illustr., lire 4. 

Salgari Emilio. — La Città dell'Oro - Milano, f.lli Treves edit., 1S9.S: pagg. 363, 
;llust., lire 5. 

1. — Trieste della Germani ;t«» dal « 

26. 

— Il 1848 - La preparazione (conferenza) - Roma, tip. Inno- 
1898: pagg. 28. 
Dott. ProVTDO SlUPRANM (ex-deputato). — Capitoli teorico-pratici di poi 
mentale b. tip. della «■ . », 1898: ì volumi, pagg. 439, 626. 

lire 15. 

1. — la moglie di Figaro (Novelle) - Cerignola, tip. edit. della S 
j, 2iu. lire 2. 
Lropoloo Iiiuki. — Miriana deggenda' - Perugia. (Joione tipograti'. 

ULRNGHI. — La Russie et l'union <' I'. Lethiel- 

fr. 2.50. 
Ito WRIl 1 . — Leggi e misteri della creazione - Versione del prof. Giuseppe 
Pugliese - Torino, S. I edit.. 1S98: pagg. 216, lire 3. 

si" Sikina. — Le rime a stampa di Francesco di Vannozzo da Voi pago - Tre- 
• l £g- 4'- 



Direttore: Federico Garlanda, ex-Deputato al Parlamento. 

Solfhiko Putti, gertnte. 



I 



Anno Vili, Num. 9 Settembre 1898 Vol. XVI 



BISMARCK XELLA STORIA UNIVERSALE 

(Da un articolo del prof. Hans Delbruck, Preussische Jahrbiicher, settembre) 



Di tutti quelli che hanno parlato di Bismarck in occasione della sua morte, chi Io ha 
considerato da un lato, chi da un altro, chi ne ha fatto rilevare sopratutto una qualità, 
chi un'altra. Ma lo storico che vuole avere una esatta idea del valore dell'uomo, deve 
metterlo a riscontro con gli altri grandi che lo precedettero nella storia dell'umanità, e 
cercare i punti di contatto fra lui e l'uno o l'altro di quei grandi. Siffatto confronto non 
è scevro di pericoli, ma d'altra parte non manca di attrattiva ed è eminentemente istruttivo. 

Il primo uomo di Stato che ci si presenti nella storia universale come uomo 
in carne ed ossa è Temistocle. In quest'uomo forte, geniale, astuto e previ- 
dente, un eminente storico, il Duncker, ha voluto vedere una figura che fa ri- 
scontro a quella di Bismarck. Temistocle persuase all'ultimo momento i suoi 
concittadini a costruire quella grande flotta che salvò l'Eliade e la civiltà; egli 
fece sì che, all'avvicinarsi di Serse, gli Ateniesi abbandonassero il paese e sa- 
crificassero la città per decidere la lotta sul mare; finalmente egli provocò la 
battaglia decisiva facendo verso il nemico la parte del traditore e inducendo 
col lamoso messaggio i Persiani ad assalire la flotta greca a Salamina. I sin- 
goli atti di Temistocle non presentano analogia con quelli di Bismarck, ma quel 
misto di audacia e di scaltrezza, quel provocare a forza una grande crisi con 
la ferma fiducia nella vittoria finale dimostra un'analogia di carattere che me- 
rita di essere rilevata. 

Di genere affatto opposto è il confronto con Pericle. La figura di quest'uomo 
di Stato sembra proprio l'opposto di quella di Bismarck : da una parte altezza 
e calma, dall'altra spirito bellicoso e appassionato; il nome di Pericle è legato 
indissolubilmente alla vita intellettuale e alla produzione artistica di Atene, 
mentre Bismarck non fu mai in relazione diretta con l'arte o con la scienza 
della nostra epoca. Quella che, però, si può confrontare è l'azione politica dei 
due uomini. La grandezza di Pericle consiste in questo: che egli, anche nel 
colmo della potenza ateniese, tenne questa potenza dentro i suoi limiti, e non 

Minerva, XVI. 13 



194 MINERVA 

volle toccare Sparta, e cercò per quanto potè d' impedire la guerra fra i due 
Stati; e che ciò non facesse per debolezza ma per accorgimento politico lo si 
vide dalla risolutezza con cui si slanciò nella guerra quando questa diventò ine- 
vitabile. Lo stesso contegno prudente e accorto tenne Bismarck verso l'Austria, 
cui egli risparmiò anche dopo averla vinta. 

A prima vista sembra che non vi sia nessuna analogia fra Bismarck, il par- 
lamentare scaltro e positivo, e Alessandro Magno, il guerriero romantico cer- 
catore di avventure. Ma nell'opera così diversa di questi due uomini si uova 
un tratto comune: che, cioè, tutti e due compirono il desiderio nutrito da più 
generazioni. Alessandro Magno stabilì l'unione nazionale degli Elleni stata già 
propugnata da Isocrate; Bismarck l'unità germanica predicata dall'Arndt. Quanto 
più raro è nella storia universale il caso che tutta una grande nazione si ap- 
passioni per uno scopo stabilito e trovi finalmente l'uomo che ne esaudì 
desideri al di là della speranza, tanto più questo caso merita di essere notato. 

Nella storia romana non e' è un uomo politico col quale Bismarck possa 
essere confrontato; tutt' al più gli ultimi anni e le disposizioni testamentarie 
del gran cancelliere possono far pensare al grande Scipione, il vincitore di An- 
nibale, che passò l'ultimo periodo della sua vita solitario e malcontento, lon- 
tano da Roma, in campagna, e in campagna volle esser sepolto e non nella 
tomba de'suoi antenati. Ma il vero riscontro all'opera politica di Bismarck si 
(cova, non nell'opera di un singolo uomo politico di Roma antica, bensì nel 
carattere di tutto lo Stato romano. La grande forza della repubblica romana 
consistette, come fu gii riconosciuto e mirabilmente dimostrato da Polibio, 
nell'equilibrio fra l'elemento aristocratico e il democratico, tutti e due in lotta 
continua e tutti e due al servizio dello Stato. L'aristocrazia romana è un'ari- 
stocrazia di funzionari, la quale può ben paragonarsi al funzionarismo (com- 
il corpo degli ufficiali) che regge lo Stato tedesco nella moderna mo- 
narchia; e a questa e al funzionarismo Bismarck contrappose l'elemento de- 
mocratico col Parlamento sorto dal suffragio universale. 

Il principe Bismarck stette non solo fuori e al di sopra dei partiti, ma seppe 
con arte meravigliosa unirsi ora a questo ora a quello e sfruttare or l'uno or 
l'altro per giungere al suo scopo, facendo anche delle concessioni, senza che 
per questo scemasse la sua autorità, senza che nessuno potesse rimproverargli 
debolezza e arrendevolezza. Per questo rispetto egli somiglia a quell'uomo al 
quale 1' impero tedesco del medio evo deve il suo splendore : Federico Barba- 
rossa; il quale, con una politica di savia moderazione e rinunziando all'impos- 
sibile, riunì la Germania scissa da guerre intestine, e per dar forza all'impero 
si alleò ora a questo ora a quello, e prima si unì a Enrico il Leone, poi, stret- 
tosi ai principi tedeschi, lo combattè; prima lottò col papato e poi cedette 



BISMARCK NELLA STORIA UNIVERSALE I95 

ottenendo per suo figlio il regno di Napoli e Sicilia dal quale potè meglio mi- 
nacciare il papa; e da ultimo, giunto alla sera della sua vita, raccolse in sé 
le idee dell'epoca mettendosi come eroe nazionale alla testa di una crociata 
predicata dalla Chiesa. 

Degli uomini non politici , quello che più spesso è stato confrontato con 
Bismarck è Lutero; ma se a tutti e due è comune la primitività germanica e 
il talento oratorio, del resto c'è un abisso fra 1' uomo politico pratico, calco- 
latore, e il religioso, fra il diplomatico e il professore di teologia. Tutti e due 
sono eroi nazionali e uomini senza paura; ma nel loro operare sono uno l'op- 
posto dell'altro: da una parte troviamo la politica pratica che appaga una brama 
lungamente nutrita, dall'altra l' idea religiosa che desta negli animi una nuova 
fede e nuove aspirazioni. 

La somiglianza fra Bismarck e Federico il Grande si limita a quelle qua- 
lità generali che sono proprie di tutti i grandi uomini: altezza di mente, scal- 
trezza, audacia, tenacia, disprezzo degli uomini. Federico il Grande è per sua 
natura uno spirito poetico-fìlosofico di cui solo la dignità regia ha fatto un 
uomo di Stato e un capitano; egli è re assoluto, ed egli solo decide e co- 
manda; gli manca l'arte, caratteristica in Bismarck, di trattare gli uomini e i 
partiti, ed egli non conosce la mutua influenza fra la politica interna e la po- 
litica estera. 

Molto maggiore analogia presenta Bismarck con Napoleone, per quanto di- 
versa sia la figura gigantesca del Junker tedesco dal piccolo e bruno Corso. 
Tutti e due sono compenetrati dall' idea di Stato e non hanno nessuna intima 
relazione colla scienza o coll'arte, benché tutti e due possano dirsi grandi ar- 
tisti della parola ; e tutti e due esercitano la politica interna secondo il metodo 
■della politica estera, ricorrono volentieri a mezzi violenti, lottano appassiona- 
tamente, non ripugnano dal valersi dell'opera di malfattori e cercano d' inti- 
midire gli avversari e di nuocergli. Che se la loro politica presenta un aspetto 
così diverso, ciò dipende non tanto da differenza di carattere e di spirito quanto 
dalla situazione infinitamente diversa in cui si trovarono : Napoleone era un par- 
venu diventato sovrano assoluto; Bismarck, Presidente dei ministri, Cancelliere 
dell' Impero e principe, rimane in fondo sempre il gentiluomo di antica razza, 
il vassallo del suo sovrano. L'ambizione naturale di Napoleone doveva neces- 
sariamente svilupparsi fino a toccare proporzioni incredibili; ma non fu, come 
una volta si credette, soltanto Y insaziabile smania di dominio che lo spinse 
avanti, sempre più avanti sulla via delle conquiste : le ultime . ricerche storiche 
hanno dimostrato che, per forza naturale delle cose, non poteva fare diversa- 
mente, giacché la Francia, quand'egli ne prese il comando, stava già in con- 
flitto incomponibile con la vecchia Europa, e nelle altre potenze il desiderio 



I96 MINERVA 

di conquiste non era meno grande di quel che fosse in lui. A questi stimoli 
egli non seppe resistere; Bismarck, invece, seppe opporsi alla tentazione di ec- 
cedere e di abusare della vittoria sull'Austria, resistendo perfino al suo so- 
vrano, che dopo Kòniggràtz voleva entrare in Vienna. Questo è merito altis- 
simo di Bismarck, e qui sta la differenza fondamentale fra lui e Napoleone. 

Infine veniamo a parlare di queir uomo di Stato che più spesso di qual- 
siasi altro è stato confrontato col principe Bismarck: il cardinale Richelieu. 
L'analogia fra l'uno e l'altro si trova subito nell'esteriorità della loro posizione: 
tutti e due non furono capi supremi dei loro rispettivi Stati, ma ministri; però 
come tali ottennero e conservarono un potere quasi illimitato, e trassero seco 
lo Stato e la Corte, i partiti e il sovrano. Come Bismarck, cosi anche Riche- 
lieu combinò la politica interna con quella estera, e abbattendo l'opposizione 
aristocratica, quella particolarista e quella religiosa, condusse la Francia sulla 
via delle conquiste, pose la mano sull'Alsazia e le basi della politica 

coloniale francese. Ma l'analogia va ancora più in là. Richelieu vinse la Casa 
ispano-tedesca d'Absburgo unendosi con gli avversari religiosi della medesima, 
coi protestanti, e appunto fidando nell'aiuto del cardinale venne Gustavo Adolfo 
in Germania e salvo il protestantismo tedesco. Questa idea di fiaccare la po- 
tenza absburghese servendosi dei protestanti la ebbero altri due uomini prima 
di Richelieu: Enrico IV, e prima di lui Colignv; ma tutti e due caddero vit- 
time del fanatismo cattolico. Richelieu, invece, non cadde: egli aveva abbattuto 
gli Ugonotti, era cardinale della Chiesa romana, e perciò la sua persona era 
per i cattolici una garanzia che la politica dell' unione coi protestanti non sa- 
rebbe spinta troppo innanzi. 

Ora a quest'opera di Richelieu fa perfetto riscontro quella compiuta da Bis- 
marck coll'eseguire, lui conservatore e prussiano d'antico stampo, il programma 
del liberalismo nella questione nazionale. Se il nuovo impero tedesco fosse stato 
istituito dal movimento nazionale del 1848, la potenza del re di Prussia se 
ne sarebbe andata. E perciò appunto Federico Guglielmo IV rifiutò la corona 
offertagli dal Parlamento di Francoforte, dicendo di non volt e uno schiavo 

della rivoluzione. I conservatori prussiani di quel tempo, fedeli al principio del 
loro partito e legittimisti, non volevano saperne di Germania ne di entusiasmo 
nazionale; e solo quando in mezzo ad essi sorse un uomo a spiegare la bandiera 
nazionale, solo allora, e non senza riluttanza e non senza forte opposizione, rinun- 
ziarono al particolarismo. Bismarck dovette lottare e impiegare la violenza 
contro alcuni de' suoi stessi amici, allo stesso modo in cui Richelieu dovette 
sbarazzarsi con la violenza de' fanatici cattolici che si opponevano alla sua po- 
litica, della stessa regina madre Maria de' Medici, che fu costretta ad abban- 
donare la Francia e a morire nell'esilio. E come Richelieu, pure alleandosi coi 



BISMARCK NELLA STORIA UNIVERSALE I97 

protestanti e rinunziando a perseguitare gli Ugonotti, fu é rimase sempre cat- 
tolico convinto, così Bismarck, pure alleandosi nel 1866 con l'Italia rivolu- 
zionaria, e facendo lega con gli insorti ungheresi, e scacciando principi legit- 
timi, tuttavia rimase sempre conservatore e legittimista. In questo consiste la 
grandezza dei due uomini: che posero lo Stato al di sopra di ogni cosa, e non 
osservarono la dottrina di partito, dove questa era d'impedimento, pur senza 
rinunziarvi nel loro interno. 

C'è, però, un punto in cui il parallelo fra questi due uomini, che presen- 
tano tante analogie, viene a mancare, e cioè nella loro relazione coi rispettivi 
sovrani. Richelieu ristabili, è vero, in Francia l'idea monarchica, facendo del 
potere regio una specie di dogma, e scrisse nelle sue Memorie che « il com- 
mettere un delitto di lesa maestà solo col pensiero merita già punizione » ; 
ma egli coprì e oscurò interamente con la sua persona quella dell' inetto re 
Luigi XIII, e non solo tenne nelle sue mani tutto il potere, ma ebbe anche 
una Corte sontuosa, e una guardia di corpo che lo accompagnava anche quando 
si presentava al sovrano, e s'imparentò con le più nobili famiglie del paese, 
e fu il Mecenate dei letterati; tanto che in Francia si diceva essere lui il vero 
re. Anche di Bismarck si disse lo stesso, ma solo nel furore della lotta o per 
ispirito di parte. Guglielmo I non fu un uomo di Stato né un capitano, ma 
accanto e al di sopra di Bismarck e di Moltke rimase sempre il re. Mentre 
Richelieu, benché fosse un ecclesiastico, comandava in persona le truppe, il 
cancelliere non esercitò mai influenza sull'esercito: Guglielmo I non gli do- 
mandò consiglio nemmeno quando si trattò di dare un successore al mi- 
nistro della guerra Roon; e i gradi militari che furono conferiti a Bismarck 
e ai quali egli ci teneva molto, non gli diedero mai una vera autorità militare. 
Così pure Bismarck fece sempre rispettare e tenne sempre alta non solo la 
monarchia, ma anche l'autorità personale del suo sovrano; e se più di una 
volta si adirò perchè Guglielmo I non accettava le sue proposte o non faceva 
a modo suo, tuttavia non ne lasciò mai trapelar nulla. 

L'effetto dell'opera di Richelieu non fu limitato alla sua generazione : dopo 
di lui la Francia salì sempre, acquistando, oltre all'egemonia politica, quella 
intellettuale e letteraria. La Germania non mira a conquistare una posizione 
così preponderante : le basta aver raggiunto la sua unità ed essere al paro delle 
grandi nazioni; e questo essa deve a Bismarck, la cui opera, come quella di 
Richelieu, gli sopravvive e assicura al paese uno splendido avvenire. 



I98 MIXER VA 

L'AVVENIRE DELL'AFRICA TROPICALE E LE FERROVIE 

(Da un articolo di M. Zimmkrmaw, Le Cornspondant, 25 agosto) 



A ragione lo Stato del Congo ha dato particolare solennità all'inaugura- 
zione, compiuta lo scorso luglio, della ferrovia del basso Congo, che mette in 
comunicazione l'Atlantico con Stanley Pool. Non è una gran linea (400 chi- 
lometri), e altre ve ne sono, nel continente nero, in progetto o in costruzione, 
come, d'altra parte, si è sviluppata sui laghi e sui grandi fiumi la navigazione 
a vapore; ma la linea Matadi-Stanley Pool, costruita dai Belgi, ha la grande 
importanza di essere la prima ferrovia che penetri nell'Africa equatoriale. E 
poiché a questa prima impresa ne seguiranno, a breve intervallo, altre dello 
stesso genere, alcune delle quali di proporzioni molto maggiori, è opportuno 
passare in rassegna le cause per cui l'Africa è stata in passato così a lungo 
impenetrabile, e gli indizi che permettono di prevedere quale sarà in avvenire 
il tracciato delle comunicazioni ferroviarie del continente nero. 

L'impenetrabilità dell'Africa è diventata proverbiale; e infatti questo paese 
opponeva agli scambi esterni barriere così potenti, che per parecchie migliaia 
d'anni resistette alla sete di guadagno dei mercanti, agii appetiti dei conqui- 
statori, alla curiosità dei viaggiatori. Fino al secolo decimoquarto il Sahara fu 
considerato come un oceano insuperabile, e solo nel detto secolo cominciarono 
a sorgere sul litorale africano stabilimenti europei. La foresta equatoriale, le 
rapide e le cataratte dei fiumi impedivano l'accesso all'interno; ma poco im- 
portava ai commercianti di Gorea, di Sierra Leone, di Elmina o di Bathurst 
di avanzarsi nel continente, giacché il loro commercio consisteva sopratutto in 
schiavi, e questi si trovavano facilmente nelle popolazioni che, vinte dai popoli 
rivali, dall'interno venivano respinte verso occidente in uno stato di completa 
disorganizzazione. Il clima, gli uomini, gli ammassi montagnosi, l'alternarsi delle 
steppe, dei deserti e della foresta, l'imperfezione delle vie fluviali, la mancanza 
di bestie da soma, tutte queste cause concorrevano, isolatamente o combinandosi 
in vario modo, a impedire agli Europei di avanzarsi di molto nell' interno ; e, 
prescindendo dal basso Senegal e dal basso Zambesi, regioni in cui la fama 
dell'oro attirò alcuni avventurieri, il continente misterioso conservò il suo se- 
greto fino a questo secolo. È vero che cent'anni bastarono a compierne del 
tutto la scoperta, e l'Africa non è meno conosciuta delle foreste delle Amaz- 
zoni, o delle tundre del Canada, o di certe isole dell'arcipelago asiatico. 



L AVVENIRE DELL AFRICA TROPICALE E LE FERROVIE I99 

Ma se l'Africa è stata percorsa e frugata da un esercito di esploratori, non 
si può dire che essa sia stata penetrata, e nell'Africa tropicale l'occupazione 
europea è limitata sopratutto alle coste ; qui sorgono le colonie europee vere 
e proprie: San Luigi, Konakry, Freetown, Grand Bassam, Cape Coast, Akkra, 
San Paolo di Loanda, Boma e Matadi; quanto all'interno, non si possono ci- 
tare che quattro regioni in cui gli Europei formino dei gruppi notevoli : gli 
altipiani della Rhodesia, con Salisbury e Buluvayo ; quelli della Zambesia, con 
Blantyre ; l'alto Senegal, con gli stabilimenti di Kayes e Kita, e finalmente lo 
hinterland dell'Angola. Per tutto il resto, cioè per le immense distese del Sudan, 
del Congo e del pianoro dei laghi, non ci sono che stazioni militari, oppure 
dei bianchi isolati che trafficano per loro conto o per conto di grandi Com- 
pagnie. Per dare un' idea del carattere e del mediocre valore della zona costiera 
basti dire che iu tutta l'Africa tropicale, fino allo Zambesi, le statistiche del 1896 
non davano più di 6,000 bianchi, e il commercio esterno, nelle contrade fra 
il Sahara e lo Zambesi, non superava 434 milioni di franchi. 

Promette di più l' interno ? Su questo proposito non occorre discutere : la 
fede nell'avvenire del continente nero sarà più o meno ardente, ma è comune 
a tutti quelli che l'hanno studiato. Lo Stanley non ammette dubbi né riserve: 
per lui Capetown sarà un giorno la New York dell'Africa meridionale, e Bu- 
luvayo ne sarà la Chicago; e un africanista molto meno entusiasta, Silva White, 
pur sostenendo che l'Africa « non sarà mai europeizzata e resterà sempre la 
culla della vigorosa razza negra » e pur dubitando che i negri possano es- 
sere abituati a un lavoro regolare, riconosce che l'Africa tropicale ha risorse 
naturali abbondantissime. 

L'interno dell'Africa presenta anzitutto un grande vantaggio: che esso è 
in media più alto della zona costiera e per conseguenza più salubre; inoltre, 
se si eccettua il bacino dell'alto Sciari (influente del lago di Tsade) e una 
parte di quello del Congo, non vi predomina quel terribile ostacolo alla ci- 
viltà che è la foresta; nell'interno le popolazioni sono più compatte e presen- 
tano migliori qualità, e anzi, al limite del deserto, si sono formati degli im- 
peri semi-civilizzati, con sudditi provveduti di una specie di semi-cultura, come 
il Burnu, il Sokoto, l'Uganda; mentre altri gruppi, benché di livello inferiore, 
formano buoni elementi per la colonizzazione. In generale, nel centro dell'A- 
frica, la coltivazione del suolo, benché fatta esclusivamente con la vanga, é molto 
progredita e i prodotti presentano una grande varietà. È vero che il lavoro in- 
dustriale, quello delle miniere, i lavori pubblici eseguiti dai bianchi richiedono 
da parte dei negri un certo tirocinio; ma le prospettive per l'avvenire non sono 
brutte, quando si pensi alle migliaia di negri che vanno a chiudersi nelle miniere 
di Johannesburg e alle intere popolazioni adibite ai lavori delle ferrovie del Congo. 



200 MINERVA 

Tuttavia l'avvenire immediato dell'Africa sembra che stia sopratutto nel 
commercio ; e prima di pensare all'agricoltura e all' industria, che presuppongono 
una vera colonizzazione, bisognerebbe risolvere il problema dell'acclimatazione. 
Ma non è certo che l'europeo possa mai prosperare laggiù, giacche nella Rho- 
desia, al di sotto di 1500 metri, è esposto fatalmente alla febbre, e nella zona 
equatoriale non ne è al sicuro se non più su di 2000 metri; ora, i punti su- 
periori a queste altezze sono rari in Africa, come sono rare le regioni molto 
depresse, e l'altezza media di tutto il continente varia da 600 a 1200 metri. 
Quanto al commercio, non occorrono esperienze ne prove per giudicare del- 
l'avvenire; anzitutto il suolo, nell'interno del paese, presenta notevoli vantaggi: 
non vi sono grandi catene di montagne, non barriere orografiche; i grandi 
fiumi formano altrettante vie acquee, e se anche queste sono interrotte da ca- 
scate, gl'intervalli sono abbastanza notevoli: cosi il Niger, fra Bammako e An- 
songo, e navigabile per 1200 chilometri, e il Congo, da Stanley Pool a Stanley 
Falls, per 1 600. Tutti questi fiumi, poi, sono in relazione più o meno con 
sistemi lacustri, e sui laghi c'è, come abbiamo detto, la navigazione a vapore. 

A questi vantaggi naturali si aggiungono gli elementi del commercio in- 

10, e cioè i prodotti naturali e l'inclinazione degli Africani al commercio. 
Finora l'articolo di commercio più importante era lo schi.r stituirlo non 

basta l'avorio, tanto più che gli defanti vanno sparendo e si è calcolato che 
fra un secolo non ve ne sarà più uno in tutta l'Africa; ma c'è il caoutchouc 
di cui la zona equatoriale è ricchissima, e poi la noce di Kola, molto ricer- 
cata nel Sudan centrai^ e orientale, il sale, i legni preziosi. Il commercio di 
tutti questi prodotti è stato esercitato finora da indigeni, che si servono o delle 

icquee, o compiono i trasporti con carovane; ma, mancando le bestie da 
soma, si valgono di portatori, donde grande spesa, enorme lentezza, poca si- 
curezza. Per questo il commercio dell'interno dell'Africa è stato finora scarso 
e poco proficuo. Kppure gli abitanti di quei paesi hanno abitudini commerciali 
fin da tempi remotissimi, anzi hanno quello che si dice l'istinto commerciale; 
non sono più ingenui, tutto per essi è oggetto di traffico, e in ceni luoghi non 
SOnO ignote le operazioni bancarie. Oltre agli ornamenti, i generi che sopra- 
tutto comprano sono le armi da fuoco, la polvere e l'alcool, che già sta ab- 
brutendo le popolazioni della Guinea e del basso Congo. In generale, poi, 
hanno la smania di comperare, e di questa smania approfittano, naturalmente, 
gli Europei, primi fra tutti gl'Inglesi, per riversare colà l'eccesso della loro 
produzione industriale. 

Dimostrato così che l'interno dell'Africa merita di richiamare gli sforzi degli Europei, 
l'autore viene a parlare di quello che è uno degli elementi indispensabili del commercio: 
il sistema di comunicazioni, e più specialmente le ferrovie. 



l'avvenire dell'africa tropicale e le FERROVIE 201 

L'Africa è un mercato vergine, e si tratta di approfittarne dotandola di un 
sistema di comunicazioni; ma è naturale che, dato lo stato rudimentale in cui 
si trovano gli affari perfino nei territori più ricchi, si debba procedere con la 
più rigorosa economia nell' impianto delle strade ferrate. Il traffico con le ca- 
rovane non è mai stato molto grande, e il movimento d'uomini e di animali 
di cui è causa non deve illuderci intorno alla sua importanza. Bisogna tenersi 
— è bene ripeterlo — alla più stretta economia, ed evitare di ricadere nell'er- 
rore commesso dai Francesi in Algeria; bisogna costruire ferrovie di dimen- 
sioni modeste, a scartamento ridotto e a un binario solo : col che non soltanto 
si diminuiscono le spese di sterro e di materiale, ma si può dare alle linee 
una maggiore flessuosità, per esempio col diminuire il raggio delle curve. 

Il metodo da seguire nell'impianto di linee ferroviarie è chiaramente in- 
dicato dalle condizioni naturali del paese : l'Africa nel suo interno è ricca se 
non di vie navigabili intiere, almeno di tronchi talvolta bellissimi : si tratta so- 
lamente di allacciare questi tronchi combinando la via ferrata con la via flu- 
viale, e di girare le zone delle rapide o delle cascate con ferrovie magari co- 
stose, ma brevi e, per così dire, decisive. La ferrovia diventa così complemento 
e correttivo della via acquea naturale, e all'associazione della navigazione flu- 
viale a vapore col servizio dei portatori si sostituisce la combinazione più omo- 
genea dei trasporti a vapore per terra e per acqua. 

Ci sono, però, dei casi in cui la costruzione di ferrovie s' impone anche 
se non è richiesta da una via fluviale; e ciò anzitutto per il servizio di co- 
lonie europee già prosperanti, situate a un'altitudine confacente ai bianchi, come 
per esempio il gruppo di piantagioni del protettorato inglese del Nvassa, a Blantyre 
e al monte Mlanji, oppure il distretto del caffè di Angola che ha fatto na- 
scere la ferrovia di Ambaca; in secondo luogo quando si tratti di regioni in- 
digene con popolazione densa e il cui livello di civiltà sia superiore a quello 
che si riscontra sul litorale: le ferrovie non hanno allora altro scopo che lo 
sfruttamento di questo hinterland, e in questa categoria vanno posti tutti i pro- 
getti fatti da Inglesi e da Francesi per accaparrarsi il commercio dell'interno 
della Guinea. In tal caso si tratta di linee di penetrazione vere e proprie, co- 
struite per una regione limitata, a scopo essenzialmente economico. 

Terza e ultima categoria quella degl'impianti di ferrovie progettati per in- 
teresse più politico che economico e che, per l'ampiezza delle loro propor- 
zioni, per le enormi spese di costruzione e finalmente per il valore molto va- 
riabile delle regioni che devono attraversare, non promettono di fruttare se non 
in un avvenire abbastanza lontano: tali i grandi progetti di ferrovie transcon- 
tinentali, la transsahariana, la transnigeriana, la grande linea transafricana inglese. 

In tutti i casi che abbiamo esposti è chiaro che il punto di partenza della 



202 MINERVA 

linea da costruirsi dovrà essere di preferenza un porto ben fornito dell'occor- 
rente e che abbia una certa importanza politica o economica. Molti porti della 
costa occidentale richiederebbero grandi lavori per servire a tal uopo. Final- 
mente bisogna saper adattare il materiale alle necessità del terreno. 

L'autore si diffonde in particolari di carattere essenzialmente tecnico, e osserva, per 
esempio, che in certe regioni è impossibile adottare le traverse di legno perchè il sole, 
durante la stagione secca, le riscalda tanto che la più piccola scintilla basta a infiammarle ; 
nella Guinea e nel Senegal le traverse e i ponti di legno non possono resistere per più 
di due anni agli attacchi delle formiche; mentre, viceversa, nell'Africa orientale sono da 
sconsigliarsi le traverse di ferro perchè questo metallo è corroso rapidamente dal sale di 
cui il suolo è qua e là impregnato. 

Tre problemi di capitale importanza sorgono inoltre a proposito delle fer- 
rovie nell'Africa intertropicale: la fornitura dell'acqua, quella del combustibile 
e la mano d'opera. Quanto all'acqua, le regioni della Guinea e del Congo 
non hanno da preoccuparsene perche sono anche più umide del necessario; 
ma la ferrovia dal Senegal al Niger passa per un paese povero d'acqua, e così 
pure la linea in costruzione da Mombasa al lago Vittoria. Ora qui bis 
provvedere impiantando lungo la linea d< Ltoi. Per quel che si riferisce 

al carbone, l'Africa occidentale ne è ancora del tutto sfornita e quindi bis 
rassegnarsi o a servirsi di carbone importato o a devastare le foreste vicine 
che spesso abbondano di caoutchouc e di essenze preziose; l'Africa orientale, 
al contrario, si trova in condizioni più favorevoli, giacche in parecchi punti 
sono già stati segnalati dei depositi naturali del prezioso combustibile. Final- 
mente, quanto alla mano d'opera, i Belgi hanno costruito la linea Matadi- 
Stanlev Pool servendosi, nei primi anni, quasi esclusivamente di operai presi 
molto lontano, a Sierra Leone, nel delta del i Liberia, sul Senegal, e 

perfino a Zanzibar. Vi sono poi gli operai cinesi, vi sono quelli dell'India, di 
cui si servono sopratutto gl'Inglesi ; gl'indigeni non sono finora abituati a sif- 
fatti lavori, ma col tempo potranno esservi addestrati anch'essi. 

Quanto si è detto basta a dimostrare che ò pericoloso slanciarsi alla leg- 
geia in un' impresa quale la costruzione di ferrovie in Africa. La maggior 
parte delle difficoltà che vi s' incontrano non differiscono, è vero, da quelle 
degli altri paesi tropicali, come la penisola indiana, Giava, l'Indocina; ma l'A- 
frica, in generale, si trova molto più indietro in quanto si riferisce allo sfrut- 
tamento delle sue ricchezze; per cui, oltre agli ostacoli naturali e alle difficoltà 
tecniche, vi è sempre nelle imprese ferroviarie una parte d'alea. Occorre perciò 
non solo energia e fiducia, ma anche quello che e la grande leva di siffatte 
imprese come di tutte le altre: il denaro; e appunto questo è il grande van- 
taggio di sir Cecil Rhodes, mentre il maggiore belga Thys, il capitano Mar- 



L AVVENIRE DELL AFRICA TROPICALE E LE FERROVIE 20 3 

chand, il capitano Salesses e i fautori della transsahariana non sono sostenuti 
se non dalla fiducia e dall'entusiasmo. 

L'autore passa a discorrere di quelle regioni dell'interno dell'Africa che sono destinate 
ad aprirsi prossimamente grazie alle ferrovie. 

Il movimento di penetrazione per mezzo di ferrovie si compie sopratutto, 
come era facile prevedere, verso quelle regioni che già per natura si trovano 
in condizioni favorevoli al commercio, e cioè nelle regioni dei laghi e in quelle 
delle grandi reti fluviali. I principali sforzi sono diretti verso i paesi del Xiger 
e del Benuè, suo affluente, cioè verso il Sudan occidentale e centrale, nel ba- 
cino del Congo, sull'altipiano dei laghi, nell'alto Nilo e finalmente nella zona 
dello Zambesi, dello Scirè e del Xyassa. 

Il Sudan occidentale, ossia il Sudan francese, avrebbe potuto acquistare, per 
quel che si riferisce alle ferrovie, un deciso vantaggio sulle altre parti dell'A- 
frica, giacché i Francesi si trovavano in posizione quanto mai favorevole: ave- 
vano le chiavi della regione dell'alto Xiger e del Niger medio, e la loro in- 
fluenza nel Sahara algerino andava continuamente crescendo. Allora, nel 1880, 
fu cominciata la costruzione della linea dai Senegal al Xiger, e sorse l'idea di 
una ferrovia gigantesca che, partendo da un punto dell'Algeria, doveva bifor- 
carsi in mezzo al Sahara e toccare da una parte Timbuctù e il Xiger, dall'altra 
Cuca e il lago di Tsade. Senonchè ai primi entusiasmi tenne dietro la sfiducia, 
i lavori incominciati furono interrotti; gl'Inglesi seppero sostituirsi ai Francesi 
nel Sudan centrale, ossia nei più ricchi distretti del paese, e qui i negozianti 
inglesi ricavano notevoli utili dal commercio esercitato sulle vie acquee na- 
turali che — fatto unico in tutto il continente nero — mettono l'interno in 
comunicazione col mare : infatti, il basso Xiger è accessibile ai piroscafi di poca 
pescagione fino a Rabba, a 800 chilometri dalla foce, nel cuore del Xupè, 
impero molto popoloso che presenta un ottimo sbocco ai cotoni, alle chin- 
caglierie e agli spiriti; e verso Est il Benuè, il grande affluente equatoriale del 
r, è pure navigabile p^r un lungo tratto e conduce le merci fino alle 
porte del Burnu e dell' Adamaua. 

Nell'Africa occidentale, al contrario, ossia nel dominio francese, l'accesso 
al Sudan propriamente detto è reso difficile dalle rapide e dai banchi del Se- 
negal, dal pianoro arido accidentato che sta fra questo fiume e il Xiger, da 
altre catene di montagne e dalla impenetrabile foresta equatoriale che si stende, 
su di una larghezza variante da 90 a 350 chilometri, dalla Guinea francese 
fino al di là del Niger. Ma dietro questa foresta si estende una zona fertilis- 
sima, abitata da popolazioni agricole, industriali e commercianti. A questo paese 
promettentissimo mirano gli Europei: gl'Inglesi hanno fatto tre progetti di fer- 






204 MINERVA 

rovie, altri tre i Francesi ; ma questi ultimi si sono limitati a progettare, mentre 
gl'Inglesi, più pratici, avveduti e coraggiosi, hanno cominciato a costruire le 
loro tre linee fin dal 1896 attraversando il folto della foresta, lottando contro 
ostacoli incredibili, con la certezza, però, di trovare un impiego rimunerativo ai 
loro capitali. 

Al Nord della zona umida e calda che forma la parte meridionale dei pos- 
sedimenti francesi nel Sudan, verso il Sahara, il paese si va asciugando sempre 
più, e il suolo e i prodotti e gli uomini cambiano : dalla foresta e dalla zona 
delle culture equatoriali si arriva alle steppe e ai cereali ; appaiono il cavallo 
e il cammello, e ai neri feticisti subentrano le tribù musulmane, maure, ecc. 
Questa regione è importante sopratutto perchè forma la zona di frontiera fra 
il Sudan meridionale dalla ricca vegetazione e il deserto: è il terreno degli 
scambi fra contrade profondamente diverse, è la regione del Xiger medio; e 
la ricchezza leggendaria del paese si riassume in un nome che oggi ha perduto 
parte del suo lustro : Timbuctù. Ora qui i Francesi cominciarono la costru- 
zione della ferrovia da Kayes al Xiger; la cominciarono con un pensiero so- 
pratutto politico, prima ancora di avere un'idea delle risorse del paese; se- 
nonchè la linea, che era giunta tino a Bafulabe, fu interrotta nel 1888 e la- 
sciata in uno stato deplorevole, tanto che, a ogni viaggio, i treni deragliavano 
parecchie volte. Ora, un po' alla volta, la linea ccorrono an- 

cora 2 5 milioni di franchi per prolungarla fino al Xiger, e il Governo centrale 
e quello della colonia del Sudan si sono accordati per far eseguire tale lavoro, 
sicché- si spera che in^ pochi anni i 300 chilometri che restano ancora da farsi 
saranno terminati. 

Poro, bisogna far presto; giacche in Africa, come altrove e più che altrove, 
il vantaggio è di quelli che arrivano primi. Abbiamo assistito a una specie di 
stettk-ebase per la conquista delle regioni chiuse dall'arco del Xiger; ora s'im- 
pegna una lotta dello stesso genere intorno alle ferrovie di penetrazione. Se 
ne ha la prova in quello che è accaduto per l'apertura del bacino del Congo: 
se i Francesi avessero lanciato una ferrovia verso Stanley Pool, ora sarebbero 
padroni degli sbocchi di quella ricca regione la cui grandezza è il quintuplo di 
quella della Francia; invece si lasciarono prevenire dai Belgi: i lavori, diretti 
dal maggiore Thys, furono incominciati nel marzo del 1890 e continuarono 
senza interruzione quantunque non mancassero prove terribili; 900 lavoratori 
vi lasciarono la vita, e per compiere i primi 1 6 chilometri ci vollero tre anni e 
1 5 milioni. Eppure, ad onta degli ostacoli naturali e dell'opposizione sistematica 
di un partito politico, l'opera ora è terminata, ed ò facile prevederne i risul- 
tati: la nuova ferrovia permette di trar partito dai 18,000 chilometri di vie 
navigabili che compongono l'immensa rete del Congo, giacche non vi è un 



L AVVENIRE DELL AFRICA TROPICALE E LE FERROVIE 20J 

sol luogo in tutto il bacino che si trovi a più di 1 60 chilometri da un qualche 
scalo accessibile per acqua ; verranno finalmente sfruttate le riserve di caoutchouc 
e di avorio; il commercio totale dello Stato, che nel 1897 toccò 37 milioni 
di franchi, acquisterà un subitaneo sviluppo, e il movimento commerciale che 
prima si compiva per Zanzibar e per l'Oceano Indiano, verrà avviato verso 
Boma e l'Atlantico. 

Fedeli al loro sistema di far servire le ferrovie a rettifica della rete flu- 
viale, i Belgi non avevano ancora terminato la linea suddetta, che già proget- 
tavano nei loro possedimenti tutto un insieme di arditi lavori : un decreto di 
re Leopoldo, del 6 gennaio 1898, ordina la costruzione di una ferrovia che 
partirà da Itimbiri, nel punto culminante del grande arco del Congo, e legherà 
alla rete delle comunicazioni interne le stazioni dell'alto Uellè ; la linea potrà 
essere prolungata fino a Redjaf, sul Nilo ; e così si prevede già il giorno in 
cui non solo le imperfezioni dei grandi fiumi saranno soppresse, ma questi 
fiumi stessi saranno allacciati da linee ferroviarie. Ne meno interessante è il 
progetto di girare le rapide che chiudono l'accesso ai salubri altipiani del Lunda, 
dell'Urna e del Katanga, paesi di grande avvenire. Quanto al Congo francese, 
esso è ormai reso tributario dei Belgi, ossia della loro ferrovia, giacche, come 
è stato detto giustamente, in Africa non c'è ancora posto, fra un puuto dell'in- 
terno e due punti vicini della costa, per due linee ferroviarie; e Loango, che 
finora prosperava col traffico dei portatori, è ormai colpita mortalmente. 

Allo scacco economico inflitto dai Belgi ai Francesi sulla costa occidentale 
fa riscontro, sulla costa orientale, quello subito dai Tedeschi per parte degli 
Inglesi, i cui progressi in questa regione dell'Africa sono veramente giganteschi : 
non si tratta, infatti, di comunicazioni di alcune centinaia di chilometri, ma 
di migliaia; non di milioni di franchi, bensì di milioni di sterline. Le grandi 
linee della politica inglese sono molto semplici: si tratta di fare dell'altipiano 
dei laghi non solo un centro di produzione e di consumo, ma anche la chiave 
strategica e politica di tutto l'Oriente africano. Ora, la forte situazione degli 
Inglesi nell'Africa meridionale, l'occupazione dell'Egitto, il possesso di Zanzibar, 
che è il più attivo centro commerciale di tutta l'Africa orientale, e di Mom- 
basa, costituiscono delle solide basi dì operazione dovute al caso o al calcolo; 
e la stessa natura sembra favorirli, giacché il detto altipiano è la regione più 
alta, e quindi la più sana, del continente africano, e qui convergono, si può 
dire, e s' incontrano tutte le varie forme caratteristiche della vita africana, ani- 
male e vegetale. A questa « cittadella » dell'Africa equatoriale danno oggi l'as- 
salto gl'Inglesi con le ferrovie. Sembrò, per un momento, che i Tedeschi vo- 
lessero far loro concorrenza, e nel 1896 si fece un gran parlare di un grandioso 
progetto per congiungere Dar es Salaam, porto tedesco sull'Oceano Indiano, 



206 MINERVA 

col lago di Tanganika e col lago Vittoria per mezzo di una linea di più di 
iooo chilometri che si sarebbe biforcata al celebre mercato di Tabora e che 
doveva costare 150 milioni di franchi. Senonchè poi tutto si ridusse a un mo- 
desto tronco di 42 chilometri che fa il servizio dell' Usambara partendo da Tanga. 
Gli Inglesi raccoglieranno ora tutto il profitto di questa rinunzia dei loro vi- 
cini : già hanno avviato verso Mombasa, costruendo una strada attraverso il de- 
serto di Taru, una parte delle carovane che dal lago Vittoria si dirigevano quasi 
tutte per Dar es Salaam; dal 1890, poi, cominciarono gli studi per una linea 
gigantesca destinata a sostituire un giorno la detta strada. La linea avrà una 
lunghezza di 1,057 chilometri e costerà 100 milioni di franchi; e si noti che 
il binario avrà la larghezza di m. 1.06, quella stessa delle linee dell'Africa au- 
strale e dell' Lgitto, a sud di Lucsor; il che tradisce il segreto desiderio di 
congiungere un giorno il Nilo coll'Africa meridionale. 

La detta ferrovia è certamente molto necessaria allo sviluppo del commercio 
dell'Uganda, che ora è quasi nullo; ma per ora essa ha uno scopo piuttosto 
politico che economico. Infatti, l'opera inglese per eccellenza nell'Africa orien- 
tale non è questa linea; è la linea colossale die congiunsero il Capo con Ales- 
sandria d'Egitto, formando in certo modo la spina dorsale dell'Africa. È un 
sogno, questo, che gl'Inglesi accarezzano da molto tempo, e già nel 1890 il 
Kolland e il Philebert ne calcolavano le probabilità di esecuzione a proposito 
della transsahariana. Ora, grazie all'energia di sir Cecil Rhodes, il sogno va 
prendendo corpo con mirabile e inquietante rapidità: nel marzo del 1896 la 
linea da lui costruita era a 141 5 chilometri dal Capo; il 4 novembre del 1897 
era giunta a Buluvayo, in piena Rhodesia, a 2190 chilometri da Capetown ; 
ed ora Cecil Rhodes ha concluso un prestito di 50 milioni per continuarla 
verso il lago di Tanganika; e in questa direzione la ferrovia è stata gii pre- 
ceduta dal telegrafo che tocca Abercorn, a Sud del detto lago. Intanto le linee 
egiziane si avanzano rapidamente verso mezzogiorno, e mentre nel marzo del 
1896, quando si aprì la campagna contro i Dervisci, la ferrovia non giungeva 
più in là di Assuan, oggi arriva a Berber, a 2000 chilometri da Alessandria. 

Così gì' Inglesi, con quella risolutezza che recano in tutti i luoghi in cui 
li spinge il loro interesse, marciano, per mezzo delle ferrovie, alla conquista 
dell'Africa orientale; e dove non sono su terreno loro, come fra il Limpopo e 
lo Zambesi, prendono in appalto le linee destinate a traversarlo. Così una Com- 
pagnia inglese sta costruendo una linea da Beira a Buluvayo, per Unitali e Chi- 
moio, la quale basterà ad assicurare una vita indipendente alla Rhodesia, tuttora 
tributaria del Capo ; agi' Inglesi si deve pure l' idea di collegare Suakim con 
Berber per ristabilire l'antico commercio del Darfur col mar Rosso; e un'altra 
ferrovia si sta costruendo per provvedere al lapido trasporto del cafre che si 
produce sull'altipiano del Mlanji. 






LA SPAGNA ALLA LUCE DELLA LETTERATURA UNIVERSALE 207 

La Francia non vuole che l' Inghilterra disponga a suo beneplacito di tutta 
l'Africa orientale; e come i Belgi tendono all'alto Nilo da occidente, cosi i Fran- 
cesi, servendosi di Menelik, cercano di avvicinarsi dal lato orientale. La fer- 
rovia da Gibuti a Harrar e Antotto, che si sta costruendo, è un successo per 
la Francia, e non solo assicurerà a Gibuti i 30 milioni di franchi di commercio 
che fa Harrar con la costa, ma permetterà ai Francesi di avvicinarsi a Fascioda, 
sul Nilo Bianco, prolungando eventualmente la linea fino a questo punto. 

L'autore chiude il suo studio confrontando l'opera dei Francesi con quella degl'Inglesi, 
i quali oppongono schiaccianti realtà alle semplici chimere dei loro rivali e, benché scesi 
in campo più tardi, hanno trovato il vero modo di conquistare l'Africa: le ferrovie. 



LA SPAGNA 
ALLA LUCE DELLA LETTERATURA UNIVERSALE 

(Da un articolo di E. Hubner, Deutsche Rundschau, settembre) 



In questo articolo l'autore passa in rassegna le più importanti opere pubblicate in vari 
paesi, e segnatamente in Germania, intorno alla Spagna: opere descrittive, storiche, scien- 
tifiche, ecc. Viene quindi a parlare delle relazioni fra la Spagna e gli altri paesi europei, 
o, per meglio dire, dei sentimenti che gli Spagnuoli nutrono verso gl'Inglesi, i Francesi, 
gl'Italiani e i Tedeschi. Finisce con alcuni accenni agli usi più caratteristici e meno noti 
del paese e con alcuni consigli pratici ai viaggiatori che intendono visitarlo. 

I libri di viaggi che trattano della Spagna non sono di gran lunga così 
numerosi come quelli scritti intorno all'Italia. Tuttavia la liibliographie des voyages 
en Espagne et en Portugal pubblicata nel 1896 da R. Foulché-Delbosc, la quale 
vi dal decimo secolo al 1895, quantunque non sia completa, registra 858 pub- 
blicazioni. Prescindendo dalle descrizioni, d'importanza storica, del tedesco Giorgio 
di Ehingen (1457), del boemo Leone di Rozmital (1466), del polacco Nicolò 
di Popplau (1484), di Erico Lassota da Steblau (1580) e di parecchi italiani, 
segnatamente veneziani del secolo decimosesto, per la maggior parte legati po- 
litici, come Andrea Navagero (1525), nonché dalle descrizioni ufficiali di viaggi 
principeschi, già col 1600 cominciano le pubblicazioni di autori spagnuoli, te- 
deschi, francesi, inglesi. Fra i viaggiatori indigeni si segnalano nel secolo scorso 
Ponz e Villanueva per l'abbondanza di notizie artistiche e scientifiche, e nel 
nostro secolo gli autori della ventina di volumi pubblicati col titolo di « Ri- 



208 MINERVA 

cordi e bellezze della Spagna ». E, a proposito di tesori artistici, vanno citati 
i sei magnifici volumi in folio intitolati « Monumenti architettonici della Spa- 
gna » e gli undici volumi di formato alquanto più piccolo dal titolo « Musei 
spagnuoli di antichità » — questi e quelli pubblicati per cura del Governo 
spagnuolo. Le opere di geografia e statistica del Madoz (16 volumi; Madrid, 
184 5- 1850) e di R. del Castillo (4 volumi; Barcellona, 1 889-1 893) presen- 
tano un materiale molto grande, ma non tutto sicuro. 

Fra i viaggiatori tedeschi emergono tre: Guglielmo von Humboldt, delle 
cui note di viaggio si è pubblicata solo una parte, più un celebre scritto in- 
torno alla storia etnografica primitiva della penisola iberica ; Vittorio Amedeo 
Huber, i cui « Schizzi dalla Spagna » oggi ingiustamente dimenticati, descri- 
vono fedelmente e con vivi colori il paese e gli abitanti; e Maurizio Willkomm, 
il compianto botanico di Praga, i cui libri di viaggio hanno un tono un pò* 
cattedratico e che, a dire il vero vede tutto in una luce troppo rosea. 

Gli altri viaggiatori tedeschi di questo secolo, che non sono pochi, non si 
sollevano al di sopra del mediocre e si limitano all'osservazione superficiale, 
per cui non dicono nulla di nuovo. Viceversa, sono penetrati ben più addentro 
nella natura del paese e nell'anima del popolo alcuni valorosi ufficiali prus- 
siani i quali combatterono per Don Carlos nella guerra dei sette anni ( 1 N 33-1 840) 
che da lui s'intitola; e fra questi il più notevole è il generale von Goeben, 
vero tipo di cavaliere senza macchia e senza paura. Fra le migliori pagine 
scritte intorno alla Spagna sono da annoverarsi quelle che le dedica il feld- 
maresciallo Moltke nel suo ll'ainlcrbuch, e a queste sono da aggiungersi i ri- 
cordi di viaggio del noto guerriero diplomatico Teodoro von Bernhardi 1). 
quali sono ricordati gli avvenimenti che condussero all'elezione di Amed( 
Savoia a re di Spagna, alla sua abdicazione e alla candidatura del principe di 
Hohenzollern e quindi alla guerra franco-prussiana del 1870. Di tutti gli altri 
libri di viaggi pubblicati in questo secolo da tedeschi intorno alla Spagna non 
vale la pena di parlare; essi superano in numero, ma non per importanza, 
quelli pubblicati contemporaneamente da francesi e da inglesi; in tutti, poi, 
compresi Moltke e Goeben, l'impressione circa il paese e i suoi abitanti è piut- 
tosto favorevole. 

Le antiche relazioni politiche fra la Spagna e la Francia fecero sì che in 
questo paese sorgessero numerose opere intorno alla penisola iberica. Classiche 
possono dirsi la descrizione che (eoe Arnaldo Oihenart della regione del golfo 
di Guascogna, e quella che ci diede dei Pirenei orientali il vescovo diploma- 
tico Pietro Marca, incaricato da Richelieu di fissare i nuovi confini dopo la 



I) Quello slesso ilei quale abbiamo riassumo il Diario scrìtto nel 1 S 6 6 , durante lt operazioni dell'esercito italiano 
nella campagna contro l'Austri*. (VeJi Mint'ia, novembre e dicembre '96, gennaio '97). 



LA SPAGNA ALLA LUCE DELLA LETTERATURA UNIVERSALE 209 



del 1659. Numerosi appunti e memorie dobbiamo a diplomatici e a mo- 
gli di diplomatici francesi; e fu la Francia che aprì le porte d'Europa a La- 
zarillo de Tormes, a Gii Blas e a Don Chisciotte. Da quando Voltaire pro- 
nunziò il celebre detto che di là dei Pirenei c'è un mìllion de prètrts, mais pas 
un cuisinier, e a questo detto ne seguì un altro, di cui non si sa bene l'au- 
tore: che l'Africa comincia subito al di là dei Pirenei — non mancarono viag- 
giatori francesi che descrissero la Spagna vivacemente, ma con un certo sar- 
casmo. Dei 313 registrati dal Foulché-Delbosc meritano di essere segnalati tre 
soli: Prospero Mérimée, il devoto amico di Eugenia Montijo, l'autore della 
novella dalla quale il Bizet prese la sua Carnieri, il quale nelle sue lettere da 
Madrid e nel Théàtre de Clara Ga^ul ci dà dei quadri della vita spagnuola 
di una finezza insuperabile; Teofilo Gautier, nei cui ricordi di viaggio pub- 
blicati dapprima dalla Revue des Deux Mondes (1842- 184 3) si vede il roman- 
tico, che però si sforza a penetrare nel carattere spagnuolo; e Alessandro Dumas 
padre, che con tutte le sue esagerazioni e nonostante la poca profondità e la 
poca attendibilità, si fa leggere volentieri per il suo spirito. 

La serie delle pubblicazioni inglesi intorno alla Spagna comincia coi bol- 
lettini delle vittorie di sir Francis Drake (1587); seguono, nel secolo deci- 
mosettimo, degli uomini politici : James Wadsworth (1609), James Howel (1620), 
Francis Willoughby (1664). Ma la gloria di Drake e di Stanhope fu oscurata 
da quella di Wellington e di Nelson. A questo periodo si deve un'abbon- 
dante letteratura militare, che va dai dispacci di Wellington alle memorie di 
parecchi ufficiali che presero parte a quelle campagne. Da questo punto di 
vista descrisse a' suoi connazionali la penisola Riccardo Ford; e i suoi giu- 
dizi intorno agli Spagnuoli, a parte qualche esagerazione, sono giusti, benché 
severi, e sono fondati su di una profonda conoscenza della lingua, della lette- 
ratura e della storia del paese. Il libro del Ford è antiquato nella sua forma 
esterna; del resto è un' opera finora insuperata, indispensabile ancor oggi a 
chi voglia conoscere veramente la Spagna. Delle altre pubblicazioni fatte in 
questo secolo — il Foulché-Delbosc ne annovera in tutto 229 — solo una 
ha un valore storico duraturo: i « Ricordi iberici » dell'emigrato italiano Gal- 
lenga (Londra 1883), il quale passò, con qualche intervallo, quattordici anni 
nella penisola iberica (1 865-1 879), e fu in relazione col Prim e coi liberali, 
di modo che potè osservare da vicino e giudicare a ragion veduta gl'impor- 
tanti avvenimenti politici che si svolsero in quel tempo. La caduta di Isabella, 
il tentativo miseramente fallito di una federazione repubblicana, il breve regno 
di Amedeo di Savoia e finalmente la restaurazione borbonica e i primi quattro 
anni di regno di Alfonso XII hanno trovato in lui un narratore non sempre 
assolutamente imparziale, ma vivace quanto mai, e nessun' opera scritta intorno 

M'merra, XV:. 14 



2 I O MINERVA 

a quel periodo della storia spagnuola può competere con quella del Gal'.. 
in quanto si riferisce ad abbondanza e precisione di particolari. Del resto, c'è 
ancora un libro inglese intorno alla Spagna che ha un valore più che effir. 
e cioè la « Bibbia nella Spagna », racconto dei cinque anni passati dall'au- 
tore, Giorgio Enrico Borrow, come missionario della Società biblica inglese tra 
gli zingari della Spagna. Vi si trova qua e là mescolata la realtà alla fantasia, 
ma la lettura del libro è molto interessante. 

L'Italia ha fornito, dal secolo decimoquinto al decimosettimo circa, mate- 
riali preziosissimi per la storia della Spagna con le relazioni di ambasciatori 
veneziani e di legati papali. l : ra i trenta viaggiatori circa che il Loulché-Delbosc 
annovera (molti non ne conosce) solo uno ha richiamato durevolmente l'at- 
tenzione del pubblico: Edmondo De Amicis. La sua Spagna, pubblicata per la 
prima volta nel i S 7 3 , ha avuto fino al 1890 dieci edizioni, due traduzioni 
spagnuole che giunsero alla quarta edizione, una versione francese (cinque edi- 
zioni), una tedesca e una inglese. Il libro diverte, quantunque pecchi di si:; 
lìcialità e non si possa dire che l'autore è veramente penetrato nello spirito 
degli abitanti del pa< 

Delle descrizioni di scritte in altre lingue possiamo risparmi.: 

parlare. Il bibliografo più volte citati .1 undici opere portoghesi, nove 

olandesi, cinque danesi, sei russe, tre in polacco, quattro in svedese e du< 
boemo. 

ne a parlare dei lavori scientifici che hanno contribuito ali.. 
.1 del paese; citami., x.pratutto le principali opere Scritte in; 

La fiora del trovato un accurato studioso nel Willkomm, la m 

rologia nello Ilellmann. Quanto alla geografia, prescindendo dai libri d' 
mento e dai manuali generali, hanno ancora valore le vecchie opere del Man- 
nert (1788) e dell' Ukert (1821). Per la storia della letteratura spagnuola non 

altra opera veramente buona che quella, grande, dell'americano Gì» 
Ticknor; e solo il dramma spagnuolo ha trovato in Germania studiosi nel conte 
Schack (1845) e in J. Klein (1860). Fia gli studiosi indigeni di letteratura spa- 
gnuola tiene attualmente il primo posto Marcelino Mencndez Pelavo. 

te arti figurative della Spagna sono state oggetto di accurato studio; e qui 
va citato in prima linea il J'elas(jut\ di Carlo Justi, professore a Bonn, dal quale 
si aspetta un'opera di maggior mole intorno all'arte spagnuola. Intanto l' Justi 
ha dettato per la guida « Baedecker » della Spagna pubblicata lo scorso anno 
un eccellente capitolo intorno allo sviluppo dell'arte moderna. Sono poi da ci- 
tarsi le opere dello scozzese Murphy intorno all'architettura spagnuola, gli studi 
intorno all'architettura gotica dell'inglese Street e dei tedeschi Uhde e Schmid; 



LA SPAGNA ALLA LUCE DELLA LETTERATURA UNIVERSALE 2 I I 

quelli dell'inglese Prentice intorno al Rinascimento; e finalmente le splendide 
riproduzioni fotografiche dell'Junghaendel di Dresda. 

Per la storia generale della Spagna molti sono i materiali, pochi i lavori 
notevoli. Le ricerche intorno ai popoli primitivi della penisola non hanno dato 
finora risultati definitivi. La storia antica del paese e quella del periodo dei 
Visigoti e della dominazione araba, come pure la storia medievale fino al secolo 
decimoquinto circa, è stata spesso falsata a bella posta o per non aver usato 
con metodo delle fonti di cui si dispone. Intorno al periodo antico sta lavorando 
da più di trent'anni l'autore di questo articolo. L'Accademia storica spagnuola 
ha cominciato, sette anni or sono, a pubblicare una « Storia universale della 
Spagna » affidandone l'incarico a parecchi dei suoi membri; ne sono usciti 
finora venti volumi di valore molto diverso. 

Solo alla fine del secolo decimoquinto la Spagna diventa oggetto della ge- 
nerale attenzione con la sottomissione dell'ultima dinastia dei Mori e con la 
scoperta dell'America. E il secolo decimosesto ha trovato uno storico insupe- 
rabile nell'illustre Ranke, che ha dato prova di vera genialità nel ridestare, 
dai rapporti degli ambasciatori spagnuoli, le figure di Carlo V, di Filippo II e 
di don Giovanni D'Austria. Di Carlo V si occupò anche il Baumgarten rac- 
cogliendo una quantità enorme di materiale. La storia spagnuola del secolo 
decimosettimo non ha trovato ancora il suo Ranke; ma non va dimenticato 
il capitolo che vi si riferisce nella nota « Storia della civiltà » dell'inglese 
Buckle, il quale giudica severamente ma giustamente gli errori e le debolezze 
di quel popolo. Del secolo decimottavo tratta un buon lavoro giovanile, pur 
troppo quasi sconosciuto, del Baumgarten, il quale ha rimesso in luce la figura 
dimenticata del benedettino Girolamo Teijoo, il Lessing della Spagna, autore 
dei « Teatri critici » che ebbero quindici edizioni, e delle « Lettere erudite » 
che ne ebbero cinque. 

Quanto al secolo decimonono, manca una narrazione storica fondata sulla 
esatta conoscenza delle cose ; tutt'al più si possono citare, fra le opere tedesche, 
alcuni capitoli nella « Storia del secolo decimonono » del Gervinus, e i due 
volumi finora usciti della « Storia d'Europa dopo i trattati del 1815 » di Al- 
fredo Stern. 

<_>ui l'autore discorre brevemente dell'atteggiamento degli Spagnuoli di fronte ai prin- 
cipali popoli europei. 

GÌ' Inglesi, per essere stati i liberatori della Spagna dal giogo frana 
perchè si gloriano che gli Spagnuoli senza di essi non avrebbero vinto il ne- 
mico, sono odiati cordialmente dalle classi superiori della popolazione, in omaggio 
al principio che il benefizio produce l'ingratitudine. Quanto al popolo, esso ha 



2 I 2 MINERVA 

un profondo rispetto per le eccellenti navi e per i quattrini dei figli d'Albione, 
che hanno impiegato forti capitali nelle miniere di Rio Tinto e delFAsturia e 
in altre imprese industriali, e che pagano il vino di Jerez e i sigari Avana 
•glio di qualsiasi altro srraniero. 

I Francesi, i gavachos, sono detestati dal popolo; ma per le persone colte 
la Francia, e più specialmente Parigi, è il grande centro d'attrazione; e senza 
i romanzi di Zola e senza le mode parigine a Madrid non possono vivere. 

L'Italia e gl'Italiani non godono nella Spagna di grande simpatia: il po- 
polo non li conosce se non come albergatori, cantanti e artisti ; le persone 
colte non amano l'Italia perchè pensano con rammarico alla perduta influenza 
degli Spagnuoli nella nostra penisola. Quanto alle relazioni economiche fra le 
due nazioni, esse sono scarse, o tutt'al più v'è una relazione di concorrenza 
all'estero, sopratutto nell'America meridionale. 

Con la (Germania la Spagna non ha ancora veramente nessun rapporto, e prima 
del '70 gli Spagnuoli identificavano la Germania con l'Austria, oppure scambia- 
vano la Prussia con la Russia. Dal '70 in poi la Germania è più conosciuta nella 
penisola iberica, e qui essa va acquistando un' influenza economica sempre mag- 
giore e vi manda una quantità di prodotti industriali, tessuti, lavori in ferro, 
in argento, vetrerie, giocattoli, ecc. 

fue l'appendice contenente notìzie intorno ad alcuni usi del paese e consigli pra- 
tici .1 c< il<.ro che si accingono a viaggiarlo. 

Anzitutto è un errore il credere che si possa viaggiare la Spagna senza 
conoscerne la storia e la letteratura, e fidarsi delle informazioni orali da pren- 
dersi sopra luogo. Discorrendo con la gente del paese spesso non si riesce a sa- 
pere che poco o nulla: gli Spagnuoli, in generale, sono molto riservati nei 
giudizi intorno alla loro patria quando parlano con stranieri; spesso non ne 
sanno essi stessi più di quanto si riferisce ai loro propri interessi; alcuni anche- 
si divertono talvolta a darne ad intendere delle grosse, nel che hanno fama 
sopratutto quelli dell'Andalusia. Del resto, gli Spagnuoli amano molto la con- 
versazione, specialmente con gli stranieri, quando li hanno riconosciuti degni 
della loro fiducia. 

Un altro tratto caratteristico degli abitanti della penisola iberica e il sen- 
timento dell'ospitalità, il gusto della munificenza: per essi il dare è un vero 
piacere; ed è nota la frase complimentosa con cui l'indigeno mette a dispo- 
sizione dello straniero « la casa e tutto quello che gli piace ». Quando uno 
spagnuolo passa con un amico davanti alla propria casa, non manca mai di 
dire: « Ecco qui la vostra casa; volete entrare e riposarvi un poco? » E le 
lettere vengono datate, con abbreviazione generalmente usata, « da questa vostra 



LA SPAGNA ALLA LUCE DELLA LETTERATURA UNIVERSALE 21 



casa ». Queste cortesie non sono limitate alle così dette classi superiori: si dice 
che quando due mulattieri s'incontrano per la strada, ci mettono un quarto 
d'ora a scambiarsi complimenti. Nelle trattorie, in ferrovia, dappertutto, quando 
uno mangia non manca mai d'invitare il vicino a dividere il suo pasto; e se 
un forestiero entra una sera in un cafre e vi trova delle persone di cui ha fatto 
la conoscenza, quando sarà il momento di pagare si sentirà dire dal cameriere: 
« È già pagato ». Nello scriver lettere bisogna osservare una certa etichetta 
che ha un po' del medievale, un po' dell'orientale: non bisogna mai dimen- 
ticare di ripetere, nell'interno della lettera, in principio della medesima, il nome 
e il cognome già scritto sulla busta; anche la chiusa della lettera segue un 
modello stabilito; e chi conosce e rispetta e pratica queste particolarità è si- 
curo di guadagnarsi il cuore di tutti : allora dicono di lui : « è tati formai (così 
cortese) come noi ». A un uso arabo accennano le frasi fra parentesi che si 
fanno seguire al nome del sovrano (Dio lo conservi), a quello di un morto 
(riposi in pace), o quella che si mette in fondo agli atti ufficiali: '« Dio vi con- 
servi per molti anni ». E se si è inclinati a ridere di quel continuo vuestra 
merced, abbreviato in usltà, che gli Spagnuoli adoperano nel parlare con qual- 
cuno, e dell'eterna ripetizione del verbo servirse (compiacersi, degnarsi), non è 
meno vero che il forestiero il quale ricorre a queste forme di conversazione 
s'ingrazia il suo interlocutore. 

Chi vuol viaggiare tranquillamente nella Spagna deve rassegnarsi, nelle grandi 
stazioni e specialmente d'estate, a prendere i biglietti e a spedire i bagagli un'ora 
circa prima della partenza del treno, giacché il servizio delle stazioni è « ancor 
più deficiente che in Italia ». Però le varie operazioni si compiono con la mas- 
sima bonomia, e gl'impiegati, lungi dall'avere l'asprezza e l'arroganza per cui 
son celebri in altri paesi, scherzano volentieri col pubblico. Ma la regoi. 
è sconosciuta, e così pure sono sconosciuti i regolamenti, ed è inutile che il 
viaggiatore vi faccia appello. Oggi si viaggia infinitamente meglio di quando 
si era ridotti alle diligenze e ai muli; ma i treni sono lenti e incomodi. Gli 
alberghi, poi, salvo poche eccezioni, lasciano molto e spesso perfino tutto a 
desiderare. Che le signore viaggino sole è cosa addirittura inaudita. In generale, 
il viaggiare costa caro, molto più caro che non in Italia, e ciò perchè non v'è 
concorrenza e gli albergatori considerano quasi una degnazione da parte loro 
l accogliere i forestieri. Gli Spagnuoli stessi, quando viaggiano, e anche quando 
non viaggiano, la scialano da gran signori. 

Chi vuol conoscere la Spagna come oggi la maggior parte delle persone 
colte conoscono l' Italia, farà bene a non veder tutto in una volta per evitare 
1 inconveniente del rapido succedersi d'impressioni diverse. Non si percorre la 
Spagna così presto e così facilmente come l'Italia; e chi non ne ha proprio 



214 MINERVA 

necessità può risparmiarsi lo strapazzo fisico e intellettuale di visitare una dopo 
l'altra tutte le regioni della penisola. In generale i forestieri si limitano — e 
fanno bene — a Barcellona, Madrid, Granata, Siviglia e paesi intermedii; Ca- 
dice, Gibilterra e Malaga stanno già in seconda linea; tutto il Nord e il Nord- 
;t in terza e in quarta. 



LA CULTURA DELLE ACQUE SALSE 
(Da un articolo di Hknrv di VaKIGNY, K Deux Mondes, 15 agosti») 



Abbandonata priva delle cure assidue che occupano tutto l'anno 

icoltore, la terra sarebbe ben povera nutrice; splendidi fiori offrirebbe allo 
irdo e magnifiche verzure, ma ben poco allo stomaco : frutta quasi sempre 
aspre e meschine, delle quali l'uomo s'è dovuto contentare, per molti secoli, 
soltanto in mancanza di meglio. Ma con la civiltà — causa ed effetto insieme — 
dalle lontane profondità della preistoria fino a noi, si è continuato a perfezio- 
nare sempre più ogni pianta naturalmente commestibile; questo miglioramento 
è frutto dei lavori e delle cure dell'uomo e sopratutto della selezione artificiale. 
i è riusciti a coltivare la terra, perchè non si farebbe altrettanto dei 
mari: L'immenso mare, di profondità talora incommensurabili, coprente la mag 
parte del globo, e pur pullulante di vita, che in esso assume mille forme, con 
Ltissime specie, delle quali molte utili all'alimentazione dell'uomo: i pesci 
sopratutto, che già danno largo tributo al suo appetito. Non si potrebbe quel 
tributo aumentare? Non già che, come sulla terra ferma, sia il caso di costrin- 
gere le acque a fornire delle specie nuove e più saporite. Non si tratta di per- 
tiare l'aringa e renderla, a forza di cure, tanto squisita da far dimenticare 
>gliola e il salmone. In fatto di qualità, non c'è nulla da recriminare, e 
possiamo e dobbiamo accontentarci di quel che la natura ci offre. Non così 
della quantità: cerchiamo di accrescere il numero degli individui, e di rendere 
la pesca più produttiva. 

È ciò possibile? Sulle terre il problema è stato risoluto. — Ricordinsi gli 
studi di Deheraio sulla coltivazione del frumento: le condizioni necessarie af- 
finchè il suolo dia il massimo di prodotto sono note in modo certo: l'agri- 
coltura è diventata una scienza esatta : quel massimo è infinitamente superiore 
al prodotto della pianta abbandonata a sé stessa: insomma, sulla terra la na- 






LA CULTURA DELLE ACQUE SALSE 2 1 



tura è stata corretta tanto per qualità che per quantità. Per le acque siamo 
meno esigenti e la quantità ci basterebbe. È possibile? 

Alla ripopolazione delie acque dolci da molto tempo si è pensato. La pesca 
permessa e la clandestina, gli scoli delle officine avevano spopolato i torrenti e 
i fiumi. La piscicoltura, che già gli antichi praticarono, cercò di rimediare. Ma, 
non essendo possibile eliminare le cause dello spopolamento, ben pochi risul- 
tati si ottennero. Non si ritornerà mai più certamente ai bei tempi, quando, 
sulle rive del Reno, i servitori mettevano per patto che non si desse loro a 
mangiare il salmone più di due volte la settimana! Tuttavia la piscicoltura è 
riuscita a ritardare la scomparsa dei pesci, e più non poteva. 

Si tratta ora dei mari. L'idea non è recente, ed ebbe in sul nascere par- 
tigiani e avversari. Doumet-Adanson, presidente della società di Storia natu- 
rale dell' Hérault, proponeva nel 1868 l'istituzione di uno stabilimento speciale 
di piscicoltura marina a Cette ; ma non riuscì a nulla, e nel 1878 L. Yaillant, 
professore al Museo di Parigi, credevasi autorizzato a dichiarare che la pisci- 
coltura marina non aveva fino allora dato alcun frutto, che pochi ne darebbe 
in avvenire per la difficoltà di far aprire le uova e di allevare i nati, che tutto 
al più si sarebbero potuti proteggere i pesciolini accogliendoli in vivai finche 
fossero cresciuti in forza tanto da poter bastare a sé stessi: specie di brefotrofi 
pei trovatelli del mondo marino. 

Ma già s'erano fatti esperimenti tali da infondere serie speranze: principa- 
lissimo quello compiuto negli Stati Uniti l'anno 1867, sulla fecondazione ar- 
tificiale della laccia. È un pesce che abita il mare, ma, come molti altri fanno, 
giunto il tempo della riproduzione, risale i fiumi e vi depone e vi feconda le 
uova. I neonati, poco dopo, scendono al mare, e da questo, più tardi, ripresi 
dall'amore delle patrie acque dolci, risalgono i fiumi come fecero i padri. 

Le laccie del Connecticut eran tanto diminuite che Seth-Green volle cercare 
i rimedi, e infatti, col solito sistema di estrar le uova dai pesci per mezzo di 
una lieve pressione e cospergerle poi del lattime ottenuto nello stesso modo, 
collocandole perchè si aprissero in apposite botti immerse nelle acque cor- 
renti, riuscì fin dal prim'anno a versare nelle acque dello Hudson e del Con- 
necticut 93 milioni di pesciolini; e continuò poi sempre con prosperi risultati. 

S'era così dimostrata la possibilità della piscicoltura d'una specie marina, 
della qual possibilità del- resto non sarebbe stato logico dubitare a priori, date 
le esperienze ch'erano già state fatte sui pesci d'acque dolci. — E per le altre 
specie? per quelle che non risalgono mai i fiumi? Anche questo si tentò e riuscì. 
Fu a Gloucester, presso Boston; la specie scelta: il merluzzo. 

Ma un'obiezione si presenta. Quando il proprietario d' un lago o d' uno 

io pratica la piscicoltura, nessuno vi troverà nulla a ridire. I pesciolini, 



2 I 6 MINERVA 

artificialmente ottenuti, si svilupperanno, si moltiplicheranno; le acque da ste- 
rili o povere diverranno feconde; egli coglierà certamente il frutto delle sue 
cure, giacche i suoi allievi non gli potranno sfuggire. Ma nell'Oceano ? K ra- 
gionevole pensare che, ripopolata anche una costa intera, si possano poi avere 
reali beneficiì? 

Per lungo tempo la risposta fu negativa : « l'Oceano è immenso, si diceva, 
e i pesci vi circolano in tutte le direzioni; il vostro danaro, il vostro tempo, 
le vostre cure, tutte queste cose voi gettate a mare — letteralmente — 
pesciolini se ne andranno e non si faran più rivedere. Può essere che ne ap- 
profittino i pescatori dell'Oceano intero, non già quelli della costa ove il la- 
voro della ripopolazione si tentasse ». 

Sta a vedere se la teoria delle grandi migrazioni, sulla quale quest'o. 
zione si fonda, sia esatta. Ora, non pare. Xon bisogna imaginarsi che dal fatto 
che gli oceani sono continui e che immensi bacini d'acqua sono l'un con l'altro 
immediatamente congiunti, derivi che i pesci vi si muovano liberamente in 
tutti i sensi. Anzi, la sede delle specie marine è quasi sempre altrettanto limitata 
quanto quella delle terrestri. Ogni specie ha una sede determinata che può solo 

ermente variare secondo le regioni. Pochissime razze, malgrado l'apparente 
facilita di comunica/ione, hanno un abitato esteso. Molte si possono citare 
che nell'Atlantico settentrionale si trovano soltanto sulle t non 

sulle americane, e viceversa. Hppure fra i due continenti ben aperta è la via ! 

Sembra, ma non è cosi. Solo i pesci d'alto mare, che trovano la preda alla 
superficie, porrebbero intraprendere quel lungo viaggio, non già le nume 
specie che si nutrono nei fondi vicini alle coste; per queste le profondità i 
Diche sono ostacoli altrettanto insuperabili quanto le alte catene dei monti per 
gli animali terrestri. Le migrazioni dei pesci sono ristrette e limitate. Il mer- 
luzzo, per esempio, si trova tutte le stagioni dell'anno in quelle acque dove 
i pescatori vanno a cercarlo solamente d'estate. Cosi d'altri pesci. Sono mi- 
grazioni che avvengono in realta dal fondo alla superficie e inversamente, in 
senso verticale, determinate dal cambiamento di temperatura, e dalla scelta del 
cibo, dal movimento degli altri pesci, predatori o prede. D'inverno si inabis- 
sano a cercar temperatura meno fredda e più costante ; in primavera risai, 
e si mostrano lungo i banchi di Terranova, per riparare più tardi, d\ 
nelle acque della corrente fredda del Salvador. 

L'obiezione, dunque, ha perduto ogni valore. Cosi, con piena fiducia nei 
risultati, Spencer Baird intraprese nel 1878 i primi esperimenti per la molti- 
plicazione artificiale del merluzzo, nell'intento di accrescere il rendimento della 
pesca americana. Gloucester, piccolo porto della Nuova Inghilterra, vide la prima 
stazione di piscicoltura marina, annessa all'ufficio della Commissione delie pesca- 



LA CULTURA DELLE ACQUE SALSE 2iy 



sioni. Sulle prime fu un impianto molto modesto: pochi serbatoi, con appa- 
recchi per far aprire uova, ai quali per mezzo di lunghe condutture arrivava 
e continuamente si rinnovava l'acqua marina. Fornivano le uova i pescatori 
di Gloucester. Quando le barche approdavano, non tutti i pesci che vi si 
trovavano erano morti; dai vivi, comprimendo loro leggermente l'addome, si 
estraevan le uova e il lattime, che poi si mescolavano, senza aggiungere acqua, 
secondo il metodo di Vrasskv; ottenuta cosi la fecondazione, si collocavano 
negli apparecchi per lo sbocciamento. Oppure un impiegato della Commissione 
si recava al largo, con le barche da pesca, e quando si estraevan le reti fa- 
ceva la sua incetta e alleggeriva le bestie del loro fardello e ritornava coi ti- 
nozzi pieni d' uova fecondate. Ovvero si compravano merluzzi vivi e si con- 
servavano in vivai fino al completo sviluppo, per far poi le operazioni suesposte. 

Si dovette provare e riprovare prima di trovare un buon apparecchio per 
lo sbocciamento o incubazione; giacché le uova di merluzzo nei primi giorni 
galleggiano, e gli apparecchi usati per gli altri pesci non si adattavano a quella 
singolarità; si finì coll'adottare l'apparecchio inventato dal capitano Chester, con- 
sistente in un tino, nel quale l'acqua è continuamente spinta in su, per mezzo 
di un'elica, e sfugge poi da fessure laterali munite di un reticolato che impe- 
disce l'uscita delle uova. 

Sulle prime i risultati non furono splendidi. Da quarantatre femmine si eb- 
bero 9,250,000 uova; poche, data la fecondità del merluzzo; da quelle uova, 
1,500,000 pesciolini, pochissimi anche questi in proporzione. Ma molte uova 
si perdettero per essersi limitati a far l'estrazione di esse in una sola volta, in- 
vece di ripetere l'operazione sugli stessi pesci, qualche giorno dopo, dando il 
tempo ad altre uova di giungere a maturità. Così molte altre andarono a male 
per l'impurità dell'acqua attinta nel porto. Comunque, questi 1,500,000 avan- 
notti furono dopo qualche giorno abbandonati al mare, per cercarvi la loro sorte. 
Certo, ancora adesso, molti di essi, divenuti adulti, pascolano nelle praterie sot- 
tomarine lungo la costa. 

Ma molti altri, venuti alla luce per opera dell'uomo, hanno già perduta, per 
opera sua, la dolce vita in una casseruola o in un barile. Cert'è che fin dal 
1879 i pescatori di Gloucester ebbero la sorpresa di pescare nel porto dei piccoli 
merluzzi di una qualità che fin allora non avevano trovato che al largo. Finirono 
allora la diffidenza e l' ironia verso l' impresa, e i pescatori furono ben lieti di 
esser i padrini dei piccoli merluzzi, ch'essi battezzarono col nome di « merluzzi 
della Commissione » . 

Nel 1879 la Commissione continuò il suo lavoro. Si constato il fatto im- 
portantissimo che le uova fecondate possono esser trasportate a distanza, per 
ferrovia, senza nessun inconveniente, purché collocate in vaschette riempite per 



2 I 8 MINERVA 

due terzi d'acqua e contornate di ghiaccio. Se ne dubitava ancora, allora; ma, 
dopo, si fecero tali progressi che, in quest'anno 1898, sono state spedite a Ri- 
migliaia d'uova fecondate da diversi salmonidi e sono giunte in perfetto stato 
e subito distribuite dalle Soditi d'acclimatatici!. 

1 880 il governo federale fondò a Wood's Holl, presso Boston, una nuova 
stazione di piscicoltura. Il compianto maresciallo Mac Donald, ch'era capo della 
Commissione delle pescagioni, vi esperimentò un suo nuovo apparecchio a cir- 
colazione. Ma si dovette ritornare qualche anno dopo al tipo Chester. Nel ; 
43 milioni di uova, avute da merluzzi del golfo del Maine, ove un vapore della 
commissione federale si era recato alla raccolta, diedero 22 milioni di avannotti, 
dei quali 19 milioni e mezzo sopravvissero e furono piantati nelle acque vicine. 
La proporzione era più soddisfacente : un pesciolino ogni due uova ; tuttavia alle 
volte si ebbero fin a 85 avannotti per 100 uova. Si tento invano di conser- 
varli in prigionia ; ma non si sapeva che dar loro a mangiare, e si trovo pc 
più semplice di metterli senz'altro a mare, dieci o venti ore dopo lo sboccia- 
menti). — Errando si impara: dal 1 SS 5 .1 oggi molte annate riuscirono cattive, 
i conquistarono e si assodarono sempre più estese cognizioni, per esempio 
quella di non sovrapporre più di due al massimo tre strati d'uova negli in- 
cubatoi. Si riuscì più tardi anche a conservare per qualche tempo i piccini prima 
di affidarli al mare, nutrendoli con un'intrisa di detriti di diverse lamellibranchc; 
00 di essi \ osi, in prigionia, per tre settimane. 

empio degli Stati Uniti fu imitato altrove, con esito eccellente. 
Nel [883 in Noi llodevig, presso Bergen, Infondato uno stabilimento 

di piscicoltura marina, per iniziativa pri\ 1 la direzione di G. M. Dan- 

nevig. Anche sulle coste di Norvegia la numerosa popolazione che vive del mare 
vedeva con inquietudine diminuire la quantità dei pesci. U Dannevig riuscì a ot- 
tenere il concorso finanziario di persone, cui seppe persuadere dell'importanza 
patriottica e utilitaria del suo progetto, e così si iniziò la piscicoltura n< 
prima per lo sviluppo dei merluzzi, poi di altri pesci più pregiati. Si vide che 
la scelta dell'acqua ha una grande influenza sulla buona riuscita della coltiva- 
zione. La maggior parte dei pesci per la grande industria sono pesci del la 
che si avvicinano all< soltanto in rapide escursioni. Essi abbandonano le 

loro uova a grande distanza dalla riva, e sono uova che restano a fluttuare alla 
superficie delle onde. Ora l'acqua delle riviere è molto diversa da quella del- 
l'alto mare; chi ha traversato l'Atlantico ricorda certamente le grandi distese di 
un azzurro purissimo, mentre già a ventiquattr'ore di distanza dalla costa le acque 
sono verdastre o grigie per i materiali svariati che tengono in sospensione. Quelle 
minutissime particelle di sabbia, di melma, di creta sono nocevolissime alle 
uova, giacche ne impediscono, agglutinandosi intorno ad esse, le vivaci funzioni 



LA CULTURA DELLE ACQUE SALSE 21 9 



respiratorie. Inoltre, l'acqua del largo è molto più costante nella sua composi- 
zione chimica di quella della costa. In conclusione, si potè accertare che gli 
stabilimenti di piscicoltura si debbono piantare vicino ad acque purissime e 
che bisogna condurvi l'acqua con speciali tubature da gran distanza dalla riva 
e attinta verso il fondo del mare. 

A Flòdevig si fece a meno della fecondazione artificiale. Si lascia fare ai mer- 
luzzi adulti, nutriti in appositi vivai con dell'aringa congelata. Quand' è la 
stagione della riproduzione si fanno passare in altri bacini; le uova che sal- 
gono a galleggiare si raccolgono e si mettono negli incubatoi, i quali servono 
al trasporto degli avannotti a quei punti della costa che si vogliono ripopolare. 
Le prime operazioni di cui si sia tenuto conto a Flòdevig datano dal 1884. Si 
ottennero j milioni di avannotti. Dal 1885 all'87, jo milioni, in media, all'anno; 
50 nel 1890; nel 1892 passavano i 200 milioni. La perdita è in media del 
30 per 100. Il prezzo di costo è tenue: gli avannotti vengono a costar quattro 
centesimi, al più cinque, al migliaio. 

Xel 1887 parve ai collaboratori finanziari del Dannevig che la loro parte fosse 
finita e che ora spettasse allo Stato. Così fu fatto. Flòdevig divenne stabilimento 
nazionale. Ora esso produce 300 milioni di avannotti di merluzzo all'anno. 

I benefici effetti dell'impresa si videro subito. Già nel 1888 si pescarono 
merluzzi giovani nelle baie vicine a Flòdevig. Nelle acque poco profonde due 
pescatori rie presero colla lenza fino a 14 dozzine al giorno per ciascuno. Nel 
1892 il Dannevig confermava pienamente questi fatti, aggiungendo che in molti 
punti delle coste i pescatori segnalavano grande abbondanza di pesci strani e di 
merluzzi di varietà non mai vedute e, poiché erano le varietà coltivate a Flò- 
devig, non si potè a meno di attribuire quegli efFetti alle operazioni della pi- 
scicoltura. 

Ed ora riattraversiamo l'Atlantico. Viaggio poco attraente perchè finirà fra le 
nebbie di Terranova, nella baia della Trinità, dirimpetto al piccolo porto di Dildo. 
Il governo terranovese vi istituì una stazione di piscicoltura marina, la quarta, 
cronologicamente. Adolfo Nielsen ne è a capo. Il sistema è analogo a quello nor- 
ie. La produzione dà 200 a 300 milioni d'avannotti all'anno, soltanto di 
merluzzi. E non si allontanano gran che; tutti gli anni compaiono nella baia 
banchi numerosi, e i pescatori si affrettano a pigliarli. Il Nielsen si occupa anche 
dei gamberi marini e ne produce circa un milione all'anno. 

Pure per la coltivazione del gambero marino sorse lo stabilimento di Bav- 
View, nella Nuova Scozia, per opera del governo canadese. L'ultima stabilita, 
in ordine di data, è quella di Dunbar in Iscozia, fondata per cura del Fishery 

rd scozzese nel 1893 e posta sotto la direzione di Wemyss Fulton. Questa, 
che ha fatto tesoro delle esperienze antecedenti, è attualmente il miglior tipo 



2 20 MINERVA 

di stabilimento del genere. Somiglia a quello di Flòdevig. Ha costato 40,000 lire 
di impianto. I riproduttori sono conservati e mantenuti, per acclimatarsi, in una 
caverna, sotto le rovine d'un antico castello, nella quale l'acqua penetra a ogni 
alta marea. Come a Flòdevig, si è rinunziato alla fecondazione artificiale in 
uso agli Stati Uniti. Colla fecondazione naturale, del resto, tutte le uova sono 
utilizzate, men'tre, come si è visto, con la artificiale vanno perdute quelle che 
ancora non son giunte a maturità, a meno che non si spilli da ogni pe-- 
parecchie riprese, il che costituirebbe una notevole complicazione. 

È provato insomma che la piscicoltura marina può farsi sotto ogni clima; 
l'essenziale è di scegliere la località favorevole, badando che la configurazione 
della costa si presti allo stabilimento di vivai, che l'acqua sia pura, che si ab- 
biano sotto mano pescatori i quali siano in grado di fornire i riproduttori, che 
non lontano passi una ferrovia affinchè possa fornire di avannotti una grande esten- 
sione di costa. 

L'elenco delle stazioni di piscicoltura marina è finito : in Francia ancora nulla 
s'è fatto, nulla altrove. Restiamo nelP inerzia assoluta, ed è male. 

<Jui l'autore enumera i grandi vautaggi ottenuti con gli stabilimenti ora attivi, dimo- 
■traodo con cifre la gnode produzione di essi e citando numerose testimonianze della evi- 
denti- ripopolazione delle acque in seguito della piscicoltura. Espone quindi esperimenti 
fatti, con promettenti risultati, su altre specie di pesci, oltre il merluzzo, come il gan; 
marino, lo storione, il turbo, la passerina, la sogliola ed altri. Fatto importantissimo e pure 
quello dell'ari limatazione della laccia sulle rive americane del 

notti attraverso il rontinente. Dal 1871 al 1886, 1,690,000 laccie furono cosi [minerà 
Padfico, ed ora questo geaen (il pesce, prima altatto sconosciuto SU quelle roste, vi si 
piemie abbondantemente. Con 70,000 franchi di spesa per l'acclimatazioni 
già per 725,000 franchi di laccie. — Così per un altro pesce, il Roccus /iu<atns, acclima- 
tato nel 1S79 sulle coste della California ; l'esperienza ha costalo qualche centinaio di dollari . 
la rendita annua attuale è di circa 90,000 franchi. 

L'autore chiude esponendo i grandi vantaggi che la Francia potrebbe ricavare imi- 
tando gli esempi citati, tanto più che sulle coste francesi il pesce non difetta e pres 
varietà numerosissime e saporite quanto mai. Le varietà indigene basterebbero. 
sogno di ricorrere all'importazione, e un laboratorio di piscicoltura marina, impiantato in 
un punto qualsiasi della costa dell'Atlantico (spesa d'impianto 50,000 franchi; 
manutenzione, 20,000 franchi all'anno) avrebbe da fare quasi tutto l'anno. Tale ini; 
dovrebbe essere assunta dallo Stato; ma accanto a questa attività potrebln? svolgersi fe- 
conda e proficua quella dei privati. 



LE RICERCHE MODERNE INTORNO Al TERREMOTI 221 



LE RICERCHE MODERNE INTORNO AI TERREMOTI 

(Da un articolo di G. Gerland, Deutsche Rundschau, settembre) 



Solo nel nostro secolo la sismologia, ossia lo studio dei terremoti, ha ac- 
quistato l'importanza di un ramo speciale della scienza geologica. Come suo 
precursore può considerarsi uno dei più grandi fra i pensatori, il Kant, al quale 
si deve la prima descrizione veramente scientifica di un terremoto, quello di 
Lisbona (1755), con tutti i fenomeni che lo accompagnarono su di una larga 
estensione. Il tremendo terremoto delle Calabrie del 1783 richiamò ancor più 
fortemente l'attenzione degli studiosi su questo fenomeno; sull'interesse pratico 
prevalse quello scientifico, e, oltre al fare osservazioni sui terremoti contem- 
poranei, si raccolsero dalle antiche cronache notizie intorno a quelli del passato, 
e cosi si compilarono dei grandi elenchi di terremoti che per la sismologia 
hanno senza dubbio una importanza grandissima : anzitutto, risultò che terremoti 
direttamente sensibili non si avverano dappertutto, bensì in certi punti della 
terra che presentano varie accidentalità (catene di montagne, rive del mare); 
in secondo luogo, dalle descrizioni dei grandi terremoti si apprese che il mo- 
vimento può essere di due specie: sussultorio e ondulatorio. 

E le osservazioni si moltiplicarono e si fecero sempre più accurate: nel 1856 
il celebre geologo inglese Roberto Mallet studiò il grande terremoto di Napoli 
e della Calabria cercando di determinare il punto di partenza e la direzione 
del movimento dalla direzione generale delle spaccature prodotte nei muri ; 
nel 1869 il Seebach, di Gottinga, fece importanti osservazioni sul terremoto 
che funestò la Germania centrale, e sopratutto si occupò della esatta determi- 
nazione del tempo in cui le scosse si avvertirono nei vari luoghi, giacché così 
si trova l'epicentro, cioè il punto della superficie terrestre che sovrasta a quello, 
situato nell'interno della terra, onde partì il movimento, e così si determinano 
dei luoghi nei quali il fenomeno si produce nello stesso momento e con la 
stessa intensità (luoghi che il Seebach congiunse con linee chiamate omosiste), 
e finalmente si può calcolare la velocità con cui il movimento si propaga. 

I progressi dell'epoca nostra, e segnatamente quello che dà al nostro secolo 
la sua impronta — la vittoria del vapore e dell'elettricità — contribuirono po- 
tentemente a promuovere le ricerche sui terremoti agevolando, col sopprimere 
le distanze di luogo e di tempo, lo studio comparativo. Ma il suo vero svi- 
luppo a scienza lo deve la sismologia al perfezionamento della tecnica che per- 



222 MINERVA 

mise di costruire strumenti sensibilissimi. Per mezzo di questi, alle osservazioni 
macroscopiche di un tempo, che rivelavano solo i terremoti direttamente sen- 
sibili, si sono sostituite le osservazioni microscopiche, grazie alle quali si avver- 
tono oscillazioni di meno di un millesimo di millimetro, cioè tali che i sensi 
umani non possono assolutamente percepirle; e queste oscillazioni le leggiamo, 

istrate fotograficamente, nei sismometri. 

(jia prima si avevano dei sismoscopi, ossia strumenti che segnano con pre- 
cisione il momento in cui un terremoto comincia nonché la sua apparente di- 
rezione. Ma per osservare ed esporre tutto l'andamento di una commozione 
sismica occorrevano e furono inventati nuovi strumenti, e precisamente varie 
specie di pendoli verticali e orizzontali. I primi sono in uso segnatamente in 
Italia, i secondi in Inghilterra, nel Giappone e in Germania. 

Le osservazioni eseguite coi nuovi strumenti di precisione hanno confer- 
mato molti dei risultati ottenuti già prima, quali la localizzazione dei terremoti 
sulle rive del Pacifico, dei mari mediterranei, e sulle catene delle mon: 
4 come pure l' importanza dell'epicentro e delle omosiste. Viceversa, ne \ 
modificati notevolmente i calcoli finora fatti intorno alla velocità di prop 
zione del movimento; la teoria della distribuzione dei terremoti secondo il ti 
(per esempio, il loro prevalere in Germania durante l'inverno, ecc.), diventa 
incerta quanto mai; i metodi prima usati per determinare il centro risultano 
del tutto insufficienti. 

I fatti nuovi messi in luce dalle ultime ricerche sono molto notevol 
zitutto, uno che e il più importante di tutti : la corteccia terrestre non i 
ferma; in essa si osserva una quantità di movimenti di genere diverso, e non 
soltanto sismici; per esempio, un rigonfiamento periodico determinato dall'at- 
trazione della luna, una specie di flusso, e altri rigonfiamenti dovuti al variare 
giornaliero e annuo del calore solare. Ma anche i veri terremoti, cioè quei 
movimenti della terra che hanno origine dalle sue profondità, presentano 
specie. Anzitutto i terremoti direttamente sensibili, da quelli gigantesca 
tutto distruggono fino alle scosse affatto locali e appena percettibili: intorno 
agli effetti immediati di questi terremoti gli strumenti microscopici non ci hanno 
appreso nulla di sostanzialmente nuovo. Molto spesso, però, questi strumenti se- 
gnano forti movimenti che spesso durano per ore intere, che macroscopicamente 
sono impercettibili e che in molti casi risultano essere la continuazione, il contrac- 
colpo di altri forti terremoti, continuazione che si propaga su tutta la cor: 
terrestre. A questi si aggiunge una serie di altri movimenti spesso del tutto parti- 
colari e che in parte non sono stati ancora spiegati : anzitutto, piccole scosse pas- 
seggere che nei diagrammi fotografici appaiono come nodi di maggiore o minore 
grandezza e che si considerano a ragione come effetti lontani di piccoli movi- 



LE RICERCHE MODERNE INTORNO AI TERREMOTI 223 



menti sismici avvenuti altrove e forse nemmeno avvertiti. Non possono essere 
scosse locali, perchè queste danno un diagramma affatto diverso. Poi, segnata- 
mente in certe stagioni dell'anno, si avvertono dei movimenti del terreno abba- 
stanza regolari, piccoli, lentissimi, le cosi dette pulsazioni; e finalmente tutta una 
schiera di piccoli movimenti, chiamati con termine inglese tremors, che però sono 
anch'essi di vario genere : ora sono in relazione con quei movimenti maggiori che 
vengono da scosse lontane, e li precedono, o li accompagnano, o li seguono; ora 
sono del tutto indipendenti e finora non sono stati spiegati; altri si possono attri- 
buire a scuotimenti del terreno prodotti dal vento. Si capisce da sé, ma è op- 
portuno avvertire, che gli strumenti sismografia sono difesi con la massima 
cura contro i sussulti prodotti dai veicoli che passano per la strada e altri simili, 
sicché i movimenti da essi registrati non possono attribuirsi a queste cause. 

La teoria delle onde del terremoto, della loro propagazione e della loro 
rapidità ha avuto recentemente nuova luce da alcuni notevoli lavori, fra i quali 
segnatamente quelli del prof. Augusto Schmidt, di Stoccarda. Quanto alla ve- 
locità, basti citare qualche esempio. Il terremoto di Tokio, del 17 aprile 1889, 
si avvertì a Potsdam, ossia a una distanza di 9000 chilometri, dopo 13 mi- 
nuti. Il terremoto dell'America meridionale del 27 ottobre 1894 giunse da San- 
tiago del Chili a Roma (11,500 chilometri) in 17 minuti; da Roma a Charkov 
in Russia (2000 chilometri) uno o due minuti dopo ; e circa allo stesso tempo 
arrivò a Tokio, dopo aver percorso 17,400 chilometri. Finalmente non si può 
dimenticare di accennare a un ramo importante della moderna sismologia : lo 
studio dei maremoti, nel quale si é distinto fra i dotti della Germania il dot- 
tore Rudolph di Strasburgo. 



Con questo sviluppo esterno della sismologia sta in relazione un problema 
interessantissimo: che cosa é e come si forma il terremoto? 

Notiamo anzitutto un puntò su cui tutti vanno d'accordo: per quanto di- 
e suonino le risposte, tutte convengono in una cosa essenziale, nel consi- 
derare il terremoto come un fenomeno di tutta la terra. Una parte degli studiosi 
spiega i terremoti con le grandi mutazioni della corteccia terrestre che si sono 
compiute nelle ultime epoche della terra e che forse ancora si compiono; e 
questa spiegazione non comprende, naturalmente, i terremoti nelle regioni vul- 
caniche. Altri sismologi ritengono che sede e causa dei terremoti sia il continuo 
lavorìo che si compie nell' interno del globo terrestre, sotto la sua solida cor- 
teccia. La prima di queste due spiegazioni, che è la più antica e che finora 
prevaleva, si chiama tettonica; la seconda plutonica. Se, però, i fenomeni sismici 



2 24 MINERVA 

dipendono dall'attività di tutta la terra, allora anche questi, come tutti i feno- 
meni naturali, non si potranno spiegare con un principio unico, e accanto ai 
terremoti plutonici si dovranno riconoscere anche dei tettonici, e viceversa. 

La spiegazione tettonica è di origine geologica, e si sostituì alla più an- 
tica spiegazione plutonica dello Humboldt la quale non era che una pura sup- 
posizione. La teoria tettonica si può riassumere così : i Nella scorza terre- 
stre vi sono delle grandi cavità, nelle quali avvengono dei poderosi crolli ; a 
questi si deve una parte dei terremoti. — 2" La scorza terrestre subisce varie 
modificazioni per effetto della continua contrazione prodotta dal raffreddamento 
del globo ; essa è divisa in singole zolle, che alla lor volta sono in vario modo 
disposte, orizzontalmente e verticalmente. Il continuo movimento di queste zolle 
produce anch'esso il terremoto. — 3 Siccome, in conseguenza di questo stato 
di cose, la scorza terrestre è tesa dappertutto, cosi può accadere che un ter- 
remoto da una parte faccia diminuire la tensione da un'altra, e allora si ha un 
nuovo terremoto di trasmissione. Così, accanto ai terremoti vulcanici, abbiamo 
quelli dovuti a crolli, quelli tettonici nel senso più ristretto della parola, e quelli 
di trasmissione. 

Questa teoria, più la si esamina e più sembra probabile. Quando si alza- 
rono le Alp: Cavarono le valli, di certo accaddero grandi crolli e 
stamenti. (ira, perchè non dovrebbe accadere ancor oggi, sia pur con minore 
intensità e rapidità, quello che già accadde in epoche remote e cosi potente- 
mente nell'epoca terziaria che ci sta, relativamente, abbastanza vicini 

Senonchè alla spiegazione tettonica dei terremoti, per quanto plausibile, si 
possono muovere serie obiezioni. Per giudicare di queste obiezioni occorre tener 
presente la struttura dell' interno della terra. La distanza dalla superficie terrestre 
al centro è in inedia di 6370 chilometri; e con la profondit 
la temperatura: dato un aumento di un grado ogni jo metri, si ha a ; 
chilometri di profondità una temperatura di 25,000 gradi; diciamo pure 15,000: 
in ogni caso non vi sono laggiù che dei gas, e veramente gas semplici, perchè 
con un calore cosi forte tutta la materia diventa gasiforme e tutti i gas com- 
posti si scompongono nei loro elementi. Col crescere della temperatura cresce 
anche la densità della terra : mentre la densità della corteccia terrestre è due 
e mezzo o tre volte quella dell'acqua distillata a .} , procedendo verso il centro 
della terra la densità aumenta fino a undici volte quella dell'acqua. La densità 
del ferro è di 7.8, ossia il triplo di quella della scorza terrestre; ma nelle più 
grandi profondità della terra troviamo una densità maggiore di 1.4 di quella 
del ferro. Si aggiunga l'enorme pressione esercitata dalla gravità e sempre più 
grande via via che ci si avvicina al centro, pressione che, proprio nel centro 
della terra, è, secondo il calcolo del geologo inglese Osmond Fisher, di 3 mi- 



, 



LE RICERCHE MODERNE INTORNO AI TERREMOTI 22 5 

lioni di atmosfere per ogni pollice quadrato. Stando cosi le cose, è chiaro che 
l' interno della terra consiste di una massa di gas dissociati, compressi fino alla 
rigidità, i quali alla lor volta esercitano una enorme contropressione gia^: 
tendono continuamente a dilatarsi. In questa massa gasosa non c'è certamente 
nessun vuoto, e così pure — per effetto della pressione dei gas — non e' è 
nessun vuoto nella zona di materia liquida incandescente che sta fra questa 
massa e la solida crosta terrestre, né negli strati più bassi semiliquefatti di 
questa crosta: dunque nessun crollo, nessuna spaccatura, nessuna cavità: tutto 
ciò non può accadere se non negli strati superiori della scorza terrestre. 

Ora ciò costituisce un grave contrasto alla teoria tettonica dei terremoti. 
E contro questa teoria parla anche la profondità del centro del terremoto: per 
esempio, secondo il calcolo, che in complesso è certamente esatto, dello Schmidt, 
il centro del terremoto di Charleston (1886) si trovava a una profondità di 
120 chilometri, a una profondità, cioè, alla quale non si può più parlare di 
movimenti tettonici, perchè già a 100 chilometri, ossia a 2500 gradi di tem- 
peratura, non si ha che materia liquida incandescente. Stando alla teoria tet- 
tonica, il terremoto di Lisbona, data la natura del suolo, non poteva essere 
prodotto se non da un crollo interno, il quale avrebbe dovuto essere enorme 
per produrre un commovimento così terribile. Ma dov'era il posto per un tal 
crollo colossale nella massa compatta che sta dentro la terra? E se in realtà 
si fosse prodotto nell'interno della terra un tale improvviso sprofondamento, 
non avrebbe esso dovuto lasciar traccia di sé alla superfìcie terrestre con un 
avvallamento? John Milne contò nel Giappone, dal 1885 al 1892, non meno 
di 8331 terremoti, in parte molto forti; dal 1870 al 1873, Giulio Schmidt, 
che allora era direttore dell'Osservatorio di Atene, contò solo nella Focide 300 
terremoti gravi e 50,000 leggeri. Eppure non si ebbe traccia di mutazioni di 
terreno, di sprofondamenti. 

Per queste ragioni non possiamo adottare esclusivamente la teoria tettonica 
per la spiegazione dei terremoti. Dopo tutto, anche le grandi commozioni e 
gli scuotimenti di quel tempo in cui si sollevarono le Alpi e i monti Hima- 
laia, non servono di prova per l'epoca nostra, giacché allora le condizioni erano 
molto diverse e il lavorìo della terra molto più intenso, come lo prova il nu- 
mero e la forza dei vulcani di allora, al confronto dei quali i nostri quasi scom- 
paiono. Oggi non possiamo farci una esatta idea del modo in cui si compiva 
allora il lavoro meccanico della terra. Una depressione come la pianura del Reno 
non si formò di certo senza violenti terremoti ; ma come si formasse non sap- 
piamo, perchè per processi simili ci mancano le analogie. 

Gli strati superiori della crosta terrestre sono molto frastagliati e ricchi di 
cavità; perciò dei piccoli terremoti locali possono provenire senza dubbio da 

Minerva, XVI. 13 



2 26 MINERVA 

franamenti, crolli, rilasci di piccole tensioni; ma per i terremoti veramente 
forti, le cui onde si propagano largamente sulla terra, questa spiegazione non 
basta: essi devono avere la loro origine a profondità molto maggiori, sotto 
la corteccia. Là dove la massa gasosa passa un po' alla volta nello strato li- 
quido incandescente, e questo nel terreno solido, in queste zone di transizione 
deve regnare un violento e continuo movimento; qui la pressione che grava 
sui gas dell'interno della terra diminuisce, qui diminuisce pure la temperatura. 
Ciò non può accadere senza che avvengano dei mutamenti : la temperatura e 
la pressione ora calano ora crescono, rimanendo sempre molto alte, e i gas 
dissociati si uniscono, si scompongono, tornano a unirsi. Inevitabili sono, in 
questo sobbollimento, delle esplosioni violentissime; e il maggiore effetto di 
queste esplosioni dovrà farsi sentire da quella parte dove la temperatura è meno 
alta e minore la resistenza, non dunque verso l'interno, ma verso la crosta, 
e precisamente verso i punti di resistenza minima. Questi scuotimenti che col- 
piscono l' interno della crosta terrestre producono la maggior parte dei terre- 
moti; e alle esplosioni specialmente forti si devono i grandi terremoti di- 
struggitori, come quello di Lisbona e quello di Charleston. É chiara dunque 
L'affiniti tra i fenomeni sismici e quelli vulcanici. 

. pero, una serie di fenomeni sismici che non sono stati ancora spie- 
gati ; così, per esempio, le piccole onde, i tremors e la notevole irregolarità 
delle oscillazioni del suolo. I diagrammi, dati dai pendoli verticali, rappresen- 
tanti queste oscillazioni, formano un aggrovigliamento di linee che s'incrociano. 
Ora, qui occorre rilevare un fatto della massima importanza, che rende non 
poco difficile la ricerca sismica. Noi non sentiamo e non osserviamo mai 
direttamente le scosse di terremoto quali esse sono, ma solo le ondulazioni 
in cui esse si risolvono nella crosta elastica della terra. Queste, però, anche 
se il movimento abbia origine da più parti, si trasformano subito in una grande 
onda sferica che si muove nell'interno della terra, ripetendosi più o meno 
volte a seconda della forza impulsiva iniziale. Lo scuotimento della crosta ter- 
restre prodotto da queste onde sferiche è quello che i nostri strumenti rappre- 
sentano come il terremoto. Ma per crosta terrestre non dobbiamo intendere 
la superficie della terra, quella superficie sulla quale viviamo e che è tutta fra- 
stagliata per molteplici cause, bensì la massa solida che sta sotto di questa 
superficie. Ora, come le onde del mare battendo sulle coste si frangono, si 
laceiano, si sfrangiano, ecc., così le onde sismiche s'infrangono contro le ac- 
cidentalità della superficie terrestre, contro le pietre, i dirupi, le caverne, le 
sabbie, le terre, ecc. 

Noi non osserviamo, dunque, nemmeno le onde sferiche, ma il loro smi- 
nuzzamento, il loro frazionamento in una quantità innumerevole di singole onde 



LE RICERCHE MODERNE INTORNO AI TERREMOTI 227 

che giungono a noi movendosi in tutte le direzioni. E ciò dimostra la com- 
pleta fallacia del tentativo fatto dal Mallet col voler determinare dalla direzione 
delle scosse avvertite il centro e la provenienza del terremoto. Conclusioni 
veramente scientifiche non si possono trarre se non dall'osservazione del mo- 
mento in cui le scosse si producono, della loro durata e della loro forza. 

Così è chiaro che molti dei tremors (non tutti) hanno la loro origine in 
questo sminuzzamento delle onde ; è chiaro che un punto della crosta terre- 
stre, dato un movimento di onde cosi arruffato, deve, movendosi, percorrere 
una strada molto complicata; è chiaro che il detto sminuzzamento è minore 
su terreno compatto di quel che sia su terreno frastagliato, e che questo è 
più pericoloso di quello; è chiaro, infine, che le onde cosi moltiplicate si 
urtano, si accavallano, si rincalzano e si rinforzano, oppure si indeboliscono 
o si elidono l'una con l'altra, precisamente come le onde del mare. Così si 
spiegano i così detti « ponti del terremoto », cioè i punti che rimangono 
sempre immobili in mezzo al ripetersi dei terremoti, sia perchè sono più so- 
lidi, sia perchè in essi le onde, incrociandosi, si elidono. 

Una parola, in fine, dei fenomeni acustici che così spesso accompagnano 
i terremoti. Anche i boati i rombi, i tuoni, ecc., sono conseguenza dello smi- 
nuzzamento delle onde e del prorompere che esse fanno nell'aria: giacché le 
ondulazioni dell'aria vengono da noi percepite come suono. E qui occorre 
rilevare la finezza meravigliosa del nostro organo dell' udito : giacché non di 
rado noi avvertiamo in forma di onde aeree dei movimenti sismici, dei quali 
col tasto, ossia toccando il terreno, non ci accorgiamo più. Il tuono del ter- 
remoto proviene, come quello del temporale, da una serie di vibrazioni del- 
l'aria, le ultime delle quali, che sono le più vicine a noi, sentiamo prima, 
mentre le prime le sentiamo ultime. E i suoni prodotti da queste vibrazioni 
prendono varia figura secondo che escono da cavità più o meno grandi, dalla 
terra, dalla sabbia, dagli alberi, ecc. Le onde sonore si ripercuotono nelle grandi 
caverne acquistando intensità, echeggiano i tuoni dai muri delle case, e dentro 
le case le onde sonore presentano una grande varietà di forza e di direzione, 
secondo il modo in cui i locali sono disposti e secondo la elasticità degli 
edifizi. Da questi suoni non si può dunque ricavare nessun indizio intorno 
alla vera natura e all'origine del terremoto. Questo importa avvertire : giacché 
spesso si trassero di queste conclusioni fallaci che furono causa di errori. 

L'autore chiede insistendo sulla necessità di moltiplicare più che sia possibile le osser- 
vazioni e di raccogliere materiali da tutte le parti della terra, giacché solo così si potrà 
riuscire a far progredire la scienza sismologica. 



22 8 MINERVA 

LE BIBLIOTECHE PUBBLICHE NEGLI STATI UNITI 

(Da un articolo di A. Schinz, Bibìiotbèque Univer selle, agosto-settembre) 



Negli Stati Uniti si manifesta una tendenza sempre più accentuata a con- 
siderare la fondazione di biblioteche come opera di pubblica utilità; lo Stato 
se ne interessa anch'esso, e in tutto il paese regna una vera febbre: non solo 
ogni istituto d' istruzione e ogni società scientifica, letteraria o artistica vuol avere 
la sua biblioteca, e la vuole più ricca che sia possibile, ma si può dire che 
non si fondi una società politica o religiosa, non una chiesa, un club, una 
loggia massonica, un museo, un ospedale, non una Compagnia ferroviaria, non 
una fabbrica, che non abbia la sua biblioteca; e nella maggior parte delle case 
americane, anche nelle più umili, c'è una stanza — e non è la più brutta — 
che porta il nome di biblioteca, anche se non vi sono che pochissimi volumi. 

Ma quelle che si moltiplicano e si sviluppano in modo meraviglioso sono 
le biblioteche pubbliche. E le grandi biblioteche di Washington, di Boston, di 
rk, di Albony, di Chicago, di Filadelfia, di Baltimora, di Cincinnati, ecc., 
se sono le più conosciute e, sotto certi punti di vista, le più interessanti a 
studiarsi, non devono farci dimenticare le altre, più modeste, ma sempre più 
numerose, che nascono e fioriscono accanto ad esse e, cerne vedremo, sotto il 
loro patronato. 

Per questo rispetto vengono in prima linea gli Stati della Nuova Inghil- 
terra, e primo fra questi è il Massachusetts, dove solo il o. 6 per cento della 
popolazione è privo del godimento di biblioteche; su 355 fra città e vili 
non ce ne sono oggi che io senza biblioteca pubblica, e nella contea di V 
cester che conta 56 località non ce n'è una che manchi di biblioteca. 

Si noti che l'esistenza di una o più biblioteche, per quanto considerevoli 
possano essere, non costituisce un ostacolo alla fondazione di altri istituti si- 
mili. A Washington, per esempio, oltre alla Biblioteca del Congresso, che è 
la Biblioteca Nazionale dell'Unione americana e che nel 1896 contava 748,115 
volumi e 245,000 opuscoli, ce ne sono due di più di 100,000 volumi, quattro 
fra 50 e 100,000; due fra 30 e 40,000 e molte altre ancora. E questa ac- 
cumulazione si verifica anche in città piccole; per esempio, ad Amherst (Mas- 
sachusetts), che ha poco più di 4000 abitanti, vi sono due biblioteche annesse 
all'Amherst College, più due biblioteche pubbliche, una delle quali ha 7500 
volumi. Quanto ai villaggi che non sono ancora forniti di biblioteca, vi si 
provvede per mezzo delle cosi dette « collezioni circolanti » (Iùnerant Collec- 






LE BIBLIOTECHE PUBBLICHE NEGLI STATI UNITI 229 

tiotis, o Traveììing Librarhs), il cui nome indica abbastanza chiaramente che 
cosa sieno : il servizio di siffatte collezioni è organizzato particolarmente bene 
nella Biblioteca dello Stato di New York, ad Albany, la quale dispone a tale 
scopo di casse bell'e preparate di 20 a 100 volumi, che vengono spedite a 
richiesta e verso indennizzo di 5 dollari per le spese di trasporto. In una serie 
di cataloghi in- 64° offerti a scelta si trovano dei titoli di libri con cui for- 
mare una piccola biblioteca generale, oppure una biblioteca su di una materia 
speciale. Esempio: I cinquanta migliori libri di economia politica. — Sessanta 
volumi di agricoltura. — Ventisei opere sulla letteratura inglese e americana. 
— I quarantasei migliori volumi di storia degli Stati Uniti. — Cinquanta libri 
scelti per la gioventù, ecc. 

L'entusiasmo per le biblioteche non accenna a scemare : da ogni parte sor- 
gono nuovi edifizi, spesso veri palazzi, destinati a diventare quello che un an- 
tico definì così bene « dispensari dell'anima », e non passa giorno che non si 
legga nei giornali la notizia dell'inaugurazione di qualche nuova biblioteca pub- 
blica. È chiaro che per coprire le spese d'impianto, di manutenzione e di am- 
ministrazione di queste biblioteche occorre del denaro e molto; ma, quando si 
tratta di opere di pubblica utilità, in America il denaro si trova. Si potrebbe 
citare una quantità di cifre tali da rendere desolante per noi europei un con- 
fronto fra le biblioteche americane e le nostre. Esaminando un elenco di cento 
biblioteche pubbliche (non universitarie né annesse ad altri istituti) citate dal 
Fletcher nel suo libretto « Le biblioteche pubbliche in America » si vede che, 
su queste cento, solo sei hanno un bilancio non superiore a 10,000 franchi; 
trentatrè dispongono di 50 a 500,000 franchi; due di più di 500,000 e pre- 
cisamente Chicago (625,000) e Boston (850,000). E si noti che queste cifre 
sono del 1894 e che da allora a oggi sono notevolmente cresciute: Boston, 
per esempio, dispone oggi di 1,294,800 franchi, di cui 1,259,000 sono dati 
dalla città, mentre il resto rappresenta gl'interessi delie oblazioni fatte da 
privati. 

Qui sorge spontanea una domanda: da qual parte si ricavano questi de- 
nari ? È dalla metà del nostro secolo che le biblioteche pubbliche americane 
non vivono più con le contribuzioni dei privati, come quella che fondò per 
il primo Benianimo Franklin nel 1732. Veramente, già prima della metà del 
secolo qualche Stato aveva cominciato a sussidiarle, e in questo fu primo, 
nel 1835, lo Stato di New York; ma ciò non bastava ancora, e nel 1847 
il Consiglio comunale di Boston chiedeva e otteneva dal Governo l'autorizza- 
zione a imporre una tassa per fondare una biblioteca pubblica gratuita. Nel 1 849 
il Governo del New Hampshire emanava una legge con cui si autorizzavano 
tutte le città e villaggi di questo Stato a provvedere per mezzo di fondi pub- 



2 30 MINERVA 

blici all' istituzione e all'amministrazione di biblioteche, e oggi si contano sulle 
dita gli Stati nelle cui leggi non e' è un articolo relativo a questa spesa. 

Spesso le piccole città forniscono gratuitamente alla loro biblioteca un lo- 
cale nel palazzo comunale, quando non si trovi — ed è raro — qualche ge- 
neroso donatore che offra un edifizio speciale. In molti luoghi si aggiunse al- 
l'imposta prelevata direttamente in favore delle biblioteche il prodotto di certe 
tasse speciali; per esempio a Worcester (Massachusetts) la tassa sui cani, che 
frutta 30,000 franchi all'anno. E i più ardenti promotori delle biblioteche pub- 
bliche non sono ancora contenti, e sperano che si venga alla legge ideale « che 
imporrà — dice il Fletcher in una relazione presentata alla Società dei bi- 
bliotecari americani — a città e villaggi l'obbligo di avere e di mantenere 
decentemente delle biblioteche, precisamente come ora devono provvedere alla 
fondazione e al mantenimento delle scuole ». I privati, da parte loro, conti- 
nuano a contribuire largamente a queste istituzioni, sia individualmente, sia col 
dedicarvi gli utili di serate musicali, conferenze, ecc. Sopratutto si esorta la 
gente a dare almeno qualche piccola cosa; e un bell'esempio di questo appello 
ai piccoli sacrifizi fu il risultato di un discorso pronunziato a Boston, nel 1 
da Edward Hverett all'inaugurazione della biblioteca pubblica di quella città: 
l'oratore aveva esortato ciascuno degli astanti a dimostrare il suo interesse 
per l'istituzione dando un solo libro, e cosi la biblioteca crebbe di un sol colpo 
di 1500 volumi. Ogni anno le biblioteche pubblicano la lista dei doni, anche 
piccolissimi, che hanno ricevuto, e ben pochi degli oblatori sono insensibili a 
questo onore. I doni più considerevoli sono annunziati nel Library Journal, 
organo mensile della Società dei bibliotecari: per esempio, nel fascicolo d'aprile 
sono registrate le seguenti oblazioni: dollari 25,000 — 7,000 — 1,000 — 12,600 
— 10,000 — 1,000 — 500 — 500 — 1,000 — 100,000. — Totale, 158,600 dollari, 
pari a 793,000 franchi; ai quali sono da aggiungere 19,000 dollari (95,000 
franchi) di oblazioni condizionate, denari offerti da privati ciascuno dei quali 
mette come condizione al suo dono che la città dia anch'essa una certa somma. 
Quest'uso delle oblazioni condizionate è abbastanza frequente; per riferirne un 
esempio basti citare quello dato nel 1882 dal signor Pratt, il quale offri alla 
città di Baltimora la vistosissima somma di 833,000 dollari (più di 4 milioni 
di franchi) per fondare una biblioteca, a patto che la città assicurasse a que- 
st'ultima una rendita annua di 50,000 dollari (250,000 franchi). L'offerta fu 
accettata, e ora Baltimora possiede una delle più grandi biblioteche degli Stati 
Uniti. Nello Stato del Massachusetts, su 341 biblioteche, 108 devono la loro 
esistenza alla generosità di ricchi donatori. 



LE BIBLIOTECHE PUBBLICHE NEGLI STATI UNITI 23 I 



Vediamo ora quel che sono queste biblioteche per le quali si fanno così 
grandi spese, e cominciamo col dire alcunché degli edifizi che esse occupano. 
Molti di questi edifizi sono addirittura monumentali, imponenti per grandezza 
e per lusso. Per le dimensioni viene prima di tutte la Biblioteca del Congresso, 
di Washington, la quale occupa un'area di 111,000 piedi quadrati, mentre il 
British Museum di Londra, finora la più grande biblioteca del mondo, non 
ne occupa che 90,000 circa. Gli scaffali che finora vi sono stati posti possono 
contenere 1,800,000 volumi; e si è calcolato che, usando di tutto il posto 
disponibile, se ne potranno collocare 4,500,000 J ). Se poi occorresse, si po- 
trebbero coprire dei cortili interni e così trovar posto per altri 2 milioni di 
volumi, sicché si calcola che, prima di due secoli, non ci sarà bisogno di ri- 
correre a nuove costruzioni. 

Questa biblioteca viene in testa a tutte anche per numero di volumi : la 
statistica del 1897 segna 748,115 volumi, più 245,000 opuscoli, con un au- 
mento di 16,764 volumi sul 1896. Seconda è la Biblioteca Pubblica di Boston, 
con 508,664 volumi, ai quali vanno aggiunti i 169,714 delle sue dieci suc- 
cursali sparse per la città. 

Quanto alla parte artistica, troppo lungo sarebbe il descrivere gli splendori 
delle varie biblioteche, così all'esterno come nell'interno, la ricca decorazione, 
l'abbondanza di marmi bianchi e colorati, gl'imponenti scaloni, le pitture, ecc., 
tutte cose per cui certe biblioteche, come per esempio quella di Boston, ven- 
gono visitate come si fa dei musei. Spesso, però, la preoccupazione dell'arte 
ha fatto perdere di vista il vero scopo di questi edifizi, e molti autorevoli biblio- 
tecari hanno protestato e protestano chiedendo che nella costruzione delle bi- 
blioteche si tenga conto sopratutto dell'uso a cui servono e delle esigenze dei 
frequentatori segnatamente per quel che riguarda lo spazio, l'aria e la luce. Uno 
dei principali difetti della biblioteca di Boston è appunto la cattiva distribuzione 
della luce; ma é da notarsi che nella Biblioteca del Congresso, costruita anch'essa 
in stile del Rinascimento, si è trovato il modo di aprire 2,000 finestre circa, 
sicché essa è, si dice, la biblioteca meglio rischiarata del mondo. 

Quanto alla distribuzione interna, i tipi sono due: o tutto l'edifizio può 
essere considerato come diviso in due parti distinte, quella riservata ai libri e 
quella dei lettori, o la biblioteca è suddivisa in tante biblioteche parziali quanti 
sono i suoi dipartimenti. Il primo sistema è detto sistema degli stacks; e questa 
parola, che significa propriamente mucchio, catasta, pila, ha preso un senso spe- 



l) La Biblioteca Nazionale di Parigi, la più ricca che esista, ha 2 milioni e me; 20 di volumi. 



23 2 MINERVA 

ciale quando si tratta di libri : siccome lo scopo è quello di collocare il maggior 
numero possibile di libri nel minor spazio possibile, si dispongono in una sala 
abbastanza ampia, ma sopratutto altissima (generalmente da 45 a 50 piedi = 13 
a 1 5 metri), delle scansie dal pavimento al soffitto, e le colonne così ottenute 
si chiamano stacks. Le scansie, in mezzo alle quali è lasciato lo spazio neces- 
sario per poter circolare liberamente, sono tutte in ferro e sono divise nel 
senso dell'altezza in scompartimenti di sette piedi circa che rappresentano al- 
trettanti piani. Questi sono separati da lastre di ferro traforate o di vetro, per 
lasciar passare la luce, e comunicano fra di loro per mezzo di scalette e di 
ascensori ; siccome sono poco alti, cosi i ripiani delle scansie di ciascuno sono 
a portata di mano di chicchessia senza che occorra l'aiuto di scale o di sgabelli. 

Uno dei gravi inconvenienti di questo sistema è che esso rende quasi im- 
possibile il riscaldamento: l'aria calda sale ai piani superiori, mentre quelli più 
bassi restano gelati. Non si può pensare ad aumentare la larghezza degli stacks 
per diminuirne l'altezza, giacché allora le scansie di mezzo resterebbero all'o- 
scuro; e già con le scansie attuali si deve spesso supplire alla luce naturale 
coli' illuminazione elettrica. 

Per trasportare i libri dagli stacks all'ufficio di distribuzione o alle sale di 
lettura bisognava pensare, almeno nelle grandi biblioteche, a mezzi più rapidi 
dell'andare e venire degli inservienti; ed ecco il sistema adottato a Boston: le 
schede di richiesta riempite dai lettori vengono trasmesse per mezzo di un tubo 
pneumatico alla stazione più vicina alla scansia su cui si trova il volume de- 
siderato; tigni piano è percorso da una piccola ferrovia elettrica con tre sta- 
zioni; il libro viene caricato su di un vagoncino e corre all'ufficio di distri- 
buzione con una -velocità di 150 metri al minuto, scendendo automaticamente 
per mezzo di ascensori dai piani superiori al piano a cui si trova l'ufficio di 
distribuzione e risalendo pure automaticamente. Nella Biblioteca del Congresso 
di Washington si è ricorsi invece a un altro sistema, e cioè a una via cor- 
rente che si muove di continuo e sulla quale le persone addette al servizio 
degli stacks non fanno che deporre i libri per farli giungere immediatamente 
all'ufficio di distribuzione. Siccome la via si muove con una velocità di 100 piedi 
al minuto, così le opere più lontane dall'ufficio non impiegano più di tre 
minuti per arrivare a destinazione. 

Il sistema degli stacks, a parte l'inconveniente del riscaldamento e altri 
che tralasciamo, è eccellente finché si tratta di prendere dei libri dalla biblio- 
teca e portarli nella sala di lettura o a casa; ma presenta grandi svantaggi 
quando si debbano fare delle ricerche. In quest'ultimo caso sembra preferi- 
bile il sistema adottato per primo da W. F. Poole nella biblioteca di Chicago 
e imitato poi da altri: tutti i libri che si riferiscono a una materia sono riu- 



LE BIBLIOTECHE PUBBLICHE NEGLI STATI UNITI 233 

niti e a portata del lettore, il quale spesso, quando si trova imbarazzato nella 
scelta del volume da consultare, trova facilmente quello che gli serve guar- 
dando sugli scaffali. Le sale sono grandi, ben arieggiate e riscaldate, comodis- 
sime. D'altra parte, anche il sistema Poole non è perfetto : anzitutto presenta 
difficoltà la classazione dei volumi, giacché spesso un libro, per il suo conte- 
nuto, può esser collocato in più di uno scompartimento; e poi l'operazione 
del prestito è resa molto più lunga e difficile. 

Per queste ragioni spesso si è fatto ricorso a una combinazione del sistema 
degli stacks e del sistema Poole. Così, per esempio, l'edificio della Biblioteca 
del Congresso ha la forma di un immenso rettangolo; nell'interno un ampio 
cortile diviso in quattro cortili più piccoli da un corpo di fabbrica in forma 
di croce; nel centro di quest'ultimo sta la grande sala generale di lettura, fian- 
cheggiata a settentrione e a mezzogiorno da due stacks giganteschi ciascuno 
dei quali può contenere 800,000 volumi; i due bracci orientale e occidentale, 
l'uno occupato dallo scalone monumentale e da splendidi vestiboli, l'altro da 
altri stacks, mettono in comunicazione la sala centrale con quelle del rettan- 
golo esterno, tutte contenenti collezioni speciali di libri disposti secondo il si- 
stema Poole. È chiaro, però, che, se si combinano in questo modo i vantaggi 
dei due sistemi, non si eliminano i difetti dell'uno e dell'altro; sopratutto è 
difficile decidere se certe opere debbano essere collocate nella biblioteca detta 
generale o nelle collezioni speciali, a meno che di queste opere non si pos- 
sieda pii^ di un esemplare. 

Un'altra soluzione è quella che è stata tentata a Worcester (Massachusetts), 
•dove la biblioteca è stata divisa senz'altro in due parti: una contiene i libri 
destinati al prestito, l'altra quelli occorrenti agli studiosi che lavorano nella 
biblioteca stessa ; ma la divisione è stata fatta con un criterio abbastanza ar- 
bitrario, e ogni tanto dei libri passano da una divisione all'altra, donde una 
evidente complicazione per l'amministrazione. 

C'è, è vero, un mezzo abbastanza semplice e pratico di riunire i vantaggi 
dei due sistemi senza averne tutti gii inconvenienti; ma esso non è applica- 
bile se non in biblioteche di modeste proporzioni : è il sistema che ha adot- 
tato il Fletcher nella piccola biblioteca modello da lui impiantata ad Amherst. 
Nella grande sala di lettura, accessibile a tutti i visitatori, si trovano le en- 
ciclopedie, le riviste e i giornali; accanto a questa sala sta quella dei libri di- 
sposti col sistema degli stacks; però, a ciascun piano, gli stacks sono interrotti 
dalla parte delle grandi finestre che tagliano l'edifizio in tutta la sua altezza, 
€ lo spazio così ottenuto è occupato da tavoli ad uso degli studiosi. 



I 



234 MINERVA 

Qui l'autore, venendo a parlare della classificazione dei libri, espone brevemente la di- 
visione decimale di Melvil Dewey, della quale Minerò* si è già occupata (i). Lo Schinz 
loda, ingenerale, questa classificazione; solo avrebbe voluto che tale sistema fosse stato 
perfezionato di più prima di metterlo in uso ; egli approva la prima divisione in dieci grandi 
categorie (o, generalità; i, filosofia; 2, religione; 3, sociologia; 4, filologia; 5, scienze na- 
turali; 6, scienze applicate ; 7, belle arti ; 8, letteratura; 9, storia e geografia), ma crede che 
la suddivisione di ciascuna delle categorie potrebbe essere migliorata, e a tale scopo vor- 
rebbe che per ciascuna di queste categorie si promovesse una riunione di distinti specia- 
listi per venire a un accordo intorno alle principali suddivisioni. 

Lo Schinz si diffonde poi intorno ai cataloghi addentrandosi in particolari che qui sa- 
rebbe troppo lungo riferire e rilevando i vantaggi che hanno sui cataloghi stampati quelli 
manoscritti, e fra questi i cataloghi a schedario adottati quasi generalmente nelle biblio- 
teche americane; ottimo uso è poi quello di tenere i lettori al corrente dei progressi della 
biblioteca col pubblicare ogni mese od ogni settimana, o col far affiggere nella biblioteca 
l'elenco dei nuovi acquisti. 

Quanto al collocamento dei libri, dapprima si numeravano le scansie e cia- 
scun libro portava l'indicazione esatta del numero della scansia nella quale si 
trovava. Accadeva, però, che dovendo collocare nuovi volumi in una scansia 
già piena, bisognasse trasportarne alcuni nella scansia seguente, e così via; per 
cui si dovevano fare continue correzioni nel catalogo e nella numerazione dei 
libri stessi. Perciò oggi non si numerano più le scansie e si dà il numero 
d'ordine solo ai libri, di modo che l'introduzione di nuovi volumi in una col- 
lezione già formata e su scansie già complete non genera più nessun disor- 
dine nel catalogo. • 

un sistema ancor più semplice, quello adottato nella biblioteca del- 
l'Università di Clark, a Worcester: il volume non porta altra indicazione che 
la cifra o la lettera del riparto in cui si trova, e in ciascun riparto i volumi 
sono disposti in ordine alfabetico secondo i nomi degli autori. Ma questo si- 
stema non sarebbe applicabile in una biblioteca di grande importanza: un nu- 
mero, sia pure di molte cifre, è molto più preciso e chiaro che non la com- 
binazione delle prime lettere del nome dell'autore. 

Finalmente, per quel che riguarda il prestito dei libri, tutte le biblioteche 
degli Stati Uniti hanno adottato, con poche varianti, uno stesso sistema, per 
mezzo del quale si fa presto a sapere a chi e da quanto tempo un libro sia 
stato prestato e quanti volumi abbia in prestito una data persona. Ogni libro 
porta, in una piccola tasca di carta fissata all'interno della copertina, due schede 
lunghe io centimetri, larghe 4, una bianca e l'altra turchina, recanti tutte e 
due il titolo dell'opera. Quando un volume viene preso a prestito, si segna la 
data dell'uscita sulla tasca e si ritirano le due schede scrivendovi sopra, o la- 



1) Vedi volume m, fate. ;, pag. 206 (marzo 1896). 



LE BIBLIOTECHE PUBBLICHE NEGLI STATI UNITI 235 

cendovi scrivere dalla persona stessa che prende il volume a prestito, il nome 
e cognome e l'indirizzo. Ciascuna delle due schede è collocata in una scatola 
divisa in dodici compartimenti che rappresentano altrettanti giorni (durata del 
prestito), e ogni giorno, dopo la chiusura della biblioteca, le schede bianche 
vengono disposte alfabeticamente secondo il nome dell'autore, le turchine se- 
condo il nome di colui che prende a prestito. Quando il volume viene ripor- 
tato, si rimettono le schede nella tasca. Dopo dodici giorni la scatola è piena 
e si ricomincia dal primo compartimento; se in questo si trovano ancora delle 
schede, si manda un avviso ai ritardatari per sollecitarli a restituire i volumi. 
Il pubblico è ammesso facilmente al prestito; di solito non si chiede nem- 
meno la garanzia di una terza persona: questa misura vien considerata come 
superflua, e si calcola che per compilare e per tenere al corrente l'elenco delle 
garanzie occorrerebbe spendere più di quel che si spende per ricomprare i vo- 
lumi che si perdono. 



In generale, la grande differenza fra le biblioteche europee e quelle ame- 
ricane è la seguente : che in quelle tutto si giudica dal punto di vista del libro, 
mentre in queste non si pensa che al lettore. Agli occhi degli Americani il va- 
lore di una biblioteca è in ragione diretta dell'utilità che essa reca alla comune 
dei lettori; il concetto non sarà assolutamente giusto, ma il principio, una 
volta accettato, è applicato rigorosamente, e nulla si trascura per prevenire i 
più piccoli desideri del pubblico. Non solo l'ammissione al prestito è accor- 
data con la massima larghezza, ma nelle grandi città, per renderlo più facile 
a quelli che abitano molto lontano da una biblioteca, si sono stabilite in vari 
quartieri delle specie di succursali : a Boston ce n' è una diecina, e tutti in- 
sieme fanno 169,714 volumi. Per quelli poi che vogliono lavorare nella bi- 
blioteca stessa è riservata una grande sala generale, più varie sale speciali. 
Spesso vi sono delle grandi sale che formano delle gallerie artistiche di foto- 
grafie o perfino di quadri, e nelle quali di quando in quando si organizzano 
delle esposizioni. 

Non mancano grandi sale per le riviste, e qui si trova di solito una scelta 
considerevole di periodici americani ed esteri. La biblioteca di Boston riceve 
1500 riviste. Non meno spaziose e ben fornite sono le sale dei giornali quo- 
tidiani; in generale, però, la stampa europea non è troppo ben rappresentata. 

Da alcuni anni, finalmente, si manifesta una nuova tendenza, quella, cioè, 
ad ammettere nelle biblioteche anche i fanciulli. Spesso essi sono ammessi al 
prestito prima di dodici anni e hanno accesso nelle sale di lettura. Fino a due 



236 MINERVA 

anni fa, solo negli Stati del centro e dell'Ovest, per esempio a Buffalo e a 
Denver, avevano un posto speciale; ora anche nella biblioteca di Boston è de- 
stinata a loro uso esclusivo una grande sala con 1300 volumi circa, disposti 
in modo che i piccoli visitatori possano prenderseli. In questa sala regna la 
più perfetta libertà : ogni fanciullo può sfogliare e leggere i volumi, che na- 
turalmente sono scelti con cura e spesso sono illustrati, senza bisogno di un 
permesso speciale; l'unica restrizione è questa: che non è ammesso al pre- 
stito chi non ha ancora dodici anni. Le pareti sono ornate di belle tavole rap- 
presentanti scene storiche o capilavori dell'arte antica; ed è veramente gra- 
zioso lo spettacolo che presenta la sala nelle ore del dopopranzo, con tutti 
quei piccini fieri di avere anch'essi il loro posto nella « grande biblioteca ». 
Nella sala si trova una signora che, con grande bontà e pazienza, è pronta 
a dare gli schiarimenti di cui quei bibliografi io erba possano aver biso 
E a questo proposito va rilevata l'estrema cortesia di tutto il personale, senza 
eccezione, delle biblioteche americane: è rarissimo che un impiegato rifiuti di 
servir qualcuno, o dica una parola o faccia un solo gesto d'impazienza. 

Un'altra maniera di favorire il lettore della quale non si ha un'idea in 
Europa, è non solo di lasciar uscire i frequentatori senza domandare loro la 
prova che abbiano restituito i volumi consultati, ma anche di lasciar loro li- 
bero accesso in tutte le sale e perfino agli stacks, con facoltà di prenderne dei 
volumi e sfogliarli. Ciò, naturalmente, non è praticabile nelle grandi biblioteche, 
dove un individuo si perderebbe nel labirinto degli stachs senza trovare quello 
che cerca; ma si pratica, per esempio, nelle biblioteche universitarie. 

Una questione abbastanza discussa è quella dell'apertura delle biblioteche 
la domenica: tale uso vige in molte città, fatto molto caratteristico in un paese 
come l'America, dove è strettamente osservato il riposo domenicale; e si va 
diffondendo sempre più. 

mancano altre attenzioni al pubblico. Per esempio, delle opere che 
vengono richieste più di tutte si acquistano tanti esemplari quanti bastano. 
Xel [895, la biblioteca di Saint-Louis (Missuri) aveva acquistato in otto mesi 
71 esemplari del 'I'rilbv e 68 copie del Conte di Montecrislo oltre alle 13 che 
già c'erano. I libri più letti sono poi La fiera della vanità, 1 Miserabili, Ben 
llia, 'I livide Copperjield, Ivanboe, La capanna dello ^io Tom, ecc., ecc. Tra i 
libri per la gioventù tengono il primo posto i quattro principali romanzi di Luisa 
Alcott: alle 75 copie di Little IVovien che la detta biblioteca già possedeva, se ne 
dovettero aggiungere altre 53. Di questa stessa opera la biblioteca di Cleveland 
(Ohio) ne aveva, nel 1897, ben 178 esemplari. 

A questo proposito l'autore viene a parlare di una questione: se cioè, si debba inco- 
raggiare la lettura delle opere à sensation fornendone bene le biblioteche; giacché si è 



LE BIBLIOTECHE PUBBLICHE NEGLI STATI UNITI 237 

notato che i libri di cui le biblioteche devono tenere più copie entrano nella categoria dei 
books 0/ fiction, cioè di quelli che, mentre impressionano la fantasia, contribuiscono meno 
di tutti allo sviluppo del lettore. Lo Schinz divide l'opinione di S S. Green, il quale, 
fedele al principio che una biblioteca deve soddisfare alle esigenze del pubblico, lascia 
circolare i books of fiction, scartando però senz'altro i libri immorali ; egli ritiene che i 
libri d' immaginazione, con tutti i loro difetti (il principale dei quali è quello di dare una 
falsa idea della realtà), hanno tuttavia due vantaggi : anzitutto, stornano coloro che li leg- 
gono da azioni peggiori di questa lettura, e poi aprono la via a letture più serie, il quale 
effetto si può provocare con una scelta giudiziosa. 

Le biblioteche americane cercano di estendere la loro influenza fuori della 
sfera diretta della loro attività, e perciò si mettono in relazione con tutte le 
istituzioni alle quali possono essere utili. Esse si connettono, naturalmente, al 
movimento conosciuto col nome di University Extetision, talvolta sono in re- 
lazione con le scuole domenicali, che negli Stati Uniti sono scuole per adulti. 
Qui ci limiteremo a considerarle nelle loro relazioni con gl'istituti d'istruzione. 

Poiché il desiderio di leggere si fa sentire con maggior forza dai quindici 
ai ventidue anni, le biblioteche si sono accordate coi direttori delle scuole; e 
con buon frutto: dal 1880 al 1881 erano stati letti dagli scolari di Worcester 
7500 volumi; dal 1885 al 1886 ne furono prestati 12,511, il che equivale 
(i volumi essendo prestati per 15 giorni) a 875 volumi al giorno. Da tre anni 
a questa parte, il fascicolo d'aprile della « Rivista delie Biblioteche » è riser- 
vato regolarmente alla discussione dei rapporti fra le biblioteche e le scuole. 
Vi sono poi molti cataloghi di libri raccomandati alla gioventù, e uno dei più 
stimati fra questi cataloghi è quello di G. E. Hardy « 500 libri per i fan- 
ciulli da 6 a 14 anni. » Per le classi superiori sono giustamente apprezzati i 
cataloghi di J. Q. Emery. 

Fra i mezzi adoperati per secondare la mirabile organizzazione delle biblio- 
teche americane meritano di essere rilevati tre : i corsi di lezioni per i gio- 
vani che intendono diventare bibliotecari (il primo corso fu organizzato da 
Melvil Dewey nel 1886), corsi annuali e corsi estivi; la pubblicazione di opere 
speciali, quali, per esempio, Public Libraries in ^America di W. J. Fletcher, 
Hints to small Libraries di miss Plummer, Public Library Handbook pubblicato 
dalla biblioteca di Denver; poi molti cataloghi di libri scelti per fanciulli e per 
adulti, oppure per chi voglia fondare una nuova biblioteca, o cataloghi per col- 
lezioni speciali; poi gli elenchi periodici di libri raccomandabili, come le ottime 
References Lists mensili del Foster, e finalmente il Poole Index far Periodical 
Litterature del Fletcher, che dà ogni anno un catalogo completo, per ordine di 
materie, di tutti gli articoli di riviste americane e inglesi; infine un'istituzione 
speciale della biblioteca di Albany: il riparto dei duplicati, al quale ogni bi- 
blioteca manda uno o più esemplari superflui, che vengono scambiati con opere di 

• 



238 MINERVA 

valore press'a poco uguale. Fattore principale di progresso per le bliblioteche 
americane è l'associazione americana dei bibliotecari, A(merican) L(jbrarian) 
A(ssociation), il cui organo è il Library Journal e che ha fondato nei vari Stati 
comitati e società locali. 

A tutte queste attenzioni il pubblico americano si mostra sensibile, e ne 
fanno fede le munificenze di cui s'è parlato più sopra. Inoltre, le statistiche 
dimostrano che, se in sei anni il numero delle biblioteche è cresciuto del 27 per 
cento e quello dei volumi del 60, cresce anche in proporzioni confortanti il 
numero dei lettori e quello dei prestiti. La Newberrv Library di Chicago se- 
gnala, dal 1894 al 1895, un aumento del 50 per cento nel numero dei lettori 
e del 100 per cento in quello delle lettrici, un aumento del 30 per cento nel 
numero delle riviste consultate, e del 400 per cento in quello dei libri. I pre- 
stiti dellla Biblioteca Pubblica di Boston salirono nel 1894 a 1,500,000 vo- 
lumi. II uguali progressi segnano le statistiche anche per le biblioteche di pic- 
coli centri. 

Non è qui il luogo di esaminare se e quanto questa immensa propaganda 
del libro abbia contribuito a far salire il livello intellettuale degli Americani. 
Considerate dal punto di vista della loro organizzazione interna, le biblioteche 
americane possono indubbiamente servire di modello alla maggior parte degli 
istituti simili in Huropa. Non vogliamo dire che esse sieno senza ditetti ; ma 
i piii gravi di questi sono compensati da buone qualità. Un difetto è, per 
per esempio, l'intendere e l'applicar male il principio del maggior \ 
del lettore, e il non abbonarsi a una rivista importante o il non acquistare un'opera 
di vero valore se non quando si sia certi che questa o quella verranno ricercate. 
Una biblioteca, checché si dica, non è un ammasso di libri: d^ una 

collezione ordinata e scelta la quale deve dar soddisfazione al bibliofilo e al 
dotto almeno tanto quanto al lettore ignorante. Un altro difetto è l'esagerata 

erenza che si dà negli Stati Uniti — e non nelle biblioteche soltanto — 
alle opere d'origine americana: dove queste mancano, si ricorre all'Europa; ma 
se c'è su di un argomento un libro d'autore americano, eccolo adottato subito 
ed esclusivamente, anche se è inferiore di molto a opere pubblicate da stra- 
nieri. In generale, i metodi seguiti nella scelta dei libri da acquistare non sono 
così perfetti come si dovrebbe aspettarsi da istituti così importanti. Però, tutto 
sommato, nelle biblioteche americane è più quello che merita di essere imitato 
di quello che va evitato : in quanto si riferisce al classare, al catalogare, al di- 
sporre i libri, in una parola all'amministrare una biblioteca, gli Americani sono 
incontestabilmente superiori a noi. 

Non bisogna dimenticare che le circostanze da questa e dall'altra parte del- 
l'Oceano sono affatto diverse: le nostre biblioteche contano secoli di vita, e 



PITTURA GIAPPONESE 239 



spesso è impossibile trasformarle, mentre quelle dell'America sono, salvo poche 
eccezioni, relativamente recenti (la più antica è quella di Harvard College a 
Cambridge, nel Massachusetts, che fu fondata nel 1638), e quindi possono 
profittare di tutte le innovazioni dovute a una lunga esperienza e sopratutto 
allo spirito pratico degli Americani. D'altra parte, però, bisogna dire che a noi 
spesso manca il coraggio di cambiare, di innovare, di trasformare. La Biblio- 
teca del Congresso di Washington ha trasportato in meno di sei mesi i suoi 
800,000 volumi in un nuovo edifizio; la Biblioteca Pubblica di Boston, dopo 
aver cambiato casa or non è molto, già si prepara a introdurre importanti 
mutamenti; uno dei primi assistenti della Biblioteca Astor a New York ci di- 
ceva che, nei cinque anni ch'egli si trovava lì, non c'era, per così dire, vo- 
lume che non avesse cambiato posto almeno una volta; e finalmente New York, 
con la progettata fusione delle due grandissime biblioteche Astor e Lenox, si 
accinge a un remue-ménage tutt'altro che indifferente. Se in Europa ci si ado- 
prasse a rendere più comodo e più facile l'accesso e l'uso delle biblioteche, 
potremmo renderci miglior conto che non finora della loro reale utilità; sarebbe 
questo il miglior mezzo per provocare qualcuno di quegli atti di generosità che 
ci fanno invidiare l'America, e non si assisterebbe più ad avvenimenti così de- 
plorevoli per l'amor proprio dell'Europa intellettuale quale quello accaduto 
nel 189 1, quando si lasciò che una magnifica biblioteca di 150,000 volumi 
passasse l'Atlantico e andasse a formare d'un colpo la prima biblioteca uni- 
versitaria degli Stati Uniti dopo quella di Harvard, la biblioteca di Chicago. 



PITTURA GIAPPONESE 

(Da un articolo di A. Haentler, Die Zeit, 27 agosto) 



La parte sostanziale di questo articolo è la relazione di una visita fatta dall'autore al più 
grande dei pittori giapponesi viventi, Suzuki Shonen. A questa relazione lo Haentler premette 
una descrizione delle case giapponesi alla cui struttura e disposizione la pittura s'informa. 

Il genere più popolare di pittura nel Giappone è il disegno a inchiostro 
di China; giacché la pittura giapponese, come la cinese, si è sviluppata dalla 
calligrafia, e le lettere delle due scritture, hirakana e katakana, vengono trac- 
ciate col suddetto inchiostro. Il Giapponese maneggia abilmente il pennello, 
così nella pittura a inchiostro di China come in quella ad acquerello ; egli non 
ama, però, i quadri a olio ; e non è difficile spiegare questa antipatia. In quelle 



24O MINERVA 

camerette così leggere, dalle pareti così sottili e in parte mobili, un quadro a 
olio sarebbe una vera stonatura. Prima di tutto, il quadro a olio non desta 
nessun sentimento nel Giapponese; il quale, tutto occupato a esaminarne la 
strana tecnica, non giunge all'illusione dell'imagine ; e poi esso non è fatto per 
i suoi gusti : quando è fissato una volta a una parete, non si lascia staccare 
tanto facilmente; invece il Giapponese cambia di gusto da oggi a domani: mu- 
tabile di natura com'è, non si adatta a una disposizione fissa e quasi immu- 
tabile del suo home ; per lui ci vogliono pitture che in due minuti possano 
essere staccate dalla parete, arrotolate, riposte e sostituite da altre più in ar- 
monia col suo momentaneo capriccio, o destinate a far onore a un suo ospite, 
e così via. 

Tutto ciò fa sì che i Giapponesi sieno, per quel che si riferisce alla pit- 
tura, rigidamente nazionali e conservatori; di novità europee non vogliono sa- 
perne assolutamente, e dicono insieme con Kuroda: « La pittura europea viene 
dalle tenebre, essa non è che un'ardente brama di luce e di colore; la pittura 
giapponese compie il vangelo della serenità con semplici colori e con semplici 
lince. Siamo Korin e non Rembrandt! » E tutti quelli che dipingono, dagli 
artisti che hanno una individualità propria ai miseri copisti, tutti si attengono 
tradizione nazionale. 

Ed ecco la <k-s< ri/ione della visita a Suzuki Shonen, che riassumi ano riproducendo in 
gran parte le parole stesse dell'autore. 

A Kioto, patria di Suzuki Shonen, si raccontano intorno a questo artista 
mirabili cose: si dice ch'egli non ha mai voluto piegarsi davanti a nessuno, né 
al pubblico né alL chiesuole; egli non obbedisce che alla sua coscienza arti- 
tistica, ed è fiero, ed è severo verso se stesso; e tutti, in patria e fuori, lo j 
onorano. 

Non lungi dal ridente distretto di Gion, in una strada larga e piena di 
luce, in mezzo alle variopinte baracche, sporgono, al di sopra di un muro liscio, 
dalla tinta chiara, due modeste palme da sago: è quella la dimora di Suzuki 
Shonen. Si attraversa un cortile e si arriva a un locale in cui, accoccolati a 
terra, lavorano gli scolari; uno di essi, che sta dipingendo un paesaggio su di 
una striscia di seta, si alza, va a prevenire il maestro e subito ritorna invitando 
il visitatore a entrare. 

Si entra in una stanza piuttosto stretta, dalle cui finestre si vede giù un 
bel giardinetto con una fontana zampillante; il locale piace; le pareti sono 
tutte coperte di quadri del maestro, parte finiti, parte appena cominciati. Ed 
ecco avanzarsi Suzuki Shonen, che fa al visitatore gentile accoglienza. I suoi 
movimenti sono vivaci, quasi irrequieti, gli occhi neri hanno uno sguardo franco 






PITTURA GIAPPONESE 24 I 



e sereno, con una certa espressione di curiosità. Ma, con tutta la sua vivacità, 
si vede in quella forte testa dai capelli grigi una natura contemplativa. Egli 
mi prega di guardare i suoi quadri, di guardarli molto attentamente : — « Bi- 
sogna pregare molto bene quando si viene in pellegrinaggio da lontano ». 

Siccome davanti ad alcuni quadri mi metto a sedere, Suzuki Shonen os- 
serva sorridendo : — « Già, sono fatti per esser veduti dal basso ; noi li guar- 
diamo stando accoccolati. Il punto di vista è molto basso, e ciò dà al tutto 
maggior forza. Anche il giardino, veduto da quassù, non sembra quasi natu- 
rale, giacche non c'è albero o fiore che cresca dentro la terra. Quando si vede 
qualche cosa dall'alto, sembra quasi che rientri nella terra; questa illusione deve 
essere tanto maggiore in un quadro ». 

Quando vede che mi fermo di più davanti a un quadro, Suzuki Shonen 
me ne spiega volentieri l'argomento; e io provo un vero godimento davanti 
a questo mondo strano, fine, stilizzato, in cui si manifesta tutta l'anima di un 
buon artista, un'anima forte, conscia di sé stessa, che obbedisce solo alle sue 
proprie leggi e sa attrarre gli altri nel suo mondo con mezzi semplici ma 
sicuri ed efficaci. 

Notevoli i fondi dei paesaggi, monti velati di un tono delicato, grigio, tal- 
volta grigio-violetto, su cui stacca fortemente il primo piano dalle tinte brune 
e gialle. Anche Suzuki Shonen, però, come i suoi colleghi giapponesi, non af- 
fronta il problema della riproduzione dell'aria, anch'egli non dipinge il cielo ; 
ma il suo istinto artistico gli fa scegliere per i suoi paesaggi una luce neutra, 
tale che chi guarda non cerca il cielo. 

Ci sediamo poi nel suo vero studio davanti a un tavolino lungo e stretto, 
alto quanto basta per uno che stia accoccolato sulle stuoie che coprono il pa- 
vimento. Fumando — i Giapponesi fumano sempre — Suzuki Shonen prepara 
il the, e mentre sta tutto occupato in questi preparativi, mi tiene una piccola 
conferenza intorno alla pittura di paesaggio: 

« Il paesaggio come complemento della figura ? Ma allora non è più 

un paesaggio, non è più un'imagine delia stagione, se l'uomo nel quadro deve 

essere più di un pezzo del resto della natura; allora non si esprime più quello 

si deve esprimere: il sentimento del paesaggio. Se si vuol dare un'espres- 

. pittorica all'anima dell'autunno, l'uomo può essere tutt'al più una mac- 

tta nel paesaggio: egli non può avere una parte più importante di un ramo 

sporga in modo strano da un albero, di un mucchio di fieno su di un 

prato, o, nella migliore ipotesi, di un uccello in mezzo a fiori dall'alto stelo. 

fanciulla in un campo di riso non è che un pezzo curioso del campo di 

: così, di fronte alla primavera o all'autunno, l'uomo per se stesso è molto 
, un po' di movimento, un colore e non più; egli non può avere un'anima 

18 



242 MINERVA 



propria; egli è forse un pezzo lieto di primavera, un gesto melanconico del- 
l'autunno; e questo è tutto Il nudo? Di fronte a questo siamo indiffe- 
renti ; non saprei dire se ciò provenga dal fatto che vediamo la gente delle 
classi più basse lavorare ignuda, o perchè lo stesso spettacolo ci si presenta 
nei bagni pubblici; non so, ma constato il fatto della nostra indifferenza. Inoltre, 
i nostri pittori sono, in generale, troppo poveri per poter pagare i modelli. 
Quanto a me, non dipingerei un uomo nudo perchè i miei colori non mi 
sembrano adattati, e non dipingerò mai a olio; non ho dipinto mai nemmeno 
a lacca; dipingo solo acquerelli. » 

Dipoi il pittore mi mostrò uno strano quadro dicendomi: « L'ho eseguito 
dopo una lunga malattia, con l'intenzione di simbolizzare la morte». La pit- 
tura rappresenta il busto di una donna, sul cui volto si legge un profondo ma 
frenato dolore. Il corpo è cinto di un panno turchino; e questo è tutto. Ma 
il color turchino smorto di quel panno desta l'impressione della paura e della 
morte ; e quanto più si guarda il quadro, tanto più parla da esso il dolore ; e 
il dolore diventa angoscia, e il volto della donna sembra perdere la sua rigi- 
dità e risolversi in uno spavento disperato, il terrore della morte. 

Ed ecco altri paesaggi. Ecco un paesaggio autunnale: a destra, in primo 
piano, si stacca sul , bruno terreno un gruppo di aceri dalle foglie il cui colore 
va dal giallo al rossiccio, e si piega alquanto su di un tìumicello che scorre 
in direzione diagonale ed è attraversato da un canotto su cui si vedono due 
ometti; dall'altra parte dell'acqua, il terreno bruno sale fino a una casetta che 
sta in mezzo a un altro gruppo d'aceri: questo gruppo e il boschetto di bambù 
che gli sta vicino staccano su di una nube di nebbia bianchiccia; in fondo, 
lontano, una collina bassa, della quale appena appena si vede il color : 
in mezzo a una bianca nuvola. Da tutto il quadro spira una soave malinconia, 
nella quale però mette una nota lieta il colorito degli aceri co' suoi pas 
dal languido gialloverde al rosso intenso. Ammiro il passaggio da un colore 
all'altro, ammiro quell'effetto per cui pare che i colori nascano dalla nuvola, e 
la delicata smorzatura di toni e la soave armonia del dipinto; e il maestro mi 
die:: « Sembra che vi siate già immedesimato nel quadro; non vedete più quella 
cascata d'acqua che prorompe improvvisamente dal varco che mena alla collina 
del fondo. Eppure gli Europei pretendono sempre di riconoscerci da questo: 
dalla cosa subitanea, dalla cosa che sorprende ». — « Gli Europei - risposi - 
hanno più di una volta ragione: il gusto delle sorprese, delle cose subitanee 
è un tratto caratteristico dei paesaggi e degli uomini del Giappone». — « Oh, 
io non sono nemico degli Europei - replicò Suzuki Shonen, - no certamente. 
Non temo l' influenza dell' Europa, come voi non temete quella del Giappone. 
È come prova che non avete paura dovete portarvi in patria questo paesag 
Conoscono il Giappone laggiù ? » 



RIVISTA DELLE RIVISTE 243 



Tornai a trovare Suzuki Shonen, il quale volle mostrarmi come dipingeva. 
Accoccolato a terra, dipinse davanti a me tre graziosi quadretti su carta giap- 
ponese, rapidamente, con pochi tratti, tenendo il pennello perpendicolare. Gli 
domandai se facesse molti schizzi dal vero, ed egli mi rispose : « Non faccio 
mai schizzi e non dipingo mai due volte un quadro. Non capisco a che mi 
servirebbe lo schizzo: esso è una cosa ibrida, è un dipingere che non è di- 
pingere. Un maestro che schizzi mi sembra un adulto che si eserciti a pre- 
gare. Io non schizzo mai i miei quadri; nelle mie frequenti peregrinazioni la 
mia memoria pittorica ritiene quello che merita di essere ritenuto; la cosa 
rimane in me, e quando mi va la dipingo. Questo è tutto ». 

Suzuki Shonen ha presentemente quarant'otto anni, ed è il degno discendente 
di una famiglia di artisti. La profonda lirica de' suoi paesaggi ha tutta la soave 
freschezza della canzone popolare. 



RIVISTA DELLE RIVISTE 



The Century Illustrateci Magazine (settembre), New York: 

America, Spagna e Francia. — Autore di questo articolo è Emilio Olivier, il celebre 
ministro di Napoleone III. Poche storie, egli osserva, sono più tragiche e al tempo stesso 
più istruttive che la storia del popolo spagnuolo. D'un tempo gli Spagnuoli avevano esteso 
il loro dominio e la loro influenza sul meglio d'Europa, dall'Olanda alla Sicilia. La gente 
vestiva alla spagnuola, pensava e sentiva alla spagnuola, e dalla Spagna non meno che 
da Roma il grande Corneille traeva le sue sublimi ispirazioni. Tutto veniva in loro aiuto. 
Un italiano, diventato spagnuolo, per loro scopriva un nuovo mondo. 

Nulla è paragonabile a questo magnifico sviluppo di potenza, tranne la grandezza e la 
rapidità del suo decadere. A poco a poco gli Spagnuoli furono privati d'ogni dominio in 
Europa, restando loro però, largo compenso, il Nuovo Mondo, coi suoi tesori, col fertile 
suolo, coi fiumi fecondi, coi suoi due oceani che comandavano al commercio del globo. 
Ma anche qui non tardò il tramonto. 

La storia delle colonizzazioni spagnuole presenta tre fasi : la prima è intieramente di 
natura guerresca; la seconda è sacerdotale, ossia il prete tien dietro al capitano per con- 
vertire le misere popolazioni non ancora sterminate dal conquistatore ; nella terza fase, al 
soldato e al missionario tien dietro il favorito di Corte, il quale è mandato nelle colonie 
ad arricchire, vendendo decorazioni, corrompendo, valendosi dei mezzi più disonesti. 

Non è un simile sistema di colonizzazione che potesse durare. Nel 1820 cominciarono 
le insurrezioni, e la Spagna, vinta e cacciata, fu spogliata di tutte le sue colonie, tranne 
le Antille e le Filippine. La Spagna avrebbe dovuto prender lezione da questi avveni- 
menti e cercar di governare le colonie rimaste con saviezza e liberalità. Ma essa non mutò 



244 MINERVA 

sua regola : era notorio che gli Spagnuoli non andavano a Cuba se non attratti dallo scopo 
di arricchire e rapinare. « Nel 1870 — dice l'Olivier, — quando io ero ministro, ricevetti 
una deputazione di Cubani, i quali venivano a pregarmi di portare un rimedio ai loro mali 
e intervenire in loro aiuto ». 

nuto il malcontento all'ultimo limite, è scoppiata l'insurrezione, e l'ultima delle 
adi colonie della Spagna sta per esserle strappata. 

dobbiamo forse deplorare questa espulsione finale della Spagna? Dobbiamo obiettare 
all'emancipazione di Cuba e riguardarla come una disgrazia? No certamente; noi dob- 
biamo vedere in essa un giusto decreto della Provvidenza. 

La nazione spagnuola ha delle splendide qualità: è cavalleresca, intrepida, né manca 
mai di pazienza e di coraggio. A queste unisce un orgoglio infinito e una spietata du- 
di cuore. Essa si considera superiore a qualunque cosa al mondo, e chiunque ne 
;ti la supremazia deve essere soppresso. Tutta la sua storia è un continuo sterminio: 
ha sterminato i Mori e gli Indiani; essa diventò la patria della Inquisizione e degli 
auto-da-fè. In questa passione di distruggere, colpire, saccheggiare, non fu rispettata nep- 
pure la capitale della sua fede; cosicché, quando le orde di Carlo V piombarono su Roma, 
commisero più spogliazioni e sacrilegi e cagionarono maggior rovina che non 
barbari del Nord. 

ra gli orgogliosi sterminatori non possono essere civilizzatori. Kssi non !ano 

i popoli; essi li fanno solamente soffrire, e li sfruttano tinche non li obbligano, esasperati, 
a rivoltarsi. 

1 Francesi, dice l'autore, hanno lasciato dappertutto treccie della loro civiltà; ma gli 
nuoli non hanno lasciato in alcun angolo della terra alcun frutto o buona meo 
della loro dominazione. Kssi vorrebbero ora sterminare i Cubani e far loro sottrile il de- 
stino che essi indissero ai Mori, agli Indiani e agli eretici ; a questo proposito basta ri- 
re le orribili tragedie associate al nome del general Weyler. 
Dobbiamo torse sorprenderci se i Cubani non vogliono essere sterminati: se lottano e 
•ntendosi troppo deboli, gridano al soccorso ? Dobbiamo sorprender' 
gli Americani, i quali hanno inteso quelle grida disperate e hanno accolto i profughi da 
<|uel : — dobbiamo sorprenderci se questo popolo, il quale non è solamente 

.il commercio, ma è religioso e legge la Bibbia, ha sentito nel suo cuore una 
fonda indignazione e s'è fatto innanzi per porre un termine a questo scandalo per la ci- 
viltà, a questo vero oltraggio alla legge divina? Come osa alcuno pretendere che un tale 
atto di umanità sia una violazione delle prescrizioni dell'onore internazionale, dei pr» 
della giustizia e delle esigenze del diritto? 

Simili rimproveri sarebbero iniqui e ingiustificati da qualunque parte \ ma 

Ultamente incomprensibili se venissero dalla Francia. Non è forse l'intiera 
storia della Francia l'apostolato della liberazione con la parola, col consiglio e con la forza 
delle armi a beneficio dei popoli oppressi ? 

Dopo aver citato molti casi in cui la Francia è intervenuta in difesa del diritto e della 
libertà (America, Creda, Belgio, Rumenia, Italia), l'autore aggiunge: In questo secolo la 
Francia ha fatto più che praticare una politica di generosità e di affrancamento: essane 
ha scoperto la formola enunciando il principio della nazionalità. Si ebbe cura di distin- 
guerlo dalla barbara teoria della legge delle razze — idea la quale, secondo la moderna 
teoria internazionale francese, è un'idea esclusiva e retrograda, che non ha nulla in co- 
mune con la larga, sacra, civilizzante concezione della patria. Una razza ha dei limiti che 



RIVISTA DELLE RIVISTE 2-\y 

non possono essere oltrepassati, la patria non ne ha alcuno: essa può espandersi e svi- 
lupparsi senza limite: può abbracciare il genere umano, come ai tempi del Romano Im- 
pero. Per secoli le razze sono state fuse in patrie, e sarebbe impossibile mettere una fine 
al misterioso lavorìo da cui sono nati i magnifici risultati che questa fusfone ha prodotto, 
e che in nessun luogo sono più sorprendenti che negli Stati Uniti. 

È stata la missione della civiltà di distruggere i gruppi primitivi affine di costituire, 
per libera attrazione, gruppi convenzionali, i quali sono molto più saldamente uniti che 
quelli nati dal caso. C'è nella parola patria una ineffabile dolcezza, precisamente per la 
ragione che essa esprime, non un'aggregazione prodotta dal fato, ma una libera e affe- 
zionata creazione nella quale milioni di esseri umani hanno per secoli posto i loro cuori. 
La volontà del popolo è dunque il principio dominante, sovrano, unico, assoluto, dal quale 
deve essere sviluppata nel suo complesso la legge moderna delle nazioni, con una serie 
di deduzioni logiche come, per così dire, da una fonte inesauribile. È la sostituzione, nelle 
relazioni internazionali, del principio di libertà alla fatalità geologica e storica. 

Questa è la teoria che gli Americani mettono in pratica. Anch'essi vogliono concedere 
a sé stessi il sovrano piacere di prendere le armi per vendicare un popolo trattato ini- 
quamente e liberarlo dalla tirannia. Anch'essi vogliono che la volontà del popolo prevalga 
sul diritto di conquista, sulle cieche fatalità della razza. Può la Francia biasimare l'Ame- 
rica per questo ? 

- 

Qui l'autore espone le grandi probabilità in favore della vittoria americana (poiché l'ar- 
tìcolo fu scritto subito dopo lo scoppio delle ostilità). E in quanto ai risultati di questa 
guerra, egli crede che il meglio per Cuba sarebbe di passare sotto il protettorato degli 
Stati Uniti. È un passo pericoloso dall'oscurità della servitù alla luce della libertà : gli 
occhi vengono abbagliati ed è facile smarrire la via. L' esempio delle altre repubbliche 
sud-americane le quali, dopo scosso il giogo spagnuolo, non hanno mai cessato di oscil- 
lare fra la dittatura e l'anarchia, sembra indicare che i Cubani troverebbero il loro van- 
taggio nell'accettare la tutela protettrice di un popolo già avvezzo alle vie della libertà, 
# il quale li guiderebbe con la sua esperiènza e li salverebbe da molte dure e crudeli prove. 

In quanto alla Spagna, la perdita di Cuba può esserle utile se essa si ripiega fiducio- 
samente su sé stessa e cerca di svolgere il meglio delle sue forze. Dopo la caduta di 
Napoleone, la Spagna è diventata ciò che era la Polonia — un campo di discordia e di 
anarchia. Essa ha oratori, giureconsulti, poeti, scrittori; ma tutti sono, qual più qual meno, 
intinti di anarchismo : nessuno sembra avere un'idea di governo ferma, sicura e pratica. 
Alcuni esagerano la libertà fino alla licenza ; altri piombano a capo fitto in un despotismo 
dittatoriale. Fortunatamente per la Spagna, essa non è circondata, come era la Polonia, 
da vicini cupidi di smembrarla; altrimenti, vittima dei suoi continui dissensi, della -uà 
incapacità di stabilire uno Stato regolare e saviamente costituito, essa avrebbe da lunga 
pezza subito lo stesso destino della Polonia. 

La perdita di Cuba può forse essere per lei un salutare avvertimento, un menu 
. Rendendosi finalmente conto del fatto che dentro di lei sono i difetti che l'hanno 
iiata di Cuba, essa può imparare a correggersi, e può di nuovo diventare nel con- 
certo europeo una nota di armonia anziché una nota discorde. 

The Fortnightly Review (settembre), Londra : 

Un cavo transpacifico. — Già altra volta Minerva si è occupata dell' importanza 
rdinaria che hanno i cavi transatlantici, non solo per il commercio mondiale, ma 



246 MINERVA 

eziandio per il caso di una guerra marittima 11. Si è pure segnalato il fatto che i cavi 
transoceanici sono ora quasi tutti nelle mani dell'Inghilterra, il cui governo ha savia- 
mente provveduto per avere, in caso di guerra, l'assoluto controllo delle comunicazioni 
fra i paesi più remoti. L'importanza di questi cavi è così grande che, in vista di un to- 
tale o parziale smembramento della Cina e di uno sviluppo ulteriore del commercio e di 
possibili complicazioni nell'estremo Oriente, Carlo Bright, autore di questo articolo, in- 
siste sulla necessità per l'Inghilterra di avere assolutamente nelle sue mani una nuova co- 
municazione telegrafica con l'estremo Oriente. A questo scopo egli propone la costruzione 
di un cavo che partendo dalle estreme coste del Canada, attraversi il Pacifico, tocchi 
l'Australia, e di là comunichi al nord con le Indie, con la Cina e col Giappone, all'ovest 
con l'Africa meridionale. Egli enumera i vantaggi di questo nuovo cavo che sarebbe intiera- 
mente nelle mani dell'Inghilterra, che potrebbe facilmente essere difeso e sarebbe un impor- 
tante aiuto per realizzare e mantenere una supremazia navale nell'Oceano Pacifico; inoltre 
i vari Stati dell'Australia hanno deliberato di concorrere per un terzo alle spese di 
questo cavo, qualora l'Inghilterra e il Canada provvedessero agli altri due terzi. L'autore 
finalmente allude al cambiamento avvenuto nella politica inglese: ora non si pensa più 
alla « piccola Inghilterra > della vecchia scuola di Manchester; oggidì tutti hanno in mente 
una immensa espansione della razza e dell'impero britannico; tutti pensano ad una 
derazione imperiale inter-coloniale ; né si reputa impossibile una vera Federazione pan- 
anglicana la quale abbracci tutti i popoli uniti dal vincolo della Tomune madre lingua, 
l'inglese. Di fronte a questo movimento, è naturale che i cavi transoceanici, e non meno 
degli altri il progettato cavo transpacifico, acquistino un'importanza primi neppi 
• ita. 

The Forum (settembre), New York : 

Il pallone aerostatico nella guerra. — 11 professore H. Hergesell, presidente della 
Commissione aeronautica internazion Dna in onesto articolo ai notevoli prò: 

fatti dall'aeronautica in questo secolo. Non dice veramente molto di nuovo ; la parte più 
importante del suo articolo si riferisce agli studi e agli esperimenti fatti nell'esercito te- 

0. Il pallone più pratico e meglio dirigibile è quello inventato dal capitano ba\ 
von Parseval e dal luogotenente prussiano Bartsch von Liegsfeld, il quale ha la forma 
di un lungo cilindro e termina a ciascun capo in un emisfero che ha lo stesso diametro 
ilindro. Questo pallone è stato provato con ogni sorta di tempo : si dice che durante 
le manovre a Kiel ebbe luogo un'ascensione quantunque il vento avesse la velocità di 42 
miglia all'ora. 

Un particolare notevole è questo, che gli ufficiali addetti al corpo aeronautico devono 
seguire un corso di tattica, affinchè possano essere in grado di utilizzare immediatamente 
i risultati delle loro osservazioni. 

L'utilità dei palloni nell'assedio delle fortezze non può essere esagerata : spesso basta 
un'ascensione per osservare le fortificazioni e le batterie che devono essere attaccate. Di 
quanto aiuto sarebbe stato agli Americani un ben organizzato corpo aeronautico, nella re- 
cente guerra con la Spagna! Essi avrebbero potuto dall'alto studiare tutte le fortificazioni 
del nemico e accertare subito con esattezza la posizione e il numero delle navi spagnuole. 



1) Vedi l'articolo La soppressici/ itili d-slan^t; nel fascicolo precedente, pag. III. 



RIVISTA DELLE RIVISTE 247 

D'altro lato, la fanteria e l'artiglieria vengono addestrate a tirare sui palloni; l'espe- 
rienza ha dimostrato che, mentre il fuoco della fanteria non è una seria minaccia, quello 
dei cannoni, specialmente se carichi di shrapnel, può infliggere grandissimi danni. L'unico 
modo in cui il pallone può tentare di sfuggire alle scariche dell'artiglieria sta nel cam- 
biare costantemente di posizione e di altitudine: questi cambi non sono difficili coi pal- 
loni tedeschi i quali sono suscettibili di una grande mobilità. L'esperienza consiglia di 
mantenere il pallone alla distanza di 5 chilometri dalle batterie. 

Quando è attaccato a una nave, la mobilità del pallone è grandemente aumentata, ed 
è di inestimabile aiuto a una fiotta bloccata. 

Devesi infine osservare che le ascensioni varie e numerose del corpo aeronautico te- 
desco sono state feconde di osservazioni utilissime alla scienza. 

L'oro e le altre risorse dell'Occidente degli Stati Uniti. — Il sig. J. A. Latcha, di- 
stintissimo ingegnere ferroviario degli Stati Uniti, descrive le grandi ricchezze minerarie 
non ancora sfruttate, i grandi bacini auriferi e gli immensi depositi di carbone e di ferro 
ancora intatti negli Stati Uniti occidentali, specialmente nel Colorado, nella California, nel- 
l'Utah e nella N'evada. Xe dà una descrizione minuta, piena di particolari che è impos- 
sibile riassumere. Egli stesso, però, riassume il significato finale delle sue indagini nella 
conclusione che riproduciamo : 

« L'oro libero della regione del'Klondyke sarà presto esaurito, come fu esaurito l'oro 
in noccioli della California e dell'Australia. Ma le inesauribili ricchezze auree nella forma- 
zione quarzica della California, della Nevada, dell'Utah e del Colorado potranno da noi 
essere godute per generazioni dopo che la mania klondykiana sarà diventata una terri- 
bile ricordanza. I vantati depositi d'oro dell'Africa del sud non possono paragonarsi con 
le immense aree contenenti oro negli Stati Uniti, estendentisi per 600 miglia dal nord al 
sud nella California, e per più di mille e duecento miglia da est a ovest, dalla California 
al Colorado. Noi possiamo lavorare queste miniere ogni giorno dell'anno, mentre il suolo 
adiacente ci fornisce tutte le cose necessarie alla vita e molte delle superflue. In nessuna 
parte del globo possono godersi tante agevolezze e ricchezze come nel territorio descritto. 
Ma queste risorse senza limiti possono diventare utili al mondo solamente per mezzo di 
trasporti ferroviari a buon mercato. Questo è il primo e fondamentale fattore dello svi- 
luppo moderno. 

« L'America è capace di alimentare centinaia di milioni di abitanti. Case felici possono 
essere assicurate a generazioni ancora non note là dove sono ora immensi deserti. . . . 
Quando si apriranno i nostri depositi di metalli preziosi, sorgeranno grandi stabilimenti 
industriali intorno alle miniere di carbone e di ferro. 

«.Il capitale esita a lanciarsi in queste intraprese. È cosa d'importanza assoluta che 

capitale e lavoro abbiano fiducia l'uno nell'altro A questa condizione sarà facile 

procurare il capitale necessario per mettere la gente in grado di estrarre e godere le ric- 
chezze, ora sepolte e inutili nel nostro grande Occidente. Allora lo sviluppo delle nostre 
risorse sarà il più fenomenale nella storia del mondo; la bilancia del commercio dell'Europa 
sarà favorevole a noi in misura senza precedenti ; i nostri debiti coll'estero saranno can- 
cellati ; i milioni che esportiamo annualmente per pagare interessi resteranno con noi ; in 
meno di un ventennio la nostra nazione sarà il più grande creditore del mondo ; e le 
finanze di tutta la terra saranno controllate da quel miglio quadrato di New York che 
circonda la vecchia chiesa della Trinità. » 



MINERVA 

The Nineteenth Century (settembre), Londra: 

Il ritorno degli ebrei in Palestina. — È noto al lettore il cosidetto movimento 
iiista il quale mira a costituire nella Palestina, sotto la sovranità del Sultano, uno S 
giudaico, in cui si raccoglierebbero tutti gli ebrei perseguitati di tutte le parti del mondo. 
Ultimamente i fautori di questo progetto tennero un congresso a Basilea, nel quale spicca- 
rono specialmente il Dott. Herzl e il noto scrittore Max Nordau. 

A ( mesto progetto si oppone Osvaldo Giovanni Simon, autore di questo articolo, 
anzitutto che la fondazione di questo Stato sia conforme ai precetti della Bibbia : 
questa parla di un centro da cui si debba propagare il giudaismo per tutto il mondo 
di un punto nel quale si debbano concentrare gli ebrei e il giudaismo escludendosi volon- 
tariamente dal resto del mondo. :t. Herzl e i suoi seguaci avessero proposto di 
;.ir< della terra in Australia per offrire un rifugio sicuro alle migliaia di infelici 
ruttati in in Galizia, questo sarebbe stato un progetto pratico; ma il par- 
e di uno Staio ebreo sotto la p 
ma addirittura gp 
Bisogna inoli lerare che la Palestina è meno di qu 
questo SCODO : anzitutto perchè- il paese ha pochissima estensione, nessuna fertilità • 
fre tutte le conseguenze di secoli di incuria e di miseria ; in secondo lu 
dovrebbero trovarsi nel quartfer generale dell- fanatiche non solametr 
stiani, ma dei musulmani per giunta! 

he l'opinione dell'autorevolissimo Dott. Adler e conclude « 
qualsiasi punto di vista, religioso, politico, economico, il movimeli! 

alare in Palestina uno Stato ebreo, non ha nulla di serio ne di pratico 
ÌO unire .lenti di tollera 

Ila civiltà: fra una o due generazioni anche la K 
meno degli altri paesi civili, a tollerai rei. 

Deutsche Rundschau (settembre), Berlino : 

Ottone Ribbeck. — E morto a Lipsia il is lui; ' -i prima di compii 

i" anno. È morto; e con lui è sparito uno degli ultimi 'iù nobili di quella 

gloriosa schiera ili umanisti che va dal Rinascimento a < >tfried M filler, 
:i, al Curtius. 

Erfurt nel 1S27. di distinta famiglia, fece gli studi superiori all'Uni' 
Bonn dove fu imo dei migliori e dei più amati scolari del Ritschl. Compiuti gli studi. 
fio in Italia per esaminare d.i vicino i gloriosi avanzi di quel mondo romano ch'egli 
a fatto centro della sua attività; itnente nelle l 

Basilea. Kiel e 1 leidelberg, e finalmente, a cinquantanni, succedette al suo venerato mae- 
stro nella cattedra di Lipsia, dopo essersi unito in matrimonio con una nobile signora, la 
figlia del generale voti Baeyer. Rigido e chiuso in apparenza, schiudeva nell' intimità tutti 
>ri della sua bell'anima, ed ebbe amici e scolari carissimi. 
Non è qui il luogo di addentrarci nell'esame delle sue opere; basti accennare alle prin- 
cipali. Prime fra tutte la grande raccolta dei frammenti del dramma romano, il lavoro in- 
torno alla tragedia romana durante la repubblica, e i cinque volumi dedicati a Virgilio. 
del (piale pubblicò un'apprezzatissima edizione critica. Seguono i lavori intorno a Plauto, 
a Giovenale, a < >razio. Quel che sopratutto lo distingue in tutti questi lavori 






RIVISTA DELLE RIVISTE 249 



unione deUa solida dottrina critica con uno straordinario senso estetico, per cui potè ri- 
costruire dalle rovine, sia pur talora alquanto arbitrariamente. 

Più liberamente che non in queste opere critiche si manifesta la sua personalità negli 
studi dedicati ai Cai-atteri di Teofrasto e alla loro relazione con l'antica letteratura ; questi 
studi sono una delle poche pietre fondamentali per una storia generale e filosofica della 
letteratura. Un'altra opera che porta l' impronta della sua individualità e che la fece co- 
noscere a una cerchia più larga di lettori è la Biografia di Federico Guglielmo Ritschl, 
della quale uscì nel 1879 il primo volume, nel 1881 il secondo. Con quella bella ingenuità 
con la quale pensava e parlava di sé stesso, il Ritschl, il grande filologo, aveva preveduto 
che una tale biografia sarebbe stata scritta e aveva espresso il desiderio che tale compito 
assunto dal Ribbeck. Ora lo scrivere la vita di un uomo illustre morto da poco è 
impresa irta di difficoltà: il Ritschl era vissuto in mezzo ad aspre lotte che disgraziata- 
mente erano degenerate, a Bonn, in liti personali. Il Ribbeck doveva dunque scrivere di 
persone ancora viventi ; ma seppe farlo con tale finezza di tatto, con tanta nobiltà, da me- 
ritarsi l'ammirazione generale. Egli non cadde nell'errore, che la maggior parte dei bio- 
grafi non sa evitare, di rappresentare il suo eroe nella candida veste dell'innocenza, e 
nello stesso tempo rispettò il confine che divide la biografia dalla collezione di futili in- 
cidenti personali ; cogli avversari del Ritschl,» che in parte erano pure suoi propri avver- 
sari, seppe essere non solo giusto, ma anche cortese. In certi momenti, poi, il biografo 
diventa collaboratore e reca il suo contributo alla soluzione di ardui problemi scientifici. 
Questa biografia ha ancor oggi un interesse di attualità perchè il Ritschl fu un rappre- 
sentante classico di un importante tipo di filologia che continuerà a esercitare la sua in- 
fluenza su tutte le ricerche storiche ; di quel tipo per cui la filologia è essenzialmente me- 
todo e giunge a interpretare e a capire i capilavori delle lingue classiche per mezzo delle 
e regole della lingua, della metrica e del nesso logico. Questa filologia, i cui più 
illustri rappresentanti sono il Lessing, Goffredo Hermann, il Lachmann, il Reisig, il Ritschl, 
ha avuto la grande funzione storica di estendersi co' suoi metodi a tutti gli studi lingui- 
stici, letterari e storici ; essa ha ridestato dappertutto di fronte ai resti della storia lo spi- 
rito critico ; essa ha dato a tutte queste scienze le norme del sicuro procedere ; e questo 
è ancor oggi il suo compito. Nel libro di cui parliamo questo tipo di filologia à esposto 
in modo meraviglioso. Ciò potè fare il Ribbeck grazie all'affinità fra lui e il Ritschl ; e 
quest'affinità fa sì che l'opera è un momento a tutti e due. Il Ribbeck aveva preso le 
e dalla filologia formale del suo insigne maestro; ma in lui più che nel Ritschl tutto 
i! lavoro di studio della lingua, di epurazione dei testi dei classici, d' interpretazione e di 
critica era diretto a penetrare nella grandiosa essenza della vita antica, in quello spirito 
antico di cui il Ribbeck era imbevuto. E appunto perciò egli concepì il piano di scrivere 
jria della poesia romana. Questo pensiero lo accompagnò nel suo viaggio in Italia, e 
per lunghi anni egli lavorò a raccogliere gli avanzi, i frammenti spesso a mala pena rico- 
pili di quella poesia, a fissare il testo critico delle grandi opere conservate. Final- 
mente si mise a scrivere, e la compilazione di questa storia della letteratura romana fu 
il coronamento dei suoi studi romani. L'opera fu pubblicata fra il 1887 e il 1892 ; la se- 
conda edizione uscì nel 1894; ed è una di quelle opere superiori in cui sono esposti in 
forma artistica i risultati delle più profonde ricerche scientifiche. Essa accoppia la più mi- 
nuziosa precisione con la maggiore libertà di rappresentazione, e giustamente il Mommsen 
.iamò una diffusa e completa esposizione di quella parte importante della letteratura 
universale che abbraccia lo sviluppo della romanità. 



250 



MINERVA 



Die Nation (u giugno), Berlino: 

L'Esposizione di opere d'arte del Rinascimento possedute da privati a Berlino. 
— Ouesta esposizione, alla quale hanno concorso tutti i collezionisti della capitale ger- 
manica coi più bei pezzi delle loro raccolte, è stata organizzata dalla « Kunstgeschichtliche 
Gesellschaft » alla quale si deve l'Esposizione di opere artistiche del secolo 17 (1890) e 
del i8° (1893). I lavori presentati sono così numerosi che solo qua e là si è trovato modo 
di ricostruire qualche intcrieur mettendo quadri e statue nella cornice del tempo loro, 
cioè in mezzo a mobili e oggetti d'uso del Rinascimento; e ciò, naturalmente, con e 
bellissimo. 

Nel magnifico salone illuminato dall'alto, con pareti tappezzate di storta color rosso cupo 
(l'Esposizione ha luogo nei locali dell'Accademia berlinese) e diviso in scompartimenti da 
preziosi gobelitis, spicca nel mezzo una credenza massiccia su cui si ammirano le celebri 
statue di bronzo della collezione del conte Pourtalès; due vetrine contengono, l'ima le 
due magnifiche tazze di Jamnitzer e Betzold, di proprietà dell'imperatore Guglielmo, l'altra 
una scelta raccolta di piccoli lavori artistici posseduti da un privato di cui non è indicato 
il nome. Siccome i quadri italiani non bastavano a coprire la parete destra, cosi su questa 
parete se ne sono aggiunti altri di altri paesi. Sulla parete di fondo fanno bella mostra di 

treccili (madri olandesi del Cinquecento accanto a quadri dell'Alta Italia del fiore del 
Rinascimento. Fra le antiche pitture olandesi, che pendono dalla parete d'ingr 
quella di sinistra, ce ne sono alcune che costituiscono i più bei pezzi dell'esposizione: 
tali i due santi ragionevolmente attribuiti al Massys, di proprietà I D, lo splendido 

Iella collezione Wesendonck, il piccolo tri t Mostaert posseduto dal s 

Lippmann, e finalmente due quadri recentemente acquistati dal « Kaiser Friedrich-Mu- 
seums-Yerein > per la Pinacoteca berlinese e qui esposti per la prima volta: una v 

UUena di Quintino Massys, e una Croàfissione giustamente attribuita a Giovanni vari 
Eyck. 

stretta sala a tramontana, per sé stessa infelice, non si è forse mai presentati in 
aspetto cosi bello come questa volta: le sue pareti sono coperte di grandi e bellissimi 
arazzi di proprietà dell'imperato- M contiene divisi da tramezzi tre gabinetti 

primo si trova una parte della ricchissima collezione Beckerath, disegni di maestri ita- 
liani dei Quattrocento 6 dal Cinquecento in magnifiche cornici dell'epoca, e picc 
per la maggior parte fiorentine del < Juattrocento. II secondo gabinetto contenente o.l 
della collezione Hainauer, la più celebre e la più importante raccolta privata della <ittà, 
è un vero gioiello di decorazione: vi si trovano mobili francesi del Cinquecento, uno 
sj lendido gobelin di media grandezza su disegno dell'Orley, tre capolavori del Rossellino 
(un busto di San Gi ov a n n i HO , una Madonna in marmo e una in stucco splendidamente 
colorita), a destra un gruppo di quadri dell'antica scuola olandese e tedesca, a sinistra 
un gruppo di quadri fiorentini del Quattrocento. Il terzo gabinetto ci presenta il fiore <li 
una raccolta di fresca data ma importantissima, quella del signor James Simon ; notevole 
una Madonna del Mantella, che è il più importante quadro italiano di tutta l'Esposizione, 
e la ricca collezione di medaglie. Nella stessa sala si trovano inoltre, riuniti a gruppi, 
molti bronzi, per la maggior parte figure e gruppi della fine del Cinquecento, maioliche 
e terrecotte, fra le quali sono specialmente notevoli quelle del signor Bode. Nello stretto 
corridoio antichi quadri olandesi e tedeschi, e alle finestre quattro magnifiche vetrate di- 
pinte da Hans Baldung. 






RIVISTA DELLE RIVISTE 2 5 I 

La camera fra il corridoio e il salone è una piccola e scelta galleria di quadri dell'an- 
tica scuola olandese e tedesca posseduti dal signor von Kaufmann : Memling, Patenier, 
Gerard David, Cranach e molti altri maestri di storica importanza sono rappresentati da 
opere veramente caratteristiche. 

Tutt' insieme, una mostra riuscitissima, il cui catalogo, confrontato con quello della 
Esposizione di opere della stessa epoca organizzata nel 1S83, mostra di quanti lavori ar- 
tistici, specialmente italiani del principio del Rinascimento, si sieno arricchite le collezioni 
berlinesi. 

— (13 agosto): 

Un nuovo romanzo di George Moore. — Come nell'altro suo romanzo «Esther 
Waters » anche in questo, intitolato « Evelyn Innes »: in quello, Ester, nel parco selvaggio, 
passeggia a lungo ; la vita colle sue angoscie è passata e in lei è tornata la pace ; in questo, 
nel giardino del monastero, Evelina Innes, la celebre cantante, che ha rinunciato alla 
gloria e all'amore, cerca Dio nell'intimo proprio. È sempre l'autunno, nell'aria e nel- 
l'anima; cadon le foglie quando le frutta sono mature. 

« Evelyn Innes » è un libro verista ; verista fin nei più minuti particolari. Cosi si è esatta- 
mente informati di quel che mangia Evelina in una cena al « Café des Ambassadeurs », e per 
incidenza, si viene a conoscere anche quanto costa la cena ; si sa com' è vestita in questa o in 
quella occasione, e i gioielli che porta e le acconciature. Tuttavia tutto ciò non è che l'acces- 
sorio, o almeno non è la parte principale. Il verismo è più intimo ; la parte principale sta nel- 
l'osservare come tutte quelle piccolezze agiscano, al momento, sull'animo e più tardi sui 
ricordi. Sarebbe il caso di parlare di un verismo nello stesso tempo psicologico e spiri- 
tualistico. 

« Evelyn Innes » è un libro moderno, con una intera modernità di sentimento. V è, 
cioè, un'eccitata sensibilità, accompagnata dal pudore di svelare i propri sentimenti e dal 
continuo esame di sé. Di rado saranno felici nature così complicate. George Moore si do- 
manda sempre : dove risiede per esse la felicità ? E una prima volta risponde : La felicità 
vien dall'interno. All' interno, all' intimo tendono le sue idee sulla vita e i suoi principi 
artistici. « Evelyn Innes » è sopratutto un libro intimo. 

La trama del romanzo è semplicissima. Evelina, figlia d'un organista cattolico, è stata 
educata tutta di chiesa ; fin dalla fanciullezza ella è vissuta in mezzo alla musica sacra an- 
tica. Ma poi si lascia rapire da un nobil mecenate, sir Owen Asher, diviene la sua amante 
e, a spese di lui, studia il cantò a Parigi. Ritorna a Londra festeggiatissima interprete di 
Wagner e si riconcilia col padre. Diviene infedele a sir Owen e per un pezzo il suo amore 
oscilla fra due uomini. Allora le si svela la nullità della sua vita, priva di felicità. Ella 
torna pentita al confessionale, congeda i due amanti e si ritrae dalla scena. Ha 27 anni 
quando, ritiratasi sulle prime quasi per esperimento in un monastero, vi ritrova la reli- 
gione, salvatrice e conforto della vita. 

Su questa lieve tela if Moore ha scritto un voluminoso romanzo eh' è tutto un fine studio 
dell'anima, un'originalità di inaspettate soluzioni. 

<>\ven, il seduttore, è un mecenate alla grande, un aristocratico, un po' cinico e un 
po' vano. È di coloro che non possono veder nessuno infelice. Rapisce Evelina per va- 
nità, ma egli stesso teme di tal rapimento e ansiosamente prevede tntti i legami che ne 
verranno. E non appena ella gli si è abbandonata, divien egli l'implorante e l'amante. È 
pronto a sposarla. Ella lo tradisce, egli le rimane fedele. Ella riempie tutta la sua vita. 



2)2 MINERVA 

E felice? Il Moore risponde negativamente; Owen è un uomo comune, che la vita tien pri- 
gioniero. Ma in realtà è infinitamente più alto. E questo è caratteristico del nuovo romanzo 
di George Moore: lo studio intimo dell'uomo eleva i comuni sopra il livello della medio- 
crità. Quel che noi chiamiamo comune nell'uomo, non è che effetto d'un'osservazione su- 
perficiale. 

E '.ome i saggi dei misteri eleusini insieme con quella di tutti i giorni vivono d'una 
seconda vita, cosi tutti i tipi del romanzo del Moore. La musica, la più intima di tutte le 
arti, li affratella e li eleva. I nomi di Palestrina e di Wagner son divenuti principi della 
vita. Evelina dall'uno passa all'altro, per ritornar poi al primo. Con Wagner ella trionfa. 
In un romanzo dei soliti sarebbero mazzi e corone e applausi strepitosi e cavalli staccati; 
qui no. Il padre di Evelina, pel quale Bach e Palestrina son tutto e Wagner nulla, udi- 
tala, dice: < Hai cantato bene ». E spiega il suo giudizio. Cosi il libro è infiorato di critiche 
d'arte finissime, per le quali soltanto, se non foss'altro, sarebbe già opera duratura. 

George Moore non è soltanto scrittore : è anche musicista e ha lavorato di pittura nello 
studio di Manet a Parigi. Sono noti i principi del prerafaellismo e le tendenze del 
poeta > a impossessarsi di tutte le arti, esprimere la verità in molteplici fona 
ne, arrivar».- a un'arte universale. Il paragone col romani 
più la fuga della vita, ma b della vita lell'arte univer- 

COrrisponde la natura artistica di mile a (.i l'.lake, un altro 

pointer /><></, \ >-\ prerafaelliti. Ma nel Moore l'arte ha un. 

niera «li motivaxion l »• — l'uno qi 

da un motivo unico, l'altro quando 
rione di moth mpn nella vita, il terso quando aij 

imponderabili per le quali alla fine l'astone ir contraria ai moti 

bbenonfi il Moore applica esclusivamente l'ultima I .elina 

[nnesè una santa con istinti da peccati »n mai 

tranquilla i di non seguire Owen e si rappresenta tutti i motivi pei quali non 

urlo, non lo ontemporaneamente eli 

quella strada e la ; :asi automaticamente. Così quando, più tarili, traili- 

La nostra volontà non è la nostr E nello stesso dissidio fra 

desiderio e rinunzia, ella ritorna la prima 

che vede Owen sente che quell'uomo è la sua sorte, sente che è 
sia congiunta con quella ili lui. In un momento qualsiasi, insignificante, ella impro 
mente ricorda «li • luta in quella identica situazione o almeno di averla pre- 

sentita. 

Come navi nella nebbia, queste nature umane: un improvviso intr; 
ventevole riconoscersi. Se la rotta è comune, è inevitabile l'urto. 

Il passato penetra nel pre li meditazione è un ricordarsi, ogni rico; 

i sempre con nuove forme e agisce sulle decisioni, oggi in un modo, domani in un 
altro. Evelina siede nel parco, insieme al suo secondo amante. % Le ritornò alla memoria 
che Owen, ionie Sigfrido, era venuto e l'avea liberata, pensò alla ardente passione di quel 
tempo. Era seduta con lui sotto lo stesso albero. Adesso vi stava con Ulick. 'l'ut: 
mutato, eppure tutto era identico . . . Stava per innamorarsi d'un altr' uomo, qut 
tutto ». È felice Evelina? Per trovar la felicità, il Moore la riconduce nel grembo della CI 

« Evelyn Innes » è in parte un libro religioso. Parlando di romanzi inglesi, questa qua- 
lifica è sospetta, giacché nessuno più degli scrittori inglesi pecca contro il comandamento: 



RIVISTA DELLE RIVISTE 253 



non nominare il nome di Dio invano. In Inghilterra la religione è la moda che non muta. 
Nel Moore la religiosità è interna. Evelina attraversa tutti gli stadi del sentimento religioso : 
dapprima una ingenua credulità fanciullesca, poi uno scetticismo sazio del mondo, poi il 
moderno sentimento estetico, alla fine un risvegliarsi d' attività morale nella coscienza. 
Come il rumore del mare nella conchiglia, è un paragone del Moore, così nell'uomo su- 
surrano continui i richiami morali, « as a shell, man is murmurous with morality ». 

La religiosità del Moore, troppo mistica forse e dogmatica, non è per altro una forma 
esteriore di più intima idea sulla vita. Per lui la felicità sta nella rinunzia. Imparare a 
sprezzare la vita è della vita la maggior felicità ; chi si astiene è felice. Di Owen il Moore 
dice: « egli non poteva comprendere come si potesse arrivare alla felicità per mezzo della 
rinunzia. Non si era mai privato di nulla e cosi la sua vita non fu che una trivialità ». 
Autunno, come nell'Esther Waters. Maturate le frutta, le foglie debbono cadere. 

— (27 agosto): 

La questione delle Filippine. — Il trattato provvisorio di pace fra gli Stati Uniti e 
la Spagna ha lasciata indecisa la sorte delle Filippine, della quale si tratterà a Parigi, 
alla conclusione definitiva della pace. Con tutto ciò — dice l'ex-deputato Teodoro Barth, 
autore del presente articolo — si può considerare come cosa certa che l'annessione delle 
Filippine o di una parte delle medesime dipende unicamente dalla volontà degli Stati 
Uniti, e perchè gli Americani occupano presentemente il punto più importante di tutto il 
gruppo, cioè Manilla, e perchè la Spagna non è così forte da riuscire, in via diplomatica, 
a mandameli via, e perchè gli indigeni delle Filippine detestano il regime spagnuolo, e 
finalmente perchè gli altri Stati europei che hanno degl' interessi colà difficilmente si 
opporrebbero all'occupazione americana, paghi soltanto di tutelare i diritti dei loro citta- 
dini ivi residenti. 

Si tratta, dunque, di sapere se gli Americani vogliono o no le Filippine ; e finora non 
lo sanno bene essi stessi. L'opinione pubblica americana ha già accettato l'idea dell' annes- 
sione di Portorico e della tutela di Cuba (tutela somigliante a quella degl' Inglesi sull'Egitto 
giacché queste sono due isole americane, e possono anche considerarsi come territorio 
americano e quindi essere occupate senza venir meno alla dottrina di Monroe, interpre- 
tandola con una certa larghezza. Ma l'occupazione duratura di un gruppo d'isole all'estre- 
mità orientale dell'Asia segnerebbe un nuovo indirizzo, una new deportare della politica 
1 americana, le cui conseguenze avrebbero una portata straordinaria. 
Finora l'Unione si è limitata a fare sostanzialmente una politica americana; occupando 
le Filippine, comincerebbe a fare una politica mondiale. Specialmente nell'Asia orientale, 
la comparsa di una nuova Potenza non potrebbe fare a meno d'influire sul contegno di 
quelle che finora sono state le « protettrici » della Cina. 

Si dice che il Governo britannico sarebbe molto contento di vedere gli Stati Uniti 
ire nella partita che si sta giocando in Cina; ed è probabile che sia così, perchè l'In- 
ghilterra ha nell'Asia orientale un solo rivale pericoloso, la Russia, e quindi ogni Potenza 
ohe si stabilisca nell'Asia orientale viene in certo modo ad aiutarla contro le velleità di espan- 
sione della Russia. Ciò finché l'Inghilterra si tiene alla politica delle porte aperte ; giacché 
la libertà di commercio costituisce la maggior forza dell'Inghilterra ed è nello stesso tempo 
1 unica massima di governo possibile per un impero coloniale così grande quale è il suo. 
-to impero è tenuto insieme solo coll'accordare a' suoi singoli membri il massimo del- 
l'autonomia anche in questioni di politica commerciale. Due sono gli Stati moderni che 



2 54 MINERVA 

possono vantare dei successi coloniali: l'Inghilterra e l'Olanda; e i successi sono dovuti 
sopratutto a questo : che Olanda e Inghilterra hanno rinunziato per principio a sfruttare 
le colonie a favore della madre patria. Ora l'Inghilterra, stando così le cose, deve salu- 
tare con gioia nell'Asia orientale ogni nuova Potenza la quale dai propri interessi sia 
spinta ad appoggiare la politica delle porte aperte; ed è facilmente spiegabile l'amiche- 
vole invito che alcuni uomini di Stato inglesi rivolgono agli Americani perchè vogliano 
stabilirsi alle Filippine. 

nonché agli Americani non sorride troppo l'idea di complicare i compiti del governo 
della Federazione con ogni sorta di difficoltà inerenti alla politica coloniale ; e qui va ci- 
tato per esempio il noto milionario americano Andrew Carnegie, il « re del ferro >, il 
quale, in un articolo stampato nel fascicolo di agosto della North American 
i suoi connazionali a non mettersi per questa spinosa via. Il Carnegie espone quanto ci 
sia ancora da fare sul continente americano, dove la popolazione non è nemmeno il de- 
cimo di quella dei più popolosi paesi d'Europa. Se l'Unione si lasciasse trascinare alla 
grande politica coloniale, occorrerebbero spese gigantesche; l'esercito e la ilotta dovrei 

aumentati in modo considerevole, e siccome gl'indigeni delle Filippine non si po- 
trebbero governare come ha fatto la Spagna, spetterebbe all'Unione il compito diti 
rimo di insegnar loro ad amministrarsi da se. 

« Diventare più potenti in casa — continua il Carnegie — è la via più sicura | 
tali anche all'estero. Oggi la Repubblica è amica di tutti, alleata di nessuno; esi 
mire ambiziose sul territorio di un'altra Potenza in un' altra parte della terra; essa non 
intralci.! le ambizioni altrui, non desti invidia, non incute paura; essa non è di quelle che 

;io i piedi per volere la roba altrui; se ne sta a parte, compi' zelantemente 1. 
grande missione e dà un buon esempio agli altri popoli. Tutto ciò cambierebl>e a; 
cominciasse anch'essa ad annettersi terre lontane. » 

Il quadro < dipinto ■ tocchi p iu t to sto forti, ma rappresenta molto chiaramente le pi 
ioni patriottiche di uomini assennati. Chi sa, però, se questi ammonimenti saranno 
Stati Uniti l'opinione pubblica impera sovrana, e finora essa sembra in- 
clinare all'ami- 51 direbbe che per il Governo dell'Unione sia più difficile rinun- 
ce Filippine che non il conquistarle. 

Die Zeit (20 agosto), Vienna: 

Il movimento di riforma in Cina. — Dopo la guerra col Giappone pareva cht 
onta delle sconfitte subite e dell'evidente al «bastimento del governo di l'ekino, la Cina, 
grazie all'intervento delle potenz- riadagiarsi nel solito letargo, nel quale l'a 

cullata per migliaia d'anni la reggenza centrale e la gerarchia dei suoi funzionari. Della 
guerra poco o nulla si erano interessate le popolazioni del Vastissimo impero, lontar 
luoghi ove si combatteva, e perciò, data la loro speciale maniera di patriottismo, indiffe- 
renti a quanto non toccasse direttamente i loro territori. Senza dubbio l'azione dell' 
tenie, per la quale fu abrogata la cessione della penisola Liautung pattuita colla pace di 
Simonoseki, contribuì a conservare il governo di Pekino nell'opinione di poter continuare 
col solito suo sistema a guidare la storia dell' impero. Ai torbidi cronici si era poi tanto 
abituati, da non averne nessuna apprensione pel buon andamento della macchina gover- 
nativa, nemmeno durante la seria sollevazione delle popolazioni maomettane del Kangsu. 

Sembravan cosi andar quetamente le cose al loro solito corso, quando, come fulmine 
a ciel sereno, sopravvenne un avvenimento che doveva d'un colpo produrre una rivolti- 



RIVISTA DELLE RIVISTE 2J5 



zione nella politica interna ed estera della Cina, quale, nella sua istoria plurimillenaria, 
mai non si era veduto. 

Innumerevoli volte s'era ripetuto il caso di eccessi della plebaglia contro le missioni 
cattoliche e protestanti dell'interno, con la distruzione delle stazioni loro e la strage di 
missionari e di convertiti cinesi, e soltanto qualche volta, come pel massacro di Tientsin 
nel '70, vi furono dei seri reclami ai quali il governo dovette dar soddisfazione. Errerebbe 
chi volesse attribuire quei moti a cause religiose. La gran massa della popolazione cinese 
è anzi, secondo le nostre idee, anche troppo priva di senso religioso, e si potrebbe rite- 
nere senz'altro liberale e tollerante. La causa sta nell'odio allo straniero, artificiosamente 
sollevato da agitatori dietro i quali molto volte agiscono nell'ombra le autorità del luogo, 
finche la plebe ignorante, aache troppo disposta al furto e al saccheggio, si getta sugli 
stranieri e sui loro amici indigeni per derubarli e scacciarli. 

Le stesse cause ebbero gli assalti alle stazioni di missione cattolica a Sciantung, nello 
autunno del 1897, e in essi riuscì evidente la partecipazione diretta o indiretta delle auto- 
rità della provincia. Le altre volte, quando si riusciva ad aver soddisfazione, non si an- 
dava più in là di una multa o taglia sulle località colpevoli, della forzata ricostruzione degli 
edifici guasti, della punizione dei capi, e qui poi i veri istigatori se la sgattaiolavano in- 
disturbati. 

Tanto più inaspettato dunque riuscì l'effetto prodotto dagli eccessi popolari di Scian- 
tung contro le missioni tedesche. — Certamente gli avvenimenti che seguirono erano stati 
da lunga pezza meditati dal governo di Germania ; questo seppe peraltro coglier bene la 
occasione. La presa di possesso della baia di Kiauciau per parte del naviglio da guerra 
tedesco colpì il mondo di stupore, e certamente non meno stupefatto rimase il governo di 
Pekino: ciò che né Francia né Inghilterra in simili circostanze mai fatto avevano, ecco 
compiere la Germania con energica rapidità : un'occupazione di territorio imperiale e 
proprio nella provincia più vicina alla metropoli. Ed ecco, dopo migliaia d'anni, inau- 
gurata un'era affatto nuova. Riuscita bene l' impresa di Kiauciau, altre potenze si mos- 
sero e la Russia ebbe Porto Arturo e l'Inghilterra il porto di Vaihaivai e la Francia un 
territorio, non ancor ben fissato, nel sud, presso Kuang-ciu. 

Non fosse bastata la guerra giapponese a provare l'assoluta incapacità del governo, 
questa invasione di potenze straniere la confermò agli occhi degli indigeni intelligenti ed 
eccitò al massimo grado l'odio e lo sprezzo da lungo nudriti contro gli aborriti Manciù, 
che impossessatisi del governo nel 1644 con la dinastia Tsin, ancora oggi, con la stessa 
dinastia, reggono lo Stato. Tutti i rivolgimenti cinesi traggono la loro origine, se anche 
non direttamente, da sconfitte patite all'estero dalla dinastia Manciù. Così la prima guerra 
anglo-cinese ebbe per seguito la terribile ribellione di Taiping. Come oggi, anche al- 
lora il moto si destò nelle due Provincie Kuang, dove è più che altrove violento l'odio 
contro la signoria dei Manciù. I ribelli di Taiping percorsero tutte le provincie del ba- 
cino del Yangtsekiang, e se non era che alla loro testa stava un pazzo fanatico che si 
spacciava pel fratello minore di Cristo, forse fin da allora l'attuale dinastia imperiale sarebbe 
stata sbalzata dal trono, a meno che non l'avessero alla fine salvata le potenze occidentali. 
La ribellione attuale, invece, non ha niente da fare con la religione : essa è puramente 
antidinastica, e le sue conseguenze oggi non si possono prevedere. Finora il Governo ci- 
>i valse di una provincia per domare le ribellioni di un'altra, e cosi riuscì a man- 
tenere la sua dignità, o almeno l'apparenza della medesima; ma oggi che esso è scredi- 
tato dalle sconfitte e dalle cessioni, il vecchio espediente non potrà bastare. 



256 MINERVA 

La Cina, e specialmente il mezzogiorno di essa, e per eccellenza la terra dei 
dazioni segrete di ogni specie. I^a più potente è la Ticn-ii-laiui, la società del Cu 
della Terra. Da secoli, fin dal tempo che i Manciù conquistarono Pekino, essa è in lotta 
contro gli usurpatori, contro i cosidetti ladroni del deserto, e suo primo scopo è il : 
hilimento della scacciata dinastia Ming. La deposizione della dinastia regnante è recla- 
mata perchè essa ha fatto troppe concessioni agli stranieri, ed è naturale così che i man- 
darini, abituati finora a spillar da soli le loro ricche entrate dalle tasche del popolo a 
furia di tasse e di dazi, vedendosi minacciati in quelle dalle progressive intromissioni degli 
stranieri, se non apertamente aiutare, almeno non intralciano il movimento. -- Si 
d'altra parte osservare che gli attuali sommovitori del sud son di tutt'altra pasta formati che 
quelli della ribellione di Taiping. Si tratta adesso del partito dei nuovi cinesi o della ri- 
forma, e fra i suoi membri parecchi tendono ad accostarsi sempre più alla cultura europea 
Il principale di essi e un tal Sun Jat Yen, un uomo sulla trentina, che si fa chiamare 
rchè ebbe occasione di farsi delle cognizioni di medicina stando nell'ospedale 
«li Hong Kong. È quello stesso che, qualche anno fa, mandato da alcuni del suo partito 
in Inghilterra per perorarvi la causa loro, fu adescato all'ambasciata cinese e trattenutovi 
OOll l'idea di inviarlo poi in Cina al giudizio, (ili riusci di gettar dalla finestra un biglietto 
a un suo amico inglese, che corse a denunziare il fatto. Cosi l'ambasciata fu 

tere «la «|tiel suo curioso procedimento e a rilasciar subito il prigioniero. San 
ti nel Giappone, e scoppiata la rivolta tornò in Cina. Stando a quel eli 
!«• intenzioni dei riformatori o nuovi cinesi non sono affatto ostili agli stranieri. Egli so- 
li che fra il governo cinese e il popolo sta un abisso, che la 
nilioni di uomini, e governata da un numero comparatamente \< 
quistatori tartari, e che, finché questi imperino, la salute del paese e lo sviluppo suo e delle 
relazioni con l'estero non si potranno mai avere o sperare; che il ( ioverno, e non il popolo, 
è imbevuto d'odio contro i forestieri, perchè dal diffondersi della civiltà che «nielli ri 
ne a mancare al governo il fondamento suo; tutte le angherie contro gli Eni 
ordite sempre «lalla «lasse dei funzionari, esser quelle direttamente o indirettamente 
«lei Governo; al contrario, voler il partito delle 1 nórme schiudere la ("ina, volere lo 
sviluppo delle sue risorse pel bene tanto del popolo cinese quanto di tutte le altre na- 
zioni ; ma nulla potersi fare tinche duri il dominio tartaro. Sun Ven crede che il Governo in- 
spegnere la rivolta con l'aiuto moscovita e cosi spiega la condì 1 di «niello 

la Russia , attenua esser quindi interesse di tutte le nazioni europee, la i dosa, 

di aiutare il movimento e abbattere la dinastia e la corrotta gerarchia dei funzionari. Il 
partito della riforma vuol introdurre, dice Sun Ven, libere istituzioni, con le quali si avrà 
il progress., dell'agricoltura, dell'industria, del commercio. 

Se questi sono infatti — e non è improbabile lo siano — gli intendimenti dì Sun Yen 
e del suo partito, sarebl>e da desiderar loro di cuore un prospero successo. Sembra che 
in Kuangsi, ove finora la rivolta è stata vittoriosa, si sia proclamata una nuova il inastia 
sotto il nome di « Grande Progresso ». Comunque, la lotta andrà per le mttghe. Non sa- 
rebbe giustificato ne facile un intervento di potenza straniera, almeno finche* non siano 
lesi i loro interessi. La Russia sola potrebbe seminisi attratta, ma, come non può a meno 
di prevedere l'opposizione inglese, non è da ammettere che essa voglia fin d'ora es] 
al pericolo d'un urto violento nell'estremo Oriente. Non v'è nessuna ragione di riscaldarsi 
«li agire per la conservazione della inetta signoria dei Manciù: le potenze occidentali 
nulla perderanno, se a quella sarà posto fine — anzi, ed esse e il popolo cinese non 



RIVISTA DELLE RIVISTE 257 



avranno che da guadagnare se al posto dell'amministrazione debole e corrotta di oggi 
sorga nel celeste impero un governo nuovo, più vitale e inclinato al progresso dei tempi. 

Due libri di donne. — « Di buona famiglia > di Gabriella Reuter e « Teresa » di 
Neera. 

Colpisce subito il lettore l'identità della loro sostanza. In ambedue, la fanciulla, nello 
stretto cerchio della famiglia e delle sue tradizioni ; ambedue la seguono dall'alba giova- 
nile al grigio crespucolo nel quale le donne trascorrono la seconda metà della vita. In 
ambedue, le eroine, Agata e Teresa, debbono rinunziare alle nozze a vantaggio del pa- 
trimonio del fratello, come se fosse la cosa più naturale del mondo. 

Tanto il consigliere di Stato Heidling, quanto l'appaltatore d'imposte Caccia, padre 
quello di Agata, questo di Teresa, sono schiavi della preoccupazione delle apparenze, 
della intangibile onorabilità famigliare. A quest'idolo si sacrifica spietatamente la fiorente 
gioventù della figlia, il suo diritto alla felicità. In ambedue i romanzi appare la figura 
rassegnata della madre, convinta che la triste rinunzia e la sottomissione non siano che 
l'ineluttabile sorte della donna. 

Come Gabriella Reuter, anche Neera esamina la questione sotto tutti gli aspetti, non 
ultimo il psicologico. Ci mostra l'azione perturbante e degenerante della forzata astinenza 
e la vendetta della natura compressa. Tuttavia, nella loro somiglianza, quanto mai diversi 
questi due libri di egual contenuto ! La differenza individuale dei due femminei tempera- 
menti è aumentata dalle caratteristiche di razza, che si estrinsecano nelle due scrittrici e 
nelle loro eroine. Agata, la prussiana, è piena di brame nella sua sensibilità delicata, col 
suo pudore ombroso. In Teresa si svelano presto i sani istinti della romana, ma ella è 
più pura della tedesca. Pii terrori la assalgono talvolta, come quando la nascita dèlia so- 
rellina le fa vagamente intuire il mistero della generazione. Agata fugge da casa nauseata, 
crede di non poter guardar in viso i genitori, si vergogna del contatto della madre. Una 
specie di ostilità puritana si solleva in lei ogni qual volta comunque si tratti delle rela- 
zioni sessuali. Sempre ella rimane prigioniera, non ostante ogni liberazione, delle idee 
sociali della sua origine. 

In Teresa, molto meno complessa e raffinata (tutta l'azione del resto si svolge ad un 
gradino sociale meno elevato), la natura finisce col vincere, senza sforzi cerebrali. 

Come libro a tesi « Di buona famiglia » è molto più efficace. In esso le accuse son 
chiare e aspre, e con altera lealtà vi son mostrati i pregiudizi della società nella quale 
sfiorisce Agata, e duri, pedanti, insopportabili, vi appaiono i « ben pensanti » di cuore ri- 
stretto e pieni di grigie teorie che li rendono ciechi a tutte le aspirazioni dell'anima e 
alle esigenze della natura. In mezzo ad essi vediamo con isdegno Agata annientarsi. Pe- 
raltro, cosa strana, il suo sacrificio non ci riesce simpatico. Obiettivamente, pensandoci, 
riconosciamo che la sua è una ben triste sorte ; tuttavia ciò non ci commuove. Ne è 
colpa forse la duplicità del carattere di Agata, quel misto di entusiasmo sterile, di impo- 
tente ribellione e di sottomissione crucciosa, forse l'ambiente non simpatico, fors' è sol- 
tanto l'inamabile tecnica. Non v'è traccia di lirica in tutto il libro, pieno invece del ben 
noto sentimentalismo romantico dei tedeschi del nord, che, del resto, forse la scrittrice 
ad arte ha esagerato per dare più viva l' imagine dell'ambiente. 

Nel libro di Neera, invece, la poesia trabocca da ogni lato. Com'è intima e commo- 
vente questa Teresa nella sua semplicità inconsapevole, quanto intensa nel sentimento, 
:omina l'intera sua vita ! Anch'ella arde di quella pura ma veemente passione che 

Minerva, XVI. }- 



258 MINERVA 

ritroviamo in tutte le eroine di Neera e rende questa scrittrice cosi umana e simpatica 
ed è certo un riflesso della sua stessa natura. Tranquilla, come per cosa evidente, Teresa 
si fa dell'amore, da quando esso l'ha presa, lo scopo e il contenuto di sé; ella non vede, 
non sente che attraverso l'amore. Cosi accortamente e insensibilmente siamo condotti ad 
essere testimoni della sua vita, che ci pare d'averla vissuta noi stessi. Con altrettanta ef- 
ficacia è resa la scena. Evidenti, vive son le macchiette, disegnate con leggiadro umo- 
rismo: con pochi tratti talvolta è data l'imagine di un'intera esistenza. E su tutto si dif- 
fonde quella mite e rassegnata tristezza, che luce nei profondi occhi pensierosi di Neera 
ed è da lei e dalle sue opere inseparabile. 

Più mite e misurata nell'espressione, Neera non è peraltro meno leale di Gabriella 

Reuter: di naturale e superba lealtà. Ma nel suo libro, in quella piana successione di 

sensazioni e di esperienze soggettive, non traspare mai l'intenzione tendenziosa; l'artista 

scrive sempre con l'anima, per sé, quel che la inspira e la commuove, senza preoccu- 

dell'effetto. Cosi « Teresa » è senza dubbio, dei due, il libro artisticamente più im- 

ote. 

Notevolissimo in ogni modo è il fatto che due donne, tanto diverse di temperamento. 
e in ambiente tanto diverso, cosi lontane l'una dall'altra, senza che l'usa dell'altra 
si siano trovate a scrivere ambedue, quasi nello stesso tempo, su qoeat sgomento. 

Ambedue si son le uotere il venerando edificio della famiglia, e questa, che 1 

pareva una incrollabil fortezza, sicura proteggitrice dei suoi abitatori da ogni pericolo 

tmprowu :iiale una tetra prigione nella qtttle i cattivi trascinano la » 

al piede e le migliori forze dei corpi e delle anime lo: Rimano inutilnient 

l'angustia e nell'oppressione, sotto l'inflessibile guardia del career 

Chi dubiti che questi due libri di donne non abbiano data forma ad un sentimento di 
non ha che da scorrerli in esemplari presi in una biblioteca circolante. Come pullulano 
i margini di <• e di annotazioni! Ouali grida diati;: nti. quei 

ingenui stanno a provare che una verità profondamente sentita è stata es] 
ha pronunciato la parola Migratrice per ciò, di cui innumerevoli soffrono con ira fn 

.a conforto, oscuramente oppressi ci lascia Gabriella Reuter. 
statua, la mite, spalanca risoluta la porta. O nevichi pure e ini a h -ni pesta il 

giorno in cui I 1 luogo nativo si . Ila va alla libertà, alla 

— (S settembre): 

Il Vaticano e il carlismo. — II solito e bene informato scrittore di cos- 
nian<i delle interessanti corrispondenze al periodico viennese firmandosi « un cle- 

ricale romano » prima di occuparsi dell'atteggiamento del Vaticano di fronte al movimi 
callista, discorre del contegno del Vaticano durante la guerra ispano-ameri' 

l'in dal principio di questa guerra la Santa Sede si trovo in una posi/ione molto dif- 
ficile. Intorno a Leone XIII non mancavano vive simpatie per la Spagna, e fra i princi- 
pali amici di questo paese sono da annoverarsi il cardinale Rampolla e il cardinale Mo- 
cenni, che coprirono tutti e due la carica di nunzio apostolico a Madrid e parlano cor- 
rentemente lo spagnuolo e sono in continua relazione coll'alto clero della Spagna. Si ag- 
giunga che il marchese Merry del Val, ambasciatore di Spagna presso il Vaticano, è, fra tutti 
i membri del corpo diplomatico, persona specialmente grata al pontefice e al cardinale 
Rampolla. D'altra parte, perù, un complesso di singolari circostanze ha fatto si eh 
Stati Uniti sono attualmente in grandissimo favore nelle sfere superiori del clero romano, 



RIVISTA DELLE RIVISTE 2j9 



e non a torto Leone XIII è stato chiamato il papa dell'americanismo: è noto, infatti, che 
le tendenze dell'attuale pontefice verso la repubblica e verso la democrazia sociale sono 
state determinate in gran parte dall' influenza dei prelati della Chiesa americana, spe- 
cialmente dal cardinale Gibbons e più ancora da monsignor Ireland, arcivescono di San 
Paolo i Minnesota); e invano l'ordine dei gesuiti e i Tedeschi hanno cercato di opporsi 
negli Stati L'niti all'americanismo di quest'ultimo. 

Dato questo stato di cose, è facile capire qual cosa penosa debba essere stata per il 
Vaticano la guerra fra gli Stati Uniti e la Spagna. Al primo rumore di guerra la Santa 
Sede volle interporsi come conciliatrice servendosi precisamente di monsignor Ireland, 
buon amico del signor Mac Kinley al quale, durante la campagna elettorale, procurò i 
voti dei cattolici americani. Ma il Governo di Washington respinse la mediazione per 
due ragioni : prima di tutto perchè voleva la guerra, in secondo luogo perchè i protestanti 
non gli avrebbero mai perdonato di essere ricorso all'arbitrato del papa. 

La guerra scoppiò, e il Vaticano, per mezzo dell' Osserz'atore Romano, suo organo uf- 
ficiale, fece anch'esso, al pari delle altre Corti europee, la sua dichiarazione di neutralità ; 
dichiarazione che, del resto, il Governo di Washington aveva categoricamente chiesta ; 
anzi, il detto Governo aveva domandato che, in caso di vittoria degli Spagnoli, la Santa 
Sede non dovesse nemmeno permettere che si cantasse un Tedeutn solenne in una chiesa 
di Roma. Come si vede, la neutralità, che il Vaticano osservò scrupolosamente, gli fu più 
o meno imposta. 

nostante questa neutralità e ad onta delle molte simpatie che si ha in Roma per gli 
Stati L'niti, la immane sconfitta della Spagna è stata un colpo gravissimo e un grande 
dolore per Leone XIII e per tutto il Vaticano ; giacché per la Santa Sede la Spagna, sia 
pure quella del signor Sagasta, è la nazione cattolica per eccellenza, è l'unico Stato che 
non abbia sancito ufficialmente la libertà di culto, che abbia conservate intatte le sue tradi- 
zioni ecclesiastiche e che non tolleri i miscredenti, specialmente i protestanti. 

Senonchè anche più deplorevoli della sconfitta sono per il Vaticano le conseguenze che 
essa può avere per l'avvenire dell'attuale dinastia spagnuola. Nessuna dinastia europea ha 
avuto da Leone XIII tante prove di benevolenza e di simpatia quante quella di Spagna. 
Leone XIII, fin dal principio del suo pontificato, ha sempre combattuto il carlismo e pro- 
tetto la dinastia legittima, e uno de' suoi primi atti fu l'enciclica con la quale esortava i 
vescovi spagnuoli e il clero da questi dipendente a mantenersi fedeli al regime attuale; e 
per guadagnare alla dinastia i cattolici spagnuoli egli spiegò la stessa costanza e la stessa 
tenacia di cui diede prova quando si trattò di guadagnare i cattolici di Francia alla repub- 
blica. Da venti anni il carlismo non ha avuto nella Spagna un nemico più accanito del 
nunzio papale a Madrid. Quando mori Alfonso XII e la dinastia borbonica ebbe ad at- 
traversare una crisi gravissima, in quei momenti cosi difficili Leone XIII fece di tutto per 
sostenere e per consolidare la reggenza: egli esortò il clero spagnuolo a raddoppiare di 
devozione e di zelo per mantenersi i cattolici obbedienti al regime vigente, e la lotta con- 
tro il carlismo diventò più che mai la parola d'ordine della Santa Sede. 

Alfonso XIII è l'unico principe di Casa reale che il papa abbia tenuto a battesimo, e 
tto di Leone XIII per il suo figlioccio e la sua simpatia per la dinastia alfonsina creb- 
bero ancor più, come d'altra parte crebbe il suo cruccio contro Don Carlos, quando quest'ul- 
Itimo non volle consentire al matrimonio del proprio figlio Don Jayme con una figlia della 
Iregina reggente Maria Cristina. Da più anni Leone XIII è in corrispondenza epistolare con 
Ila regina reggente, e cosi pure col suo reale figlioccio al quale fa molto spesso dei regali. 



260 MINERVA , 

E una verità psicologica che uno si affeziona a una persona più per i servigi che le fa 
che non per quelli che ne riceve: Leone XIII non fa eccezione a questa regola, e il suo 
affetto per la dinastia alfonsina è proporzionato ai servigi che egli le ha resi. Egli consi- 
dera la conservazione di questa dinastia come opera tutta sua, e non permetterebbe mai 
di attentarvi. Perciò, nel momento in cui scoppiò la crisi attuale e specialmente da quando 
si tornò a parlare di un movimento cartista nella Spagna settentrionale, partirono dal Va- 
ticino nuove istruzioni per ricordare al clero e ai cattolici della Spagna il loro dover- 
farli stringere intorno al trono di Alfonso XIII. 

Senoochè questa straordinaria simpatia del pontefice per la dinastia alfonsina 
si è detto, opera quasi esclusiva di Leone XIII. Ouelli che gli stanno intorno appoggiano, 
naturalmente, questa politica; ma non pochi fanno così solo perchè devono, e toll- 
senza approvare. Al contrario di quello che si potrebbe credere a giudicare dall'atte . 
mento della Santa Sede, è un fatto che il cartismo, benché combattuto da Leone XIII. ha 
numerosi aderenti in Vaticano e a Roma: qui Don Carlos ha una specie di rappresentante 
ufficiale nella persona del conte di San Martino, e una delle prime famiglie dell'a 
nera, la famiglia Massimo, è apertamente cartista: la principi imo, figlia deli 

• i sorella del conte di ( haml>ord, e non più di un anno fa il pri; 
nito del principe Massimo ha sposato una figlia di Don Carlos, un li quella i 

Elvira che, come è noto, fuggi, appunto mentre era ospite dei M 
Il pretendente ha inoltre in Roma molti altri partigiani 
disperata come a molti sembra. 
difficile far profezie; ma se la dinastia alfonsin probabili 

■lpi dei repubblicani che sotto quelli dei < XIII, 

eirli vedrebbe più volentieri nella Spegni l'avvento della repubblica che il ritorn 
minazione a quelli che gli stanno intorno e nel 

sentimenti del tutto opposti; per cui l'assunzione di un nuovo papi poi: 
far mi unente la politica del Vaticano verso la 

amico del cartismo, e potrebbe es XIII ripi 

litica v l'io IX. 

I resto, non si deve esagerare l' inlluenza che l'atteggiamento del pontefice potn 
sull'esito del movimento cartista; questa influenza è di gran lunga più picc- 
che si potrebbe credere; e lo prova il fatto che, con tutta l'inimicizia e' 
lismo ha mantenuto nella Spagna la sua posizione: i partigiani che il Vaticano pu- 
trarrli si riducono a cosi pochi, che a mala pena meritano ili esser presi in considera, 
D'altra parte, però, non è meno vero che il cartismo, se ha mantenir ione, 

non ha fatto pr<>jrres-à : la sua agitazione è limitata (masi esclusivamente alle provine; 
tentrionali della Spagna; per cui una vittoria del cartismo è quanto mai problematica. I 
se Leone XIII preferisce al regime cartista una repubblica, non tutti i cattolici, a Roma e 
nel resto del mondo, la pensano cosi. 

Le Correspondant (io agosto), Parigi: 

La lotta contro il vagabondaggio scolastico a Londra. — La piaga delle grandi 
città è il vagabondaggio infantile, che è la fonte principale della criminalità dei minorenni ; 
e che la piaga sia estesa lo si deduce dal fatto che a Parigi, per esempio, negli ultir 
anni, su 225,000 fanciulli dai sei ai tredici anni, 20,000 almeno non frequentarono la scuote 
È interessante vedere in qua! modo gl'Inglesi abbiano cercato di porre rimedio a 



RIVISTA DELLE RIVISTE 26 I 



grave situazione. Non già che essi abbiano trovato un rimedio infallibile; ma da alcuni 
anni, grazie a molteplici e perseveranti sforzi, hanno ottenuto buoni risultati ; per questo 
lo studio delle istituzioni sorte in Inghilterra per combattere il vagabondaggio scolastico 
è senza dubbio istruttivo. 

Anzitutto è da notarsi che alle scuole correzionali, istituti di carattere repressivo il cui 
modello gì' Inglesi presero dalla Francia, nella Gran Brettagna sono stati accompagnati degli 
istituti che potremo chiamare preventivi, nella forma di scuole industriali per fanciulli di 
■età inferiore ai quattordici anni, i quali non abbiano commesso un delitto determinato ma 
si trovino in istato di vagabondaggio, ossia appartengano — per adoperare il termine fran- 
cese — alla categoria dei « moralmente abbandonati ». Avvertiamo, poi, un' altra cosa 
notevole: che tutte le scuole di correzione e la grande maggioranza delle scuole indu- 
striali sono istituti privati : lo Stato non interviene se non per esercitarne il controllo e 
per pagare i sussidi, che variano da 3 scellini e 6 pence a 5 scellini per fanciullo alla 
settimana (lo scellino equivale a lire 1.25). Su 142 scuole industriali, 23 sono fondite da 
cattolici e sono fussidiate anch'esse come tutte le altre, nelle quali regna la più perfetta 
tolleranza religiosa. 

Contro le scuole di correzione e contro quelle industriali non sono mancate le critiche; 
ma è un fatto che, da quando sono state istituite, si è notata nella criminalità infantile 
una sensibile diminuzione. 

Ma i legislatori inglesi non si sono limitati a reprimere il vagabondaggio col correg- 
gere o coll'educare i piccoli vagabondi; essi hanno cercato di inaridire, diremo cosi, le 
fonti del vagabondaggio per mezzo di istituti speciali che meritano di essere attentamente 
studiati. 

Resa obbligatoria l'istruzione elementare con la legge del 1870, non paghi di inflig- 
gere ammende ai genitori trascuranti, i legislatori inglesi pensarono che eia più utile cer- 
care di metter le mani sui giovani vagabondi, e nel 1876 organizzarono un nuovo tipo di 
scuola industriale, la scuola industriale così detta esterna (day industriai school), in cui gli 
scolari non passano la notte ma solo la giornata, e nella quale, dopo un primo avverti- 
mento dato ai genitori, possono venir mandati i fanciulli di più di cinque anni che non 
frequentano assiduamente la scuola elementare o che sono trovati in istato di vagabon- 
daggio abituale. Senonchè fra questi piccoli vagabondi se ne trovano alcuni specialmente 
pericolosi, che recano nelle scuole esterne il disordine e l'insubordinazione; e per questa 
categoria di vagabondi le commissioni scolastiche (school boards) hanno fondato delle scuole 
affatto speciali, le scuole di vagabondi (truant schools). Ecco dunque due categorie di isti- 
tuti, il cui tipo ci vien dato da due scuole di Londra che il signo Paolo Nourrisson, au- 
tore del presente articolo, ha recentemente visitate, e che, fondate dalla commissione sco- 
lastica di Londra, dipendono tutte e due dal Ministero dell'interno. 

La prima è la grande truant school di Highbury. È un grande edifizio, posto in bel 
sito all'estremità settentrionale della città; nel suo aspetto esterno non ha nulla della 
casa di correzione e contiene 200 fanciulli di età inferiore ai 14 anni mandati colà per 
ordine del magistrato, su domanda della Commissione scolastica, per uno, due o sei 
mesi. Gli scolari sono spartiti in più classi e in due divisioni che si esercitano alternati- 
vamente nello studio e nel lavoro manuale. 

La prima cosa che colpisce il visitatore all'entrata nella classe in cui stanno i più pic- 
coli o i meno istruiti, è il vedere in mezzo ad essi i figli stessi del governor (direttore), 
fanciulli anch'essi, che insegnano ai loro piccoli amici a compitare. Questo solo tratto 



2 62 MINERVA 

basta a dimostrare il carattere paterno e familiare dell'istituto : il direttore non è un im- 
piegato che si limita a sorvegliare e ad amministrare; egli abita con la famiglia nell'edi- 
ficio stesso, e sui moglie ha la carica di matron e cura i più piccini e i malati; e vive 
in mezzo a' suoi allievi e non teme di mettere a contatto con essi durante le ore di le- 
zione i suol propri figli. 

Le sale sono spaziose, piene d'aria e di luce, ornate di tavole murali, di imagini, dì 
piccole collezioni di storia naturale ordinate in vetrine ; i banchi sono costruiti secondo 
le regole dell'igiene, e i fanciulli che vi stanno seduti si alzano in piedi all'entrar del vi- 
sitatore, e facendo il saluto militare gli danno in coro il buon giorno : Good nw> 
Uemenl — e cosi pure quando se ne va. Le loro fisonomie sono spesso abbastanza intel- 
ligenti; alcuni, quelli che stanno là dentro da più tempo, hanno preso un aspetto" florido 
sotto l'influenza di quel regime sano e fortificante; in generale, però, sono piuttosto min- 
gherlini ; ma nell'insieme fanno buona figura perchè sono lindi e puliti e, invece degli 
stracci di cui erano coperti, indossano un' uniforme. 

In un'altra sala stanno i più istruiti: i quaderni sono ben tenuti, alcuni annunciali, 
una scrittura ferma e netta; Io studio della geografìa non dev'essere trascurato, a giudi 
care da una carta d'attualità rappresentante le Antille e l'isola di Cuba tracciate col gesso 
sulla lavagna. 

L'insegnamento religioso è protestante; la domenica i fanciulli assistono all' uffici 
vino, i I nento religioso e l'influenza morale — dice la relazione del dir 

della scuola — costituiscono i mezzi più efficaci per giungere alla riforma dei gì 

ibondi ». 

Mentre una divisioni- studia, l'altra è al lavoro. È un errore il credere — alienila il 
direttore — che, dato il breve soggiorno degli allievi in una scuola di truanls, non vi si 
possa intraprendere l'educazione professionale che è impartita nelle scuole industriali or- 
dinarie. I vestiti, le calzature e il pane necessario allo stabilimento sono fatti dagli allievi; 
c'è inoltre un'officina in cui si fabbricano le stuoie ad uso delle scuole dello schooì 
della ritta; i più grandi sono ammessi al laboratorio di ebanisteria; anche nella lavanderia 
e nella stireria il servizio è fatto da ragazzi sotto la direzione di una donna. 

I piani superiori sono anch'essi pulitissimi, i corridoi chiari e spaziosi, le pareti ver* 
Diciate. I dormitoi contengono da quindici a venti lettini ciascuno, e nel mezzo vi 
dei grandi bracieri, che peri» si usano molto di rado, giacché al riscaldamento durante 
l'inverno si provvede per mezzo di caloriferi ad acqua calda disposti lungo i corridoi. 
Aria e luce entrano in abbondanza per ampie finestre; davanti a una di queste sta, ripie- 
gato, un apparecchio di salvataggio che può essere utilizzato in caso d'incendio; in ogni 
dormitorio sta in un angolo una botola che mette a una scala a piuoli verticale simile a 
quelle dei pompieri : in caso di pericolo i fanciulli scappano per di là al piano inferiore. 
Le ore destinate al sonno sono dieci : dalle 8 di sera alle 6 della mattina. Non mancano, 
naturalmente, i lavamani, le docce, l'infermeria. 

l'n esercizio al quale si dà grande importanza è quello della ginnastica (drill), che si 
eseguisce, con disciplina molto severa, all'aria aperta; esso precede il pasto principale che 
si fa all'una; gli altri pasti hanno luogo alle 8 della mattina e alle 6 della sera. 

I genitori non sono ammessi a visitare i fanciulli che una volta al mese, per due ore. 
La disciplina, dati gli elementi che entrano nell'istituto, dev'essere mantenuta energica- 
mente. Quanto alle punizioni, il direttore è contrario all'uso della cella; i mezzi ai quali 
si ricorre, però in casi estremi, sono la punizione corporale o il rinvio a una casa di cor- 



i 



RIVISTA DELLE RIVISTE 263 

rezione; viceversa, i buoni sono compensati col rilasciarli più presto. Ingenerale, le insu- 
bordinazioni sono rare ; qualche volta accadono delle evasioni : un fanciullo rompe un vetro, 
approfittando di un momento in cui non è tenuto d'occhio, e sparisce; ma ben presto è 
ricondotto alla scuola dalla polizia. Uno di essi, ripreso per la terza volta, rispondeva im- 
perturbabile : « Mi piace più la strada». Altri, venuta l'epoca normale in cui escono dal- 
l'istituto, ricominciano la loro vita vagabonda e sono rimandati alla scuola dei tritante una 
seconda, una terza e perfino una quarta volta. Il direttore di Highbury ha proposto che, 
in caso di recidiva, il periodo di detenzione sia prolungato, o magari questa duri senz'al- 
tro fino ai 14 anni. Giunto a questa età il ragazzo non può più stare nella scuola; allora 
la direzione cerca di trovargli collocamento, e spesso vi riesce, quando egli ha potuto ot- 
tenere un buon certificato (character). 

Per ciascun ragazzo i genitori devono, o piuttosto dovrebbero pagare ogni settimana 
una piccola somma ; ma siccome su questi versamenti non si può far conto, cosi le spese 
per il mantenimento dei fanciulli sono sostenute dallo school board, che paga per la scuola 
di Highbury 81,525 franchi all'anno; il lavoro prodotto dai ricoverati si valuta a 2,100 fran- 
chi all'anno; lo Stato dà un sussidio annuo di 25,950 franchi. 

Il secondo tipo di scuola destinata ai vagabondi è, come abbiamo detto, la scuola in- 
dustriale esterna ; e il Nourrisson descrive quella posta nella Goldsmith Street, nel cuore 
del popoloso quartiere di Drury Lane. Anche in questo istituto si trovano duecento sco- 
lari circa, fra i quali alquante fanciulle. Vi sono ammessi anzitutto i renitenti alla scuola 
elementare, anche qui in seguito a decisione del magistrato su domanda dello school board; 
poi gli allievi delle scuole dei truants liberati a condizione di essere iscritti in una scuola 
diurna ; finalmente i figli di genitori poveri che, per non lasciarli vagabondare, li iscrivono 
pagando una piccola quota, da 1 a 2 scellini alla settimana. 

Passata la prima impressione di tristezza prodotta dai corridoi scuri, dal piccolo cortile 
strozzato fra le case vicine, si vede che la scuola (la quale si trova in quella via stretta e 
scura perchè accoglie solo durante la giornata i fanciulli poveri che abitano nel quartiere 
entro un raggio di due miglia), è disposta nel miglior modo possibile. Al pianterreno 
stanno i locali per la lavatura e per il bagno, prima e importante operazione della gior- 
nata. Conforme al regolamento, due ore vengono dedicate alla ricreazione e agli esercizi 
ginnastici, i quali, vista la piccolezza del cortile, si fanno in un salone al primo piano. 
Le classi sono abbastanza chiare e ornate di stampe a colori rappresentanti scene della 
storia nazionale, dell'antico e del nuovo Testamento. Su di una grande tavola murale si 
legge la traduzione inglese del Pater noster (si noti che la scuola non appartiene a nes- 
suna confessione religiosa, come si vedrà più sotto). 

Come la casa, cosi anche i fanciulli producono a prima vista un' impressione penosa,, 
sopratutto perchè, non avendo un'uniforme, ciascuno porta il suo vestito. Mentre una metà 
dei fanciulli studia, l 'altra metà è occupata nei laboratori di calzoleria ed ebanisteria : a 
ciascuna di queste occupazioni sono consacrate tre ore. Alla scuola è annesso un corso 
speciale per fanciulli sordo-muti; per le fanciulle vi è anche un corso teorico-pratico di 
cucina. Gli alunni devono presentarsi a scuola alle otto (alcuni, i cui genitori si recano di 
buon'ora al lavoro, possono venir prima) e vi restano fino alle sei della sera; essi rice- 
vono tre pasti : la colazione alle otto, il pranzo all'una, il the alle cinque. 

Fra le punizioni non può far meraviglia di trovare la punizione nazionale per eccel- 
la verga, la cui applicazione è regolata forse troppo minuziosamente per poter es- 



264 MINERVA 

sere strettamente osservata. Del resto, non è questa la punizione che gli allievi temono di 
più, bensì quella che consiste nel trattenerli' alla scuola per qualche ora di più; nessuna 
punizione è più dura di questa, giacché spesso essa impedisce agli allievi di tornare a 
quel vagabondaggio della sera che è il grande inconveniente delle scuole di questo ge- 
nere. Nei casi gravi, sopratutto in quello di assenza non giustificata, il colpevole può essere 
tradotto davanti al magistrato che lo manderà a una scuola industriale o a una scuola di 
truants. Viceversa, dopo un mese di buona condotta, il fanciullo può essere rilasciato, 
però a condizione che sia ricevuto in una scuola elementare ordinaria. 

Quanto all'istruzione religiosa, le scuole di questo genere hanno un carattere stretta- 
mente neutrale ; nella scuola di Drury Lane è prescritto, al principio e alla fine di ciascun 
giorno, un esercizio di culto familiare (simpie family a -.ente in preghiere, 

cantici e lettura della Bibbia; c'è anche mezz'ora al giorno d'insegnamento religioso, che 
dev'essere impartito in modo da non spingere gli allievi verso nessun culto deter- 
minato e da non distoglierli da nessuno; finalmente, se i genitori domandano che il loro 
figlio sia istruito in una data religione, si provvede a impartirgliela separatamente dagli 
altri. 

Queste scuole, di cui quella di Drury Lane rappresenta uno dei tipi più completi, con- 
tavano, nel 1895, 3,223 tra fanciulli e fanciulle, e nell'anno seguente 3 

fronte a questa organizzazione, sia pure non perfetta, n : meno di am- 

mirare il genio pratic. e inventivo del popolo inglese, il quale, s :irsi mai, 

di miglio:.. Mattone penale concernente l'infanzia con pazienti studi, con pro< 

inchieste, con prove seriamente tentai J95 fu spesa, per le varie scuole forni 

di correzione, industriali, di vagabondi e industriali < - >mntt 

milioni, metà della quale fu coperta dallo Stato, l'altra metà dalle autori - 
dai privati. E t-r i .1 si stanno studiando nuovi tipi di scuole, sempre coll'intento d 
tere il vagabondaggio. 

Certo, il sistema attualmente in vigore ha dato luogo a critiche, e, in generale, \ 
stato rimproverato di costar troppo e di dare ai figli di genitori pigri e negligenti un'edu- 
le più compir lì quella che viene impartita ai filili di 01 
boriosi operai : si è fatto notare che, in fin dei con' contribuenti che, dopo aver 
pagato per i propri figli, portano il carico dell'educazione dei fanciulli trascurati. S 
tutto poi sono state vivamente attaccate le scuole dei truants, che furono ac 
troppo « confortabili » e di non produrre, con tutta la severità del loro regime, gli 
d'intimidazione che se ne dovrebbero aspettare; si arrivò perfino ad affermare che gli an- 
tichi scolari [ex-iruatUs) raccomandavano tali scuole ai loro amici, e infatti -utato 
che erano abbastanza numerosi i recidivi, quelli, cioè, che vi erano mandati più volte, 
(atta scuola di Highbury il 40 per cento due volte, e il 30 per cento tre). Al contrario, 
per (mei che si riferisce alle scuole industriali esterne, sembra che si vada d'accordo nel- 
l'ammettere che hanno dato risultati soddisfacenti; solo si reclamano nuovi tipi di istituti 
per fanciulli in tenera età e si domanda che venga aumentato il numero delle scuole già 
esistenti per evitare le troppo grandi agglomerazioni. 

l'ero, constatate queste critiche, non si può far a meno di riconoscere che grandi sforzi 
sono stati fatti per combattere il vagabondaggio scolastico, e sopratutto va rilevato lo zel< 
di cui danno prova i maestri nell'adempimento dei loro doveri. E finalmente sembra accer- 
tato che la delinquenza nei minorenni, della quale, come s'è detto, il vagabondaggio è; 



RIVISTA DELLE RIVISTE 265 



causa principalissima, è in notevole diminuzione. GÌ' Inglesi, gente pratica, non rimpian- 
gono, in generale, le grosse spese che si fanno per le scuole di cui abbiamo parlato, 
giacché nei fanciulli che in esse vengono istruiti vedono altrettanti elementi di meno per 
le prigioni, delle quali — cosa sintomatica anche questa — sono già riusciti a diminuire 
il numero. 

Journal des Économistes (agosto) Parigi: 

Un problema di statistica umana. — Perchè, in ogni paese del mondo, nascono 
press'a poco tanti maschi quante femmine ? È un problema fisiologico importantissimo di 
cui è d'attualità occuparsi, dopo che un medico viennese (e non è il primo) ha annunziato 
di aver trovato il modo di render possibile la scelta preventiva del sesso d'un bambino, 
sottomettendo la madre a uno speciale regime di nutrizione. 

La notizia è stata accolta con grande scetticismo, e giustamente. Infatti, un'altra teoria 
appare più probabile; questa: che il seme umano è di sua natura o maschile o femmi- 
nile. La donna non ha nessuna influenza sulla formazione del sesso, e l'uomo, per atto 
volitivo, nemmeno. In lui il germe si sviluppa col sesso già fissato ; quest'è tutto, e que- 
st' ipotesi soltanto può spiegare certi fenomeni constatati dalla statistica. 

Cosa strana ! Quest' ipotesi è antichissima. 

Aristotele e Galeno dissero che il padre comunica alla madre un germe maschile o 
femminile. Allora non c'erano argomenti e mezzi per suffragare la tesi. Ora, con la sta- 
tistica, si. — La statistica ha accertato una meravigliosa regolarità in certi movimenti e 
fenomeni sociali, tale da far pensare alla precisione delle leggi astronomiche. Ritorna ogni 
anno press'a poco l'egual numero di matrimoni, di nascite naturali e legittime, di morti, 
con la stessa ripartizione tra infanti, adulti e vecchi, fra i sessi, perfino fra le professioni. 
Le medie si rinnovano quasi con la rigidità d'una legge naturale. Per rimanere al caso 
nostro, in tutti i paesi il rapporto fra il numero dei neonati maschi e quello delle fem- 
mine è circa di 105 a 100. 

Non è l'eguaglianza assoluta, ma, quel eh' è più meraviglioso ancora, avviene che 
muoiono più bambine che bambini, cosicché all'epoca dei maritaggi (dai 20 ai 25 anni) 
ogni generazione ha press'a poco tanti uomini quante donne. Si disse dipendere il sesso 
dall'età relativa degli sposi. Il marito venticinquenne d'una donna ventenne diverrebbe per 
lo più padre d'un maschietto ; un padre di venticinque anni e una madre di trenta avreb- 
bero, di solito, una bambina. Ma basta un po' di riflessione per persuadersi che ciò non 
può esser vero. Infatti, se ogni volta che un uomo si ammoglia con una donna più gio- 
vane di lui dovesse nascere un maschio, tutte le coppie cosi costituite dovrebbero dare 
dei maschi, e, giacché il marito è quasi sempre di maggiore età della moglie, dovrebbero 
nascere almeno mille bambini su cento bambine. Altri disse, basandosi su un rilievo fatto 
in Austria nel 185 1, che si hanno no primogeniti maschi per 100 femmine, e la proporzione 
fra maschi e femmine scende a 105. 3 contro 100 solo coi nati dopo. Se si dovesse vedere in ciò 
una legge naturale, perchè non sarebbero di sesso maschile tutti quanti i primogeniti? Quello 
studio fu fatto su 167,605 neonati, dei quali 87,819 maschi e 79,787 femmine. La natura avrebbe 
dunque agito 79,787 volte contro la sua propria legge ? Da un'altra esperienza fatta in Nor- 
vegia nel 1870 per cura di Kiaer, capo della statistica di quel paese, risulterebbe che nei 
primi sei anni di matrimonio nascono 116. 3 maschi per 100 femmine, nei sei anni suc- 
cessivi 107 per 100 ; dal tredicesimo anno in poi non verrebbero alla luce che 94. 4 bam- 
bini per 100 bambine. Anche supponendo esatte queste cifre, la teoria del seme di sesso 
diverso già formato nel padre non avrebbe nessun nocumento. 



2 66 MINERVA 



Ipotesi per ipotesi, questa è mille volte più razionale di qualsiasi altra. Chi crede al- 
l'influenza del nutrimento della madre sul sesso del feto, come può spiegare che, di due 
gemelli, uno sia maschio, l'altro femmina? Invece, ben può un ovulo ricevere e sviluppare 
due germi di sesso diverso. Ma poi, senza far quel caso speciale, è un fatto che l'ovulo 
prima della fecondazione è sterile e la vita gli è data dal maschio. Fecondare non è che 
deporre il germe sulla vita, e il germe ha in sé tutti gli elementi, la cui elaborazione, 
fatta nell'ovulo, porterà al completo sviluppo del feto; e fra essi non può mancare il sesso 
che, tanto importante da dominare su tutte le metamorfosi dell'embrione, deve certamente 
precederli nell'esistenza. Ma l'argomento principale per supporre il sesso nel germe sta 
nella sorprendente regolarità del rapporto fra maschi e femmine, 105 a 100. Non è pos- 
sibile non ammettere che questa regolarità sia l' effetto d' una legge naturale. Essa ci 
indica che l'uomo ha in se press'a poco tanti germi maschili quanti femminili, con una 
leggera prevalenza di quelli. Da ciò la proporzione fra nati maschi e nati femmine, la 
quale per le cause già dette si trasforma nella quasi perfetta eguaglianza di adulti dei due 
sessi, quando è per loro giunta l'età delle nozze; provvidenziale disposizione nella quale 
si deve vedere un'esplicita volontà della natura. In ogni modo i risultati della statistica 
escludono assolutamente l'influenza dell'alimentazione materna sul sesso del bambino. 
Se questo fosse, quel rapporto costante che vige per ogni paese non sussisterebbe più : 
da una regione all'altra, perfino nell'interno d'uno sten- 
di vii >ero far si che in un luogo si avrebbero 120 o 140 maschi su 100 femmine, 
in altri, ogni 100 femmine 40 o 50 maschi soltanto. 

De nane la fisiologia possano disorganizzare 1 

turbando l'equilibrio 'lei MMÌ. Se fosse nell'arbitrio dell'uomo la «o dei na- 

scituri, data la preferenza per gli eredi ma crebbero due, tre, d; 

che r • popoli le nate femmine erano tanto poco desiderate, che si ucci- 

no o si abbandonavano. Sotto il regime di tali preferenze, se fossero realizzabili, la 
•arte delle famiglie farebbe a meno di aver ragazze; ma poiché gli uomini non 
vorrebbero allatto far a meno di donne, <: aalche speculatore avveduto si mette- 

;are l'industria dell'allevamento delle femmine. Bella 
Tali società si estinguerebbero presto o sanzionerebbero leggi draconiane in favore del 
bel se mina, non è allatto a deplorare che gli uomini non abbiano alcun potere 

sul sesso dei loro figli, giacché tutto induce a credere che quel potere sarebbe ben più 
dannoso che utile. 

Nouvelle Revue (i l luglio), Parigi : 

Il Montenegro e il principe Nicola. — In una delle sue solite « Lettere sulla politica 
1 » datata da Cettigne, la signora Giulietta Adam fa una descrizione entusiastica del 
Montenegro e delle virtù della sua popolazione. 

Il costume montenegrino — essa dice — sembra che sia tanto più ornato quanto più 
nuda è la montagna. Sulle bianche strade passano i Montenegrini vestiti di bianche to- 
nache, con grandi panciotti rossi ricamati in oro, ampi pantaloni scuri, stivali alti; le pi- 
stole, nelle larghe cinture, sono sempre cariche, giacché ad ogni momento può strapparli 
dal focolare la guerra santa in difesa del fratello cristiano, del fratello serbo e slavo. Il 
berretto montenegrino, la capa, che non copre affatto il loro volto abbronzato, ha gli orli 
neri, porta il lutto del grande impero serbo che non è più; sulla calotta porta un pezzo 
di stoffa rossa, in forma di mezzo sole, orlata d'oro, e vi si vede, ricamato in oro, un N 



RIVISTA DELLE RIVISTE 267 



eun / (Nicola I). Il rosso è il sangue versato per la conquista dell'indipendenza; il mezzo 
sole è l'alba dei tempi futuri, la speranza del sole intiero... 

Il Montenegrino dice con perfetta serietà che centomila de' suoi fratelli valgono un mi- 
lione di Turchi : una quantità di fatti gloriosi lo dimostrano, e il più recente è quello del 
monastero di Ostrog. Qui il voivoda Mirko, con soli quattordici uomini, difese la cappella 
del monastero contro 17,000 Turchi ; piovevano sui musulmani palle e pietre; il solo Mirko 
sparò in un giorno, mirando sempre a colpo sicuro, settecento cartucce; e quando il prin- 
cipe Danilo, suo fratello, liberati gli eroi dall'assedio, si trovò davanti a lui, il voivoda 
non era più riconoscibile, nero dalla polvere, con le guance gonfie. Ciò accadde nel 1853 ; 
il voivoda Mirko è il padre del principe Nicola I. 

Si può dire che la popolazione del Montenegro appartiene a un'epoca diversa dalla 
nostra; nelle loro anime arde quello stesso entusiasmo ond'erano infiammati i crociati nel 
muovere contro gl'infedeli, quell'entusiasmo che fa sorgere tutti gli eroi dell'indipendenza. 
E il principe Nicola riassume e incarna in sé i suoi antenati e il suo popolo e la sua razza. 
Il Montenegro presenta 1' ultimo esempio, in Europa, del regime assoluto patriarcale, re- 
gime che, per le circostanze locali e per effetto dello spirito di giustizia del sovrano, è 
ad un tempo benefico e popolare. Il principe dirige senza controllo la politica estera, e 
all'interno giudica in ultima istanza quando sorgono liti fra i suoi sudditi. 

Per far comprendere il carattere del principe Nicola basti riferire il seguente aneddoto. 
Una volta, presa una città turca, il principe aveva fatto prigioniero il governatore, e sic- 
come questi discendeva di nobile e antica famiglia, ne fece il suo aiutante di campo no- 
nostante le proteste de' suoi. Senonchè il musulmano, che nutriva odio profondo contro 
il vincitore, risolvette di trucidarlo. Un giorno ch'egli si trovava solo col principe, questi 
notò un gesto minaccioso del suo aiutante ; allora tirò fuori il revolver, ne scaricò i sei 
colpi in aria, poi consegnò l'arma all'ufficiale dicendogli: « Ora fa quello che vuoi ». Il 
turco si gettò in ginocchio davanti al suo signore e singhiozzando gridò : « Principe, voi 
avete indovinato il mio criminoso pensiero ; fate di me quel che volete ». Nicola gli per- 
donò e da quella volta non ha servitore e amico più devoto dell'ex-governatore turco. 
Con questi tratti, che ben dimostrano l'estrema generosità del suo cuore, il principe ha 
saputo guadagnarsi l'affetto e la devozione del popolo. 

Nicola I è un uomo colto e ha anima di poeta; legge molto, e ha scritto una tra- 
gedia, L'imperatrice dei Balcani, che è diventata per il Montenegro una specie di epopea 
nazionale. Ma sopratutto egli è soldato, e in tutti gli scontri lo si è sempre veduto subito 
dopo la bandiera che precede le truppe, Valaibariak, regalata al Montenegro dalle donne 
serbe, che porta sul rovescio il motto: «e Non vi arrendete >. 

— Fratello, abitate molto in alto — gli disse una volta, alle Bocche di Cattaro, l'im- 
peratore Francesco Giuseppe guardando la Montagna Nera. 

— E vero — rispose il principe : — mi è stata presa la terra, mi è stato preso il mare, 
non ho più che il cielo. 

Chi potrebbe dire che in queste parole non vibri il patriottismo e la fede nell'avvenire? 

Revue Bleue (20 agosto), Parigi: 

Napoleone I e Chateaubriand. — Uno dei lati più curiosi deHa vita tempestosa del 
grande scrittore, il cui cinquantenario è stato ultimamente solennizzato, sono le sue rela- 
zioni con Napoleone I. È noto che Chateaubriand gli resistette e gli si oppose in più di 



268 MINERVA 

una occasione, e che più di una volta l' imperatore entrò, per causa di lui, in gran col- 
lera. Eppure questi due uomini si stimavano e si ammiravano. 

La prima volta che Chateaubriand si trovò davanti al primo Console fu nel 1802, a una 
festa data da Luciano Bonaparte, ministro dell'interno, dopo l'approvazione del Concordato. 
11 Genio del cristianesimo faceva allora molto rumore, e il nome del suo autore era sulla 
bocca di tutti. 

Mi trovavo nella galleria — racconta Chateaubriand — quando Napoleone entrò. Non 
l'avevo mai veduto se non da lontano e ne ebbi una buona impressione. Il suo sorriso era 
carezzevole e bello, il suo occhio meraviglioso, sopratutto per il modo in cui era collo- 
cato sotto la fronte e incorniciato dalle sopracciglia . . . Quell'uomo politico così freddo 
era animato da una imaginazione prodigiosa; non sarebbe stato quello che era se non 
avesse avuto in se la Musa; la ragione completava le idee del poeta. » 

All'avvicinarsi del Console, lo scrittore si nascose dietro i vicini; ma Napoleone lo 
1 veduto e indovinato, e lo chiamò ad alta voce: « Monsieur de Chateaubriand! » 
Allora coloro che gli stavano davanti si fecero da parte e lo scrittoi' di fronte 

al guerriero. Questi gli rivolse la parola semplicemente, e senza fargli complimenti, senza 
preamboli dì sorta, gli parlò dell'Egitto e degli Arabi, come se- avesse continuato un di- 
io già incominciato. Parlando, lo osservava, e domandava a se stesso quale ufficio 
pubblico avrebbe potuto affidargli. Non istette molto a trovare, e, interrotto il discorso, 
si allontanò: Chateaubriand doveva essere mandato come primo all'amba 

di Roma. II Console disse a Iontanes di essere rimasto soddisfatto della « o ione ■» 

. il quale non ;>erto bocca. 

« Egli aveva giudicato a prima vista dove e come potevo essergli utile. Poco gli ini- 
iva che non fossi stato negli affari, che ignorassi i principi della diplomazia pr.. 

he certi spiriti sanno sempre e non hanno bisogno di tirocinio. Egli era un grande 
d'uomini; m non avessero talento se non per lui, e eh 

loro talento si parlasse poco; geloso della fama altrui, la considerava come una usurpa- 
zione della propria: nel mondo non ci doveva essere < bone. » 

Sul principio del 1804 Chateaubriand fu nominato ministro ili 1-' rancia presso la repub- 

del Vallese; il suo tirocinio diplomatico era finito, e tutto faceva credere ch'egli 

per giungere rapidamente alle più alte cariche. Ma il 20 marzo dello no il 

d' Knghien veniva fucilato. Chateaubriand, uscito la mattina a passeggio, udì gridare 

la triste notizia, e, tornato a casa, scrisse una lettera molto vivace dando le dimissioni. 

Fortunatamente per lui, Talleyrand non mostrò subito la lettera a Napoleone; s 

l'autore dell'Alala sarebbe forse stato fucilato anche lui. 

Chateaubriand tornò alla letteratura, Napoleone si avviò verso l'impero. In fondo, 
desideravano di riavvicinarsi, e qualche volta si avviarono, per cosi dire, a incontrarsi ; 
ma sempre prevalse l'orgoglio, e la riconciliazione non si compi. Nel 1807 Chateaubriand, 
in preda a una di quelle cupe esaltazioni, dalle quali era preso di quando in quando, 
pubblicò nel Mercure un articolo contro l'imperatore. 

mando — egli scriveva — nel silenzio dell'abiezione non si ode più sonare se non 
la catena dello schiavo e la voce del delatore, quando tutto trema davanti al tiranno ed 
è pericoloso così l' incorrere nel suo favore come il meritarsi la sua disgrazia, allora ap- 
pare lo storico che deve vendicare i popoli. Invano prospera Nerone: Tacito è già nato 
nell'impero, e cresce sconosciuto accanto alle ceneri di Germanico, e a quel fanciullo 
oscuro la Provvidenza consegna la gloria del padrone del mondo. » 



RIVISTA DELLE RIVISTE 2 6<> 



L'articolo si chiudeva con queste parole nelle quali Chateaubriand è dipinto tutto in- 
tero : « Dopo tutto, che importano i rovesci, se il nostro nome, pronunziato dai posteri, 
farà battere un cuore generoso duemila anni dopo di noi? » 

Napoleone fece sopprimere il Mercure, ma non conservò un grande rancore contro 
l'autore dell'articolo, giacché, l'anno seguente, al Salon di pittura, volle che fosse messo 
in un punto visibile il ritratto di Chateaubriand dipinto da Girodet, che i cortigiani ave- 
vano fatto collocare in un angolo oscuro, e fermatosi davanti al ritratto, che era alquanto 
tenebroso, disse ridendo : « Chateaubriand ha l'aspetto di un cospiratore che sia sceso 
giù per il camino ». Napoleone si occupò inoltre di Chateaubriand in occasione dei premi 
decennali del 1S10, e si meravigliò che l' Istituto avesse scartato il Genio del cristianesimo, 
che certamente meritava uno di quei premi ; domandò anzi che gli venisse presentata una 
relazione in proposito, ma l'Istituto resistette fino all'ultimo. 

È noto quello che accadde fra l' imperatore e Chateaubriand quando questi fu nomi- 
nato membro dell' Accademia, succedendo a Giuseppe Maria Chénier. Il grande scrittore 
non aveva voluto presentarsi, quantunque lo minacciassero di chiuderlo a Vincennes, e 
aveva ceduto solo alle preghiere di sua moglie. Ma il discorso da lui scritto per il solenne 
ricevimento, sottoposto prima all'esame di una commissione, fu trovato troppo ardito, 
troppo pieno di allusioni: Chateaubriand stigmatizzava i principi politici dello Chénier e 
s'ingolfava nella politica discutendo della restaurazione della monarchia, della condanna 
e della morte di Luigi XVI, ecc. La commissione risolvette di appellarsi all' imperatore 
e il conte Dani fu incaricato di portargli il manoscritto a Saint -Cloud. Fin dalla prima 
pagina Napoleone si arrabbiò e tempestò il manoscritto di raschiature e di cancellature 
con la matita. Finalmente lo restituì tutto sgualcito a Dani gridando: « Se l'autore fosse 
qui davanti a me, gli direi: — Signore, voi non siete di questo paese ; la vostra ammi- 
razione e i vostri voti sono altrove; voi non capite né le mie intenzioni né i miei atti. 
Ebbene, se vi trovate a disagio in Francia, uscitene; uscite, signore, perchè non c'in- 
tendiamo, e il padrone qui sono io ; voi non apprezzate l'opera mia e, se vi lasciassi fare, 
la guastereste. Uscite, signore, varcate la frontiera, e lasciate la Francia in pace e unita, 
sotto un governo di cui ha tanto bisogno ». 

Il ricevimento solenne di Chateaubriand all'Accademia non ebbe più luogo. « Dani — 
dice Chateaubriand — mi restituì il manoscritto, raschiato qua e là, segnato ab irato da 
Bonaparte di parentesi e di linee con la matita : 1' unghia del leone s'era conficcata dap- 
pertutto, e io provai una specie di acre piacere nell'imaginarmi di sentirmela penetrare 
nel fianco ». Il manoscritto, importantissimo documento storico e letterario, pur troppo andò 
perduto: Chateaubriand, che ci teneva molto, lo conservò per molto tempo; ma poi esso 
fu bruciato per isbaglio durante un cambiamento di casa. 

Così i due grandi uomini vissero in uno stato di continua ostilità, mitigata però dal 
segreto rimpianto di non essere riusciti ad andare d'accordo. E giunti alla fine della loro 
carriera, si resero vicendevolmente giustizia. Sullo scoglio di Sant' Elena Napoleone diceva: 
« Chateaubriand ha ricevuto dalla natura il fuoco sacro: le sue opere l'attestano. Il suo 
stile non è quello di Racine, è quello del profeta. Se mai Chateaubriand arriva al governo 
degli affari, può essere che si smarrisca. Quanti altri vi hanno trovato la rovina! Ma quello 
che è certo è che tutto ciò che è grande e nazionale deve convenire al suo genio ». 

•juando lo scrittore conobbe questo giudizio del grande guerriero, ne rimase lieto e 
commosso. « Perchè — egli scrive — dovrei negare che quel giudizio solletica l'orgo- 
gliosa debolezza del mio cuore? Molti uomini piccoli ai quali ho reso grandi servigi non 



270 MINERVA 

mi hanno giudicato cosi favorevolmente come il gigante la cui potenza avevo osato attac- 
care. Egli sarà l'ultima delle grandi esistenze individuali; nulla dominerà più nelle società 
infime e livellate ; l'ombra di Napoleone si rizzerà sola all'estremità del vecchio mondo 
distrutto, come il fantasma del diluvio sull'orlo del suo abisso: la lontana posterità scor- 
gerà quest'ombra al di sopra della voragine dove cadranno secoli sconosciuti, fino al giorno 
segnato del rinascimento sociale ». Leggendo queste grandi parole vien da pensare a quello 
che diceva Mirabeau: che non si è giustamente giudicati se non dai propri pari. 

Revue des Deux Mondes (15 luglio), Parigi: 

Un confidente di Riccardo Wagner. — Cinque anni or sono, un oscuro compositore 
tedesco, certo Ferdinando Prager, pubblicava, in Inghilterra e in Germania simultanea- 
mente, un volume di ricordi, in cui erano riprodotte molte lettere che il Prager affermava 
gli state scritte da Riccardo Wagner. Le lettere erano piene del più tenero affetto, 
il che non impediva al Prager di giudicare con estrema severità il carattere del suo amico 
e di accusarlo, fra altro, d'essere stato un dissoluto, un mentitore, un vile. Seoonchè poi 
fu dimostrato che il sedicente amico del Wagner non era mai stato con lui in intima re- 
lazione, che la maggior parte delle sue affermazioni erano false, e ch'egli aveva spinto la 
disinvoltura fino a falsificare alcune lettere che il grandi gli aveva set 

Questo rimprovero di falsità non potrà ora farsi a un altro musicista tedesco, Wend 
sheimer, il quale da un momento all'altro viene a rivelarsi amico e confidente del- 
l'autore * 1 ì Tristano, e i cui Ricordi 1) stanno ora facendo nel mondo musicale una 
impressione simile a quella prodotta a suo tempo dalla pubblicazione del e nu- 

ner che il Weissheimer rende di pubblica ragione sono, a quel che 
sembra, assolutamente autentiche; e così pure sembra che non si possa contestare li 

zza dei fatti ch'egli racconta. Kppure anche questo amico del Wagner è molto 
ro con lui e fa di tutto per presentarcelo sotto una cattiva luce. Perchè? Perchè il 
heimer non ha saputo perdonare al grande compositore di non averlo chiam 
dividere il successo e la gloria dopo averlo avuto compagno ne' suoi anni di awe 
I >n>- sono le colpe che il Weissheimer rimprovera al Wagner: quella di aver mancato alla 
promessa di assistere alle sue nozze (il pranzo nuziale doveva aver luogo in casa del Wag- 
ner, ma questi, la vigilia del giorno stabilito, mandò a dire che aveva la febbre; e a 
quanto dice il Bulow, l'aveva realmente), e quella di non essersi adoperilo per far rap- 
itale al teatro di Monaco, dove stava per mettere in scena i Maestri Cantori, un'o- 
pera. / . che il Weissheimer aveva scritto: il Wagner gli aveva fatto mille 
complimenti sulla musica, ina gli aveva dichiarato che il libretto era mediocre, e che del 
resto il genere stesso del libretto gì' impediva di prenderlo, in quel momento, sotto la sua 
protezione. Chiunque ha una idea delle teorie wagneriane comprenderà che, infatti, l'il- 
lustre maestro non poteva accompagnare un'opera avente per soggetto Korner all'espe- 
rienza decisiva ch'egli stava per tentare presentando al mondo i suoi drammi nuovi; ma 
il Weissheimer non lo capì, e per una quarantina di pagine ci parla indignato del ♦ tra- 
dimento » del suo amico. 

Ecco su che cosa si fonda il Weissheimer per dipingere Riccardo Wagner come un 
falso amico, un egoista, un uomo incapace di rendere un servigio a chicchessia. Lo strano, 



1) WeMDEUX WutnilllU. — EtUbnisst mi: Richard Wagner, F an; Lii{l uni ville* anleren Zeilgenasien. — Stutt- 
girt, 189S. 



RIVISTA DELLE RIVISTE 2JI 



però, è questo: che, nella sua ingenua franchezza, egli, per meglio convincerci della per- 
fidia mostratagli dal Wagner in queste due circostanze, ci racconta una quantità di altri 
fatti che ci mostrano il Wagner pieno di bontà, di compiacenza e di sollecitudine verso 
di lui; e lo vediamo trattarlo come un fratello, e interessarsi per i suoi lavori, e racco- 
mandare lui come direttore d'orchestra e insieme anche la sua opera a tutti gì' impresari 
ch'egli incontrava ne' suoi viaggi o, per dir meglio, nelle sue pazze fughe attraverso la 
Germania. Il Weissheimer ci racconta, per esempio, che, la prima volta che andò a tro- 
vare il Wagner a Starnberg, il maestro, a tavola, quando furono allo champagne, per far 
festa all'amico, fece venire tutta la famiglia del suo servitore, una diecina di persone, e, 
messili in riga in ordine di statura, diede a ciascuno un bicchiere e li fece bere tutti alla 
salute dell'ospite. 

Il libro è pieno di episodi di questo genere; ma il più commovente di tutti è l'ultimo 
incontro dei due uomini in un corridoio del teatro di Monaco, la sera della prova gene- 
rale dei Maestri Cantori. Il Weissheimer non aveva più veduto il Wagner da molto tempo, 
dopo quella disgraziata faccenda del Teodoro Kórner ; d'un tratto, se lo vide davanti. 
« .Mi chiamò per nome con una voce infinitamente triste, con una dolcezza che non di- 
menticherò mai; poi mi prese per le mani e mi guardò senza dir nulla ». — « Non l'ho 
veduto mai più — aggiunge il Weissheimer. — Dopo quello che era accaduto fra noi non 
volevo rinnovare una relazione la quale avrebbe guastato la bella immagine che una volta 
m'ero fatto di Riccardo Wagner ». 

Cosi il grande musicista, nell'ora del trionfo, si vide abbandonato da un uomo che gli 
era stato compagno negli anni di lotta ; e il caso del Weissheimer è anche quello di molti 
altri amici del Wagner; i quali, da vent'anni a questa parte, più o meno apertamente, 
con maggiore o minore risultato, hanno cercato di rappresentarci il maestro di Bayreuth 
come un ingrato e un falso amico. Sono tutti uomini che applaudivano la sua musica 
quando il gran pubblico la fischiava, e per lui combattevano, e scrivevano articoli, e cor- 
revano di città in città per acclamare il Lohengrin, e invitavano il maestro a pranzo, e 
gli davano alloggio. Il Wagner, che allora era solo, povero, circondato di nemici, era 
sensibile alla più piccola dimostrazione di simpatia e dava sfogo con essi alla sua natura 
espansiva e familiare ; talvolta anche si faceva prestare da essi del denaro, più di frequente 
glie ne dava egli stesso. Poi, un giorno, bruscamente; le circostanze mutarono per mira- 
colo e cominciò per lui una vita nuova: a lui il compito di realizzare quell'ideale artistico 
che per vent'anni aveva sognato : impresa ardua, immensa, alla quale dovette consacrare 
tutto il suo tempo, tutti i suoi pensieri. Nessuna meraviglia ch'egli non potesse interes- 
sarsi con la sollecitudine di una volta alle composizioni de' suoi amici ; laddove questi non 
solo richiedevano tale interesse da parte del maestro, ma, come avevano lottato e sofferto 
con lui, volevano godere con lui del trionfo, e si meravigliavano che il successo, la gloria, 
il favore del re di Baviera, tutto fosse per Wagner e nulla per loro, e ne portavano ran- 
core al celebrato maestro. 

Cosi il libro del Weissheimer viene ad avere un' importanza più generale di quella che 
l'autore ha voluto dargli : esso ci mostra a quanti piccoli inconvenienti vada unito il me- 
stiere del grand' uomo e a quanti rischi sia esposta l'amicizia. Ma quel che più richiama 
l'attenzione del lettore è la grande quantità di aneddoti e di curiosi particolari della vita 
intima di Riccardo Wagner: il Weissheimer non può dirsi veramente un suo « amico » 
come lo furono, per esempio, Liszt, Bùlow, Roeckel o Gobineau; ma è stato il suo com- 
pagno, il suo confidente durante uno dei più importanti e finora meno noti periodi della 
sua carriera. 



272 MINERVA 

Nel 1862 il Weissheimer era vicedirettore dell'orchestra del teatro di Magonza, quando 
il Wagner venne a stabilirsi in un paese li vicino, a Biebrich sul Reno, per scrivere il li- 
bretto e la musica dei Maestri Cantori. Il Weissheimer, che lo ammirava grandemente, 
gli usò una quantità di gentilezze e cosi penetrò nella sua intimità. Il maestro gli leggeva 
ogni sera quello che aveva scritto durante la giornata ; pranzavano insieme, poi andavano 
a passeggiare in riva al fiume, e il Wagner evocava i suoi ricordi o esponeva i suoi di- 
segni ; di modo che il Weissheimer non solo potè assistere quasi giorno per giorno al 
sorgere dell'opera, ma anche raccogliere una quantità di interessanti particolari intorno al 
carattere, alle idee, al metodo di lavoro del Wagner. Egli ci avrebbe dato molto di più 
se non fosse sempre preoccupato di mettere avanti se stesso; ma con tutto ciò il libro, 
qual»- ostituisce una testimonianza veramente preziosa d rno del Wagner 

a Biebrich e, in onerale, dei primi anni dopo il ritorno del maestro in Germania, i quali 
furono forse l'epoca più scura, più dura, più scoraggiata della sua vita. 

Fin dal novembre del 1861 il Wagner aveva scritto, in prosa, tutto il libretto dei 
,0 rifece in versi, nei due mesi che seguirono, a Parigi, dove il prin- 
cipe ' 1 aveva messo a sua disposizione un padiglione in fondo al giardini 1 
l'ambasciata d'Austria. Ma la vita a Parigi era troppo costosa e anche troppo febbrile, e 
il maestri la partitura dell'opera a Biebrich. Dapprima srri-.se ii 

del primo atto, e cosi di seguito, procedendo con ordine cosi indie 
ìai cominciò una scena prima di aver finito la precedente. Al contrario di molti mu- 
ti, non poteva comporre se non stando al pianofort' sud un ao 
e riprovato; il Weissheimer racconta anzi eh 
sul pianoforte una specie di leggio per p< re con una mano le note mentre le 
on l'altra; e non risparmiava né tempo ne fatica per mettere insieme una specie 
di primo abbozzo della musica, che poi trascriveva dandogli lo sviluppo l •. ma 
mai il fondo. Cosi il preludio dei Maestri < Ao fu 
abbozzato tutto intero prima che fosse scritta una sola nota del seguito dell'opera, ma il 
ra che, più tardi, strumentandolo, il Wagner non \ iù piccolo 
cambiamento |uell meravigliosa nacque di primo colpo tale quale oggi la cono- 
sciamo. 

Quanto 1! valore dell'opera intorno alla quale stava lavorando, il Wagner ne era 
io; lo dimostra una lettera al Weissheimer, datata del 22 maggio 1S62, nella quale 
Da stamattina so con a curezza che i Maestri Cantori saranno il mio 

ro ». 
Molte altre curiose informazioni ci sarebbero ancora da notare. Quanti sanno, per e» 
pio, che se il Wagner ottenne il perdono del re di Sassonia e il permesso di tornare in 
Gei mania, lo dovette all'intr di Napoleone III? che il preludio del / 

ra in origine che 1' « adagio » di una grande « ouverture » non meno sviluppata di 
quelle del Y'ann/iauser e del t che le parole dei Cinque Poemi, % 

Talmente attribuite al Wagner, sono invece di una sua amica, della signora Wesendonck? 
A Biebrich il Weissheimer ebbe occasione di conoscere la prima moglie di Riccardo 
ìer, quella donna il cui carattere e la cui influenza sono stati apprezzati cosi diver- 
samente dai vari biografi del maestro. Essa tornava da Dresda, dove aveva passato pa- 
recchi mesi, e il Wagner dapprima fu ben lieto di rivederla; ma poche ore bastarono a 
ravvivare il disaccordo dei loro sentimenti e delle loro idee, e dopo una settimana 
ripartiva ; > il pranzo, che egli ci aveva tenuto a preparare lui stesso e 



RIVISTA DELLE RIVISTE 2J3 



durante il quale s'era mostrato pieno di teneri riguardi, Wagner lesse a sua moglie il 
poema dei Maestri Cantori. Dapprima tutto andò bene, quantunque la signora Minna in- 
terrompesse un po' troppo spesso la lettura per fare delle domande abbastanza inutili ; ma, 
al principio del secondo atto, mentre il Wagner le descriveva la disposizione della scena, 
a destra la bottega di Sachs, a sinistra la casa di Pogner: — « E qui il pubblico! » — 
gridò lei buttando una pallottola di pane sul manoscritto. E la lettura non continuò ». 

Del resto la signora Minna Wagner non poteva gustare i Maestri Cantori; di tutte le 
opere di suo marito non le piaceva che Rieti zi, e soleva dire in tono di rammarico: « Ah, 
se Riccardo potesse ancora scrivere una o due opere come quella! » 

Ma i ricordi del Weissheimer hanno il valore di un documento biografico preziosis- 
simo sopratutto per questo : che ci mostrano con terribile evidenza quanto fosse disperata 
la condizione materiale e morale del Wagner prima del miracoloso intervento del giovane 
re di Baviera. Non si può immaginare una miseria più profonda né uno scoraggiamento 
più completo : ci furono delle settimane nelle quali il Wagner si trovò letteralmente senza 
tetto perchè non poteva pagare la pigione scaduta da più mesi ; ci furono dei giorni in , 
cui egli pensò a rinunziare all'arte per mettersi a dar lezioni o per imparare un mestiere 
qualsiasi. E aveva cinquant'anni, ed era ammalato, e doveva pensare a mantenere la 
moglie! Le lettere di questo periodo della sua vita sono altrettanti gridi d'angoscia. Ecco 
come scriveva al Weissheimer il 12 ottobre del 1862: « Mi domando con terrore come 
farò a vivere fino alla fine del mese. » In un' altra lettera dice : « Del mio abbattimento, 
del modo in cui la vita mi pesa non potete farvi un' idea... Tutte le vie sono chiuse in- 
torno a me, e l'unica cosa che potrebbe consolarmi, il lavoro, mi è ormai impossibile ». 
E l'orizzonte si oscurava di giorno in giorno; e il io luglio del 1863 egli scriveva: « Sono 
un uomo perduto... Non c'è più posto per me in questo mondo, non m'importa più di 
nulla, né dell'arte né della vita. Tante scosse e il sentimento della mia impotenza mi 
hanno annientato ». Quando il segretario di camera del re di Baviera andò a recargli le 
offerte del suo signore, lo trovò, a Stoccarda, in una camera d'albergo, occupato a far le 
valige per partire dalla Germania : i suoi creditori avevano ottenuto un mandato d'arresto 
contro di lui ! 

Il Weissheimer, durante quegli anni terribili, gli rese più di un servigio; peccato che 
non abbia voluto dimenticare il suo Teodoro Kórner! 

— (i° settembre): 

L'emigrazione dall'Italia meridionale. — Due sono le principali cause della forte 
emigrazione di cui danno doloroso spettacolo le Provincie dell'Italia meridionale : da una 
parte la rovina economica prodotta dal ravvicinamento delle distanze e dalla concorrenza 
dei vari mercati, dall'altra il peso eccessivo delle imposte. Che sia veramente cosi, lo di- 
mostra l'esempio della Basilicata, paese che, isolato com'è, dovrebbe in certo modo trat- 
tenere i suoi abitanti, e invece fornisce uno dei più forti contingenti all'emigrazione ; e ciò 
non già perchè la gente abbia udito raccontar meraviglie delle terre poste al di là del- 
l'Oceano, bensì perchè vengono scacciati dal bisogno, dalla fame ; perchè l'agricoltura è 
in decadenza, perchè una quantità di Banche sono fallite, perchè le poche industrie sono 
state schiacciate dalla grave imposta sulla ricchezza mobile, perchè infine al fiscalismo 
dello Stato si è aggiunto quello del Comune che arriva a far pagare a un povero conta- 
dino una tassa di 9 franchi all'anno per un semplice asinelio. Fin dal 1S82 il Ministero 
dell'interno mandava circolari ai prefetti delle province meridionali invitandoli a esporre 

Minerva, XVI. 13 



2 74 MINERVA 

le cause dell'aumento dell'emigrazione; e le risposte furono tutte eguali : la miseria, sempre 
la miseria. 

Oltre all'immiserimento, o alla maggior coscienza della miseria, del proletariato, vie, 
in alcune provincie meridionali, un'altra causa dell'aumento dell'emigrazione : la soppres- 
sione del brigantaggio. Mezzo secolo fa, i piccoli proprietari rovinati, gli amanti traditi, 
i camorristi soppiantati da feri loro pari nelle consorterie municipali, e altre categorie di 
persone alle quali la società chiudeva, per cosi dire, le porte in faccia, si davano al bri- 
gantaggio, trovando in questo una salvezza, un mezzo di emanciparsi, di vendicarsi, di 
prendersi la rivincita sulla società; e intorno a questi individui fieri e cosi spesso caval- 
lereschi si formava tutta una massa di diseredati che obbedivano ai loro cenni o li favo- 
rivano in vari modi. Sparito il brigantaggio, tutta questa gente si trovò disoccupata ; e 
così al fenomeno storico del brigantaggio succedette quello dell'emigrazione. Fra il bri- 
gantaggio, che imperversò più che mai dal 1860 al 1864, e l'emigrazione, che non ha 
ancora toccato i suoi ultimi limiti, v'è dunque una specie di filiazione; e questa osserva- 
zione è confermata da quello che scrive il prof. Tammeo, il quale studiò a fondo le con- 
dizioni economiche delle provincie meridionali: « Dal 1862 al 1S70 c'è una sensibile di- 
minuzione nel numero degli omicidi, specialmente in Basilicata Una volta si constatava 
una proporzione di 42 omicidi su 100,000 abitanti; oggi questa proporzione è scesa a 2 1 . 

1 conoscere questi dati per persuadersi che l'emigrazione, in questa provincia spe- 
cialmente, è un bene, giacché la stessa causa che una volta spingeva l'individuo all'as- 

'ii", oggi lo allontana dalla patria e lo attira in contrade lontane ». 

l'rima dell'annessione del reame di Napoli, l'emigrazione dall'Italia meridionale era 

nulla, (ili emigranti per l'Argentina partivano dalla Liguria o dalla provincia di Como; 

erano genovesi quelli che cominciavano a formare la colonia italiana negli Stati Uniti; 

quanto al Brasile, non ci si pensava nemmeno. La Basilicata fu il primo paese dell' Italia 

on.iU- in <ui si vide disegnarsi un serio movimento di emigrazione: nel 1S7' 
perdette più di mille abitanti, e la cifra andò crescendo negli anni che seguirono: delle 
>o anime alle quali si fa salire la popolazione del paese, ne partirono 12,000 nel 1887, 

;■> nel 1895, 12,500 nel 1896; ed è quasi tutta emigrazione permanente, giacché la 
emigrazione tempo: irissima. Per la Calabria, l'emigrazione considerevole comincia 

nel 1879, supera subito la cifra di 3000, e sale a 17,000 nel 1895; e qui pure l'emigra- 
zione temporanea è relativamente insignificante: carattere, questo, allatto speciale del- 
l'Italia meridionale. 

l'Italia meridionale l'esempio dell'emigrazione in terre lontane fu dato sopratutto 
dalle donne, dalle turbe di nutrici che, a cominciare dal 187S, si recarono in Egitto, tor- 
nandone con non pochi quattrini e con la voglia, che trasmisero atjli uomini, di andare 
a tentar la sorte all'estero. Allora cominciò l'emigrazione — piuttosto temporanea — in 
Francia, nella Spagna, negli Stati balcanici, in Grecia; agli Stati Uniti, invece, e all'Ar- 
gentina e al Brasile si avviò l'emigrazione permanente, prima di uomini soli che parti- 
vano come esploratori, poi di famiglie intere; e il numero di queste ultime andò aumen- 
tando continuamente di fronte a quello degl' isolati ; e il totale degli emigranti crebbe 
rapidamente: gli Stati Uniti, che nel 1894 avevano ricevuto 39,000 Italiani, ne videro 
arrivare 44,000 nel 1895, 68,000 nel 1896; nell'Argentina il loro numero nei detti anni 
fu di 37,000, 41,000, 75,000; e finalmente il Brasile, che nel 1894 aveva aperto le porte 
a ,;4,ooo emigranti italiani, ne ricevette nell'anno successivo 97,000. Queste cifre si rife- 
riscono all'emigrazione complessiva dal regno; ma nell'aumento che vi si nota ebbero 
parte importante le provincie meridionali. 



RIVISTA DELLE RIVISTE 2JJ 



« — Che cosa facevate in Italia? 

« — Il contadino. 

« — Quanto guadagnavate al giorno? 

« — Dieci soldi e il mangiare. 

« — Il mangiare bastava per voi e per la vostra famiglia? 

« — No : per me solo ; la famiglia viveva coi dieci soldi. 

« — E avevate l'alloggio gratuito? 

« — No, dovevo alloggiare a spese mie. 

« — Quando vi siete imbarcato avevate del denaro? 

« — Nemmeno un soldo. 

«e — Possedevate almeno qualche oggetto di valore? 

« — Non ho nulla. » 
Questo dialogo è estratto da un lavoro del senatore americano Chandler, e riproduce 
al vivo l'interrogatorio fatto subire a un immigrante italiano dall'autorità americane. E, 
su per giù, son tutti così. E le sofferenze del viaggio e tutte le dolorose odissee di in- 
ganni, di delusioni e di patimenti non giovano a distoglierli dal partire; a rischio di es- 
sere indegnamente sfruttati e traditi da agenti disonesti, e perfino maltrattati e decimati, 
continuano a emigrare. 

Per tutelare quei disgraziati nel loro esodo doloroso, il senatore Torelli aveva tentato 
di fondare a Roma nel 1875, presso la Società Geografica Italiana, una società di patro- 
nato; si cominciò anzi a pubblicare un bollettino mensile il cui scopo era di fornire in- 
formazioni agli emigranti; ma poi, dopo cinque anni, la società spari in mezzo all'indif- 
ferenza e all'oblio. L'idea fu ripresa dalla stessa Società Geografica nel 1885, ma il de- 
naro mancava, e così si ricorse all'espediente di prolungare gli studi preparatori. È vero 
che intanto sorsero a New York V Italian home, centro di riunioni e di protezione degli 
Italiani sparsi o arrivati nella metropoli, e la « Società di San Raffaello > di carattere re- 
ligioso; ma questi due istituti, limitati a una città, non bastano; e l'idea, sorta nel 1892, 
di fondare in Roma un ufficio centrale per la protezione degli emigranti con succursale 
nelle principali città d'Italia, non ha ancora potuto esser tradotta in atto. E nonostante il 
grido d'allarme che viene di là dove ha luogo l'orribile sfruttamento, e ad onta di tutte 
le discussioni pubbliche che da vent'anni si fanno in Italia, il Governo rimane, forse non 
del tutto indifferente, ma almeno abbastanza inattivo; giacché pochi possono ormai illu- 
dersi intorno all'efficacia delle circolari che di quando in quando vengono mandate ai 
prefetti. 

Quanto alla legge del 1888 sull'emigrazione, diretta sopratutto contro gli abusi di fi- 
ducia commessi dagli agenti d'emigrazione, essa previene o impedisce le manovre frau- 
dolente di cui gli emigranti potrebbero esser vittime prima di partire, ma non può eser- 
citare nessuna influenza sulla loro sorte nei paesi lontani. Del resto, non sembra che essa 
abbia messo un serio ostacolo all' industria degli agenti, i quali, da 5,172 che erano nel 1892, 
salirono nel 1896 a 7,169. 

La discussione di questa legge mise in rilievo una certa indecisione dell'opinione pub- 
blica italiana circa i vantaggi e l'opportunità dell'emigrazione; e questa indecisione spiega 
in gran parte la evidente lentezza con cui i poteri pubblici organizzano un movimento che 
un certo numero di uomini politici e di economisti giudicano nocivo all'interesse nazio- 
nale. I nemici dell'emigrazione non sono pochi, e fra essi sono da notarsi i grandi pro- 
prietari dell' Italia meridionale, i quali vi si oppongono perchè spinti dal proprio inte- 



276 MINERVA 

resse, perchè, diminuendo le braccia, crescono i salari. Vengono poi degli uomini gene- 
rosi, nobili, alquanto sentimentali, i quali deplorano che in Italia non vi sia posto per 
tutti gli Italiani ; ma ai loro sospiri si potrebbe contrapporre la nuda realtà riassunta nel 
dilemma di un contadino che un giorno diceva : « O rubare o emigrare ». Ultimi gli sta- 
tistici i quali c'informano che in tutta la penisola ci sono più di 3,700,000 ettari di pa- 
scoli o di terreni incolti; e a questi si obietta che, dei 3 milioni, solo uno potrebbe es- 
sere coltivato vantaggiosamente, anche se il danaro non fosse scarso come è. E i fautori 
dell'emigrazione — però ben regolata e disciplinata — richiamano l'attenzione sulla straor- 
dinaria attività degli uffici postali dell'Italia meridionale in questi ultimi anni grazie alle 
piccole spedizioni di denaro che gli emigrati mandano spesso a casa; sui 150 o 200 mi- 
lioni di franchi rappresentanti il denaro ammassato nei paesi lontani ; sul principio di be- 
nessere e di civiltà che i reduci portano nel loro paese, e finalmente sul fatto che gli 
emigrati italiani i quali fanno fortuna in America, conservano — sopratutto quelli delle 
Provincie meridionali — l'amore della terra nativa e il desiderio di tornarvi. 

Revue Scientifique (4 giugno), Parigi : 

Statistica del Giappone. — In una comunicazione alla Società di statistica di Parigi, 
il signor L. Vachcr ha fatto una succinta analisi dei principali capitoli di un ottimo la- 
voro pubblicato dal signor Hanahusa, direttore della statistica del Giappone, in un vo- 
lume che può sostenere il paragone con le migliori pubblicazioni simili fatte in Europa. 

I dati demografie] ricavati con metodo rigoroso ogni anno dai registri comunali mo- 
strano come la popolazione giapponesi- vada rapidamente aumentando: nel 1885 il Giap- 
pone contava 37,868,987 abitanti; nel 1895 questa cifra era salita a 42,270,620, con un 
anniento di poco meno che 4 milioni e meno, mentre nello lecemuo la popola- 

zione della I rancia cresceva di soli So, 000 abitanti. L'aumento della popolazione giap- 
ponese dipende dalla forte natalità e dalla debole mortalità: nel 1895 si ebbero 1,246,427 
nascite di fronte a 858,422 decessi; la mortalità è del 20 per mille, proporzione più 
di quella che si ha in Europa, fuorché in Inghilterra e nei paesi scandinavi. Inoltr 
Giappone è più considerevole che in Europa il numero dei matrimoni, che nel 1895 sa- 
lirono a $65,633, mentre in Francia non se ne contano più di 280,000 all'anno. Conside- 
revole è anche il numero dei divorzi; nel 1S95 se ne ebbero 110,838, qua» nn terzo dei 
matrimoni; ma questo non è una causa di diminuzione della popolazione; al contrario. 

li superlu.i ppone è di 38,232,348 ettari; la popolazione relativa è dunqu 

III abitanti per chilometro quadrato (in Francia 72, nel Belgio 211, in Italia 107.5. 
inchiesta speciale annua fornisce le notizie intorno all'estensione dei terreni coltivati, alla 
produzione agricola, al suo valore e rendimento totale, particolare e medio. Il raccolto 
del riso, che è il più importante di tutti, ha dato, nel 1894, 75 milioni di ettolitri, con un 
rendimento medio di ettol. 25.5 all'ettaro; il frumento ha dato 6 milioni e mezzo di etto- 
litri (media 13.5); il gelso occupa una superficie di 250,000 ettari, il tè 55,000. In un im- 
portante capitolo dedicato all' industria della seta, si esamina diligentemente la bachi- 
coltura, la fabbricazione della seta, la vendita, 1' esportazione. 

La statistica dell' istruzione pubblica dimostra gli sforzi fatti dal Governo imperiale per 
la diffusione dell'educazione e i notevoli risultati che finora se ne sono avuti. Nei 12,672 
comuni del Giappone esistcno 24,066 scuole elementari; i maestri sono 63,035, gli scolari 
3,501,071, due terzi dei quali maschi. All'insegnamento secondario provvede una quan- 
tità di istituti privati o diretti dallo Stato; l'insegnamento superiore è rappresentato da 



RIVISTA DELLE RIVISTE 277 



scuole di giurisprudenza, di medicina, d'agricoltura, di commercio, di veterinaria, d' indu- 
stria e di belle arti, e vi si deve aggiungere la scuola superiore militare e quella di ma- 
rina; il personale insegnante è numeroso e scelto ; alcuni professori sono europei, la mag- 
gior parte giapponesi. 

L' igiene pubblica è in grande onore nell' impero giapponese: lo prova il fatto, già ci- 
tato, della minore mortalità in confronto coi climi europei che pur sono più temperati. 
Nel Giappone vi sono 43,196 medici, mentre in Francia, nel 1893, non se ne contavano 
più di 15,000; e come in Inghilterra, così anche nel Giappone, per ogni decesso constatato 
il medico deve presentare all'autorità il bollettino della malattia. 

Dalla statistica commerciale del decennio 1885- 1894 risulta che il totale delle esporta- 
zioni è salito da 185 milioni di franchi a 566 ; contemporaneamente le importazioni salirono 
da 163 milioni a 608. I paesi in cui il Giappone esporta il maggior numero di merci 
sono gli Stati Uniti (216 milioni), l'Inghilterra (29), la Francia (77), la Germania (7.5), le 
maggiori importazioni si hanno dall'Inghilterra (210 milioni), dagli Stati Uniti (54), dalla 
Germania (39), dalla Francia (21). 

Notevoli, nel volume in parola, due tabelle che non sempre si trovano nemmeno nelle 
migliori statistiche europee : quella dei prezzi correnti delle merci più comuni nelle grandi 
città, e quella, interessantissima, dei salari degli operai, salari dei quali è data la media 
generale nonché le variazioni nelle sette grandi divisioni territoriali dell' impero. Il sa- 
lario medio generale dei falegnami è di fr. 1.75, quello dei sarti 1.55; i minatori gua- 
dagnano giornalmente fr. 1.70, i tipografi 1.40, i lavoratori della campagna 120 franchi 
all'anno. È facile vedere di quanto sieno inferiori questi salari a quelli europei e sopra- 
tutto agli americani: la relazione recentemente pubblicata dal commissario generale del 
lavoro a Washington, Carroll Whight, e' informa che, nel Massachusetts, i calzolai guada- 
gnano fr. 7.50 al giorno, i tipografi 12, i sarti 9, ecc. 

Passando all'esercito, vediamo anzitutto che, nelle operazioni di leva, si procede più 
rigorosamente che non in Europa, anche per il maggior numero di coscritti che ogni 
anno si presentano. Nel 1895 i coscritti ammontarono a 385, 342, mentre in Francia, con tutto 
che da alcuni anni il contingente sia cresciuto, non se ne ebbero che 335,000. Ciò dipende 
dal fatto che la sopravvivenza media dei giovani di vent* anni è molto più elevata di quel 
che sia in Europa. L'esercito attivo conta (statistica del 1895) 257,217 uomini ripartiti in 
sei divisioni, non compresa la guardia imperiale. Le condizioni sanitarie di questo esercito 
sono migliori di quelle degli eserciti europei ; la mortalità, nel periodo 1888-1S94, non fu 
che di 5.8 per mille, mentre in Francia è di 6.6, in Italia 7.5, in Inghilterra ro.6. 

Il bilancio giapponese del 1893- 1894 segnava 445 milioni di franchi di entrate e 423 
di spese. Le principali fonti d'entrata sono: l'imposta fondiaria che dà 191 milioni di fran- 
chi, le contribuzioni indirette 87, le dogane 27, i tabacchi 15, l'imposta sui redditi 6 112, ecc. 
Il debito pubblico è di 1,645 milioni. Finalmente, ai carichi fiscali che gravano sui con- 
tribuenti giapponesi si devono aggiungere le imposte locali che ammontano complessiva- 
mente a 50 milioni all'anno. 

Specialmente istruttiva è la statistica delle ferrovie, della quale basterà riprodurre i ri- 
sultati sommarli. Le spese ferroviarie hanno contribuito non poco a ingrossare il debito 
pubblico, giacche lo Stato ha dato larghe sovvenzioni alle compagnie. La lunghezza com- 
plessiva delle linee in esercizio è di 4,500 chilometri, di cui 1,275 appartengono allo Stato, 
€ 3.225 alle compagnie. Le spese di esercizio in questi ultimi tempi sono andate sensibil- 
mente diminuendo, il coefficiente di esercizio, cioè il rapporto delle spese alle entrate, è 



278 MINERVA 

del 42 per cento, mentre in Francia è in media del 53. Le spese di costruzione sono 
di 175,000 franchi per chilometro; in generale le ferrovie sono costruite da compagnie in- 
glesi, ma non c'è monopolio di sorta: si tratta sempre di concessioni date dal Governo 
a industriali le cui proposte sieno state approvate dal Governo stesso. Sui capitali investiti 
in costruzioni ferroviarie non si pagano interessi; essi sono rimunerati abbastanza dai frutti 
dell'esercizio; la compagnia di Hankai, che è una delle più importanti, distribuisce ai 
suoi azionisti un dividendo del 13 per cento; la compagnia che fa meno affari, quella 
di Kinshin, dà un dividendo del 3.62. 

— (13 agosto): 

La causa della scintillazione delle stelle. — La teoria sostenuta dall'autore del pre- 
sente articolo, T. J. J. See, è che il fenomeno di scintillazione delle stelle, cioè quella 
vibrazione per cui sembra che mandino scintille e il rapido succedersi dei colori dello 
spettro, dipenda dal movimento delle onde dell'aria. Queste ondulazioni, che finora non 
sono state prese in considerazione sufficiente, sono probabilmente la vera causa della scin- 
tillazione; e il See studia gli effetti delle dette onde nell'occhio e nei telescopi di varie 
dimensioni. 

Nel caso di osservazione a occhio nudo, l'apertura per la quale entra la luce ha un 
diametro di due millimetri circa; perciò ogni ondulazione che faccia deviare di due mil- 
limetri la luce della stella osservata farà scintillare la stella - non la fa sparire 
del tutto, produce almeno una dispersione di luce, e allora l'occhio avverte una variazione 
nella larghezza dell'astro e una rapida successione dei colori dello spettro. L'azione di 
un'onda somiglia essenzialmente a quella di una lenti-; ma se anche t il mente un 
fuoco esatto, solo di rado l'occhio vi si trova, e perciò appunto, come si avranno continue 
variazioni nella larghezza quando l'onda passerà davanti all'occhio, c< 1 la rapida 
successione dei colori. Noi possiamo rappresentarci un'onda come una lente bicom 
ora, supponiamo che l'occhio si trovi fra l'onda e il suo fuoco principale: è chiaro che, 
l'onda intercettando la luce della stella, l'occhio dovrà vedere dapprima uno spettro, dal 
rosso all'azzurro, e quando il centro dell'onda sarà passato, i colori si succederanno in 
ordine inverso. Ecco il fenomeno quale si produce osservando a occhio nudo. Se sul pic- 
colo spazio che copre la pupilla i raggi delle varie onde o delle varie porzioni di una 
stessa onda vengono a interferirsi, allora si avrà un'apparente- estinzione momentanea della 
stella; se l'inferenza non arriva al punto da produrre l'estinzione, si avrà una subitanea 
diminuzione e poi un aumento di splendore e una successione di colori diversi. 1 >ata una 
determinata intensità del movimento dell'atmosfera, passa un certo tempo fra la succes- 
sione dei colori delle varie porzioni dell'onda ; e l'intervallo dipende dalla velocità della 
corrente e dall'ampiezza dell'onda. Se le onde semplici si sovrappongono e danno delle 
onde composte, l'intervallo può corrispondentemente diventare più lungo o più breve: 
se gl'intervalli diventano troppo brevi, l'occhio non può avvertire altro che una specie di 
macchia; quando invece gl'intervalli sono lunghi, gli scintillìi sono chiari e distinti, come 
sì vede spesso, sopratutto quando le onde sono grandi e visibili. 

Confrontando la scintillazione in telescopi di varia apertura, da centim. 2.54 a 61, il 
See è giunto a questi risultati. 

Quando le onde sono visibili e violente, la scintillazione è avvertita dall'occhio e nei 
piccoli telescopi. 

Quando le onde sono piccole, non c'è nei grandi telescopi vera scintillazione, quan- 



RIVISTA DELLE RIVISTE 279 



tunque le varie parti dell' imagine subiscano una notevole oscillazione nonché una disper- 
sione del loro calore; però la scintillazione continua nei telescopi di piccolo diametro ed 
è avvertita a occhio nudo. 

Quando la lunghezza dell'onda è maggiore del diametro del telescopio, c'è sempre una 
certa scintillazione, mentre invece se le onde sono più corte del diametro dell'obbiettivo, 
non si produce che una scintillazione parziale, e questa può persino esser nulla. 

Non si è mai notata una scintillazione distinta nel rifrattore di 6r centimetri; in certi 
casi, però, quando le onde sono grandi e notevoli, l'imagine della stella subisce un'oscil- 
lazione considerevole e una fluttuazione di colore più grande del solito. 

L'intensità della scintillazione dipende dall'altezza della stella sull'orizzonte. Ciò si spiega 
col fatto che, molto in basso, le numerose onde che si sovrappongono successivamente 
nella linea visuale agiscono di frequente come combinate e quindi aumentano gli eftetti 
visibili sullo splendore della stella, sulla sua posizione e sul suo colore. 

Non sembra esatto affermare che la rifrazione varia di momento in momento ; essa varia 
gradualmenle d' ora in ora, causa la fluttuazione continua della pressione barometrica, 
della temperatura e dell'umidità. Ma i piccoli cambiamenti momentanei nella posizione 
apparente di una stella sono come quelli che influiscono sulla forma dell' imagine e che 
disperdono i colori ; essi devono attribuirsi unicamente alle combinazioni momentanee delle 
onde aeree che intercettano la luce della stella. 

Quando la velocità delle correnti atmosferiche è eccessivamente moderata e dolce e le 
onde atmosferiche vengono praticamente a mancare, la scintillazione deve cessare quasi 
del tutto. Questa induzione è stata confermata dall' osservazione, quantunque, anche nei 
migliori punti del globo — come nelle pianure del Perù, già menzionate dallo Humboldt, e 
alla stazione di Harvard, presso Arequipa (Perù) — questi intervalli di calma sieno rari 
e di breve durata. 

Il fenomeno, finora oscuro, della scintillazione delle stelle è, dunque, chiarito; la teoria 
delle onde atmosferiche spiega tutti» i fenomeni finora osservati, ed essa spiega anche per- 
fettamente la mancanza di scintillazione nei pianeti a disco molto largo ; giacché in questo 
caso le onde sono generalmente più piccole del diametro angolare del pianeta e quindi 
non possono influire sulla luce di tutto il disco: per questa ragione l'occhio non avverte 
un cambiamento paragonabile a quello che si osserva nelle stelle ; però ci dev'essere scin- 
tillazione in certi punti della superficie del pianeta. Così, per esempio, si è notato che, 
quando la visione è cattiva, l'imagine planetaria di Marte è spesso spostata di quasi la 
metà del suo diametro, e che quindi la sua forma viene alterata; ora questo spostamento 
materiale, come pure i cambiamenti di certi punti della superficie osservati così spesso 
da quelli che studiano questo pianeta ne' suoi particolari, possono essere attribuiti alla 
azione delle onde aeree che fanno divergere l'onda luminosa al suo entrare nel telescopio. 

La teoria delle onde dà certamente larverà causa della scintillazione delle stelle; però 
occorrono ancora molte osservazioni per determinare la forma precisa delle onde in tutte 
le condizioni e per ricercare i loro effetti sulla fissità delle imagini stellari. 

Russkaia Missle, Pietroburgo: 

Un grande attore tragico russo. — Ancor oggi, a cinquant'anni di distanza dalla sua 

morte, dura in Russia il ricordo del grande tragico Motcialov, dell'uomo la cui carriera 

cosi bene riassunta nei versi di autore ignoto scolpiti sulla sua tomba : « In questo mondo 

ti hanno proclamato pazzo, e sei morto povero, e, solo, davanti al poeta eletto, hai tro- 



280 MINERVA 



vato la felicità terrestre. Dormi tranquillo, pazzo amico di Shakespeare, cui nell'eternità 
il Padre ha reso giustizia. Non ha egli detto che la saviezza del mondo davanti a lui è 
follia? » 

Motcialov era un artista nato : non conosceva né la teoria né la tecnica della sua arte ; 
non sapeva portare il costume, non sapeva truccarsi e non ammetteva questo artifizio, 
giacché la sua fisionomia era cosi espressiva ch'egli poteva farne a meno. Era di statura 
media, alquanto curvo; ma quando passava su di lui il soffio dell'ispirazione, allora egli 
si trasfigurava, si faceva dritto, elegante. Così, quando nel Re Lear, diceva: « Io sono 
re dalia testa ai piedi ! » diventava grande, maestoso, veramente regale. 

Aveva il petto largo, il volto di una rara bellezza, la fronte alta, incorniciata da ca- 
pelli ricciuti ; gli occhi neri, vivacissimi, sapevano esprimere, nei punti patetici, una pas- 
sione sovrumana. I suoi camerati assicuravano che, nelle scene tragiche, vedevano sprizzare 
da quegli occhi scintille. Aveva una voce da tenore, dolce, tenera e forte ad un tempo, 
e la m ululava con squisita delicatezza; quando passava dal tenero mormorio amoroso al- 
l'esplosione dell'ira, l'uditorio ne era rapito. E si noti che non si ripeteva mai, che i suoi 
.riamenti, i suoi gesti, la sua dizione non erano studiati, bensì sempre ispirati. Egli 
introdusse pel primo nella tragedia la naturalezza del dire. 

vita del Motcialov fu tutt'altro che lieta. Figlio di un attore, era nato a Mosca 
nel 1800; fece le prime prove a diciannove anni e subito acquistò grande Cuna. L'avve- 
nire gli sorrideva lietamente; ma essendosi unito con una donna (la figlia di un trattore) 
che lo rese infelice, cer rdirsi col bere, e questo vizio lo condusse anzi tempo 

alla tomba, Morì il 16 marzo del 1848. Fu anche poeta lirico, ni. o. In una 

delle sue j >< ><--^ie cosi dice, volg un'amica: ciò ti prego sopratutto che tu non 

mi dal mio riposo sotterra. Allorché andrai, passeggiando, a coglier fiori 
nell'erba, non cercarne sul mio umido tumulo. Sulla mia tomba non troverai mai fiori; 
appena ne saranno spuntati, si avvizziranno ». 

• 



SOMMARI 



Appleton's Popular Science Monthly (agosto), New York : 

I principii della tassazione. — ('.li usi delle camere fotografiche nella zoologia. — L'evo- 
luzione delle colonie. — L'aurora. — Caratteristiche topografiche dovute a franamenti. 

— La donna nella scienza. — Il romanzo della razza. — Educazione per la vita do- 
mestica. — Superstizione e magia in Cambogia. — L'educazione dei bambini deboli 
di mente. — La genealogia della chimica. — Letteratura scientifica. 

Atlantic Monthly (settembre), Boston: 

Lettere inedite di Carlyle. — Cinquant'anni di scienza americana. — Nuove opportunità 
pel commercio americano. — La vivisezione della Cina. — Il principe Krapotkin. — 
L'autobiografia di un rivoluzionario. — Un avvocato che scrive bene (Sumner Maine). 

— Sir Edward Burne Jones. — Bismarck. — Le poesie di Riley. — Racconti, Poesie, 
Recensioni. 



SOMMARI 251 



Century Illustrateci Monthly Magazine (settembre), New York : 

Le superstizioni popolari dell'Europa. — Episodi del blocco cubano. — Le sette meravi- 
glie del mondo. — Appunti su Porto Rico. — « I vecchi maestri inglesi » del Cole. 

— I pirati malesi delle Filippine. — Alessio de Tocqueville e il suo libro sull'Ame- 
rica. — La Spagna e le sue colonie americane. — La vita e la società nella vecchia 
Cuba. — Un'isola della Nuova Inghilterra. — America, Spagna e Francia. — Pensieri 
sull* imperialismo americano. — Racconti, Poesie, Illustrazioni (bellissime). 

Contemporary Review (settembre), Londra : 

L'appressarsi del carlismo. — Storia popolare della Chiesa. — L' imagine di Cristo. — 
La valle del Vangtse e il suo commercio. — Leggende cristiane delle Ebridi. — Gu- 
stavo Moreau : la mente moderna neh' arte classica. — La filosofia e la nuova socio- 
logia. — Le donne inglesi e l'agricoltura. — L'Esercito della Salute. — Il nuovo Giap- 
pone e l'avvenire della sua costituzione. 

The Forum (settembre), New York : 

Il pallone aerostatico nella guerra. — Isolamento o imperialismo? — Gli insegnamenti 
del nostro (degli Stati Uniti) prestito di guerra. — Gli interessi degli Stati Uniti nella 
prossima conferenza internazionale. — 11 pellegrinaggio alla regione del Klondyke e 
suoi risultati. — Il corso dello sviluppo umano. — L'arte democratica. — La nuova 
psicologia. — L'oro e altre risorse dell'Oriente (degli Stati Uniti). — I pascoli negli 
Stati Uniti. — Le commedie di Arturo Pinero. 

Fortnightly Review (settembre), Londra: 

L'opera degli Inglesi nella Cina. — L'intenzione originale della « Dottrina di Monroe >. 

— I sonetti del signor de Heredia. — La posta imperiale 'britannica) a dieci centesimi 
(per lettera). — La mania dello spionaggio e l'idea della rei-anche. — Abbiate cura 
dei fanciulli. — Un cavo transpacifico tutto inglese. — La politica carlista nella Spagna. 

— Una biografia. — Kitchener e Kartum. 

Frank Leslie's Popular Monthly (settembre), New York: 

Una batteria di nave da guerra. — Un pittore d' animali americano. — La storia dello 
Stato di Wyoming (negli Stati Uniti'. — Le confessioni religiose dell'America. — L'arte 
nella Chiesa cattolica. — Gli Irlandesi a casa loro. — Racconti, Poesie, Illustrazioni. 

Harper's Monthly Magazine (settembre), Londra: 

Giornate nella regione artica. — La nuova politica fiscale degli Stati Uniti. — La vita 
sociale nell'esercito inglese. — Alcuni pensieri sulla politica degli Stati Uniti — L'espe- 
rienza degli Stati Uniti nelle spedizioni militari all'estero. — I Turchi a casa loro. 

M.c Clure's Magazine (settembre), New York : 

La distruzione della flotta di Cervera. — L'ultima battaglia del general Custer (con gli 
Indiani). — La moglie di Abramo Lincoln. — Le possibilità commerciali di Cuba, 
Porto Rico e delle Filippine. — Come si fa il reportage in guerra. — Racconti. Il- 
lustrazioni. 

Music (agosto), Chicago: 

Tolstoj e la musica di Wagner. — Karl Loewe, l'iniziatore della ballata tedesca. — Lo 
studio della musica all'estero. — Sui sistemi di armonia. — La musica degli ebrei. — 

— Scuole pubbliche di musica. 



2 82 MINERVA 

Nineteenth Century (settembre), Londra : 

Che cosa è l'evoluzione sociale? — I tesori artistici dell'America. — Il metodo storico di 
J. A. Froude. — Un recente viaggio per affari in Cina. — Del vitalismo. — Le pri- 
gioni di Parigi durante il Terrore. — L'educazione degli emigranti. — Espressioni non 
parlamentari. — Il ritorno degli ebrei in Palestina. — Il nuovo imperialismo ameri- 
cano. — Che cosa era la cristianità primitiva? 

North American Review (settembre), New York: 

Il problema delle Filippine. — Letteratura pei fanciulli. — L'ultima riforma per l'Irlanda. 

— La lebbra e l'annessione delle Hawai. — Una combinazione anglo-americana verso 
una combinazione europea. — Che cosa si deve fare di Cuba? — La base economica 
dell' imperialismo. — L'esplorazione del mare. — Il principe di Bismarck e Motley. 

— Note e commenti. 

Review of Reviews (agosto), Londra : 

Diario e necrologio del mese di luglio. — Rivista delle Riviste. — Le lingue apprese per 
corrispondenza. — L'alleanza anglo-americana. — I libri del mese. 

Yale Review (agosto), Londra : 

Lo stato presenta della coltivazione e manifattura del cotone negli Stati Uniti. — Il saggio 
di Malthus: uno sguardo retrospettivo. — Alcune conseguenze economiche della li- 
berazione di Cuba. — Le crisi del lavoro e i loro periodi negli Stati Uniti. — Cor- 
porazioni indiane antiche e moderne — Note. — Recensioni. 

Westminster Review (settembre), Londra: 

L'evoluzione dell' educazione. — La parte delle donne nelle amministrazioni locali. — 
Forme e segni della croce. — Curiose leggende degli aborigeni dell'Australia. — Che 
cosa dobbiamo fare dei panieri (mi giovani? — La sovranità mi Transvaal. — 

Ancora alcune parole sui cani — Dottrina religiosa, non credo teologico. — I peri- 
coli del ritualismo. — Recensioni. 



Alte und Neue Welt (settembre), Einsiedeln: 

Quo vadis? (romanzo storico di E Sinkiewicz). — La caccia agli avoltoi e alle aquile. 

— La fusione delle campane. — Dalla Riviera. — Romanzi. — Racconti. — Poi 

— Varietà. — 64 illustra/ioni. 

Deutsche Revue (settembre), Stuttgart : 

Skobeleff e Dragomirotf. — L'America religiosa e il Vaticano. — Due spedizioni polari. — 
Artisti, scrittori d'arte e buon senso. — I navigatori dell'aria. — I )ue uomini di Stato 
tedeschi. — L'impero degli czar al principio del nostro secolo. — Zola e l'anno : 
in Francia. — Il monumento a Enrico Heine. — Le memorie di O. Baratieri. — Ri- 
vista scientifica. — Recensioni. 

Deutsche Rundschau (settembre), Berlino: 

— Il principe Bismarck. — La Spagna nella letteratura universale. — Il Baden nell'an- 
tico Bund e nel nuovo impero. — Zarathustra. — Le ricerche moderne intorno ai ter- 
remoti. — Ottone Ribbeck. — Sebastiano Hensel. — Rassegna politica. — Nuove pub- 
blicazioni intorno a Brahms. — Recensioni. 



SOMMARI 283 

Die Nation (20 agosto), Berlino: 

Rassegna politica settimanale. — Prima delle elezioni provinciali. — Registri di Borsa e 
processi di differenza. — Giovanni Goffredo Seume. — La teoria artistica di Federico 
Hebbel. — L'arte di Monaco. — Recensioni. 

— (27 agosto): Rassegna politica settimanale. — La questione delle Filippine. — Il bi- 
lancio commerciale degli Stati Uniti. — L'ultimo Parlamento della Polonia. — Poesie 
di Emilio Zola. — Per la storia naturale dell'etere. — L'arte di Monaco. — Recen- 
sioni. 

— (3 settembre): Rassegna politica settimanale. — La manifestazione pacifica dello czar. 

— Vittorie americane e zucchero tedesco. — Una nuova teoria della storia primor- 
diale dell'agricoltura e dell'allevamento del bestiame. — Il mostro. — Il sentimento 
della natura e la poesia moderna. — La « Johanna » al Teatro Tedesco. — Nuovi 
scritti intorno al buddismo. • 

o settembre 1 : Rassegna politica settimanale. — Germania e Inghilterra. — Il « Kul- 
turkampf » francese. — Per il 70 compleanno di Tolstoi. — Il sentimento della na- 
tura e la poesia moderna. — Bodmer. — Teatri. — Recensioni. 

— (17 settembre) : Rassegna politica settimanale. — Leggi ! — L'economia rurale e l'ali- 
mentazione del popolo. — Per la ricostruzione della Biblioteca Imperiale di Berlino. 

— Lirici del proletariato in Francia. — Vasco da Gama. — Teatri. — Libri. 

Neue Deutsche Rundschau (settembre), Berlino: 

Lettere dall'Abissinia di G. Rohlfs. — L'interesse dello Stato per la produzione agraria. 

— La cultura. — Memorie autobiografiche di Teodoro Fontane. — La Spagna mo- 
derna. — Racconti — Riviste tedesche e francesi. 

Nord und Sud (settembre), Breslau: 

Vittorio Blùthgen. — Gli orrori di settembre del 1848. — L'anno dei tre otto. — Willi- 
bald Alexis. — Daniele Jacobs, il violinista. — Richard. — Racconti. — Bibliografia. 

Preussische Jahrbucher (settembre), Berlino: 

Il principe Bismarck nella storia universale. — La struttura della cellula. — Il generale 
Goben. — Ville romane dell' epoca dell' Impero. — L'origine dell' ordinamento co- 
munale del 1808. — Tariffa postale, telegrafica e telefonica. — Notizie e recensioni. 

— Corrispondenza artistica. — Corrispondenza politica. 

Westermanns Monatshefte (settembre), Braunschweig: 

Francesco Grillparzer e la musica. — L' influenza straniera in Africa. — Schizzi di viaggio : 
Amsterdam. — Simpatia e antipatia. — Giulio Grosse. — Romanzi, racconti, illustra- 



Die Zeit (20 agosto), Vienna: 

La lingua per il servizio interno in Austria. — Il movimento riformatorio in Cina. — La 
questione della clausola delle quote. — Per la teoria del. socialismo agrario. — Due 
capitoli di scienza naturale moderna. — Gli ultimi giorni di Becher. — Valori artistici. 

— Due libri di donne. — Horitz. — La settimana. — Libri. — Rivista delle riviste. 

— Racconti. 

— 27 agosto): L'irresistibile. — La nuova commedia elettorale in Galizia. — La vecchia 
teoria economica conservatrice. — I draghi volanti. — Gli ultimi giorni di Becher. — 
Pittura giapponese. — La settimana, ecc. 

— (3 settembre! : Per il compromesso austro-ungherese. — Il manifesto dello czar per la 
pace. — Il Vaticano e il carlismo. — La vecchia teoria economica conservatrice. — 
Lo slancio artistico personale. — Noi e il nostro tempo. — Rétif de la Bretonne. — 
Un pezzo della vecchia Austria. — Contro Tolstoi. — La settimana, ecc. 



284 MINERVA 

— (io settembre): Bancarotta. — La nuova fase dell'affare Dreyfus. — Una storia della 
riforma monetaria tedesca. — Psicologia linguistica e studio della lingua. — Il mondo 
di Leone Tolstoi. — Dal Cinquecento italiano. — L'Esposizione artistica berlinese. — 
La settimana, ecc. 

— (17 settembre): Politica delle catastrofi. — I punti di vista militari dell'azione promossa 
dallo czar. — Gli scioperi nel Sud-Wales. — Una storia del movimento femminista te- 
desco. — Psicologia linguistica e studio della lingua. — Edvard Munch e Jan Tooroh. 
— L'Imperatrice. — La settimana, ecc. 



Bibliothèque Universelle et Revue Suisse (settembre), Lausanne : 

L'extase. — Propos d'un aquarelliste. — Village de dames. — Les bibliothèques publiques 
aux ctatS-Unta d'Amérique. — Une partie de bateau sur le Rio Salado. — Chroniques: 
parisienne, italienne, allemande, anglaise, hollandaise, suisse, scientifique, politique. — 
Bulletin littéraire et^bibliographique. 

Le Correspondant (25 agosto), Par 

La derniére des Orange Nassau et la Hollande contemporaine. — fjuelques lettres intimes 
de la vicomtesse de Chateaubriand. — Les deux évéques. — L'avenir de l'Afriqne tro- 
picale et les chemins de fer. — L'école bui- . Londres. — Etftdet scientìfiques. 

— Le l>erceau du christianisme en France. — Lesoeuvreset les hommes. — Chronique 
politique. 

— (io settembre): Le vingt-cinquième anniversaire de la libération <lu territoire. — L 'ope- 
ra tion financière de la libération du territoire. — I.es Allemanda en Palestine et la 
question da protectorvl da mi tthoHqats. — Sensattoas navales. — Les insti- 
tutions patronales des chemins de fer. — Au pays des Ba-RotsL 

Journal des Économistes ( 1 5 agosto), Parigi : 

Un problème de statistique humaine et sa solution. — Des lois de l'histoire. — Justice 
charité. — Le mouvement agricole. — Revue des principale publirations economi 
en langue francale. — Le salaire et la concurrence Industriale de l'ouvrier japonais. 

— Bulletin. - Noti» es. — Chronique economiqne. — Bulletin bibliographique. 

— (15 settembre): l.es travaux parNnu-ntaires de la Chambre des députfeS. — La Bour 
et les rèformea du marche Bilanciar. — llouvement scientifique et industriel. — Leu 
des i.tats-l'nis. — Lettre du Japon. — Bulletin, etc. 

Le Monde Moderne (settembre), Parigi : 

Genie, par Edgy. — La Peche du harengà Boulognesur-Mer. — La caricature a l'étranger, 

— Les animaux de boucherie. — Le moderne traineur de sabre. — L'histoire naturelle 
de Madagascar. — Pepita Carbajal. — L'art d'exposer et d'encadrer. — Le chemin 
de fer de la Jungfrau. — Le Algues. — Le mouvement littéraire. — Causerie scien- 
tilique. — r,vénements géographiques et coloniaux. — La Musique. 

La Nouvelle Revue ( 1 5 agosto), Parigi : 

Les deux politiques russes. — L'Empire, M. de Bismarck et le Luxembourg en 1867. — 
William Ewart Gladstone. — Le féminisme. — A Tripoli de Barberie. — Lettres sur la 
politique extérieure. 

— (i° settembre): Prelude de Chopin. — Louis-Philippe et M. Thureau-Dangiu. — William 
Ewart Gladstone (fin). — Barbey d'Aurevilly. — La Griote. — La commission extra- 
parlementaire de la marine a la Chambre. — La Charité. — A quoi servent les rayons 
solaires. — Lettres sur la politique extérieure. 



SOMMARI 285 



Nouvelle Revue Internationale (15 agosto e i° settembre), Parigi: 

La dynastie espagnole et la reine régente. — Lettres inédites. — Lettres d'une voyageuse : 
Saint Sébastien. — Portraits contemporains : Sagasta. — Quarante ans de souvenirs. — 

— De l'Atlantique à la mer de Behring. — Le monde des sciences. — Chronique 
internationale. — La presse anglaise et l'expansion américaine. — Le mouvement lit- 
téraire. 

La Réforme Sociale (16 agosto e i° settembre), Parigi: 

De l' indisponibilité et de l' indivisibilité totales et partielles du patrimonie. — Le parti con- 
servatevi francais. — La loi belge sur les unions professionnelles. — De la capacitò ci- 
vile des syndicats professionnels. — Les accidents du travail et la pension aux ayant- 
d r oit des ouvriers tués. — La caisse des incendiés du département de la Meuse, à propos 
des projets de création des caisses departementales. — Unions de la paix sociale. — 
Chronique du mouvement social. — Bibliographie des periodiques et des publications 
nouvelles. 

Revue Bleue (13 agosto), Parigi: 

Cuba, ses insurrections, leurs causes. — La princesse Palatine, son fils et l'abbé Dubois. 

— Le coeur de la princesse Osra — Livres nouveaux. — Variétés. — Bulletin. 

— (20 agosto) : Les hommes de 1848. — Une emmurée. — Napoléon i er et Chateaubriand. 

— Le coeur de la princesse Osra. — La musique et la parole. — Sire, l'Espagne est 
à bout! — Variétés. — Bulletin. 

— (27 agosto): Les mauvais maitres. — Mes procès de presse. — M. Henry Brisson sous 
l'Empire. — Le coeur de la princesse Osra. — Variétés. — Notes senegalaises. — Au- 
tres choses. 

— (3 settembre): — Les États-Unis, l'Espagne et la France. — Portraits contemporains: 
M. Georges Pellissier. — La princesse Palatine, son fils et l'abbé Dubois. — Khartum. 

— La renaissance du théàtre breton. — Politique extérieure. — De l'aptitude des Fran- 
cais aux langues vivantes. 

La Revue de Paris (15 agosto), Parigi: 

La Sagesse et la Destinée. — La genèse d'« Antony ». — La force. — L'embarquement 
de Charles X. — Une comédie de salon. — La vie pastorale a u pays d'Arles. — L'exil 
de Crèbillon fils. — La guerre aux Philippines. 

— (i° settembre): La bible de l'humanité. — Le Désir (i er partie). — Vénétie et Toscane. 

— Olympe de Gouges. — Dans l'.tglise. — Le « Trust » du pétrole. — Dernières 
pensées d'un condamné annamite. 

— (15 settembre) : Le Frère des Loups — Le Prince de Bismarck. — Ménage de Poètes. 

— Le Désir. — Zéphyrs, disciplinaires et camisards. — Pour les simples. — Le «Trust > 
du pétrole (fin). — La condamnation de la paix armée. 

Revue des Deux Mondes (15 agosto), Parigi: 

La bataille de Waterloo. — Dans les roses. — La Sibèrie et le transsibérien. — La cul- 
ture des eaux salées. — Moeurs électorales. — La sculpture de portraits en Grece et 
l'art moderne. — Revue littéraire. — Revues étrangères. — Chronique de la quinzaine. 
Chateaubriand. — Bulletin bibliographique. 

— 1 1° settembre) : La politique allemande et le protectorat des missions catholiques. — 
Sotileza. — La fète-dieu à Beaune. — L'existence d'une impératrice. — L'émigration 
dans l' Italie meridionale. — Journal de route en Asie centrale. — Questions scientifi- 
ques. — Etudes d'un homme d'Etat russe sur la société moderne. — Chronique de 
la quinzaine. — Bulletin bibliographique. 

— (15 settembre): Sotileza. — La dette anglaise. — L'existence d'une impératrice. — L'en- 
seignement agricole, à propos d'un décret récent. — Récits du Kansas, d'après Wil- 
liam Alien White. — L' islamisme et les confréries religieuses au Maroc. — Moeurs 
électorales. — Un préjugé contre les sens. — Revue littéraire. — Chronique de la quin- 
zaine. — Bulletin bibliographique. 



286 MINERVA 

Revue du Monde Catholique (i° settembre) Parigi: 

Le clergé séculierfrancais au xxx- siècle. — Campagne de la «Naiade» 1890. — Un nouvel 
adversaire des traditions provencales relatives à S. Madeleine. — Les origines et les 
responsabilités de l' insurrection vendéenne. — La révocation de l'édit de Nantes. — Le 
conventionnel Cavaignac aux Pyrénées occidentales. — Une excursion dans un pays pri- 
mitif. — Kspagnoles et Américaines. — Les progrès du féminisme en France. — Au- 
tour du monde (aoùt (1898). — A travers les revues. 

La Revue du Palais (i° settembre), Parigi: 

Réflexions sur la guerre hispano-américaine. — Souvenirs d'hivernage. — Un grand ma- 
ri age sous la Restauration (suite). — Colonisation pénale. — Le procès du maréchal 
Ney et la liberté de la défense. — Chateaubriand et l'esprit moderne. — Chronique. 

Revue Encyclopédique Larousse (20 agosto), Parigi: 

L' Auvergne, d'après des publications récentes. — La legende de la mort, en Auvergne. 
— La revolution cubaine, jusqu'a l' intervention américaine. — Livres et revues. — » Notes 
et nouvelles. — lllustrations. 

— 127 agosto): La navigation commerciale. — Institutions politiques et administratives. 

— La littératnre armèniensjc. — Livres et revues. — lHustrations. 

— (3 settembre): La vie bollandaise: moeurs et coutumes. — La littérature arménienne. 

— i.'-ui a Paris. Pensee) de Tolstoi. — Livres et ri — 1 nouvelle- — 

lllustrations. 

— (io settembre : Chaasoas crèoles de l'Ile de Franoe. — Paul Guigou. — Ioseph Capperon 

— Le mystère de salnt Gwennolé. — L'èmigration provini ons dans 

donneai . — Pèriodiques. — Bibuograpbie. — Actualité. — ll- 

lustrations. 

— (17 settembre): L'art eo Scandinavie. — Ifémoirei et souvenirs hiatbriqni — 1 orges 

rs. — i-.iits et docnments. — Bibnographìe. — Actualité. — Illustrati 

La Revue Generale (settembre), Bruxelles: 

En AUemagne — Les irandsln de la police de New-York. — Un gentilhoaune sorialist 

— As< 1 asme américain. — Le Roi de Rome. — Jour: — La conve 
eatfon en France. — af. Gladstpne, — Revue Uttèraire mensuelle. — BibliograpL 

Revue Generale des sciences pures et appliquées (1 5 agosto), Parigi: 

Chronique et correspondance. — L'origine n des matiè 

albuminoldea et lei cristail e la micrographie. — L'<i.it actael et 

besoins de la culture du tretle, de la luzerne et du sainfoin en 1 : — Bibl 

graphie. 

— 1 agosto) : Chronique et correspondance. — Le transport électrique de la p 
mècaniqne. — La valenr morphologiqne du corps jaune: s(jn action i)hysiologique 
thérapeutique possiijle. — Revue animelle d'astronomie. — Hibliographie. 

Revue Hebdomadaire ("20 agosto), Parigi: 

Le poste des neiges. — La cour de Napoléon I. — Un « raid > princiei à travers le 
monde. — Le théàtre breton. — Impressions de thèàtre. — L'idéal à vingt ans. 

settembre): Un roman da Premier Consul. — Leconte de Lisle et ses amis. — Tòt 
ou tard. — Catherine Thèot et sa doctrine. — Le pére Philippe. — Pensées féminines. 

— (io settembre), Parigi: Mariages definances: Thérèse Vaubecourt. — Le journal de 
Barbet de Jouy pendant la Commune. - Un roman du Premier Consul. — Lecont 
Lisle et ses amis. — Les trois saisons (sonnets). — Chronique dramatique : Le thèàtre 
espagnol. — Chronique. 

— 1 7 settembre) : Mariages de finances : Thérèse Vaubecourt. — Le journal de Barbet de 
Jouy pendant la Commune. — Un roman du Premier Consul. — Notes sur la Mol- 
lante. — Marysienska, reine de Pologne. — Livres. 



SOMMARI 287 

Revue pour les jeunes filles (20 agosto), Parigi: 

Le Chancelier de fer. — Mayotte, roman (suite). — Lettre de Suisse: S' en aller! — Le 
poète Jasmin et son centenaire. — Les écoles professionnelles en Allemagne. — Sur 
la grande route, dans l'Ouest américain (suite). — Revue des Revues étrangères. — 
L'épave de la Marie-Julie. — Carnet de la quinzaine. — Échos. — Notes sur la mode. 

— 5 settembre): Les Américaines pendant la guerre de l'indépendance. — L'hospitalité. 
— Mayotte, roman (fin). — La lutte contre la tuberculose. — Propos en passanti le 
loin. — De Tanger à Gibraltar. — Histoire de la eravate. — Sur la grande route, 
dans l'Ouest américain (fin). — Revue des Revues francaises. — La vie publique. — 
Sceur Philomène. — Carnet de la quinzaine. — ^chos. 

Revue Scientifìque ( 1 3 agosto), Parigi : 

Conférences de la Société chimique de Paris: Les acides sulforiés de l'azote. — Les oi- 
seaux dans l'industrie à travers les ages. — La pierre de verre. — La cause de la 
scintillation des étoiles. — Causerie bibliographique. — Chroniques, notes et infor- 
mations. 

— (20 agosto) : Le calcul et la réalisation des auditions colorées. — La traversée du Sahara 
centrai en ballon. — La graphotypie. — La supérioritè de l'armement comme facteur 
de la victorie. — Causerie bibliographique. — Chronique, notes et informations. 

— 27 agosto) : Les éphémérides astronomiques en France et à l'étranger. — Un botaniste 
méconnu : Ulisse Aldovrandi. — La mortalité des troupes en France, en Algerie et aux 
colonies. — Chroniques, notes et informations. 

— ; settembre): Les emmurés volontaires. — Les oiseaux dans l'industrie à travers les 
àges. — L'examen chimique des écritures. — Causerie bibliographique. — Chronique, 
notes et informations. 

La Revue Socialiste (agosto), Parigi: 

La réforme fiscale. — La cité ideale. — La suppression des octrois. — Le Congrès in - 
ternational d' hygiène de Madrid. — L'application du système collectiviste. — Revue 
des revues. — Mouvement social. — Revue des livres. 



Emporium (agosto), Bergamo : 

Artisti contemporanei: Angusto Rodin. — Illustri contemporanei: John Ruskin. — Nel 
centenario di Giacomo Leopardi : saggio di una iconografia leopardiana. — Giacomo 
Leopardi e l'anima moderna. — La lavorazione elettrica dei metalli. 

Giornale degli Economisti (settembre), Roma: 

La situazione del mercato monetario. — Spese di esercizio delle reti ferroviarie. — Le 
illusioni e i danni del protezionismo. — La proprietà ecclesiastica. — La pubblica- 
zione dei documenti finanziari dell'antica repubblica di Venezia. — Previdenza. — Cro- 
naca. — Nuove pubblicazioni. 

Nuova Antologia (i° settembre), Roma: 

Il Moretto da Brescia. — La vecchia casa (romanzo). — Le comete. — Diego Vitrioli. 

— Sperimentalismo doganale. — L'educazione dei nostri figli. — Di alcuni libri d'arte. 

— I premi alla marina mercantile. — Delle condizioni odierne politico-sociali in Italia. 

— Tra libri e riviste. — Il disarmo internazionale e lo czar. — Cronaca, libri e nuove 
pubblicazioni. 

— (16 settembre): A proposito della guerra e della pace fra gli Stati Uniti di America 
e la Spagna. — Il ritorno dell'Aretusa (novella). — I disegni ministeriali di riforme 
amministrative innanzi al Senato. — Sonetti. — Passeggiando per Kiew. — Il blocco 



200 MINERVA 

di Santiago e la difesa marittima. — Per due libri di testo. — La Torino del tempo 
andato. — Un esempio di scuola popolare, in occasione dei torbidi di maggio. — La 
iniziativa dello czar n la sua attuazione pratica. — Politica sperimentale. — Cronaca. 

Il Pensiero Italiano (luglio-agosto), Milano: 

Unità fisiologica negli animali e nelle piante. — Il brindisi dell' imperatore. — La geo- 
grafia in Italia. — Le idee filosofiche nel Giappone. — Giulia Beccaria. — Trascen- 
denza ed immanenza. — La questione sociale nella morale e nel diritto. — Biblio- 
grafia. 

La Rassegna Nazionale (i" settembre), Firenze: 

Il testamento morale del cardinale Manning. — Campagne del principe Eugenio. - 
fuga di Bianca Cappello da Venezia con Piero Bonaventuri. — Ricostituzione o 
soluzione. — I ricordi del generale I)ella Rocca. — Il marchese Alfieri di S 

— Un duello (romanzo). — Cavallo d'armi. — Il Disastro. — Pace alla vigilia della 
vittoria. — Una lettera di mons. Ireland. — A proposito della « Petizione al S. Paci; 

— Rassegna politica. 

— (jf- settembre : La madre De' poeti italiani. — Uà teoria nell'educazione morale di Her- 
bert Spencer riscontrata col suo concetto psicologico. — Di alcune recenti invenzioni. — 
La beneficenza. — L'esp< !el 1S98 in Torino. — L'origine della maschera di' 

•nterello. — Don Lorenzo Perosi e la riforma della musica sacra. — La questi 
gii zuccheri in I-rancia. — Un'edizione italiana di Bacchilide. — Rassegna politica. — 
Notizie. 

La Riforma Sociale (15 agosto), Torino: 

L' Im po sta complementare sul patrimonio. — La necessità e il fatalismo nel marxismo. — 

— Due aspetti della partecipazione ai benefizi. — Le contribuzioni speciali pei lavori 
di maglieria. — Cronache e ri\ 

Rivista Italiana di Sociologia (luglio), Roma: 

La distribuzione g e o g ra fica dei caratteri antropologici in Italia. — Svolgimento e forme 
dell'azione collettiva. — L'odierno sviluppo delle scienze storiche e sociali. — La de- 
linquenza e la vita sociale in ku>sia. — Rassegna delle pubblicazioni. — Notizie. 

Rivista Politica e Letteraria (1 " settembre), Roma: 

Il principe di Bismarck nella politica italiana. — La fine di Narciso 1 novellai. — L'antica 
e la nuova Cartagine. — Un sogno: La rivincita dell'Italia. — Leopardi. — Lspd 
sizione di viticoltura, enologia e industrie affini in Asti. — Corriere dell' Esposizione. 

— Rivista economica e finanziaria. — Bibliografia. 

La Vita Internazionale (5 settembre), Milano: 

Lo spirito rivoluzionario e il sentimento sociale. — L* Italia barbara contemporanea. — 
Liberisti e collettivisti. — La via degli amanti. — Il valore delle idee e dei fatti. — 
Lo specchio (poesia). — L'inversione delle arti. — La scuola e il campo. — Risj 
alla nostra inchiesta. — Piedigrotta. — L'esposizione artistica di Torino. — 
zione Voltaica eli Como nel 1899. — La grande iniziativa dello Czar. — L'argomento 
del giorno. — Nel mondo dei libri. — Idee e fatti. 



Direttore: Federico Garlanda, ex-Deputato al Parlamento. 

Solfeuino Piatti, gtrtntt. 



Anno Vili, N'um. io Ottobre 1898 Vol. XVI 



IL DEBITO PUBBLICO INGLESE 

(Da un articolo di R. - G. Lévy, Revue des IDeu.x Mondes, 1 5 settembre) 



La miglior prova che la Gran Brettagna meriti di servir d'esempio agli altri 
paesi in materia finanziaria ci viene fornita dalla storia dei debito pubblico in- 
glese. Esso è il più antico dei debiti pubblici, eppure è quello che, in Europa, 
diminuisce più rapidamente. In quel terribile duello contro Napoleone in cui 
l'Inghilterra diede prova di una tenacia indomabile, il suo debito, nello spazio 
di venti anni, si triplicò, e nel 1 8 1 5 ammontava a 800 milioni di sterline, 
ossia a circa 20 miliardi di franchi, somma superiore a quella del debito pub- 
blico attuale di qualsiasi paese, eccettuata la Francia. Eppure il Regno Unito 
è l'unico paese il cui debito sia ridotto, nel 1897, a men0 di tr ^ quarti di 
quello che era ottantanni fa. Basti questo accenno a dare un'idea dell'interesse 
che deve presentare una storia finanziaria come questa, unica in Europa, e che 
ha riscontro solo negli Stati Uniti d'America, dove però gli ostacoli da vin- 
cere per ridurre il debito pubblico erano molto minori, e perchè allo Stato non 
sono addossati servizi così numerosi e costosi, e perchè l'Unione americana, 
subito dopo la guerra di Secessione, potè, per così dire, sopprimere da un giorno 
all'altro quelle spese militari e navali alle quali l'Inghilterra dovette sempre far 
fronte. 

Per misurare la grandezza della politica economica inglese dal punto di vista 
speciale di cui ci occupiamo, basta confrontarla con quella degli altri paesi 
europei : in questi vediamo dappertutto i bilanci schiacciati da prestiti i cui ca- 
pitali non sono ancora rimborsati, oppure lo sono stati in proporzioni minime; 
non solo, ma non c'è una delle grandi nazioni continentali europee che, nei 
tempi moderni, non abbia rinnegato una parte del suo debito, sia col ridurre 
arbitrariamente il tasso dell'interesse pagato ai suoi creditori, sia coli' imporre 
una tassa sui tagliandi, sia sopprimendo una frazione importante del capi- 
tale dovuto, sia infine coll'emissione di carta monetata. Il Tesoro inglese, in- 
e, ha sempre soddisfatto scrupolosamente a' suoi impegni, e quando ridusse 

ita, XVI. 19 



290 MINERVA 

il tasso dell'interesse permise sempre ai portatori di rendita che non si accon- 
ciassero a tale riduzione di reclamare il rimborso del loro capitale; e se, nel 
periodo delle guerre napoleoniche, fu stabilito il corso forzoso e si cessò dal 
rimborsare in metallo i biglietti della Banca d'Inghilterra, questo stato di cose 
cessò appena finita la guerra, e nessun portatore di biglietti ebbe a subire danno 
di sorta. Inoltre, gli uomini di Stato inglesi, a qualsiasi partito appartenessero, 
si applicarono sempre con tutte le forze, sempre però valendosi di mezzi le- 
gittimi e legali, a ridurre il debito pubblico, escogitando a tale scopo una quan- 
tità di operazioni e frugando, per cosi dire, in tutti gli angoli del bilancio a 
fine di trovarvi nuove risorse, dando prova di una perseveranza e di una in- 
iosità che sarebbe desiderabile si trovassero in tutti gli uomini preposti al- 
l'amministrazione del Tesoro. 

Accennato cosi alla grande importanza e alla istruttività dello studiare la storia del 
to pubblico inglese, l'autore riassume dapprima questa storia nel secolo xvin. 
1 al periodo della lotta fra l'Inghilterra e la Francia, e dopo aver continuato la nar- 
razione dal 1S16 ai nostri giorni, esamina lo stato attuale del detto debito e i metodi che 
soin. in vigore ; rame l'ammortizzamento, e finalmente dà ano 

ondizioni generali delle finanze inglesi rilevando lo spirito d 
mati gli amministratori delle medesime e confrontando la situazione in cui si trov 
questo rispetto l'Inghilterra con quella delle altre nazioni europee e particolarmente della 
Francia. 

Il debito pubblico inglese nacque all'indomani della rivoluzione che scaccio 
definitivamente gli Stuardi dal trono d'Inghilterra e vi assise Guglielmo d'Ora 
Nel n<S>) esso era di un milione di sterline; due anni dopo era già il triplo, 
e nel 1692 un atto del Parlamento autorizzò un prestito di 1 milione 

ine, garantito dalle tasse sulla birra e sugli spiriti col cui provento dow 
vano pagarsi gl'interessi ai sottoscrittori; i titoli non erano al portatore, bens 
nominativi, come sono ancor Og 

I primi prestiti non erano contratti in forma di debito perpetuo; bei 
erano rimborsabili, interesse e capitale, con un certo numero di pagament 
annui. 11 debito consolidato (Junded debf) fa la sua apparizione nel 1694, anne 
in cui la Banca d'Inghilterra, allora fondata, cominciò col prestare allo Stat 
tutto il suo capitale, ossia 1,200,000 sterline, al tasso dell' 8 per cento al- 
l'anno ; il pagamento di questo interesse, più 4,000 sterline che le furoiv 
cordate come compenso per la gestione del debito, era garantito dalla tassa 
sulla birra e da quella sul tonnellaggio delle navi; il che le valse il nomignolo 
di « Banca di tonnellaggio ». 

1697, al trattato di Rvswick, il debito pubblico inglese saliva già a 
21 milioni di sterline; ma, subito dopo conclusa la pace, cominciano gli sforzi 



IL DEBITO PUBBLICO IXGLESE 29 1 

per ridurlo, e in quattro anni esso diminuisce di 5 milioni; risale con la guerra 
per la successione di Spagna, e nel 171 3 supera 53 milioni, e nel 1723 giunge 
a 55 milioni; ma negli anni di pace che seguono, il ministero Walpole ri- 
scatta i titoli del debito, e questo, nel 1739, alla vigilia della guerra per la 
successione austriaca, è ridotto a 47 milioni di sterline. In questo periodo an- 
darono prendendo importanza sempre maggiore le emissioni di rendita consoli- 
data, e nello stesso tempo aumentarono le anticipazioni fatte allo Scacchiere, ossia 
all'amministrazione finanziaria dello Stato, dalla Banca d'Inghilterra, il cui pri- 
vilegio fu successivamente rinnovato fino al 1844, e il cui credito verso lo 
Stato toccava già nel 1764 la cifra alla quale presentemente ammonta, 1 1,015,100 
sterline. Quanto agl'interessi pagati ai portatori di rendita durante il periodo 
di cui ci occupiamo, nel 17 17 il tasso fu ridotto dal 6 al 5 per cento, nel 
1727 tu ridotto al 4 per cento, il che procurò al Tesoro una economia an- 
nua di 400,000 sterline. Una rendita al 3 per cento, emessa in quest'epoca, 
fu nel 1736 quotata alla pari, e nell'anno successivo andò a 107, il corso più 
alto che essa abbia mai toccato. 

La guerra per la successione austriaca ebbe il solito effetto delle guerre: 
nel 1748 il debito salì a 78 milioni di sterline. Dal 1749 in poi il Pelham 
riduce gl'interessi facendo riuscire una conversione dal 4 al 3 per cento, e 
nel 1756 i 78 milioni erano ridotti a 72; ma nel 1763, alla fine della guerra 
dei sette anni, il debito era salito a 122 milioni, senza contare un debito flut- 
tuante di 14 milioni che, tre anni più tardi, era ridotto a io, e nel 1775 a 
4 milioni. La guerra dell'indipendenza americana raddoppiò quasi il debito con- 
solidato, che nel 1783 ammontava alla cifra considerevole e allora enorme di 
238 milioni di sterline: il servizio degl'interessi costava 9 milioni e mezzo. 
Durante questa guerra molti prestiti furono emessi al di sotto della pari, cosa 
che prima del 1780 non era mai stata fatta, giacché lo Stato preferiva pagare 
l'interesse imposto dalle circostanze, ricevendo tutto il capitale di cui si rico- 
nosceva debitore, e concedere ai sottoscrittori certi vantaggi speciali, per esem- 
pio in torma di biglietti di lotteria, sistema che, in varie combinazioni, restò 
in vigore fino al 1823. Nel 1784, poi, si tornò al sistema, inaugurato nel 1755, 
delle lotterie pure, senza combinazione di sorta coi prestiti, e se ne estrasse 
regolarmente una all'anno, con un utile netto variante fra 90,000 e 500,000 
sterline annue. Questo genere di operazioni spari dal Regno Unito col 1824; 
dura in parecchi paesi, segnatamente nella Spagna, dove funziona regolarmente 
e costituisce per il Tesoro un reddito annuo. 

Fra i prestiti della guerra per l'indipendenza americana merita di essere 
citato quello del 1781 che fu particolarmente oneroso per il Tesoro; infatti, 
questo ricevette un capitale di 12 milioni impegnandosi a pagare 18 milioni 



292 MINERVA 

di rendita al 3 per cento e 4 milioni ni 4: ogni sottoscrittore di 1,000 ster 
line ne ricevette 1,500 di capitale al 3 per cento, 250 al 4 per cento, e inoltre 
ebbe il diritto di sottoscrivere alla pari quattro biglietti da io sterline a una 
lotteria di 480,000 sterline. L'anno seguente ogni sottoscrittore di 1,000 ster- 
line ne riceveva 1,000 al 3 per cento, 500 al 4, 78 annualità di 7|8 di ster- 
lina, più il diritto di sottoscrivere alla pari tre biglietti di io sterline a una 
lotteria di 405,000 sterline. Basti questo a dare un'idea della varietà di com- 
binazioni cui lo Scacchiere era ricorso e dei sacrifizi ai quali aveva dovuto 
piegarsi per procurarsi i fondi che gli occorrevano. 



Con la fine del secolo decimottavo si entra nel periodo più importante 
della storia del debito pubblico inglese, il quale, in meno di venticinque anni, 
fa più che triplicato e sali al suo punto culminante. Dal 1793 in poi, 
anno segna uno più prestiti emessi nelle forme e coi titoli più diversi ; a 
misura che la lotti contro la Francia si fa più accanita, i prestiti si succedono 
con crescente rapidità. Inutile dar qui i particolari di tutte queste operazioni, 
la cui sola enumerazione sarebbe troppo lunga: basti dire che in un solo 
anno lo Stato prese a prestito 65 milioni di sterline, più di 1,600 milioni di 
franchi; e che nel 1817 il totale del debito inglese e irlandese toC( 1 mi- 

lioni di sterline, 20 miliardi di franchi. 

Del resto, non è l'elenco dei prestiti quello che presenta maggiore inte 
bensì l'esame delle infinite combinazioni per mezzo delle quali gli uomini di 
Stato inglesi, finita la gigantesca lotta, cercano di ridurre il debito nazionale. 
E qui dobbiamo distinguere fra le conversioni propriamente dette e altri si- 
stemi di estinzione. 

Cominciamo dalle conversioni, ossia dalle riduzioni dell'interesse, salva ai 
creditori dello Stato la facoltà di far>i rimborsare il capitale in caso di non 
accettazione. Nel 1S22. i>2 milioni di rendita al 5 per cento furono con- 
vertiti al 4. Xel 1 S2 j ui\ vecchio fondo di 76 milioni al 4 per cento fu ri- 
dotto al ^ e mezzo, e fu questa l'unica operazione di tal genere che non ebbe 
piena riuscita in Inghilterra; ciò perchè il Robinson, cancelliere dello Scac- 
chiere, invece di offrire il rimborso immediato dei titoli a chi non si conten 
tava della riduzione, offri il rimborso in tre quote annue, e perchè, contro la 
solita regola, interpretò il silenzio dei possessori di rendita come una domanda 
di rimborso, esigendo invece una dichiarazione espressa per l'accettazione della 
riduzione. Xel 1830 il 4 per cento emesso otto anni prima fu ridotto al 3 
e mezzo, e le domande di rimborso non giunsero nemmeno a un cinquante- 



: 



IL DEBITO PUBBLICO lN'GLfcSE 293 

simo. Nel 1834 l'ultimo tipo 4 per cento che ancora sussisteva fu convertito 
nel 3 e mezzo, senza che fosse presentata una sola domanda di rimborso. 

Rimasero così due soli titoli di debito consolidato: il 3 per cento e il 3 ij2; 
e nel 1844 i 248 milioni di quest'ultimo furono ridotti al 3 i]4 per dieci 
anni; stabilendosi che, passato questo termine, ossia col 1854, l'interesse fosse 
ridotto al 3. L'operazione riuscì a meraviglia; la proporzione delle domande 
di rimborso non fu nemmeno del 3 per mille; e fu savia cosa il regolare 
dieci anni prima la conversione del 3 i{4 nel 3 per cento, conversione che, 
.alla scadenza fissata, si compì, per così dire, automaticamente, e che altrimenti 
non si sarebbe potuta compiere, data la sua coincidenza col principio della 
guerra di Crimea. Questa guerra ebbe per effetto inevitabile di aumentare il 
capitale del debito; ma le idee economiche avevano fatto tanto progresso che, 
per procurarsi il denaro occorrente, si ricorse solo in parte al prestito. Il 
Gladstone aumentò l'imposta sul reddito fino al 6 per cento circa, pose una 
tassa sul malto, sull'alcool e sullo zucchero, e si fece autorizzare a creare fino 
a 6 milioni di obbligazioni dello Scacchiere (Exchequer bonds) rimborsabili in 
tre quote, nel 1858, '59 e '60. L'unico grande prestito fatto in rendita con- 
solidata per la guerra di Crimea fu quello di 16 milioni al 3 per cento nel 
1855, prestito che, per le condizioni fatte ai sottoscrittori (trenta annualità 
di 14 scellini e tre denari *) ciascuna per ogni 100 sterline), doveva costare 
per trent'anni il 3 3(4 per cento circa, ma doveva tornare al 3 per cento coi- 
ranno 1885. 

Nel 1884 il Childers, cancelliere dello Scacchiere, volle procedere a una 
conversione del 3 per cento, e offri ai portatori di scambiare 100 sterline al 
3 per cento con 102 al 2 314. o con 108 al 2 ij2, garantendo l'uno e l'altro 
di questi due nuovi titoli contro ogni rimborso fino al 1905; ma la proposta 
non ebbe un gran successo, e fu accolta solo per 20 milioni di sterline, più 
<lella metà dei quali appartenenti ad amministrazioni pubbliche. Viceversa, quattro 
anni dopo, i possessori di rendita accettarono quasi all'unanimità condizioni 
molto meno vantaggiose. In quest'epoca, ossia nel 1888, il grosso del debito 
pubblico inglese si componeva di 558 milioni al 3 per cento; il Goschen lo 
ridusse al 2 i]2, passando per il 2 3J4 che durerà fino al 1903; e da finan- 
ziere accorto non trascurò nessun mezzo per assicurare il successo dell'ope- 
razione: dichiarò di considerare il silenzio dei possessori di rendita come con- 
senso, e interessò i banchieri e altri intermediari alla riuscita del suo piano 
accordando loro una piccola provvigione. E il risultato corrispose all'aspetta- 
zione : senza che il capitale del debito subisse il più piccolo aumento, si ebbe 



I) La sterlina, che. >ome è noto, corrisponde a 2; frincii, si divide io 20 scellini; lo scellino in 12 pence. 



294 MINERVA 

subito un'economia annua di 1,400,000 sterline, che dal 1903 in poi sarà rad- 
doppiata. Questa brillante operazione chiuse degnamente il terzo periodo della 
storia del debito inglese, periodo che abbraccia il presente secolo dal 1 8 1 6 
in poi e durante il quale l'interesse fu ridotto dal 5 per cento al 2 i|2. E 
questo 2 ij2, che è stato anche chiamato fondo Goschen, forma attualmente 
quasi il totale del debito inglese consolidato: alla fine del 1897 esso era sceso 
a 522 milioni di sterline; vi sono inoltre 4 milioni e mezzo di 2 314 e }2 
milioni e mezzo di 2 i{2, tutti rimborsabili nel 1905, e 41 milioni di un 3 
per cento non rimborsabile prima del 1 9 1 2 e proveniente dalla consolidazione, 
compiuta nel 1887 dallo stesso Goschen, di una serie di anticipazioni fatte 
fino allora dallo Scacchiere a diverse casse locali e a municipio 

Prima di passare agli altri sistemi escogitati per ridurre il debito pubblico, 
diamo un'occhiata agli altri impegni che ha lo Stato oltre al debito consoli- 
dato, impegni che non giungono a un totale molto considerevole e che ri- 
sultano dal volume appositamente stampato ogni anno per ordine del Parla- 
mento, contenente quelli che si chiamano i conti della finanza del Regno Unito. 
In questo volume sono registrate le somme dovute alla Corte suprema di giu- 
stizia, all'antica Corte dei fallimenti, alla Banca d'Inghilterra e a quella d'Ir- 
landa. Queste due ultime sono creditrici in tutto di i},6 15,869 sterline 
(11,015,100 la Banca d'Inghilterra, 2,630,769 quella d'Irlanda), e per questa 
somma il Tesoro paga l'interesse del 2 314 per cento. Vi sono poi 1 3 mi- 
lioni di sterline, pure al 2 314, di un debito iscritto (hook J<7>/) creato con 
una legge del 1892, e 45 milioni di varie annualità, vitalizie e altre, di cui 
parleremo fra po< ungendovi il debito fluttuante di 8 milioni di ster- 

line, si ha un totale di 640 milioni. Di fronte a questo passivo figura un at- 
tivo dì 23 milioni consistente quasi tutto in 176,602 azioni del canale di 
Sue/, che fruttano circa 700,000 sterline all'anno. Il servizio del debito pub- 
blico fu affidato fin d.\ principio alla Banca d'Inghilterra, verso una rimune- 
razione che variò secondo le epoche e che oggi è di 325 sterline per milione 
fino a mezzo miliardo, e di 100 sterline per milione al di là di questa somma; 
l'anno scorso il totale fu di 175,61 1 sterline. Per lo stesso servizio la Banca d'Ir- 
landa riceve 425 sterline al milione, e nel 1896-97 ne percepì 9,356. Il modo 
di operare delle due Banche è stabilito, per ciascun prestito, dal Parlamento. 

E veniamo agli altri sistemi di riduzione del debito pubblico. Già nel 1786 
fu istituita a tale scopo una apposita commissione, e in questo stesso anno il 
Pitt propose di stabilire che ogni tre mesi si prelevasse sulle entrate generali 
del bilancio una somma di 250,000 sterline; questo milione annuo, aumen- 
tato del frutto degl'interessi composti, avrebbe prodotto in capo a ventotto 
anni un capitale il cui frutto sarebbe bastato a riscattare ogni anno 4 milioni 



IL DEBITO PUBBLICO INGLESE 295 



di sterline; e la preoccupazione d'impedire che si annidasse nel bilancio un 
debito perpetuo era così forte da muovere il Parlamento a stabilire, nel 1792, 
che ogni prestito nuovo, rimborsabile in uno spazio di tempo maggiore di 
45 anni, dovesse essere dotato di un fondo di ammortizzamento speciale del- 
l'i per cento distinto dal fondo generale (sinking fitnd) istituito nel 1786. 

Al 21 dicembre del 18 13 erano stati già riscattati 258 milioni di ster- 
line; ma siccome il debito pubblico cresceva di molto di più per i nuovi pre- 
stiti emessi, nel 1829 si modificò il sistema e si istituì un nuovo fondo, che 
fu poi chiamato « vecchio fondo di ammortizzamento » (old sinking fund), 
per distinguerlo da quello stabilito da sir StafFord Northcote nel 1875. Nel 1829, 
adunque, fu stabilito che alla riduzione del debito si dovesse devolvere un quarto 
dell'eccesso delle entrate sulle spese pubbliche; e in tal modo, dal 1829 al 1890, 
si riscattò un capitale di 70 milioni, pagandone 68, il che è quanto dire che 
i riscatti ebbero luogo a corsi vicini alla pari. 

Il nuovo fondo di ammortizzamento (new sinking fund) data dal 1875, 
anno con cui fu iscritta una somma fissa in bilancio, in quella parte che non 
è sottoposta al voto annuo del Parlamento, quella che si chiama il fondo con- 
solidato : tutto quello che in questa somma fissa non serve per il pagamento 
degl'interessi serve a riscatto del debito. Questa somma fissa era in origine 
di 27,400,000 sterline; nel 1885 salì a 29 milioni, ora è ridotta a 25. Dal 
1876 al 1890 furono riscattati col nuovo fondo 7 milioni e mezzo di debito. 

Né ciò basta. Oltre a costituire dei fondi di ammortizzamento, altre mi- 
sure furono escogitate per ridurre il carico permanente del debito : in gene- 
rale, si tratta di trasformare un debito perpetuo in debito a scadenza limitata ; 
il Tesoro, invece di restare impegnato indefinitamente a pagare a' suoi credi- 
tori un certo interesse fino al giorno in cui sarà in grado di rimborsar loro 
il loro capitale, si obbliga a far loro un numero determinato di versamenti 
annui o a pagar loro delle annualità finché vivono. L'ammontare di ciascun 
pagamento annuo è alquanto maggiore della somma che sarebbe bastata a cor- 
rispondere l'interesse; ma l'insieme di questi eccessi annui serve a estinguere 
un po' alla volta il capitale. Naturalmente, le annualità vitalizie furono stabi- 
lite in base ad apposite tavole di mortalità. Nel 1883 furono accordati ai de- 
positi delle Casse di risparmio speciali facilitazioni per l'acquisto di queste an- 
nualità, e specialmente delle così dette annualità differite, di quelle cioè il cui 
versamento non comincia subito appena rimessi i titoli, ma qualche tempo 
uopo; di modo che i detti depositanti potevano costituirsi una specie di pen- 
sione per la loro vecchiezza. E un'altra misura fu quella di autorizzare il Go- 
verno a fare delle assicurazioni sulla vita per somme varianti fra 20 e 100 ster- 
line e calcolate sulla base di un tasso del 3 iji che fu poi ridotto per i diversi 



296 MINERVA 

calcoli di annualità e di assicurazioni fino al 2 ij2. Il totale dei titoli di varie 
sorta scambiati dal 1808 al 1890 con annualità vitalizie salì a 55 milioni; 
le annualità nuovamente create salirono a 5 milioni, di cui solo 1,100,000 
erano ancora in corso nel 1890. 

Tutte queste misure servivano al riscatto di rendite possedute da privati. 
Nel 1863 il Gladstone fece un passo ardito e applicò il principio della con- 
versione delle rendite perpetue in annualità a breve scadenza ai portafogli . : 
pubbliche amministrazioni. Siccome, pero, queste non possono, come i privati, 
distruggere il loro capitale consumando ogni anno la somma che viene loro 
versata, fu stabilito che dovessero impiegare l'annualità a riscattare delle ren- 
dite e a ricostituire il capitale alienato. Così, nel 1863, 5 milioni di rendita 
appartenenti alle Casse di risparmio furono convertiti in un'annualità che do- 
veva spirare nel 1885. Nel 1867, 34 milioni di rendita delle Casse di risparmio 

li furono convertiti in un'annualità di 2,410,000 sterline spirante nel 1 
Nel 1870 il cancelliere Lowe annullò 7 milioni di rendita appartenenti al 

» delle Casse di risparmio sostituendovi un'annualità di 553,000 sterline 
spirante pure nel 1885; e nel 1 870 sir Stafford Northcote scambio altri 7 mi- 
lioni con un'annualità di 651,000, scadenza pure nel [8 >>i, il 
Childers procedette alla più importante operazione di questo genere che sia 
mai compiuta in una volta: convertì d'un colpo 70 milioni di rendita, 
.|o dei quali appartenevano alla Cassa dei depositi giudiziari, 30 alle Casse di 
risparmio postali. I primi 40 milioni furono convertiti in un'annuali: 
denza di vent'anni, durante i quali il Tesoro paga gl'interessi dei titoli an- 
nullati, più una somma bastevole a comperare tanta rendita consolidata da fi- 
costituire, nel detto periodo di tempo, il fondo di 40 milioni; il versano 
del primo anno fu fissato a 2,665,835 sterline; esso può variare secondo il 
corso dei consolidati, giacche bisogna acquistarne ogni anno una quantità de- 
terminata. Quanto agli altri 30 milioni, furono sostituiti da annualità di 3,600,000 
sterline, un terzo delle quali doveva durare cinque anni, un terzo dieci e un 
terzo quindici ; per ragioni di prudenza poi le annualità furono diminuite e le 
scadenze prolungate; ma nel 1903 i 30 milioni saranno tutti riscattati. 

Il totale dello stock e dei crediti (stock and charges) sul fondo consolidato 
appartenenti ad amministrazioni pubbliche e scambiati dal 1863 al 1883 in an- 
nualità a termine superò 1 18 milioni di sterline. Il ritiro di questa somma unito 
allo scambio, latto volontariamente da privati, di titoli di rendita contro an- 
nualità vitalizie o a termine, e il continuo collocamento in consolidati di una 
parte importante delle annualità pagate dal Tesoro a pubbliche amministrazioni 
contribuirono non poco al costante rialzo dei fondi inglesi; e siccome questo 
rialzo produce a sua volta le conversioni, cosi l'Inghilterra è compensata due 



IL DEBITO PUBBLICO INGLESE 297 



volte della sua savia amministrazione ; essa vede, cioè, scemare il capitale del suo 
debito e nello stesso tempo anche il tasso dell'interesse da pagarsi ai creditori. 

Né è finita l'enumerazione dei mezzi ai quali i cancellieri dello Scacchiere 
sono ricorsi per far diminuire il debito pubblico. Da quando Y imposta fon- 
diaria, land fax, diventò perpetua (alla fine del secolo scorso), fu permesso di 
riscattarla rimettendo al Tesoro un titolo di rendita; al 31 marzo del 1890 erano 
stati annullati in questo modo 30 milioni di titoli. Nel 1880 fu autorizzatala 
commissione del reddito interno, inland revenue, a ricevere dai municipi! una 
somma fissa in cambio dei diritti di bollo che questi municipii devono allo 
Srato sulle loro obbligazioni; le semme così percepite vengono trasmesse alla 
commissione del debito che le adopera a riscattare titoli di rendita, e al 3 1 marzo 
del 1890 ne aveva riscattati per 1 milione. 

Lo spirito di queste varie combinazioni è evidente: si tratta dell'applica- 
zione di questa giustissima idea, che, siccome le imposte servono in parte a 
estinguere il debito pubblico, così deve essere permesso di affrancarsi di una 
tassa versando una somma che serve a estinguere il capitale di un debito il 
cui interesse sia uguale precisamente ai reddito procurato al Tesoro dall'im- 
posta che si tratta di riscattare. Sono disposizioni curiose, alle quali difficil- 
mente si trova riscontro in altri paesi e che hanno tutte origine nella tendenza 
a diminuire con tutti i mezzi possibili il carico del debito pubblico. Sono al- 
trettante pompe aspiranti che agiscono senza tregua, alcune per somme pic- 
cole, altre per somme considerevoli; da 302 sterline di titoli acquistati coi de- 
positi prescritti dalle Casse di risparmio a 1,170,000 di rendita scambiata con 
annualità vitalizie nell'esercizio 1896-97. E siccome nello stesso esercizio sono 
stati pagati più di 7 milioni di annualità a termine, così sono in tutto 8 mi- 
lioni e mezzo di sterline, ossia 213 milioni di franchi, ammortizzati in dodici 
mesi. Questa semplice statistica è più eloquente di qualsiasi commento. 

* 
* * 

La storia del debito pubblico inglese e quella del suo ammortizzamento si 
riassumono in alcune cifre. Verso la fine del secolo scorso, alla vigilia delle 
sanguinose lotte contro la Francia repubblicana e imperiale, il debito era sa- 
lito progressivamente fino a 287 milioni di sterline; in ventitré anni, dai 1793 
al 181 6, questa somma si triplica; all'indomani di Waterloo il debito consoli- 
dato è di 816 milioni, il debito fluttuante di 60; oggi, l'uno e l'altro uniti in- 
sieme superano di poco i 600 milioni; e ciò con tutto che il Regno Unito 
abbia avuto in questo secolo un enorme sviluppo, e abbia stabilito possedimenti 
su tutti i punti del globo, e il suo bilancio sia raddoppiato, e triplicate le spese 
militari e settuplicate le spese civili. Di fronte a questi risultati non si sa che 



298 MINERVA 

cosa ammirare di più, se il coraggio dei ministri che non hanno mai cessato 
di domandare alle Camere i mezzi di ammortizzare il debito pubblico, o la 
saggezza dei Parlamenti che accettarono i progetti dei Robinson, dei Gladstone, 
dei Childers, dei Goschen, tutti tendenti, sotto forme diverse, a uno scopo unico : 
ridurre il debito, ridurlo a costo di sacrifìci, ma ridurlo, ridurlo ancora, ridurlo 
sempre, diminuendo gl'interessi e riscattando il capitale coi mezzi più ingegnosi. 
Nei conti pubblici figura un riscatto di 150,000 sterline di rendita ottenuto 
con le frazioni di pence economizzate all'atto del pagamento degli arretrati ai 
portatori di rendita; e accanto a 1,169,901 sterline fornite l'anno scorso dallo 
scambio dei titoli di rendita con annualità vitalizie vediamo un modesto am- 
mortizzamento di 937 sterline fatto con legati e donazioni, un altro di 136 ster- 
line proveniente da un eccedente della Cassa pensioni degli impiegati delle pri- 
gioni, e così via. 

Confrontando quest'opera infaticabile degli Inglesi coll'andamento dei bi- 
lanci in Francia, vediamo di quanto i Francesi sieno per questo rispetto in- 
feriori ai loro vicini. In Francia le cifre del debito consolidato e quelle del de- 
bito fluttuante sono in continuo aumento. Salva l'estrazione annua del 1" marzo 
per cui viene rimborsata automaticamente una frazione (25 milioni di franchi 
circa) dei .} miliardi di rendita al 3 per cento ammortizzabile, la quale 
sparita nel 1953, in Francia nessuno sforzo si fa per ridurre il resto del de- 
bito, che giustamente va chiamato perpetuo. È vero che, per mezzo di suc 
sive conversioni, il tasso fu ridotto dal 5 al 4 ij2 nel 188}, a } l|2 nel 1 
e che probabilmente nel 1902 esso sarà ridotto al 3; ma nel lungo periodo di 
pace che il paese traversa da un quarto di secolo il carico accumulato dai di- 
sastri del '70, invece di diminuire, è cresciuto in modo considerevole: a comin- 
ciare dai ur.mdi prestiti che servirono a pagare l'indennità di guerra e a ri- 
costituire le forze militari della Francia, furono emesse, a diverse riprese,, delle 
rendite il cui capitale, aggiunto a quello del debito anteriore, forma un I 
di più di 26 miliardi di franchi ; ai quali aggiungendo 3 miliardi di annualità 
che il Tesoro deve alle Compagnie ferroviarie, alla Cassa vicinale e a quella 
scolastica, più 1 miliardo di debito fluttuante, si ha l'enorme passività di 30 mi- 
liardi. La popolazione della Francia, che e press'a poco eguale a quella del Re- 
gno Unito, è gravata di un debito doppio, il cui carico rappresenta 800 fran- 
chi per abitante, in Inghilterra 400. 

Xel budget spccch tenuto nell'aprile dello scorso anno, sir Michele Hicks 
Beach, cancelliere dello Scacchiere, nell'imminenza del giubileo della regina 
Vittoria, non seppe resistere al piacere di fare un parallelo fra la situazione eco- 
nomica dell'Inghilterra nel 18^7 e quella del 1897; e le cifre del debito pub- 
blico non sono meno interessanti di quelle che si riferiscono agli altri rami 



IL DEBITO PUBBLICO INGLESE 299 

dell'amministrazione finanziaria. Sessant'anni fa il servizio del debito pubblico 
del Regno Unito esigeva 30 milioni, ossia il 58 ip per cento del bilancio to- 
tale: 28 milioni servivano al pagamento degl'interessi e per le spese di am- 
ministrazione, sicché per l'ammortizzamento non rimanevano che 2 milioni; 
oggi il debito pubblico non costa che 25 milioni, corrispondenti al 22 per cento 
del bilancio; e di questi ne sono assegnati 7 all'ammortizzamento. Nel 1837 
questo servizio annuo richiedeva 22 scellini circa per abitante, oggi non ne ri- 
chiede più di 9 ; il carico totale del capitale corrispondeva a 34 sterline per abi- 
tante, oggi a 1 6, giacché, quantunque il debito non sia diminuito della metà, 
tuttavia l'aumento della popolazione fa sì che il carico sia ripartito in questa pro- 
porzione. Il credito dello Stato è migliorato tanto che 3 sterline di rendita, 
che nel 1837 si compravano con 89 sterline, attualmente ne costano 121. 

Xel citato discorso del cancelliere dello Scacchiere é annoverato, fra gli am- 
mortizzamenti operati durante l'ese'rcizio finanziario 1896-97, quello di 1 mi- 
lione e mezzo sul debito fluttuante, il quale debito non consiste più che in 
buoni del Tesoro, Treasury biìh; non sono più in circolazione né obbligazioni 
dello Scacchiere, Excbequer bonds, le ultime delle quali erano state emesse dal 
primo lord dell'Ammiragliato, né buoni dello Scacchiere, Exchequer bilìs, che, 
inaugurati due secoli or sono da Carlo Montagny, resero al Tesoro inglese im- 
portanti servigi. 

Qual forza dà una situazione simile ! Quale coraggio attinge la nazione in 
una storia finanziaria che le ricorda i sacrifizi fatti in un'epoca in cui la po- 
polazione era la metà dell'attuale, mentre il suo patrimonio non era che l'em- 
brione di quello che è oggi! Gl'Inglesi non comprenderebbero certo il lin- 
guaggio dei nostri oratori che parlano sempre di bilanci incompressibili e ci 
ripetono continuamente che bisogna rinunziare per sempre a veder diminuire 
i nostri carichi fiscali. Grazie alla savia misura per cui il capitolo dell'am- 
mortizzamento é sottratto al, voto annuo del Parlamento, la somma fissa con- 
sacrata al servizio del debito pubblico permette di predirne l'estinzione a un 
momento dato. 

Tale politica porta la sua ricompensa in se stessa : essa dà una tale ela- 
sticità ai bilanci, che questi sono pronti a qualsiasi sforzo imposto dalla gran- 
dezza e dalla difesa nazionale: così l'anno scorso fu impiegato in spese navali 
un avanzo di 1,765,000 sterline, e quest'anno è stato impiegato un avanzo di 
1,600,000 sterline, 40 milioni di franchi, in costruzioni navali, aumento delle 
guarnigioni coloniali, riforme postali, spese per l'istruzione pubblica. È così che 
il Goschen ha proposto ancora al Parlamento un nuovo e considerevole au- 
mento della flotta; é così che i bilanci dell'esercito e della marina inglese su- 



3' O MINERVA 

perano i miliardo di franchi, mentre i crediti aperti a tale scopo in Ger- 
mania per il 1897-98 ammontano a 820 milioni e quelli della Francia a 914. 
Per parte nostra, non possiamo che ammirare con un misto d'invidia l'o- 
pera laboriosa e paziente degli uomini di Stato che si sono succeduti nell'am- 
ministrazione del Tesoro inglese, e abbiamo sempre sognato, e sogniamo ancora, 
per il nostro paese, di ministri e di Parlamenti che s'impongono un programma 
cosi severo e, cosa ancor più difficile, lo tramandano a successori decisi a con- 
tinuarne l'applicazione; e auguriamo che l'avvenire metta i destini della patria 
nelle mani di ministri che sieno altrettanti primi lord della Tesoreria e can- 
cellieri dello Scacchiere, ossia che dieno alle questioni finanziarie il posto che 
ad esse spetta nell'ordine politico. 

L'autore chiude citando l'esempio della Germania, dove il Governo ha strappato al 
il voto del settennato navale solo dopo aver dimostrato che i civanzi del bi- 
10 alle nuove spese; il che dimostra che anche il Parlamento ili Berlino non 
ine di riaprire il libro mastro del debito pubblico. Anche in Ru ro che 

•no al Governo del paese cercano di seguire l'esempio della 1 rran Brettagna. Per q 
— dice il Lèvy — abbiamo ritenuto utile di ni occhi del lettore il m 

diamo, complicato nei particolari ma semplice nel suo spirito generale, del 

■è, se è giusto dire che la storia è un insegnamenti unente in m 

finanziaria, dove i prìncipii sono immutabili e le conseguenze degli errori o della 
1 durano attraverso i secoli. 



LA BASTIGLIA 

(Da un articolo della Deutsche Ru n dschau, ottobre) 



Il culto della grande Rivoluzione ha dato origine in Francia a una quantità di 

ende, di quelle leggende che la fantasia popolare si compiace di creare svisando 
i fatti storici, inventando avvenimenti che non sono mai accaduti, sostituendo la 

ia alla verità storica. Alla ricostituzione di quest'ultima si adoperano ora gli 
studiosi ricercando, raccogliendo e pubblicando i documenti che ai fatti realmente 
accaduti si riferiscono; così alle opere del Blanc e del Michelet si è aggiunta come 
correttivo quella, documentata, del Taine; e all'indirizzo seguito da quest'ultimo 
s'informa il Funck-Brentano nel volume recentemente pubblicato intorno alla Ba- 
stiglia > . 

Il visitatore dell'ultima Esposizione mondiale di Parigi, che coincidette col cen- 
tenario della Rivoluzione, vedeva in vicinanza della grande piazza dell'Esposizione 



l) Frantz Klnck-Brentano. — Li^t-iitì ti aithirti àt la BétUiU. — Paris, Hichette, 1898. 






LA BASTIGLIA 301 



una imitazijne del famoso edifìcio della Bastiglia. Appena varcata la soglia della 
porta, vi vedeva in mezzo all'oscurità un vecchio con una lunga barba bianca che 
giaceva sull'inevitabile paglia, e faceva risonare le catene che lo avvincevano, e 
mandava lamentevoli grida. E la guida spiegava: « Ecco, signori, questo è l'infe- 
lice Latude, che stando in questa posizione, con tutte e due le mani legate dietro 
la schiena, rimase imprigionato nella Bastiglia per ben trentacinque anni! » E il 
pubblico francese crede ancora alla descrizione di Louis Blanc : « Gabbie di ferro, 
carceri sotterranee, spaventevole dimora di rospi, topi e ragni, la cui unica mo- 
bilia consisteva in una grossa pietra, sparse di poca paglia, piene di un'aria pe- 
stilenziale che il prigioniero deve respirare avvolto nelle ombre del mistero, con- 
dannato all'ignoranza assoluta del delitto di cui era accusato, fuori del mondo ». 
Ora questa Bastiglia da melodramma non è mai esistita, e meno che meno 
nel secolo decimottavo e nel 1789. Sotto Luigi XV i locali sotterranei della Ba- 
stiglia non venivano adoperati se non per i condannati a morte, per i pazzi furiosi 
e simili, e col primo ministero Necker non furono più usati. Già nei primi giorni 
il prigioniero veniva sottoposto a interrogatorio e quindi sapeva benissimo di che 
lo si accusasse. Nessuno, poi, stava in gabbia di ferro o simili ; ciascuno aveva 
una camera abbastanza spaziosa, che tutt'al più era male illuminata giacché le fine- 
stre erano strette e munite d'inferriate; ma era mobiliata decentemente, e se il 
prigioniero non era contento, poteva farsi venire da fuori i mobili che voleva, come 
pure vestiti e biancheria; la sua camera veniva riscaldata e illuminata, gli si for- 
niva carta, penna e calamaio, poteva suonare qualche strumento musicale, e presso 
il direttore della Bistiglia si organizzavano dei concerti; i prigionieri giocavano 
insieme di quando in quando, si scambiavano visite, passeggiavano regolarmente 
sui terrazzi del castello. 

Quando salì al trono Luigi XVI, la mitezza del trattamento crebbe coli' in- 
gentilire dei costumi : ad alcuni prigionieri si permetteva di fare di quando in 
quando delle uscite, talvolta anche di rimaner fuori la notte, e siccome la Basti- 
glia era da secoli la prigione delle classi superiori, cortigiani e simili, così, già al 
tempo di Luigi XVI, il vitto era tutt'altro che scarso e cattivo come vorrebbe la 
leggenda: si citano ancor oggi delle minute che fanno venir l'acquolina in bocca. 
Anche il Voltaire stette lì dentro per dodici giorni, e vi andò accompagnato da 
una raccomandazione del direttore di polizia perchè gli si usassero « tutti i riguardi 
dovuti al suo genio ». C'era, poi, perfino in vigore una istituzione che oggi si 
tratta di introdurre come riforma di progresso nel codice penale : il risarcimento 
di danni a coloro che avevano subito innocentemente prigionia. Un tale che era 
stato lì dentro per diciotto giorni, si ebbe 6000 franchi; un altro, che era stato 
prigioniero per due anni, ricevette finche visse una pensione annua di 2400 franchi; 
a \ oltaire, per i dodici giorni di prigionia che ebbe a subire, fu data una rendita 
annua di 1200 lire. 



302 MINERVA 

Come tutto ciò che si riferisce alla Bastiglia, così anche le famose giornate del 
13 e 14 luglio 1789, data dell'assalto della Bastiglia, furono circondate dalla leg- 
genda. Quelle due giornate appaiono alla fantasia popolare in un nimbo di gloria, 
quali le descrisse con uno stile appassionato, drammatico, meraviglioso, il Mi- 
chelet. Ma il Michelet non scrisse la storia, bensì il romanzo della Rivoluzione- 
francese, come bene avverte il Sardou nella prefazione da lui dettata per il libro 
del Funck-Brentano. 

Il Michelet ci fa vedere tutta Parigi, infuriata contro Versailles, dar di piglio 
alle armi con mirabile slancio e affrontare le regie truppe. Ora questa, esaminata 
alla luce della storia, è pura poesia. I Parigini erano indubbiamente fautori delle 
« nuove idee », cioè volevano che si abolissero gli abusi, i privilegi, in una pa- 
rola volevano tutte quelle riforme che la Francia intera desiderava; ma tutte queste 
riforme le aspettavano dalla monarchia, alla quale erano sinceramente devoti. Essi 
corsero bensì al Palazzo di città a chiedere armi, ma non per abbattere il trono, 
bensì per provvedere alla propria sicurezza; e il 1 3 luglio decisero di costituire 
una guardia civica a ditesa della città contro i brigands, contro la ciurmaglia equi- 
voca che in quei giorni era sbucata e scorrazzava per le vie della capitale in- 
sultando le donne, saccheggiando le botteghe, aprendo le prigioni, bruciando le 
barriere del da/io. Di questi si preoccuparono i Parigini fino al 14 lu- 

glio molro più che non delle intenzioni della Corte, e se la guardia civica 1 
avuto una più severa organizzazione, forse il movimento che condusse alla presa 
della Bastiglia sarebbe stato represso. 

« Il 13 luglio — dice Michelet — Parigi si difende, il 14 luglio assale. L'na 
voce desta Parigi e le grida: — Va' e prendi la Bastiglia! — E quella giornata è 
la giornata di tutto il popolo ». Tutto ciò è ben detto, ma è falso di pianta. Ecco 
quello che dice Marat, testimonio certo non sospetto, il quale vide le cose da vi- 
cino : >' La Bastiglia era malamente difesa e fu conquistata da alcuni soldati e da 
una massa di popolo accorso, per la maggior parte tedeschi e provinciali. I Parigini, 
eterni curiosoni, vennero per curiosità, per assistere allo spettacolo ». 

In realtà, tutto quel «popolo» di cui parla il Michelet si ridusse a un migliaio 
di persone, di cui trecento al più presero parte alla lotta: guardie francesi e di- 
ri di tutte le armi, banditi richiamati dall'impunità del rubare e dell'assas- 
sinare, esaltati, e sopratutto curiosi. Il cancelliere Pasquier racconta di essere stato 
presente alla presa della Bastiglia: quella che fu chiamata la « lotta» non ebbe nes- 
suna serietà ; la resistenza fu nulla, e gli spettatori, fra i quali si trovavano molte 
donne e molte signore eleganti scese appositamente di carrozza per potersi avvi- 
cinare più comodamente, non furono spaventate nemmeno per un momento. Noè 
fu sparato nemmeno un colpo di cannone, giacche fin dalla mattina il governa- 
tore della Bastiglia s'era lasciato facilmente persuadere a far ritirare i quindici 






LA BASTIGLIA 303 



cannoni che ornavano la piattaforma. E la Bastiglia non aveva provvigioni nem- 
meno per una giornata; quel giorno i viveri erano stati intercettati; gl'invalidi 
che formavano la guarnigione della fortezza colsero questo pretesto per ribellarsi, e 
questa ribellione fece vacillare la resistenza del governatore, il quale aprì la porta 
senza che le palle degli assalitori avessero ucciso un solo uomo. Ma egli fu punito 
della sua debolezza: il giorno stesso una banda di mascalzoni ubbriachi portava 
in trionfo la sua testa per le vie di Parigi ; e fu quello il principio di tutta una 
serie di orrori che condussero alla decapitazione del re e al regime del Terrore. 

Una delle sale della Bastiglia conteneva, in cartelle accuratamente ordinate, 
tutta la storia della celebre fortezza dal 1659 in poi : quivi erano riuniti i docu- 
menti concernenti non solo i prigionieri della Bastiglia, ma tutte le persone che 
erano state imprigionate, bandite o semplicemente processate nel distretto di Pa- 
rigi per ordine reale (lettre de cachet). Questo archivio era tenuto da appositi im- 
piegati che per tutto il secolo decimottavo avevano ordinato i documenti ; i quali, 
alla vigilia della Rivoluzione, ammontavano a centomila; e al major del castello, 
Chevalier, era stato affidato di scrivere, sulla loro scorta, una storia dei prigio- 
nieri. Senonchè, durante il saccheggio della Bastiglia, anche queste carte vennero 
per due giorni disperse, lacerate, bruciate; molte ne furono sottratte e andarono a 
finire in varie parti della Francia, anzi dell'Europa; un grosso pacco giunse nelle 
mani di un addetto all'ambasciata di Russia e si trova oggi nella Biblioteca Im- 
periale di Pietroburgo. 

Già il 16 luglio del 1789 fu nominata a Parigi una commissione alla quale fu 
dato l'incarico di raccogliere di nuovo quei documenti. Il 24 dello stesso mese i 
cittadini furono invitati a riportare al Palazzo di città le carte di cui si trovassero 
in possesso, e molti e molti vi accorsero. Il 2 novembre del 1 791 il municipio di 
Parigi decise di far ordinare i preziosi documenti nella Biblioteca civica. Poi l'in- 
teresse per queste carte svanisce, esse vengono dimenticate, e solo nel 1840 un 
giovane bibliotecario, Francesco Ravaisson, le scopre per puro caso nella Biblio- 
teca dell'Arsenale, in una cantina. Da quella volta cominciò il lavoro di ordina- 
mento dell'immenso materiale, e dal 1892 al 1895 ne fu pubblicato il catalogo. 

La parola « Bastiglia » significava in origine una torre mobile, simile a quelle 
di cui troviamo la descrizione in Giulio Cesare. Il Froissart, parlando di città asse- 
diate, dice che, per impedire che a una città giungessero provvigioni, si costruivano 
sulle strade delle bastides. Il nome passò poi a indicare le torri stabili costruite a 
difesa delle città, e segnatamente quelle che ne guarnivano le porte. Già nel 1356 
i cronisti di Parigi fanno menzione di siffatte fortificazioni; e le fondamenta di 
quella che poi doveva chiamarsi Bastiglia furono poste nel 1370, quando si raf- 
forzarono le opere di difesa contro gì' Inglesi. La costruzione rimase quale era stata 
fatta nell'ultimo terzo del secolo decimoquarto; ma gli usi ai quali fu adibita va- 



304 MINERVA 

riano nel corso dei tempi. Luigi XI e Francesco I vi diedero splendide feste, 
quando in quando vi abitarono ospiti del re di passaggio per Parigi. Richelieu la 
trasformò in prigione di Stato, ma essa servì anche per personaggi che non ave- 
vano attentato alla sicurezza dello Stato, ma che non potevano esser messi co; 
prigionieri comuni. Per molti anni la Bastiglia ebbe un carattere militare e vi fu- 
rono rinchiusi sopratutto degli uflìciali puniti per infrazione della disciplina. Venne 
il regno di Luigi XIV con le persecuzioni religiose e le repressioni contro i 
-ctiers e i nouvdlistes, e la Bastiglia fu riempita di scrittori, di giansenisti, di prote- 
stanti, gente troppo civile per poter essere rinchiusa coi vagabondi e coi malfat- 
tori comuni, ai quali erano destinate le prigioni di Bicètre, di Saint-Lazare e altre. 
E durante questo stesso regno ci furono alcuni grandi processi che circondarono 
gli accusati di un'aureola di mistero: processi per magia, per avvelenamento, 
coniazione di falsa moneta; e gl'individui accusati di questi delitti vennero rin- 
chiusi nella Bastiglia. 

lenimento più misterioso di quel tempo ò quello della «maschera di ferro », 
esempio classico di poetica fantasia che ultimamente fu ridotto allivello della realtà. 
Fu il Vo'taire che invento la più grande favola del secolo decimottavo, la fa 
della maschera di ferro, con la quale si diceva che ito tenuto clr 

Bastiglia il fratello di Luigi XIV. Ora invt assodato che la mascheri 

c\\\ una maschera di velluto nero, e che essa nascondeva il volto, non 
del fratello del re, ma del conte Mattioli, ministro del duca di Mantova, che per 
aver man; ito di fede a Luigi XIV, fu rapito e chiuso nella Bastiglia: il mi 
era imposto dai principii più elementari del diritto internazionale, che il re di 
Francia aveva calpestato 

Perfino sotto Luigi XIV, all'epoca in cui erano più numerose che mai le Ultra 
:,hct, non entravano nella Bastiglia più di trenta prigionieri all'anno. Durante 
il secolo decimottavo il loro numero andò scemando continuamente; negli anni 
che precedettero la Rivoluzione non ce n'erano più di dieci; il 14 luglio del : 
erano ridotti a sette. La Bastiglia, però, veniva a contar molto : solo il governi 

èva 60,000 lire all'anno. Perciò il Xecker, vedendo che essa non serviva a 
nulla, pensava di sopprimerla per economia. Del resto, già molto tempo prima 
della Rivoluzione, si parlava di raderla al suolo; e nel 1784 l'architetto Corbet 
presentava un piano per sostituire alla fortezza una piazza che doveva intitolarci a 
Luigi XVI, e altri artisti proponevano di erigervi un monumento a questo stesso 
re. Tutti questi piani, però, rimasero in aria, e furono spazzati via, insieme con 
la vecchia Bastiglia, dal turbine della Rivoluzione. 



1) Sulla «maschera di ferro» vedi na importante articolo in Minerv.i, voi. Vili, n. 6 (dicembre 1S94). 

(N. d. R.) 



I 



L AVVENIRE DELLA MONGOLFIERA 3O5 



L'AVVENIRE DELLA MONGOLFIERA 

(Da un articolo di H. de Graffigny, Revue Scientifique, i o settembre) 



Il numero degli amatori dell'aeronautica va crescendo continuamente, e molto più 
srrande esso sarebbe se le escursioni aeree non fossero tanto costose. In una ascensione 
libera, la più grossa spesa è quella del gas occorrente a riempire l'aerostato. La Com- 
pagnia parigina fa pagare agli aeronauti franchi o. 20 al metro cubo il gas consegnato alla 
sua officina della Villette, e questo gas non ha, nelle migliori condizioni, una forza ascen- 
sionale superiore a 700 grammi al metro cubo. 

Ora, trovando che l'idrogeno è troppo costoso, vi sono alcuni che propongono di 
tornare all'antico aerostato di Montgolfier gonfiato soltanto con aria rarefatta, ossia riscal- 
data, o con vapore acqueo ad alta pressione. Questi due procedimenti hanno un vantaggio 
che si vede subito : quello della economia ; ma ciò non basta : occorrono altri elementi 
per giudicarne ; e questi elementi ha raccolto il De Graffigny, il quale espone in questo 
suo articolo i risultati delle ricerche da lui fatte consultando degli specialisti e ripetendo 
alcuni esperimenti per dare alle teorie e ai calcoli la base della realtà. 

La storia c'insegna che, se il pallone a gas immaginato dallo Charles non 
tardò a detronizzare quello ad aria calda dei Montgolfier, ciò accadde sopra- 
tutto per i vantaggi innegabili che esso presenta. Un aerostato del diametro 
di io metri, ossia di 500 metri cubi di capacità, gonfiato con idrogeno, puro, 
può sollevare un peso utile eguale a quello che può essere sollevato da una 
mongolfiera di 2000 metri cubi, ossia di un volume quadruplo. Inoltre, l'aero- 
stato a idrogeno è più sicuro, più maneggevole ; soppresso il fornello, non e' è 
più pericolo d'incendio. Queste le ragioni che ne assicurarono il successo de- 
finitivo. 

Bisogna tuttavia riconoscere che la mongolfiera si poteva gonfiare in breve 
tempo ed economicamente, e che poteva percorrere dei tratti abbastanza lunghi. 
Quanto al gonfiamento, ecco un esempio preso fra mille: quando, nel settembre 
del 1874, s i fecero a Lione le prime prove con l'immensa mongolfiera Fles- 
selh's, si constatò che bastarono 17 minuti per sviluppare 24,000 metri cubi 
d'aria calda i quali diedero una forza ascensionale di circa 4,500 chilogrammi. 

Si osservò pure che, per mantenere il pallone così gonfio, non occorrevano 
più di 5 libbre di fascinotti di legna per minuto. La spesa era dunque picco- 
lissima, inferiore di molto a quella che sarebbe stata necessaria se si avesse 
voluto ottenere la stessa forza ascensionale col gas idrogeno. 

Quanto all'estensione del percorso, certe ascensioni di mongolfiere non la 
cedono a quelle dei palloni a gas. Una delle più notevoli fu quella eseguita 

Mine ri- 1, XV!. 20 



306 MINERVA 

da Pilàtre de Rozier e dal Proust, durante la quale i due aeronauti percorsero 
quindici leghe, da Versailles a Compiègne. Nella relazione di questo viaggio, 
Pilàtre de Rozier racconta : « Curiosi di conoscere la massima altezza che la 
nostra macchina poteva toccare, risolvemmo di portare al più alto grado la 
violenza delle fiamme alzando il braciere e sollevando i fastelli sulla punta delle 
forcole. Restammo così per otto minuti, librati al di sopra delle cime sfran- 
giate delle nubi, a 11,732 piedi dalla terra, in una temperatura di 5 gradi sotto 
zero, senza poter più giudicare della rapidità con cui andavamo, giacché non 
vedevamo più nessun oggetto che potesse servire da termine di confronto ». 

Dunque, se il racconto di Pilàtre è esatro, una mongolfiera di 1,800 metri 
cubi, carica del peso di due uomini, potè portar seco una provvista di com- 
bustibile bastevole a sollevare l'aerostato a quasi 4,000 metri, e fare un vi. 
di 60 chilometri in cinque quarti d'< 

Le ordinanze di polizia del 1785 e del 181 8 proibirono assolutamente 
l'uso dei palloni ad aria rarefatta con fornello. Così le mongolfiere sparirono, 
scacciate dai palloni a gas, Molto tempo dopo ritentò con esse la prova il ce- 
lebre aeronauta Eugenio Godard, che nel 1869 enei 1886 costruì due grandi 
mongolfiere a fornello: VAigk e la Dynamitcuse dei ina di esse compì 

due ascensioni, ma i risultati furono mediocri: la forza ascensionale non su- 
pero 500 grammi per metro cubo, e il consumo di combustibile fu molto con- 
siderevole, tanto che la durata del percorso aereo ne fu di molto diminuita. 
Il Godard riconobbe che questa inferiorità era dovuta al fatto che l'involucro 
di seta non era impermeabile e quindi lasciava sfuggire l'aria rarefatta, e per 

ire a questo inconveniente sparse sul tessuto uno strato di colla; fu ri- 
dotta così a minimi termini la perdita di calore, ma viceversa la stoffa perdette 
la sua morbidezza, e la vernice di colla si spaccava continuamente. 

Altre prove non furono fatte. È vero che nel 1876 il Crespiti inventò un 
fornello a essenza per mantenere la temperatura dell'aria contenuta nella mon- 
golfiera, e che recentemente il Sazie propose di ricorrere a un fornello a pe- 
trolio; ma né con l'uno nò con l'altro di questi due apparecchi furono fatti 
esperimenti, sicché non si è avuto modo di giudicare del loro valore. 

Dovremo dunque dire che le mongolfiere vanno messe da parte senz'altro 
e che il loro abbandono è pienamente giustificato? Prima di dare un giudizio 
così decisivo, facciamo qualche considerazione. 

Alla temperatura di o°, il peso di un metro cubo d'aria è di 1293 grammi. 
Questo peso diminuisce coll'aumentare della temperatura: a io° sopra zero è 
di 1247 grammi, a 50" di 955, a ioo° di 278. Il che è quanto dire che la 
forza ascensionale specifica dell'aria calda a io , 50 , 70 e ioo" centigr. e 
rispettivamente di 46, 338, 498, io 15 grammi per metro cubo. Ora, poiché 






L AVVENIRE DELLA MONGOLFIERA 3O7 



la temperatura interna dei piccoli palloni di carta che si lanciano nelle feste 
dei villaggi e in altre occasioni varia di regola fra 5 5 e 65 , non dev'essere 
difficile ottenere in una mongolfiera, con un sistema di riscaldamento perfe- 
zionato, una temperatura di 8o°, il che darebbe, supponendo che la tempera- 
tura all'esterno fosse di 20 , una forza ascensionale di 450 grammi per metro 
cubo. La spesa di combustibile, per ottenere questa temperatura di 8o°, è, teo- 
ricamente, abbastanza piccola: siccome, per far salire la temperatura di 1 chi- 
logrammo d'aria da o° a 8o°, occorrono 210 calorie, così per una mongol- 
fiera del volume di 2,000 metri cubi occorrerebbero 420,000 calorie, ossia 
100 chilogrammi di paglia, oppure 60 di carbone; la mongolfiera avrebbe al- 
lora una forza ascensionale di 900 chilogrammi. 

Ma il punto delicato del problema non è il gonfiamento dell'aerostato, 
bensì il mantenere a uno stesso grado la temperatura dell'aria in esso conte- 
nuta ; giacché l' immensa superficie della mongolfiera costituisce un energico 
condensatore, e il calorico si disperde rapidamente traversando la stoffa, a 
meno che questa non sia coperta di una vernice speciale impermeabile al ca- 
lore, il che non si è ancora ottenuto. Ammettendo, dunque, che l'involucro, 
lasci passare ogni minuto secondo calorie 0.25 per metro quadrato di super- 
ficie, è necessario sviluppare, per una mongolfiera di 2,000 metri cubi, 11,500 
calorie al minuto per mantenere la temperatura interna a 8o°; e siccome il 
petrolio che arde ha una potenza calorica di 11,000 calorie al chilogrammo, 
bisognerebbe bruciare un po' più di 1 chilogr. di petrolio al minuto per otte- 
nere il risultato che si vuole. 

Ciò basta a dimostrare che, allo stato presente delle cose, un viaggio di 
lungo corso in mongolfiera può dirsi addirittura impossibile; e impossibile ri- 
marrà finche non si perfezioneranno tutti i suoi organi, anzitutto diminuendo 
l' enorme perdita di calorico. 

Quanto ai viaggi più piccoli, ecco il calcolo che si può fare. Un aerostato 
a gas del volume di 1,650 metri cubi ha un peso morto di 450 chilogrammi 
circa e una forza ascensionale utile di 700 chilogrammi; esso può portare, in 
condizioni meteorologiche ordinarie, cinque viaggiatori per quattro ore, e la 
spesa totale, gas, manutenzione, trasporto, consumo di materiali, può calco- 
larsi a 600 franchi. Una mongolfiera di 2,000 metri cubi non pesa che 250 
chilogrammi, e se è riscaldata a 8o° e la temperatura dell'aria circostante è 
di 20°, ha una forza ascensionale utile di 600 chilogrammi; anch'essa può, 
dunque, portare cinque viaggiatori, più una provvista di 250 chilogrammi di 
petrolio, quanto occorre perchè la mongolfiera possa stare in aria quattro ore. 
La spesa totale, calcolata come sopra, è di 250 franchi circa, il che è quanto 
dire che si ha, in confronto col pallone a gas, una economia di quasi due 



308 MINERVA 

terzi; economia che sarebbe maggiore, se si riuscisse a ridurre l'accennata 
perdita di calorico. 

Ma, viceversa, la mongolfiera ha non pochi inconvenienti. A forza utile 
eguale, essa presenta al vento una superficie molto più estesa di quella di un 
pallone a gas, e la manovra è più difficile, massime se, quando la si gonfia, 
spira un vento un po' forte. Inoltre, la sua forza ascensionale è minore quando 
cresce la temperatura dell' aria circostante, e quindi specialmente nelle belle 
giornate d'estate, che sono le più favorevoli alle escursioni aeree. Finalmente, 
le variazioni atmosferiche, sopratutto la pioggia, possono esercitare un'influenza 
disastrosa raffreddando in modo considerevole la superficie dell'involucro. Non 
parliamo del pericolo d'incendio, che si può prevenire rendendo la storia in- 
combustibile e con altre precauzioni, nò delle difficoltà di toccar terra, alle 
quali pure si può ovviare con appositi congegni. 

Riassumendo, si può dire che, per risolvere il problema della volgarizza - 
zione dello sport aeronautico, non si deve tornare all' uso dell'aria riscaldata, 
a meno che non si introducano nella costruzione della mongolfiera sensibili 
miglioramenti. Occorre, dunque, servirci del gas, a condizione, però, di dimi- 
nuirne il prezzo, aumentandone la forza ascensionale specifica : progresso che 
alla chimica moderna non deve riuscir difficile di compii 

Quanto all'uso del vapore acqueo come succedaneo dell' idrogeno — idea 

intraveduta dal Dupuis-Delcourt nel 1840 — non sembra che esso pre- 
senti una reale superiorità. [Emanuele Aime, die in questi ultimi tempi si e 
occupato attivamente del problema, ha riconosciuto che su questa via non ci 
era nulla da sperare. Egli ha avuto, però, un'idea originale: servirsi del va- 
pore per regolare l'ascensione di un pallone a gas; e a tale scopo ha proposto 
UD apparecchio, al quale ha dato il nome di termos/tra. 

La termosfera non è altro che un aerostato riempito, incompletamente, 
di gas e riscaldato a vapore. Prendiamo un pallone impermeabile, della capa- 
cità di },ooo metri cubi, e introduciamoci 2,000 metri cubi di gas, misurato 
alla pressione di 760 e alla temperatura di o°. La forza ascensionale di questo 
Lias non basta a sollevare l'aerostato; ma nella navicella avremo collocato un 
generatore Serpollet riscaldato a petrolio, la cui fiamma è imprigionata da un 
involucro metallico in modo da evitare ogni pericolo d'incendio. Da questo 
generatore il vapore viene introdotto nel pallone per mezzo di un tubo che 
traversa la valvola automatica da cui il pallone è chiuso di sotto; il vapore 
si sparge attraverso la massa gazosa contenuta nell'aerostato, e produce un 
doppio effetto: fa dilatare questa massa cedendole le calorie che esso perde 
nel raffreddarsi, e ne aumenta il volume col posto che viene a occupare esso 
stesso per la tensione che possiede alla temperatura finale del miscuglio. Quando 

• 



1 



L AVVENIRE DELLA MONGOLFIERA 309 

la saturazione è completa, il vapore si depone in gocciolette d'acqua sulla su- 
perficie interna dell'aerostato, e quest'acqua corre giù fino al tubo che la ri- 
conduce nel serbatoio; da questo passa nel generatore, e così via. Cosi l'acqua, 
ora liquida, ora in forma di vapore, gira continuamente in un circolo chiuso, 
portando nell'interno della termosfera le calorie prese dal generatore e con- 
vertendo in lavoro meccanico l'energia sviluppata dalla combustione del pe- 
trolio. Come si vede, la termosfera è una macchina a vapore ridotta alla più 
semplice espressione, una macchina a bassa pressione, nella quale l'involucro 
dell'aerostato fa ad un tempo da cilindro, da stantuffo e da condensatore. 

Ammettendo che, prima che cominci a entrarvi il vapore, la termosfera 
pesi 130 chilogrammi più dell'aria da essa spostata, il calcolo dimostra che, 
per metterla in equilibrio, basterà saturare il gas alla temperatura di io° circa, 
supponendo che nell'aria circostante il termometro segni o°: e saturandolo a n°, 
gli si darà una forza ascensionale di 1 5 chilogrammi circa. Per effettuare la 
partenza, basta, dunque, far entrare il vapore nella termosfera, e per scendere 
basta non farcelo entrar più. In nessun caso l'aeronauta è alla mercè del gas, 
come avviene nei soliti aerostati, giacché il gas, senza l'aiuto del vapore, non 
ha la forza di sollevare il pallone. Per tal modo si può viaggiare all'altezza 
che si vuole; l'aeronauta può salire o scendere a suo grado regolando l'equi- 
librio dell'aerostato col girare fi rubinetto del generatore, e così può valersi 
di una o dell'altra delle varie correnti aeree. Nella supposizione che il viaggio 
si compia al di sopra di paesi abitati, la provvista di combustibile, quando è 
esaurita, può essere facilmente rinnovata scendendo a terra; per cui il percorso 
del viaggio si può dire che sia illimitato. 

Tale, sulle indicazioni fornite dall' Aimé stesso, il funzionamento del mec- 
canismo da lui inventato; intorno al quale, però, prudenza vuole che non si 
giudichi prima che il progetto non sia stato tradotto in atto. Intanto, pos- 
siamo dire che, nel momento presente, siamo ancora lontani dall'ideale sognato 
dagli inventori. Col che non è detto che si debba disperare della soluzione 
del difficile problema; giacche il lavoro continua attivamente, un po' alla volta 
s'introducono nuovi miglioramenti, e non è soverchia audacia il prevedere che, 
nel prossimo secolo, l'aeronautica sarà diventata un mezzo di locomozione, o 
almeno uno sport che avrà tanto favore quanto ne ha oggi l'automobilismo. 



3 I O MINERVA 



I NEMICI DEI NAVIGANTI 

(Da un articolo della Deutsche Revue, ottobre) 



Autore dell'articolo è un vice-ammiraglio in ritiro che si cela sotto lo pseudonimo di 
Livonius. Egli espone le principali cause delle grandi catastrofi che in questi ultimi anni 
hanno prodotto in tutto il mondo impressione cosi dolorosa e hanno costato la vita a cen- 
tinaia e centinaia (\\ persone, e chiude col dare alcuni consigli pratici che dovrebbero 
giovare a rendere meno terribili le CO ni e gu enae <lt-i disastri per mare, sia che provengano 
da naufragio, sia da collisione. 

Quando, nella scorsa primavera, fu fatta un'inchiesta per ricercare le cause 
dell'enorme aumento dei disastri ferroviari, deviazioni e scontri, che in quel- 
l'epoca erano accaduti sulle reti della Germania, si accertò, fra altro, un fatti) 
facilmente spiegabile: che, cioè, l'essere continuamente esposti al pericolo rendeva 
il personale meno impressionabile di fronte al pericolo stesso. Lo stesso accade 
anche per mare, e si può ben dire che la maggior parte dei disastri marittimi 
dipendono, non già da circostanze naturali, bensi dal fatto che chi dirige la 
nave spesso commette la leggerezza di scherzare col pericolo, oppure non si 
attiene strettamente alle prescrizioni dei regolamenti internazionali, o manovra 
falsamente. 

Lo scherzare col pericolo e segno di animo coraggioso, ma, se individual- 
mente è una bella cosa, non dovrebbe essere permesso quando sono in giuoco 
interessi altrui, quando si tratta di vite e di averi che la gente affida all'espe- 
rienza dell'uomo di mare. Invece, pur troppo, non di rado accade che chi dirige 
la nave dimentichi la grave responsabilità che gì' incombe e causi danni e lutti 
per il semplice gusto di fare una bravata. Cosi, per esempio, una volta si scon- 
trarono nel mar di Marinara due piroscafi, uno inglese carico di merci, e uno 
turco carico di pellegrini che si recavano alla Mecca, solo perchè, venendosi 
incontro, ciascuno dei due aspettava che l'altro deviasse per il primo; il vapore 
turco colò a fondo senza che una sola persona potesse salvarsi, e il piroscafo 
inglese a mala pena riuscì, essendo il mare tranquillissimo, a entrare, con gravi 
avarie, nel porto di Costantinopoli. Un'altra volta una nave tedesca s'incagliò 
nello stretto di Gibilterra perchè l'ufficiale di guardia s'era divertito, senza ra- 
gione di sorta, a farla rasentare quasi la terra ; e un vapore nuovissimo della 
linea asiatica del « Norddeutscher Lloyd » arenò il primo maggio presso l'isola 
di Socotra per la colpevole leggerezza di chi lo guidava. 



I NEMICI DEI NAVIGANTI 3 I I 



Quanto alla trascuranza dei regolamenti internazionali, basti citare l'esempio 
della Bourgogne, la quale, stando a quel che si dice, seguiva una rotta novanta 
miglia marittime più a nord di quella che avrebbe dovuto tenere, e ciò per 
guadagnare qualche ora. E come esempio di falsa manovra va ricordato il di- 
sastro della poderosa corazzata inglese Victoria che, urtata dal Camperdown, colò 
a fondo in pochi minuti trascinando seco 336 marinai, 22 ufficiali e il vice- 
ammiraglio Giorgio Trvon che aveva ordinato la manovra fatale* 

Vediamo ora quali sieno i nemici contro i quali il navigatore può trovarsi 
senza difesa. Non certo gli scogli né i bassifondi, perchè questi e quelli sono 
ormai conosciuti con precisione, non si trovano di solito sulla via delle navi 
che fanno il servizio dei passeggeri, e in ogni caso possono essere facilmente 
evitati e girati, giacché la loro presenza è avvertita da appositi segnali; e poiché 
la forza di cui dispone un piroscafo fa sì che esso sia indipendente dal vento, 
cosi la sua posizione può essere misurata quando si vuole con precisione; in 
ogni modo il capitano, trovandosi in paraggi sparsi di bassifondi, può avanzare 
con la necessaria prudenza, servendosi continuamente dello scandaglio. Quanto 
alle entrate dei porti, anzitutto vi sono i segnali, e poi si ricorre sempre al 
pilota. La luce dei fari può, è vero, essere nascosta dalla nebbia che di quando 
in quando si produce segnatamente all'orlo delle coste; ma in tal caso, se non 
si è ben sicuri della propria rotta, piuttosto che correre pazzamente incontro 
al pericolo, è meglio tenersi al largo. 

Più pericolose degli scogli e dei bassifondi sono le correnti, le quali pos- 
sono far deviare la nave dalla sua rotta. È vero che, in generale, si conosce 
la loro direzione e la loro forza; ma quest'ultima varia di molto secondo il 
vento. Le correnti determinate dal flusso e dal riflusso e che si fanno sentire 
segnatamente presso le coste, hanno minore importanza giacché sono molto 
regolari; anch' esse, però, possono essere spostate da un vento tempestoso; e 
appunto uno di questi spostamenti causò l'ultimo disastro déìTIltis. 

Il mare grosso è uno di quei nemici che, secondo le circostanze, possono 
diventare così pericolosi da avere per conseguenza gravi avarie e perfino la 
perdita della nave. Qui entrano in considerazione la grandezza e la solidità della 
nave da una parte, dall'altra la direzione del movimento del mare, il quale è 
molto più pericoloso quando, saltando il vento or qua or là, è agitato e scon- 
volto in varie direzioni. In generale, i temporali delle nostre latitudini hanno 
una direzione determinata, e i navigatori li conoscono tanto bene che non li 
considerano nemmeno come nemici. Ma nelle regioni tropicali vi sono quei 
terribili e improvvisi uragani che prendono il nome di cicloni (nel mar Cinese, 
tifoni). Anche qui, però, c'è una circostanza di cui occorre tener nota : i ci- 
cloni tanno la loro comparsa quasi sempre in certe determinate stagioni ; inoltre, 



3 I 2 MINERVA 

il loro movimento rotatorio, segue, nei due emisferi, una legge fissa, in re- 
lazione col movimento della terra, e precisamente nell'emisfero boreale va contro 
il sole, cioè da Sud- list a Nord- Ovest, e nell'emisfero australe col sole, cioè 
da Sud-Ovest a Nord-Est. 

Nei cicloni il turbine si muove in linee quasi circolari intorno o un centro 
comune il quale si sposta a sua volta; la violenza del vento cresce dall'esterno 
verso l' interno, cioè verso il centro, mentre nel centro stesso spirano venti 
più deboli, irregolari, o magari c'è calma perfetta; ma precisamente qi 
centro è il punto più pericoloso, giacché subito lì vicino le masse d'acqua sono 
cosi infuriate che la nave non può essere diretta. Questo punto dev'essere evi- 
tato, e a tale scopo ci sono delle regole speciali, espresse in facili forinole, 
che ogni capitano deve conoscere esattamente. L'avvicinarsi del ciclone, poi, 
è annunziato segnatamente dall'abbassarsi del barometro prima ancora ci 
avvertano nell'atmosfera altri segni, nonché da forte ondate che sono spro- 
porzionate alla direzione e alla forza momentanea del vento. Per isfoj 
l'uragano il comandante deve, pero, avere abbastanza spazio da muoverv 

o quando la nave viene sorpresa dal ciclone in un porto che non 

abbastanza bene riparato, è un miracolo se si salva. Una buona prat 
quella di versare sull'acqua dell'olio, col che si ottiene l'effetto di calmare al- 
l'istante le onde infuriate. 

Ma il nemico di gran lunga più grande è per il navigante la nebbia: 
si avvicina insidiosamente, con mare tranquillo, e spesso in pochi istanti av- 
volge ogni cosa in un velo impenetrabile; e il terribile della situazione di una 
nave in mezzo alla nebbia è questo: che, quantunque, coli' aiuto infallibile della 
bussola, si sappia con esattezza quale direzione si debba tenere per pi 

»tta, tuttavia, nonostante la più viva attenzione, non si è mai sicuri di 
non andare incontro a una collisione: al suono della sirena della propria nave- 
si sente rispondere un altro suono d'allarme, ma è impossibile determinarne 
la direzione; il suono si avvicina sempre più, continuando sempre la stessa in- 
certezza... un cozzo formidabile, uno schianto tremendo, la catastrofe è av- 
venuta ! 

La parola « collisione » ha acquistato un significato ben più terrib: 
quello che aveva una volta ora che i mari sono solcati da piroscafi di terrò 
o d'acciaio. Prima, con le navi a vela costruite in legno, se avveniva un urto, 
nella maggior parte dei casi i danni si limitavano alla rottura delle antenne, 
del bompresso, o ad altri simili avarie; del resto gli scafi elastici di l< 
rimanevano quasi sempre incolumi, e di solito le due navi si separavano con 
un Ali right! Che un bastimento mandasse a picco un altro era cosa estrema- 
mente rara, anche in caso di falsa manovra. al contrario, che al 1. 



I NEMICI DEI NAVIGANTI 3 1 3 



si è sostituito l'acciaio, la cosa è affatto diversa: anche con un piccolo urto 
l'acuta prora di un piroscafo che investe un altro lacera il fianco di quest'ul- 
timo, spesso penetrandovi profondamente; e pur troppo la nave investitrice si 
affretta di solito a ritirare lo sperone dalla ferita — come fece, per esempio, 
il Camper doijn — affrettando la catastrofe, invece di aspettare per vedere se 
si può turare la falla, o almeno finche sulla nave investita sieno state prese le 
misure necessarie per salvare i passeggieri e l'equipaggio, nel caso che essa 
affondi. 

Finora non esiste nessun mezzo sicuro per prevenire il pericolo di colli- 
sione in caso di nebbia ; questa produce un effetto curioso sul suono d'allarme, 
impedendo, come si è già accennato, di capire da qual parte venga; e quanto 
alla luce, se di notte giovano alquanto le lanterne, e sopratutto i riflettori 
elettrici che ora sono stati adottati in tutti i grandi piroscafi, di giorno la 
nebbia impedisce di vedere anche a pochi metri di distanza. Questa nebbia, 
che gli abitanti di certe regioni del continente non vedono se non raramente 
e per pòche ore, pur troppo forma piuttosto la regola che l'eccezione in certi 
punti delle grandi linee di navigazione fra l'Europa e l'America; per esempio, 
è quasi costante sul banco di Terranova, dove proviene dall' incontrarsi della 
calda Corrente del Golfo con la fredda corrente polare, e cosi pure all'ingresso 
del Canale d'Inghilterra e lungo tutta la costa inglese, quando i venti caldi e 
umidi recati dalla Corrente del Golfo toccano l'aria fredda della terraferma. 

Per evitare il pericolo delle collisioni vi sono delle norme internazionali 
per cui i transatlantici devono seguire due rotte diverse e lontane una dal- 
l'altra secondo che muovono da o per l'America. Un' altra prescrizione im- 
pone di diminuire in tempo di nebbia la velocità; ma qui ci troviamo da- 
vanti a un problema la cui soluzione non è facile; giacché, se un vapore che 
fila con una velocità di 20 o 22 nodi diminuisce questa velocità fino a io nodi, 
ciò non può ancora bastare ad attenuare le conseguenze di una collisione, e 
d'altra